giovedì 25 ottobre 2012
martedì 23 ottobre 2012
Cosa vuol dire "sogno"
E' il 24 ottobre, e mi trovo ad Auckland, in Nuova Zelanda. E chi l'avrebbe mai detto? Pochi credo, e nemmeno io mi annovero tra quelli onestamente.
Ho affrontato un viaggio che per 47 ore non mi ha fatto appoggiare la testa su un cuscino, che ha incollato il mio sedere [alla fine] distrutto per 22 ore ai sedili poco reclinabili di diversi aerei, che mi ha fatto vedere 5 diversi aeroporti nell'arco di 2 giorni. Wow. Wow! Non ci avrei mai pensato. E questo pensiero l'ho fatto una volta decollato da Melbourne, dove poco prima respiravo aria australiana, quell'aria che gia' dall'alba - con le sue tinte rosate su un limpido cielo azzurro infinito - sa da spazi immensi, da alberi esotici, da fattorie in continuazione e da canguri, ragni, serpenti, squali e coccodrilli. L'Australia tanta gente la vede solo in tv, e questo e' quel che passa! E sorvolarla, vederne i tratti del sud-ovest, le foreste qua e la, i laghetti, le poche catene montuose all'orizzonte, la costa di un blu mai visto.. mi hanno fatto emozionare parecchio. Stavo guardando "Il Re Leone" in italiano mentre volavo, e non so se mi si sono velati gli occhi piu' per la morte di Mufasa o per i pensieri che facevo su questo paese.
Eppure Dubai sembrava di un altro pianeta: 31 gradi a mezzanotte, un fiume, una marea di luci ovunque, i taxi che erano auto di lusso e tanta gente strana. Strana? Si, per noi. Per me. Per la mia cultura. Mentre cammino per l'aeroporto, dove per rendere piu' viva la cosa si sono piantate finte palme lungo i corridoi, e mentre penso che forse la quantita' di luci e' direttamente proporzionale ai soldi che costoro hanno da spendere (non ho provato, ma secondo me c'e' una luce rossa girevole anche in cesso che si illumina quando riesci a mollarla!), ecco realizzo che il burka esiste. Sul serio! Non e' una leggenda che le donne vanno via assiepate dietro questo groviglio di fasce eh! E fa specie. Come tutte le cose, in positivo o in negativo, in grande o in piccolo, vedere di persona fa sempre un altro effetto. Specialmente nel loro vero contesto. Ci sono donne di cui vedo a malapena gli occhi. E mentre mi soffermo con sguardo tipicamente italiano a scrutare meglio qualche avvenente giovane donna burkata, mi domando se in realta' non sto rischiando la vita osando fare tutto cio'. Probabilmente alle mie spalle si cela un califfo locale che brandisce una scimitarra sul dorso del suo cammello.
Ma la meta di tutto questo girovagare, dai, e' la Nuova Zelanda. Una volta fatta fino all'Australia, sembra proprio dietro l'angolo. Anche l'enorme stanchezza non dico scompaia, ma cede il passo a qualcos'altro che non riesco a descrivere. Incredulita', realizzazione, eccitazione, paura. Un gran bel mix. Scendendo verso l'aeroporto do un occhio alla linea costiera. Mentre atterro sembra di essere a Venezia, con la pista che si materializza giusto quando inizi a pensare "Stiamo volando su un aircraft ed in verita' atterreremo sull'acqua". Fuori pero', pare un miscuglio tra la Scozia, l'Irlanda e le coste del Nord Ovest degli States. Un verde infinito, parecchi alberi, il mare. Un sali-scendi continuo di versi colline. L'inizio, a parte il cielo grigio, promette niente male. Io sono organizzato bene, combatto con efficacia la mole di bagagli - una valigia da 20 kg in mano, uno zaino 85 lt con 10 kg di peso in spalla, uno zainetto da 8,5 kg davanti - e passo i controlli anche se gli ispettori non mi aiutano (mi fanno tirar fuori la tenda e la "disinfestano", sapete, qui son malati con l'importazione di specie animali da fuori! Giustamente!) ed esco in fretta. Il visto praticamente quasi manco me lo guardano. Pazzesco, mi han fatto piu' storie in Italia che qua! Una volta fuori, sapete, son le solite cose: l'autobus, l'alloggio, fai una piccola spesa - mi mancavano gli infradito as esempio - e.. e vai a dormire. Il ristorante deserto e schifoso dove mangio alle 5 locali di certo non mi mette allegria, e dopo aver trovato un possibile venditore per la macchina, mi rifugio sotto le coperte. Non vedo l'ora di chiudere gli occhi. So che non sara' tanto caldo, le due finestre della camera hanno due paurose aperture che non posso chiudere, quindi mi tengo la felpa e i calzini a portata di mano.
Scopro solo ora, il mattino seguente, che avevo la coperta termica sotto il culo. Bastava attaccare la spina!
Talvolta certe cose che perseguiamo durante la nostra vita ci sembrano irrealizzabili. E quando le realizziamo, le viviamo, le tocchiamo con mano, tali ancora ci sembrano. Ecco cos'e' un sogno: un qualcosa che certe volte e' immateriale, sembra impossibile, irraggiungibile, anche se fortemente voluto. Altre e' una cosa che si concretizza, e per il suo aspetto bellissimo, meraviglioso, ci sembra ancora, totalmente, irreale.
Ho affrontato un viaggio che per 47 ore non mi ha fatto appoggiare la testa su un cuscino, che ha incollato il mio sedere [alla fine] distrutto per 22 ore ai sedili poco reclinabili di diversi aerei, che mi ha fatto vedere 5 diversi aeroporti nell'arco di 2 giorni. Wow. Wow! Non ci avrei mai pensato. E questo pensiero l'ho fatto una volta decollato da Melbourne, dove poco prima respiravo aria australiana, quell'aria che gia' dall'alba - con le sue tinte rosate su un limpido cielo azzurro infinito - sa da spazi immensi, da alberi esotici, da fattorie in continuazione e da canguri, ragni, serpenti, squali e coccodrilli. L'Australia tanta gente la vede solo in tv, e questo e' quel che passa! E sorvolarla, vederne i tratti del sud-ovest, le foreste qua e la, i laghetti, le poche catene montuose all'orizzonte, la costa di un blu mai visto.. mi hanno fatto emozionare parecchio. Stavo guardando "Il Re Leone" in italiano mentre volavo, e non so se mi si sono velati gli occhi piu' per la morte di Mufasa o per i pensieri che facevo su questo paese.
Eppure Dubai sembrava di un altro pianeta: 31 gradi a mezzanotte, un fiume, una marea di luci ovunque, i taxi che erano auto di lusso e tanta gente strana. Strana? Si, per noi. Per me. Per la mia cultura. Mentre cammino per l'aeroporto, dove per rendere piu' viva la cosa si sono piantate finte palme lungo i corridoi, e mentre penso che forse la quantita' di luci e' direttamente proporzionale ai soldi che costoro hanno da spendere (non ho provato, ma secondo me c'e' una luce rossa girevole anche in cesso che si illumina quando riesci a mollarla!), ecco realizzo che il burka esiste. Sul serio! Non e' una leggenda che le donne vanno via assiepate dietro questo groviglio di fasce eh! E fa specie. Come tutte le cose, in positivo o in negativo, in grande o in piccolo, vedere di persona fa sempre un altro effetto. Specialmente nel loro vero contesto. Ci sono donne di cui vedo a malapena gli occhi. E mentre mi soffermo con sguardo tipicamente italiano a scrutare meglio qualche avvenente giovane donna burkata, mi domando se in realta' non sto rischiando la vita osando fare tutto cio'. Probabilmente alle mie spalle si cela un califfo locale che brandisce una scimitarra sul dorso del suo cammello.
Ma la meta di tutto questo girovagare, dai, e' la Nuova Zelanda. Una volta fatta fino all'Australia, sembra proprio dietro l'angolo. Anche l'enorme stanchezza non dico scompaia, ma cede il passo a qualcos'altro che non riesco a descrivere. Incredulita', realizzazione, eccitazione, paura. Un gran bel mix. Scendendo verso l'aeroporto do un occhio alla linea costiera. Mentre atterro sembra di essere a Venezia, con la pista che si materializza giusto quando inizi a pensare "Stiamo volando su un aircraft ed in verita' atterreremo sull'acqua". Fuori pero', pare un miscuglio tra la Scozia, l'Irlanda e le coste del Nord Ovest degli States. Un verde infinito, parecchi alberi, il mare. Un sali-scendi continuo di versi colline. L'inizio, a parte il cielo grigio, promette niente male. Io sono organizzato bene, combatto con efficacia la mole di bagagli - una valigia da 20 kg in mano, uno zaino 85 lt con 10 kg di peso in spalla, uno zainetto da 8,5 kg davanti - e passo i controlli anche se gli ispettori non mi aiutano (mi fanno tirar fuori la tenda e la "disinfestano", sapete, qui son malati con l'importazione di specie animali da fuori! Giustamente!) ed esco in fretta. Il visto praticamente quasi manco me lo guardano. Pazzesco, mi han fatto piu' storie in Italia che qua! Una volta fuori, sapete, son le solite cose: l'autobus, l'alloggio, fai una piccola spesa - mi mancavano gli infradito as esempio - e.. e vai a dormire. Il ristorante deserto e schifoso dove mangio alle 5 locali di certo non mi mette allegria, e dopo aver trovato un possibile venditore per la macchina, mi rifugio sotto le coperte. Non vedo l'ora di chiudere gli occhi. So che non sara' tanto caldo, le due finestre della camera hanno due paurose aperture che non posso chiudere, quindi mi tengo la felpa e i calzini a portata di mano.
Scopro solo ora, il mattino seguente, che avevo la coperta termica sotto il culo. Bastava attaccare la spina!
Talvolta certe cose che perseguiamo durante la nostra vita ci sembrano irrealizzabili. E quando le realizziamo, le viviamo, le tocchiamo con mano, tali ancora ci sembrano. Ecco cos'e' un sogno: un qualcosa che certe volte e' immateriale, sembra impossibile, irraggiungibile, anche se fortemente voluto. Altre e' una cosa che si concretizza, e per il suo aspetto bellissimo, meraviglioso, ci sembra ancora, totalmente, irreale.
sabato 20 ottobre 2012
Stavolta, si parte
Eh si,
ormai ci siamo.
Ho imprecato, lottato, faticato, rischiato, atteso per
questo momento per mesi. E alla vigilia del 21 ottobre 2012, (ci sono solo 2,1
e 0 nella data.. che centri qualcosa?! Bah!) posso dire di esserci arrivato. La
fine di un ciclo, l’inizio di un’altro. E le sensazioni sono stranissime.
Sapete, con alcuni di voi lettori ho passato un po’ di tempo
in queste ultime settimane. Durante le ultime due soprattutto, chi a cena, chi
prima di cena, chi per mezz’ora, chi per un pomeriggio intero, ho cercato di
stare con molta gente. Volevo andar via avendo salutato o detto qualche parola
un po’ a tutti. Soprattutto a quelli che solitamente passano piu’ tempo con me.
Ho fatto tante cose in quest’ultimo periodo, e sono grato a tutti coloro che ci
hanno messo del loro. Mi son sentito importante, benvoluto, coinvolto. Ed e’
bello. Anche se non dovrebbe volerci una partenza del genere per sentirlo – e
non voglio dire che gli altri giorni non mi sentivo cosi’, sia chiaro – e’ che
con qualcosa del genere di fronte, le cose si amplificano da se’.
Parto non so per quanto. Parto senza un piano granche’
definito. Parto all’avventura. Niente di che, veramente, non e’ nulla di
eccezionale. Pero’ tutto sommato, mi fa sentire strano, soprattutto queste
ultime ore. Gli ultimi giorni sono stato bene con la gente. E’ stato bello
vedere i sorrisi, ricordare episodi, ridere assieme, riuscire a radunare gente
che magari tutta insieme non si vedeva da una vita. E’ stato emozionante vedere
anche gli occhi lucidi di qualcuno. Mi sono emozionato io quando ho salutato un
bambino, che mi faceva ciao con la manina.
Le ultime ora qui invece sono strane. E’ come se vivessi in
una bolla, estraniato dal mondo. Penso solo alle mie cose, all’aeroporto, alla
valigia, alla macchina. Nel cervello, e’ come se fosse scomparso tutto,
qualsiasi altro pensiero. Sono silenzioso. Non riesco a provare ne’ tristezza,
ne’ gioia. Ne’ quella felicita’ contagiosa che ho sfoggiato la sera prima, ne’
l’inquietudine che spesso pervade i momenti prima di molte partenze. E’ come se
fossi una specie di essere etereo che non prova nulla. E’ strano.
Ma credetemi, non vedo l’ora di essere in gioco. Se per un
millesimo di secondo, a volte, mi passa per la mente quanti ostacoli potrei
trovare lungo il mio percorso, mi passa un brivido lungo la schiena. Gli
imprevisti sono sempre dietro l’angolo, ed anche il miglior pianificatore non
puo’ nulla contro di essi. D’altro canto, anche il solo realizzare che si e’
gia’ fatta una gran strada per arrivare fino a questo punto, aiuta. Da coraggio.
Da stimoli. Quel che e’ ancora da venire, si a volte spaventa, ma altre
meraviglia. Illumina gli occhi. Scalda il cuore.
E’ arrivata l’ora di infilarsi le scarpe, mettersi lo zaino
in spalla, e camminare. Tornero’, certo. E voglio tornare migliore. In fondo, e’
anche un viaggio per scoprire meglio me’ stesso. Voglio tornare piu’ maturo,
piu’ grande, piu’ saggio, piu’ scaltro, piu’ sincero, piu’ arricchito. Piu’
felice. Voglio tornare con tanti amici in piu’. Voglio tornare con una grande
voglia di suonare il campanello ai miei migliori amici, un giorno a loro
insaputa, ed abbracciarli dopo tanto tempo. Voglio tornare e condividere tante,
tante storie ed avventure. Voglio tornare con in mente cosa fare della mia
vita. Voglio diventare un uomo migliore lungo il cammino. Un cristiano
migliore. Voglio capire cosa c’e’ dentro me’ stesso, le mie potenzialita’, i
miei limiti, le mie debolezze e i miei punti forti. Voglio farlo con testa, con
coraggio e con consapevolezza.
Si, pare proprio che voglia fare un sacco di cose. Ed e’
cosi’. Voglio anche – ultimo ma tutto fuorche’ ultimo – vedere il mondo.
E ce la faro’, parola mia.
Ciao. Grazie!
martedì 9 ottobre 2012
New travel log
Hi everybody!
Just to inform you that, for the upcoming adventure, the right url moves here:
http://ridetheclouds.wordpress.com/
You'll read about my latest news, destinations, plus some useful tips for places, bookings, travels and holidays in general.
Check it out!
And thanks in advance for your support, really.
Manu
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domenica 16 settembre 2012
Cavalieri e occhi a mandorla
Oggi il prete in chiesa ha detto una cosa disarmante da quanto semplice, eppur trascurata, essa risulta essere: ai giorni d'oggi sembra che nel mondo venga passata solo la guerra, la crisi, la poverta', l'odio. Insomma, le cose piu' brutte. Sembra che l'esistenza sia legata esclusivamente a sentimenti negativi. Sembra che nel mondo non vi siano spunti che conducano verso la felicita'.
Poi ovviamente - ero in chiesa - il discorso ha preso una piega improntata alla religione. Ora, so che non tutti la vedono come me da questo punto di vista, dunque prendo ora una direzione piu' concreta, e meno religiosa.
Torno a casa e a pranzo, seguo (non per mia volonta', per le informazioni che passano resterei volentieri ignorante) il telegiornale. Una lordura. Una stronzata di pensiero dopo l'altra. Ad un certo punto, anche se ho ospiti, mi alzo e me ne vado, non lo reggo piu'. E' come avere uno stronzo che ti suona heavy metal nelle orecchie mentre sei in una vallata alpina a goderti il paesaggio, sorseggiando acqua fresca.
Da oggi pare che Cina e Giappone stiano litigando per delle isole disperse da qualche parte laggiu', in postacci che non vorrei vedere nemmeno in cartolina. Cosi' a naso, conoscendo l'arguzia dei politicanti worldwide (non sono solo qui in Italia i teste di cazzo, sebbene ve ne sia una sconcertante abbondanza qui) le isole in questione saranno altro che due grosse rocce disabitate ricoperte di sterco di uccelli. E di uova marce. MA - hehe - sono isole di importanza STRATEGICA.
Branco di falliti incompetenti. La gente per strada (alcuni, che secondo me verranno anche imprigionati a breve) dice che le proteste potrebbero essere fomentate dal governo cinese. Ma dai..?!
Ma passiamo oltre.. lasciamo quel mucchio di imbecilli dagli occhi a mandorla a scannarsi per le isole-merda.
Torniamo piu' in qua.
Che cazzo e' successo con sta storia del video su Maometto??! Me lo volete spiegare?
Perche' io sono ignorante, e stando a quel poco che ho appreso in materia pare che qualche americano sfaccendato abbia avuto la geniale idea di creare un pretesto per far andare a fuoco migliaia di bandiere del suo paese in giro per il mondo. Ha creato un video che avrebbe potuto essere potenzialmente offensivo per i credenti in quel dio. Purtroppo, non ha avuto l'accortezza di tenerlo per il suo proprio divertimento, ed il video ha scatenato il putiferio dove quel dio e' adorato - non in America, anche se cellule aderenti si stanno esagitando anche li.
Ora, lasciate che dalla mia ignoranza vi spieghi anch'io un paio di cosette.
Numero uno. Non mi piace fare paragoni, della serie "io sono piu' bravo di te", ma dico, se qualcuno facesse un video dicendo qualche puttanata sul mio Dio, quello in cui credo, ecco.. magari mi sentirei preso in giro, magari argomenterei, metti anche che in un impeto di fede (non porgerei l'altra guancia, bensi') manderei a fare in culo l'ideatore. Ma di qui a bruciare bandiere, creare disordini, bruciare ambasciate e ammazzare gente, non ci sto. Non e' ammissibile. Fortunatamente lo stesso Dio in cui credo non mi ha mai detto esplicitamente di andare ad ammazzare coloro che lo insultano. Fortunatamente. Altrimenti il mondo sarebbe finito non molti decenni dopo la prima crociata.
Numero due. Parlando di crociate. Stupidi ignoranti, volete capirlo che i tempi del Saladino sono finiti da secoli? S-E-C-O-L-I?!
Parliamoci chiaro: vedere in piazza gli STUDENTI di quei paesi, a manifestare contro l'America per questo video, per me e' solo simbolo di palese IGNORANZA. Siete giovani, studiate, ma siete ignoranti come le capre. E sapete perche'? D'accordo, il video e' sbagliato, in linea di principio sono per farmi i fatti miei quindi non vado certo ad offendere il dio altrui. Ma di qui a bollare come DIAVOLO l'America, generalizzare in questo modo, e uccidere gente che non centra nulla.. come si fa?
Se questa vuole essere una critica e una lotta contro l'espansionismo, l'influenza politico-economica dell'America nel mondo arabo, sia cosi'. Ma non esiste, dico non esiste, tirare in ballo la religione e storie talmente futili per mandare il messaggio. Siate uomini almeno. Comportatevi in tal modo.
E cercate di capire una cosa: di nuovo, i tempi di Saladino sono finiti. Piu' o meno 800 anni fa. Non si gioca piu' col cavallo, a sfidare i nemici a singolar tenzone.
Se no tiro fuori anch'io la spada, indosso l'armatura, e giochiamo a Riccardo Cuor di Leone contro Saladino.
E Cuor di Leone al Saladino gli spaccava il culo.
Poi ovviamente - ero in chiesa - il discorso ha preso una piega improntata alla religione. Ora, so che non tutti la vedono come me da questo punto di vista, dunque prendo ora una direzione piu' concreta, e meno religiosa.
Torno a casa e a pranzo, seguo (non per mia volonta', per le informazioni che passano resterei volentieri ignorante) il telegiornale. Una lordura. Una stronzata di pensiero dopo l'altra. Ad un certo punto, anche se ho ospiti, mi alzo e me ne vado, non lo reggo piu'. E' come avere uno stronzo che ti suona heavy metal nelle orecchie mentre sei in una vallata alpina a goderti il paesaggio, sorseggiando acqua fresca.
Da oggi pare che Cina e Giappone stiano litigando per delle isole disperse da qualche parte laggiu', in postacci che non vorrei vedere nemmeno in cartolina. Cosi' a naso, conoscendo l'arguzia dei politicanti worldwide (non sono solo qui in Italia i teste di cazzo, sebbene ve ne sia una sconcertante abbondanza qui) le isole in questione saranno altro che due grosse rocce disabitate ricoperte di sterco di uccelli. E di uova marce. MA - hehe - sono isole di importanza STRATEGICA.
Branco di falliti incompetenti. La gente per strada (alcuni, che secondo me verranno anche imprigionati a breve) dice che le proteste potrebbero essere fomentate dal governo cinese. Ma dai..?!
Ma passiamo oltre.. lasciamo quel mucchio di imbecilli dagli occhi a mandorla a scannarsi per le isole-merda.
Torniamo piu' in qua.
Che cazzo e' successo con sta storia del video su Maometto??! Me lo volete spiegare?
Perche' io sono ignorante, e stando a quel poco che ho appreso in materia pare che qualche americano sfaccendato abbia avuto la geniale idea di creare un pretesto per far andare a fuoco migliaia di bandiere del suo paese in giro per il mondo. Ha creato un video che avrebbe potuto essere potenzialmente offensivo per i credenti in quel dio. Purtroppo, non ha avuto l'accortezza di tenerlo per il suo proprio divertimento, ed il video ha scatenato il putiferio dove quel dio e' adorato - non in America, anche se cellule aderenti si stanno esagitando anche li.
Ora, lasciate che dalla mia ignoranza vi spieghi anch'io un paio di cosette.
Numero uno. Non mi piace fare paragoni, della serie "io sono piu' bravo di te", ma dico, se qualcuno facesse un video dicendo qualche puttanata sul mio Dio, quello in cui credo, ecco.. magari mi sentirei preso in giro, magari argomenterei, metti anche che in un impeto di fede (non porgerei l'altra guancia, bensi') manderei a fare in culo l'ideatore. Ma di qui a bruciare bandiere, creare disordini, bruciare ambasciate e ammazzare gente, non ci sto. Non e' ammissibile. Fortunatamente lo stesso Dio in cui credo non mi ha mai detto esplicitamente di andare ad ammazzare coloro che lo insultano. Fortunatamente. Altrimenti il mondo sarebbe finito non molti decenni dopo la prima crociata.
Numero due. Parlando di crociate. Stupidi ignoranti, volete capirlo che i tempi del Saladino sono finiti da secoli? S-E-C-O-L-I?!
Parliamoci chiaro: vedere in piazza gli STUDENTI di quei paesi, a manifestare contro l'America per questo video, per me e' solo simbolo di palese IGNORANZA. Siete giovani, studiate, ma siete ignoranti come le capre. E sapete perche'? D'accordo, il video e' sbagliato, in linea di principio sono per farmi i fatti miei quindi non vado certo ad offendere il dio altrui. Ma di qui a bollare come DIAVOLO l'America, generalizzare in questo modo, e uccidere gente che non centra nulla.. come si fa?
Se questa vuole essere una critica e una lotta contro l'espansionismo, l'influenza politico-economica dell'America nel mondo arabo, sia cosi'. Ma non esiste, dico non esiste, tirare in ballo la religione e storie talmente futili per mandare il messaggio. Siate uomini almeno. Comportatevi in tal modo.
E cercate di capire una cosa: di nuovo, i tempi di Saladino sono finiti. Piu' o meno 800 anni fa. Non si gioca piu' col cavallo, a sfidare i nemici a singolar tenzone.
Se no tiro fuori anch'io la spada, indosso l'armatura, e giochiamo a Riccardo Cuor di Leone contro Saladino.
E Cuor di Leone al Saladino gli spaccava il culo.
venerdì 14 settembre 2012
Last day of school
I'm still at home, so I could easily go for keep writing in Italian, at least for a while. But I'm doing it properly, so.. uahuah, let me write a bit in English, a bit in Italian. A good compromise.
Today, finally, for my own's sake, has been my very last day of school, as I called it. Last day I worked in a bank. Last day I touched some thousands euros, probably last day I handled 500 euros bills in my life. Poor expectations, right? Right. No, I'm jocking. One day I'll be handling a lot of them, without being harassed by hordes of people craving for withdrawals at the same moment.
Anyway, the last day.
I woke up pretty energetic today, active. Not usual for me. Then, I hauled myself to the kitchen window, and looked outside. The view was gorgeous. Perhaps the factories and the rural homes betrayed the fact that I still was in Padova staring north to the Dolomites and the Alps, but them, they were just amazing today. The sky was clear, extremely clear. Not 99.5%, but 100% clear. I could see those mountaintops shining from the first sunbeams in the morning. Some of them were bright yellow, others red gaining a hint of orange. The sky as well was getting coloured: reddish, purple, some deep blu reflections somewhere. It was kind of breathtaking, the way a simple stare out of your window could enchant you. That was it, this morning.
I drove my car towards what I used to call "the cage" in the last days for the last time this morning, listening to a song called "America". Inspirations.
I got back to my car and I found the first song playing on my Ipod being "Life goes on", by 2Pac. Was it a sign? I guess so. I drove back home happily, the wind blowing on my neck, the sun shining on my sunglasses. As happy as a scholar going home with her friends after the last day of school.
Posso dire una cosa, ora. E' stato un giorno strano, felice ma strano. Sebbene tutto sia girato bene (nessun cliente ha rotto piu' di tanto i coglioni, il tempo e' stato ottimo, io ero in ottima salute e di ottimo umore, i colleghi mi hanno persino omaggiato di un presente davvero apprezzato!) ho vissuto alcune strane sensazioni.
Riflettevo ad esempio, sul fatto di sapere di fare certe cose PER L'ULTIMA VOLTA.
Non e' una cosa stupida, se ci pensate. Quante volte ci e' capitato? Nemmeno finendo l'universita' c'ho pensato. Ci puo sempre capitare il master, la specialistica, la seconda laurea.
Ora invece, so che non tornero' piu' in banca, ne son certo. Non faro' piu' bonifici, prelevamenti per conto dei clienti o cose del genere. No mas. E mentre ci pensavo, chiudevo le casseforti per l'ultima volta, una strana sensazione mi percorreva dentro.
So che alla fine tutto cio' non vuol dire un cazzo, che quel che conta e' che adesso sia finalmente fuori dalla cage e possa volgere le mie attenzioni altrove. La mia decisione l'ho presa e ne sono strafelice.
Ma ecco.. non sottovalutate questa riflessione. Se nella vita ci si vede sempre due volte - lo sto dicendo a milllle persone in questi giorni! - devo ancora sentire un detto che reciti che nella vita le cose si fanno sempre due volte.
Today, finally, for my own's sake, has been my very last day of school, as I called it. Last day I worked in a bank. Last day I touched some thousands euros, probably last day I handled 500 euros bills in my life. Poor expectations, right? Right. No, I'm jocking. One day I'll be handling a lot of them, without being harassed by hordes of people craving for withdrawals at the same moment.
Anyway, the last day.
I woke up pretty energetic today, active. Not usual for me. Then, I hauled myself to the kitchen window, and looked outside. The view was gorgeous. Perhaps the factories and the rural homes betrayed the fact that I still was in Padova staring north to the Dolomites and the Alps, but them, they were just amazing today. The sky was clear, extremely clear. Not 99.5%, but 100% clear. I could see those mountaintops shining from the first sunbeams in the morning. Some of them were bright yellow, others red gaining a hint of orange. The sky as well was getting coloured: reddish, purple, some deep blu reflections somewhere. It was kind of breathtaking, the way a simple stare out of your window could enchant you. That was it, this morning.
I drove my car towards what I used to call "the cage" in the last days for the last time this morning, listening to a song called "America". Inspirations.
I got back to my car and I found the first song playing on my Ipod being "Life goes on", by 2Pac. Was it a sign? I guess so. I drove back home happily, the wind blowing on my neck, the sun shining on my sunglasses. As happy as a scholar going home with her friends after the last day of school.
Posso dire una cosa, ora. E' stato un giorno strano, felice ma strano. Sebbene tutto sia girato bene (nessun cliente ha rotto piu' di tanto i coglioni, il tempo e' stato ottimo, io ero in ottima salute e di ottimo umore, i colleghi mi hanno persino omaggiato di un presente davvero apprezzato!) ho vissuto alcune strane sensazioni.
Riflettevo ad esempio, sul fatto di sapere di fare certe cose PER L'ULTIMA VOLTA.
Non e' una cosa stupida, se ci pensate. Quante volte ci e' capitato? Nemmeno finendo l'universita' c'ho pensato. Ci puo sempre capitare il master, la specialistica, la seconda laurea.
Ora invece, so che non tornero' piu' in banca, ne son certo. Non faro' piu' bonifici, prelevamenti per conto dei clienti o cose del genere. No mas. E mentre ci pensavo, chiudevo le casseforti per l'ultima volta, una strana sensazione mi percorreva dentro.
So che alla fine tutto cio' non vuol dire un cazzo, che quel che conta e' che adesso sia finalmente fuori dalla cage e possa volgere le mie attenzioni altrove. La mia decisione l'ho presa e ne sono strafelice.
Ma ecco.. non sottovalutate questa riflessione. Se nella vita ci si vede sempre due volte - lo sto dicendo a milllle persone in questi giorni! - devo ancora sentire un detto che reciti che nella vita le cose si fanno sempre due volte.
venerdì 7 settembre 2012
After dinner thoughts
I better think again and again at this issue, but that's what I'm wondering about in these days: keeping a travel log in English. Wouldn't be cool? Way more followers worldwide - I'm gonna travel english-speaking countries, useful thing writing in their tongue, right? - and maybe some little improvements in my written language. Great.
But, as everything, the decision hides pros and cons. The cons (con, is just one, is singular) specifically being:
having to spend hours after hours pondering words, using WordReference to even up the quality of your writing, correcting mistakes.
Can you folks imagine me, my tent set up at a free campsite in a National Forest Service spot in the Dixie National Forest, Utah, my pc battery running dangerously low, and the dickheaded occupant of the tent writing in English about his day tramping in the woods, cursing and correcting mistakes?
Just ravens, chipmunks and occasional lizards surrounds me. Me, I'm cursing in the woods. Eventually my pc runs out of battery. "S**T!", a voice screams out loud, ravens darting off the trees' limbs, looking for safety.
That's me.
Oh, and there's another con, of course.
Being worldwide known as a bad, bad English writer. Nobody'd even think to deal with me. It's like writing and delivering a resume to a potential employer, knowing you're not able to write.
That's it.
But, the adventure I'm going to undertake is challenging, pretty challenging, and a part of the adventure would be to keep this travel log as much as possible in English.
As much as my mental, psyco-physical stability and health will allow me.
You bet, I'm gonna try.
But, as everything, the decision hides pros and cons. The cons (con, is just one, is singular) specifically being:
having to spend hours after hours pondering words, using WordReference to even up the quality of your writing, correcting mistakes.
Can you folks imagine me, my tent set up at a free campsite in a National Forest Service spot in the Dixie National Forest, Utah, my pc battery running dangerously low, and the dickheaded occupant of the tent writing in English about his day tramping in the woods, cursing and correcting mistakes?
Just ravens, chipmunks and occasional lizards surrounds me. Me, I'm cursing in the woods. Eventually my pc runs out of battery. "S**T!", a voice screams out loud, ravens darting off the trees' limbs, looking for safety.
That's me.
Oh, and there's another con, of course.
Being worldwide known as a bad, bad English writer. Nobody'd even think to deal with me. It's like writing and delivering a resume to a potential employer, knowing you're not able to write.
That's it.
But, the adventure I'm going to undertake is challenging, pretty challenging, and a part of the adventure would be to keep this travel log as much as possible in English.
As much as my mental, psyco-physical stability and health will allow me.
You bet, I'm gonna try.
sabato 1 settembre 2012
Eventually. There I go.
Eh si, dopo mesi di tentennamenti, programmi abbozzati,
sogni irrealizzati, e’ giunta l’ora a quanto pare.
30 agosto 2012, se mi ricordero’ di questa data in vita mia,
spero proprio di ricordarmela come “il giorno in cui ho preso la decisione piu’
saggia della mia vita”. Ho detto al mio capo “Capo, ho deciso. Mollo tutto, e
me ne vado via da qui”. Ormai non ce la facevo piu’, la solita routine, il
lavoro che non gratifica e non qualifica (il mio motto degli ultimi tempi sul
lavoro in banca – colleghi bancari ascoltatemi pleazz!) le immagini di Nuova
Zelanda, Australia, Cile e la mia amata America che mi girano nella mente. No,
era tempo che mi muovessi da qui, che la finissi di perdere tempo lavorando in
banca, che la finissi di sprecare i miei anni migliori, indipendenti, liberi, a
fare un lavoro del cazzo per poter dire “ho un lavoro fisso, sono a posto”.
Haha, quanto mi fa ridere chi pensa questo. Oddio, se me lo dice un padre di
famiglia, e’ ok, capisco cosa c’e’ dietro. Se me lo dice un coetaneo, e’ un
poveraccio. Senza sogni. Senza aspirazioni. La vita non e posto fisso, e’ molto
altro, anche se talvolta un posto fisso aiuta a raggiungere quell’”altro”.
Ecco, cosi’ la vedo: ho lavorato, mi son tolto qualche soddisfazione, ho
sopportato tanta, tanta noia, ma ora quel che ho da parte lo uso per realizzare
il mio sogno. “Il mondo e’ la mia ostrica”, diceva Burns a Smithers, nei
Simpson. Voglio far mia quella frase, almeno per un po’. Parto con l’obiettivo di non tornare, di trovare un pretesto
per non tornare a condurre la mia esistenza in questo paese dove trovo tanti
contro e pochi, futili pro. Parto con il secondo obiettivo di vedere posti, di
conoscere gente, di imparare cose e mestieri. Parto felice, e questo e’ quel
che conta.
E’ un esperienza di quelle dove tipo, mentre sei in giro,
puoi dire “Mi piacerebbe imparare ad andare in Kayak.” Perche’ no? Sei in
Alaska, hai qualche dollaro da parte, fai un corso, ti trovi a pagaiare davanti
a ghiacciai sconfinati, foreste vergini, salmoni che sguazzano ed orsi che
brucano l’erba sulla costa. Magari chissa’, conosci un grande amico che ti
presta un kayak, e ti porta con lui in quei posti che solo i locali conoscono. O magari ti trovi in Argentina, e a Bariloche conosci un
ragazzo locale, un coetaneo, che ha la tua stessa idea: scendere in bus fino ad
Ushuaia, la citta’ piu’ a sud del mondo. E’ fatta, si parte assieme. Oltre a
risparmiare qualche soldo, si ha una buona compagnia, si condividono pensieri,
emozioni, esperienze, sorrisi, lacrime magari (solo per la bellezza dei posti
eh!). Con questa gente, si rimane amici per sempre. Le distanze sono paurose, la mole di cose a cui pensare, da far tremare. Ho paura, si lo ammetto, se penso agli ostacoli e alle difficolta’ – anche solo meramente tecniche, per non nominare quelle economiche – a cui mi trovero’ di fronte. Ma non ci voglio pensare. Non per stupidita’, non e’ far lo struzzo, piantar la testa sotto terra. E’ perche’ sono abbastanza convinto che sara’ come bere un centinaio di litri di RedBull: un’esperienza cosi’, dei posti cosi’, ti mettono le ali. Stop. Con quelle, superi anche gli ostacoli. Un po’ di spalle grosse, un po’ di esperienza pregressa, un po’ di Bear Grylls, ed e’ andata.
Cavolo, gran cosa a cui sto pensando. Me lo dico da solo. Se di solito uso un profilo basso rispetto a quel che faccio – viaggi di qua e di la, da solo, fra gli orsi, in tenda, a BELGRADO – stavolta no. Stavolta so che sto facendo qualcosa extra-ordinario. E ne sono orgoglioso. Ho fatto un passo difficile, ho mollato un lavoro, ma non sono in lacrime anzi, conto di versarne ma di felicita’, fra un po’.
E un giorno, se mai avro’ dei figli – ma lo spero proprio –
potro’, comunque vada, raccontar loro con orgoglio che un giorno, il loro papa’,
ha mollato tutte le sue sicurezze ed e’ partito all’avventura. Ha seguito i
suoi sogni ed il suo istinto, il suo cuore. Ed ha trovato, lungo il suo
cammino, tanta felicita’.
Dal 30 agosto inizia la mia preparazione. Da qui in avanti,
da solo mi auguro buona fortuna. So gia’ che ne avro’ bisogno. Possa Dio
camminare affianco a me, piu’ vicino che mai, possa donarmi tante brave
persone, tanti buoni amici, qualche affetto speciale, e tanta, tanta
soddisfazione per ogni chilometro che guidero’, camminero’, navighero’ sulla
mia strada.
Have a
nice, safe trip man.
lunedì 16 luglio 2012
Video. Beautiful America
After a while I've been thinking about this, I did it!
A short video with my own pictures, taken in 3 years of travels within the U.S.
To be intended as a celebration of this enchanted land.
Enjoy and like it!
http://www.youtube.com/watch?v=bKNNoD-cUuY
A short video with my own pictures, taken in 3 years of travels within the U.S.
To be intended as a celebration of this enchanted land.
Enjoy and like it!
http://www.youtube.com/watch?v=bKNNoD-cUuY
martedì 10 luglio 2012
Wilderness Grylls W-end "In Solitaria" - Considerazioni
Alcune considerazioni a seguito del “Wilderness Grylls
Weekend – In solitaria fra I monti”:
-
Passo Manghen (come tanti altri passi di
montagna d’estate): ciclisti e soprattutto motociclisti, andatevene a fare in
culo. Le strade non sono vostre. Mentre guido la strettissima strada che si
inerpica in cima, devo zigzagare tra ciclisti che (li capisco, stanno
probabilmente per morire di li a pochi minuti) sbandano paurosamente da destra
a sinistra nel loro classico incedere in preda alla stanchezza, tra qualche
pedone inetto e tra una marea di motociclisti della domenica. Sono odiosi,
peggio delle zanzare. Due le categorie: quelli della “guida sportiva”, che dopo
ogni tornante sgasano a mille per inchiodare di brutto quando una macchina gli
si fa contro, e quelli “da turismo”, con bauletti in ogni dove sulle loro BMW
che ingombrano quasi quanto una monovolume. Ah, son riuscito stavolta a vedere
anche la terza categoria, i chopper (per quest’ultimi: l’America e’ a una
dozzina di migliaia di km da qui, imbecilli). Dopo il distinguo, faccio di
tutta l’erba un fascio e mando appunto i suddetti a fanculo. Ma e’ possibile?
Solo io mi rendo conto che la strada e’ un buco e che bisogna fare attenzione?
Questo branco di deficenti invece li’ a sgasare dopo ogni curva, tutti
incarogniti (come diceva Meda) sulle loro moto a fare a gara con chissa’ quale
altro stronzo. Li avrei cosparsi di benzina ad uno ad uno. Sembra se ne
sbattano semplicemente i coglioni di qualsiasi altro utente della strada. Bene.
La prossima volta faro’ anch’io cosi’, e non mi esimero’ dallo stamparvi su
quel vostro brutto muso la targa della mia auto, ok? Cosi’ vediamo se imparate
a guidare su una strada. Costruitevene per i cazzi vostri, di strade. Un bel
po’ di strade per soli stronzi. E portatevi anche i ciclisti, che meno ce ne
sono in mezzo alle palle e meglio e’.
-
Ah, dimenticavo gli sboroni della domenica
4ruote. Ovviamente, data la proverbiale larghezza della strada, ci sono gli
idioti che o per scelta o per sfoggio di ricchezza, scelgono la macchina piu’
grande per salire in cima. Ti trovi dunque a dover fare dei rally a bordo
strada per non urtare la loro pregiata vettura. Loro NON SIA MAI che facciano
NEMMENO sfiorare la linea bianca ai loro candidi pneumatici da stronzo. No. Sei
tu, povero idiota, che devi prenderti sassi, buche, tombini, animali e
qualsiasi altra roba per evitare loro. Sapete che vi dico? Che la prossima
volta lascio in garage la mia bella macchina, noleggio un pandino del cazzo e
vi rigo la fiancata ogni volta che mi incrociate. Poi vediamo se imparate a
farvi da parte o a venir su con una macchina normale. Schifosi bastardi.
-
Sono in forma, non c’e’ che dire. Ho camminato 4
ore e mezza il primo giorno e piu’ o meno lo stesso il secondo, contro il male
ai muscoli e contro il malissimo alla caviglia sinistra (urgono accertamenti).
Buon ritmo. Il bello di essere da soli e’ che puoi tirare come un mulo e non
dover badare a nessuno alle tue spalle. E se sei stanco, ti fermi, mangi, fai
una foto, senza problema alcuno.
-
Per il resto – ovvero il 95% - gran weekend. Bei
posti (stile non troppa roccia, non troppo bosco, una via di mezzo!), gran
clima (non caldo come Caronte, per intenderci), ottimo spirito. Per i sentieri
poca gente, non le folle oceaniche da pellegrinaggio che si trova chi vuole
andare a rifugi (non so se avete presente cosa possano essere le 3 cime di
Lavaredo in weeknd del genere.. manca solo il casolino che ti vende i panini
onti alla trailhead zio can) anzi la tranquillita’ che credo cerchi l’escursionista
che si dirige verso la montagna. Ho camminato tranquillo, sereno, fatto le
soste dove volevo senza preoccuparmi di girarmi se dovevo grattami il culo o di
mettermi la mano davanti alla bocca nel caso di un rutto un po’ wild. Ho trovato
una ragazza con la tenda piantata a Lago Stellune, che aspettava i suoi amici
per una notte li, con un fuoco. Bello cavolo. E io? Io se propongo ai miei
amici una notte in tenda, mi ridono dietro. IL RIFUGIO. IL CIBO DEL RIFUGIO. Ma
che cazzo andiamo a fare in montagna gente, a mangiare??! Bah. Io posso capire
che d’inverno, quando fuori ci si ghiaccia anche i peli del culo, il rifugio,
la stufetta accesa, un pasto caldo possano esercitare una certa attrazione. Ma
d’estate.. dai! L’estate e’ fatta per vivere l’outdoor, non per far la
camminatina col vecchiotto affianco e chiudersi in rifugio la notte. Tanto vale
salire. Quella non e’ la montagna che dico io. Io – non perche’ sono io, quanto
piuttosto perche’ l’ho fatto – ho preso una tenda, camminato un po’ e mi son
piantato in una valle deserta. Dalle 16 che ho montato il campo alle 9 del
mattino dopo, lungo la trail, non ho visto anima viva. Che bella sensazione.
Poi se pensi che ti morde una vipera, questa solitudine equivale a cazzi amari,
ma al momento non ti tange la cosa. Quando puoi assaporare un tramonto da solo,
dopo aver mangiato la tua pasta fredda ai legumi. Quando puoi svegliarti non
con il suono della sveglia ma con la luce del sole che piano piano si fa piu’ forte.
Quando puoi vedere un alba da sogno, le montagne dorate che si specchiano sul
lago azzurro, in cielo nemmeno una nuvola. Quando puoi assaporare tutto questo
mentre scatti foto e sgranocchi una banana e del cioccolato. Quando nessuno,
nessuno ti rompe i coglioni, e nemmeno gli uccellini cinguettano. Ecco, questo
mi e’ piaciuto, questa per me e’ stata MONTAGNA. Ho, sulle ali dell’entusiasmo,
acceso l’ipod, e mentre camminavo all’alba, ho ascoltato musica un po’ nature,
rilassante.. mi sentivo in paradiso. Morto. Perche’ la sensazione che ho di “morto”
e’ vedere posti belli ed essere sereno. Io mentre camminavo ero sereno, felice,
avevo una musica dolce nelle orecchie e vedevo posti bellissimi. Mi sentivo in
paradiso, ed era bello.
sabato 23 giugno 2012
Never seen a rainforest? - pt.1
20 MAGGIO - Port Angeles - Forks
Sono 10 le ore di sonno che mi servono per rimettermi in sesto dopo la tremenda giornata trascorsa ieri. Mi sveglio di cattivo umore, tralizzando che lo scherzetto della valigia mi costera’ all’incirca 5 ore di macchina – 410 km – e 25$ di benzina se tutto va bene. Il mio umore scende scale che pare non abbiano fine quando penso che non ho nemmeno con me uno straccio di spazzolino per detergermi le zanne, cosa che mi fa imbestialire (sto evidentemente pensando ad un elefante quando uso questi termini). Tiro su i miei sparuti effetti ed in pochi minuti sono in macchina, ad allontanarmi da Port Angeles sapendo che ci tornero’ in giornata. Come dire: sono a Torino, vado a fare un salto a Trieste, poi me ne torno da ste parti per pranzo. Mi vengono i brividi alla schiena. Mentre guido poi, le scale dell’umore diventano mobili, lisce e oliate: piove senza soluzione di continuita’. Il paesaggio sara’ anche veritiero – no?! Le classiche immagini da NorthWest – ma a me gia’ sta terribilmente sulle palle. Sono cosi’ intelligente da ripensare ai risultati raggiunti nella prima giornata di viaggio: un mare di chilometri avanti e indietro tra Port Angeles e Seattle. Stop. Mi complimento con me stesso, e ringrazio fato e sfighe varie per aver mandato a ortiche un sudatissimo giorno di ferie. Il peggiore di sempre, per quanto mi riguarda. L’unica cosa che riesce a trattenermi dall’essere scomunicato da qualsiasi chiesa e’ che riesco a vedere qualche wildlife lungo il tragitto. Mi imbatto in diversi elk e deer, un bel po’ di rapaciazzi, una bald eagle (sempre stupendo vederle!) ed un procione morto. Ricordo il modo di dire che forgiai un paio d’anni orsono mentre correvo le strade del Wyoming, “Tempismo da procione”. E’ proprio vero, questi graziosi ma sfortunati animaletti hanno un tempismo del cazzo. Credo che le probabilita’ che essi muoiano nell’atto di attraversare una strada rasentino il 99% (lascio un 1% nel caso la macchina sia cosi’ reattiva da fermarsi in tempo). Tutti questi simpatici animaletti pero’ non bastano a farmi cambiare umore. Sfondo ulteriormente quando per attraversare il ponte che gia’ guidai ieri in direzione opposta – quello prima di Tacoma – mi chiedono un pedaggio di 4 dollarozzi. Che?! Manco fosse il Golden Gate! Fa schifo. Maledette arpie. Arrivo in prossimita’ di Seattle e inizio a vedere un fluire di aerei piccoli medi e grandi. Deduco saggiamente di essere in prossimita’ dell’aeroporto. Ricordo l’uscita, trovo il varco giusto per i car rental, lascio la macchina alla carlona in parcheggio e filo dentro a riprendere il malloppo. Non ho tempo per niente e nessuno. Mi catapulto in macchina, sembra che abbia un bounty killer sulle mie tracce. Mosso ora anche dalla fame incipiente, guido veloce per uscire dall’ingorgo di cemento e freeways che caratterizza le vicinanze di un grosso aeroporto, e mi metto alla ricerca di una ciberia consona alle mie esigenze. Questa ciberia, nella mia mente, si chiama Denny’s. Ne trovo uno a mezzora dall’aeroporto. Anzi, ne ho visti anche prima sinceramente, ma la location non mi aggradava. Non mi piace mangiare in luoghi troppo cementificati, troppo insignificanti, tipo le periferie delle grosse citta’, tutte food chains e negozi d’automobili. Cerco di uscire il piu’ possibile fino a quando lo stomaco me lo permette. Ed eccomi finalmente, dopo mesi, varcare ansiosamente l’entrata del mio ristorante preferito. Una giovane ragazza di colore mi da un tavolo ed io inizio avidamente a leggere un menu’ che in realta’ conosco gia’ quasi a memoria. Ci metto poco ad ordinare, e come ogni volta, SBAGLIO, ordinando immensamente piu’ di quanto il mio ristretto stomaco italiano possa sopportare. Quando la cameriera torna con le mie pietanze, la vedo arrivare con uno di quegli enormi vassoi che usano di solito per i tavoli da 4 o piu’ persone, e con la seggiolina d’apoggio. Gia’ mi vien da ridere. Vedo sbarcare sul mio tavolo – il quale si riempie in poco tempo – nell’ordine: flavoured cappuccino gusto caramel (con i free refill arrivo a berne 3), comprensivo di panna montata, 2 pancakes con pezzi di cioccolato bianco, panna montata e fudge al cioccolato fuso, ed infine un Grand Slamwich (supremo sandwich) con al suo interno carne, uova, prosciutto e formaggio fuso, con contorno di.. frutta in pezzi! Il tavolo appunto, e’ pieno come fosse apparecchiato per 4 persone. Lo stomaco pero’ e’ uno solo ed e’ quello di un pirla. La scena mi diverte un sacco, ho a disposizione un sacco di cose e di qualsiasi tipo, dal dolce al salato alla frutta, e non so nemmeno da dove cominciare. So solo che non finiro’ tutto! Inizio ad addentare con voracita’, e come uccel di bosco salto da carne e formaggio a pancakes e cioccolato. Un’agilita’ felina. Intorno a me invece, l’agilita’ e’ una parola credo sconosciuta. Credo il peso minimo sia 100 chili. Non c’e’ una persona che pesi in modo ottimale. E non posso esimermi dal pensare a me stesso, in un’ipotetica vita nel continente, dopo qualche mese di alimentazione americana. Peserei 100 chili a mia volta. Soprattutto perche’ cerco di ingozzarmi il piu’ possibile. Penso sempre “Magna caro che ora de sera te ghe na fame che te te cappotti”, e via giu’ cibo. Di tutte le prelibatezze che affollavano il mio tavolo, avanzo un pezzetto di melone, 1 boccone di pancakes e uno di sandwich. Un’ottima prova, come prima colazione. Direi voto 8. Soprattutto se confrontata con le colazioni che facevo fino a due giorni fa: muesli e fette biscottate. Mamma mia. Mi vengono i brividi a pensare a quanto triste saro’ al mio ritorno, per dover tornare a tali misere colazioni. Tutto sommato pero’ potrebbero anche tornare utili, visto che gia’ ora, dopo appena un giorno, con quello che mangio rasento il limite dell’obesita’. Torno alla macchina, e mi rimetto alla guida. Potrei guidare questa strada ad occhi chiusi oramai, e non lo faccio solo per ovvie ragioni di sicurezza stradale. Non voglio finire in cella. Arrivo finalmente in un parcheggio che da su una baia adocchiabile, e decido di fare un stop sgranchisci-gambe, fotografico e odontoiatrico. Devo assolutamente detergermi le zanne, cosa che non faccio su per giu’ da una quarantina di ore. Dubito mi farebbero girare uno spot della Mentadent come dubito avrei successo con una donna svedese, attualmente. Estraggo il materiale dalla recuperata valigia e mi lavo alla buona, sputando il tutto nel bel mezzo del parcheggio come fanno gli onti piu’ seri. Mi dissocio dalla categoria ma stavolta, un po’ ne faccio parte. Mi fermo a far benzina in un posto dove c’e’ un enorme, mastodontico RV che sta rifornendo. Dannazione – penso fra me e me – quanti prestiti devono chiedere questi per fare un pieno? Ok che verosimilmente costoro o cacano soldi la sera o non possiedono di contro una casa, ma se confronto il pieno da 40$ alla mia utilitaria ad un pieno per un bestione del genere.. a me sinceramente vengono i brividi. In Italia cose del genere durerebbero due giorni, il tempo di realizzare il costo della benzina. Che e’ aumentata anche da queste parti, noto. Anno dopo anno, e’ inesorabile anche in un paese che sembra (o vuol sembrare) in possesso di scorte indefinibili di materia prima. Abbandono il mastodonte per continuare a guidare la 101 verso Lake Crescent e poi prendere la deviazione per Sol Duc. Al solito, mi piacciono da matti i nomi in cui ti imbatti girando per parchi nazionali! Chissa’ per cosa diamine sta “Sol Duc”. Ecco piano piano che il clima, anzi l’atmosfera muta: mano a mano che inizio a costeggiare il lago, sono quasi teletrasportato in Scozia, dalle parti di Loch Ness. E’ quasi la stessa cosa: una nebbiolina sottile aleggia alle basi della vallata, il lago che sta al centro – acque color smeraldo al centro, un blu elettrico a meta’ via, trasparenti a riva – i monti che salgono, densamente alberati, verso l’alto. La 101 si snoda lungo il lago. La strada e’ stupenda, piccola, alberata, sembra di guidare il viottolo che conduce al piu’ grande e nobile dei castelli medievali. Sembra anche una buona strada per correrci un rally, per la sua conformazione. Non mi faccio pero’ troppo distrarre, e’ comunque bagnata e stretta e guardare troppo a lungo fuori dal finestrino potrebbe indurmi all’errore. E finire giu’ nel lago non sarebbe proprio il coronamento migliore per questa vacanza. Decido di fermarmi un po’. Pochissima gente, conto 3-4 macchine nel giro di una decina di minuti, il che vuol dire che il parco dev’essere semivuoto. Salgo sopra un piccolo sperone che da sul lago, ed assaporo l’atmosfera in solitaria, come piace a me. E’ stupendo. Ci si sente in un mondo diverso, mai vissuto, in un mondo in cui regna la foresta, il verde, e non il cemento. E’ grandioso. Dentro di me inizia a girare piano piano quell’ingranaggio che ti fa sentire vivo veramente, partecipe del mondo in cui sei, felice di fare e vivere cio’ che stai facendo. Piano piano, sto entrando in quella che io chiamo “vacanza”. Sono fiero, in momenti come questo e in molti altri ancor piu’ belli, di non esser sdraiato sotto un ombrellone al mare. Riprendo la mia carretta ed arrivo a Sol Duc, dove il mio obiettivo – importantissimo prefissarsi tanti mini-obiettivi in viaggi del genere – e’ camminare fino a Sol Duc Falls, che in teoria non sono cascate magnifiche ma che valgono comunque la pena di una camminata. E poi, sara’ il mio primo, vero assaggio di foresta pluviale. In Olympic, le foreste pluviali sono principalmente due, Hoh e Quinault (la prima e’ stupenda come nome, la seconda pronunciata “chinol”, accento sulla “o”) anche se un buon assaggio lo si puo’ avere anche a Sol Duc e a Kalaloch, giu’ verso la spiaggia. Io non sto piu’ nella pelle, immagino meraviglie di posti del genere e a giudicare dagli inizi, credo non verro’ deluso. Smonto dalla macchina e mi avvio alla trailhead partendo da un parcheggio praticamente deserto: due vetture. Top. L’unica cosa wrong al momento e’ che piove. Ovviamente con la fitta foresta la pioggia che filtra al suolo si riduce notevolmente, ma e’ abbastanza per mettere in pericolo gli effetti contenuti nel mio zaino. Opto per vestire subito il kway e il coprizaino impermeabile. A giochi fatti, posso dire di sembrare un pagliaccio. Una specie di sasquatch colorato che cammina con uno zaino in spalla. Il mio kway (Union Cadoneghe, ndr) dopo 10 minuti e’ piu’ umido di una stella marina – il che vuole dire, camminando in tshirt, che ho le braccia bagnate – e deduco che non mi servira’ un cazzo. Molto bene. Il coprizaino invece, essendo stato largo con la taglia il giorno in cui lo presi via internet, mi penzola semiaperto verso il basso. In pratica, cammino con una mano che lo sorregge. Mi sento uno scemo. Ah, per non parlare dei momenti in cui sciaguratamente decido di estrarre la reflex dal groviglio di bottiglie, felpe, survival kits che ho nello zaino e fare una foto. Ci posso impiegare potenzialmente delle ore. Goffamente, inizio a camminare con la camera appesa al collo, tenuta sotto il kway-carta da formaggio per evitarle doccie ancor piu’ grandi. Scattare una foto in queste condizioni diventa un’impresa. Bisogna giocare con l’elasticita’ del proprio collo alla trazione esercitata dal laccio della camera, evitare la pioggia, cercare l’angolo giusto, e in piu’, in condizioni di scarsa luce, stare il piu’ fermi possibile. Credo mi sarebbe piu’ facile imparare la Divina Commedia a memoria. Ad ogni modo, rubando le parole al grande Rocky Balboa, mi dico “Io ci provo”, e scatto. E cammino. Arrivo alle falls, che non sono appunto nulla di straordinario. Per di piu’ c’e’ anche il tronco di un grosso albero a meta’ cascata che rovina una vista potenzialmente carina. Solo qui pero’, mi fermo, a contemplo i dintorni. Realizzo la vera bellezza del posto. La foresta e’ incantevole: il verde e’ un verde intenso, saturo, non di certo secco. La natura e’ viva, pulsante, l’acqua la riempie di vita ogni giorno qui. Le cortecce degli alberi sono tutte, tutte ricoperte di muschio, qui verde qui ramato, qui giallognolo qui marroncino. I licheni sono ovunque, le felci si notano qua e la e quelle strane “alghe” come le definisco io, color verde sbiadito, che infestano i rami degli alberi come a renderli “spettrali”, sono dappertutto. Insomma, sembra di essere tornati indietro al tempo in cui non esisteva nulla sulla terraferma eccetto qualche insetto e tanta, tanta vegetazione. E’ incredibile. E quella nebbiolina “sinistra”, che rimane permanentemente sulla foresta, aggiunge ancor piu’ pathos al posto. Sono veramente meravigliato. Mi trovo a poche ore di macchina da Seattle, da Vancouver, da cemento, aeroporti, Subway e quant’altro eppure potrei dire di essere al Jurassic Park. Questo, signori, e’ il bello dell’America. La sua vastita’ e’ la sua bellezza. La sua diversita’, il suo gioiello. Cammino incantato fino al parcheggio e ritorno alla 101 per proseguire fino a Hoh. La vera rainforest. Mi aspetto il clou, da quelle parti. Mi son segnato la Spruce Nature Trail, una breve escursione nella foresta con cartelli esplicativi della flora locale. Di solito tendo ad evitare qualsiasi cosa si chiami “Nature Trail”. Nella mia mente di camminatore rodato, equivale a dire qualcosa tipo “Brevissima camminata per famiglie con bambini al seguito, per panzoni schifosi che non vogliono rompersi il culo a camminare ma preferiscono farlo con il loro hamburger in mano o ancora per vecchi turisti ansiosi di imparare nozioni sulla flora del posto”. Ora, so che per la cartellonistica di un parco e’ decisamente piu’ conveniente (politicamente ed economicamente) scrivere “Nature Trail” al posto della mia manfrina, pero’ volendo essere onesti, io scriverei cosi’. No doubt. Il fatto e’ che in una rainforest, in Olympic, dove il 95% circa del parco e’ designato come WILDERNESS, una nature trail puo’ essere il posto migliore dove avere un buon assaggio dell’insieme, senza per forza finire disperso o tra le fauci di chissa’ quale bestia preistorica occultata nelle foreste. Entro a Hoh, dove ovviamente continua a piovere. Qui rimango ancor piu’ a bocca aperta. Nonostante nel parcheggio vi siano 4 o 5 macchine (un sacco di gente, vero?!), lungo la trail mi sento assolutamente solo. E qual modo migliore per assaporare il paesaggio? Cammino sotto le fronde di alberi possenti, contorti, muschiati. Si, come i buoi, muschiati. E’ pieno di felci. Grosse felci. Felcione. E’ un posto con talmente tanto verde che fa impallidire l’Irlanda. E’ la foresta piu’ bella dove abbia mai messo piede. Anche di Sequoia, California porto ottimi ricordi, ma qui e’ speciale. Incantevole, ancora. Ogni angolo che giri, ogni albero sono peculiari. Ogni tanto scorgi un Robin o qualche altro piccolo uccello che vola di ramo in ramo. C’e’ qualche piccolo, grazioso uccellino giallo e nero che e’ talmente veloce da rendere impossibile una foto. Guadagno la via del fiume e cammino per un po’ lungo il suo corso. Qui invece sembra Alaska. Acqua grigia, chiaramente derivante dallo scioglimento delle nevi delle sovrastanti catene montuose, un letto pieno di sassi, alberi trascinati dalla corrente. La solita foschia. Foresta ovunque. Manca solo un grizzly (che qui non esiste) che sbuchi fuori verso il fiume, a caccia di salmoni. Into the wild.
Sono 10 le ore di sonno che mi servono per rimettermi in sesto dopo la tremenda giornata trascorsa ieri. Mi sveglio di cattivo umore, tralizzando che lo scherzetto della valigia mi costera’ all’incirca 5 ore di macchina – 410 km – e 25$ di benzina se tutto va bene. Il mio umore scende scale che pare non abbiano fine quando penso che non ho nemmeno con me uno straccio di spazzolino per detergermi le zanne, cosa che mi fa imbestialire (sto evidentemente pensando ad un elefante quando uso questi termini). Tiro su i miei sparuti effetti ed in pochi minuti sono in macchina, ad allontanarmi da Port Angeles sapendo che ci tornero’ in giornata. Come dire: sono a Torino, vado a fare un salto a Trieste, poi me ne torno da ste parti per pranzo. Mi vengono i brividi alla schiena. Mentre guido poi, le scale dell’umore diventano mobili, lisce e oliate: piove senza soluzione di continuita’. Il paesaggio sara’ anche veritiero – no?! Le classiche immagini da NorthWest – ma a me gia’ sta terribilmente sulle palle. Sono cosi’ intelligente da ripensare ai risultati raggiunti nella prima giornata di viaggio: un mare di chilometri avanti e indietro tra Port Angeles e Seattle. Stop. Mi complimento con me stesso, e ringrazio fato e sfighe varie per aver mandato a ortiche un sudatissimo giorno di ferie. Il peggiore di sempre, per quanto mi riguarda. L’unica cosa che riesce a trattenermi dall’essere scomunicato da qualsiasi chiesa e’ che riesco a vedere qualche wildlife lungo il tragitto. Mi imbatto in diversi elk e deer, un bel po’ di rapaciazzi, una bald eagle (sempre stupendo vederle!) ed un procione morto. Ricordo il modo di dire che forgiai un paio d’anni orsono mentre correvo le strade del Wyoming, “Tempismo da procione”. E’ proprio vero, questi graziosi ma sfortunati animaletti hanno un tempismo del cazzo. Credo che le probabilita’ che essi muoiano nell’atto di attraversare una strada rasentino il 99% (lascio un 1% nel caso la macchina sia cosi’ reattiva da fermarsi in tempo). Tutti questi simpatici animaletti pero’ non bastano a farmi cambiare umore. Sfondo ulteriormente quando per attraversare il ponte che gia’ guidai ieri in direzione opposta – quello prima di Tacoma – mi chiedono un pedaggio di 4 dollarozzi. Che?! Manco fosse il Golden Gate! Fa schifo. Maledette arpie. Arrivo in prossimita’ di Seattle e inizio a vedere un fluire di aerei piccoli medi e grandi. Deduco saggiamente di essere in prossimita’ dell’aeroporto. Ricordo l’uscita, trovo il varco giusto per i car rental, lascio la macchina alla carlona in parcheggio e filo dentro a riprendere il malloppo. Non ho tempo per niente e nessuno. Mi catapulto in macchina, sembra che abbia un bounty killer sulle mie tracce. Mosso ora anche dalla fame incipiente, guido veloce per uscire dall’ingorgo di cemento e freeways che caratterizza le vicinanze di un grosso aeroporto, e mi metto alla ricerca di una ciberia consona alle mie esigenze. Questa ciberia, nella mia mente, si chiama Denny’s. Ne trovo uno a mezzora dall’aeroporto. Anzi, ne ho visti anche prima sinceramente, ma la location non mi aggradava. Non mi piace mangiare in luoghi troppo cementificati, troppo insignificanti, tipo le periferie delle grosse citta’, tutte food chains e negozi d’automobili. Cerco di uscire il piu’ possibile fino a quando lo stomaco me lo permette. Ed eccomi finalmente, dopo mesi, varcare ansiosamente l’entrata del mio ristorante preferito. Una giovane ragazza di colore mi da un tavolo ed io inizio avidamente a leggere un menu’ che in realta’ conosco gia’ quasi a memoria. Ci metto poco ad ordinare, e come ogni volta, SBAGLIO, ordinando immensamente piu’ di quanto il mio ristretto stomaco italiano possa sopportare. Quando la cameriera torna con le mie pietanze, la vedo arrivare con uno di quegli enormi vassoi che usano di solito per i tavoli da 4 o piu’ persone, e con la seggiolina d’apoggio. Gia’ mi vien da ridere. Vedo sbarcare sul mio tavolo – il quale si riempie in poco tempo – nell’ordine: flavoured cappuccino gusto caramel (con i free refill arrivo a berne 3), comprensivo di panna montata, 2 pancakes con pezzi di cioccolato bianco, panna montata e fudge al cioccolato fuso, ed infine un Grand Slamwich (supremo sandwich) con al suo interno carne, uova, prosciutto e formaggio fuso, con contorno di.. frutta in pezzi! Il tavolo appunto, e’ pieno come fosse apparecchiato per 4 persone. Lo stomaco pero’ e’ uno solo ed e’ quello di un pirla. La scena mi diverte un sacco, ho a disposizione un sacco di cose e di qualsiasi tipo, dal dolce al salato alla frutta, e non so nemmeno da dove cominciare. So solo che non finiro’ tutto! Inizio ad addentare con voracita’, e come uccel di bosco salto da carne e formaggio a pancakes e cioccolato. Un’agilita’ felina. Intorno a me invece, l’agilita’ e’ una parola credo sconosciuta. Credo il peso minimo sia 100 chili. Non c’e’ una persona che pesi in modo ottimale. E non posso esimermi dal pensare a me stesso, in un’ipotetica vita nel continente, dopo qualche mese di alimentazione americana. Peserei 100 chili a mia volta. Soprattutto perche’ cerco di ingozzarmi il piu’ possibile. Penso sempre “Magna caro che ora de sera te ghe na fame che te te cappotti”, e via giu’ cibo. Di tutte le prelibatezze che affollavano il mio tavolo, avanzo un pezzetto di melone, 1 boccone di pancakes e uno di sandwich. Un’ottima prova, come prima colazione. Direi voto 8. Soprattutto se confrontata con le colazioni che facevo fino a due giorni fa: muesli e fette biscottate. Mamma mia. Mi vengono i brividi a pensare a quanto triste saro’ al mio ritorno, per dover tornare a tali misere colazioni. Tutto sommato pero’ potrebbero anche tornare utili, visto che gia’ ora, dopo appena un giorno, con quello che mangio rasento il limite dell’obesita’. Torno alla macchina, e mi rimetto alla guida. Potrei guidare questa strada ad occhi chiusi oramai, e non lo faccio solo per ovvie ragioni di sicurezza stradale. Non voglio finire in cella. Arrivo finalmente in un parcheggio che da su una baia adocchiabile, e decido di fare un stop sgranchisci-gambe, fotografico e odontoiatrico. Devo assolutamente detergermi le zanne, cosa che non faccio su per giu’ da una quarantina di ore. Dubito mi farebbero girare uno spot della Mentadent come dubito avrei successo con una donna svedese, attualmente. Estraggo il materiale dalla recuperata valigia e mi lavo alla buona, sputando il tutto nel bel mezzo del parcheggio come fanno gli onti piu’ seri. Mi dissocio dalla categoria ma stavolta, un po’ ne faccio parte. Mi fermo a far benzina in un posto dove c’e’ un enorme, mastodontico RV che sta rifornendo. Dannazione – penso fra me e me – quanti prestiti devono chiedere questi per fare un pieno? Ok che verosimilmente costoro o cacano soldi la sera o non possiedono di contro una casa, ma se confronto il pieno da 40$ alla mia utilitaria ad un pieno per un bestione del genere.. a me sinceramente vengono i brividi. In Italia cose del genere durerebbero due giorni, il tempo di realizzare il costo della benzina. Che e’ aumentata anche da queste parti, noto. Anno dopo anno, e’ inesorabile anche in un paese che sembra (o vuol sembrare) in possesso di scorte indefinibili di materia prima. Abbandono il mastodonte per continuare a guidare la 101 verso Lake Crescent e poi prendere la deviazione per Sol Duc. Al solito, mi piacciono da matti i nomi in cui ti imbatti girando per parchi nazionali! Chissa’ per cosa diamine sta “Sol Duc”. Ecco piano piano che il clima, anzi l’atmosfera muta: mano a mano che inizio a costeggiare il lago, sono quasi teletrasportato in Scozia, dalle parti di Loch Ness. E’ quasi la stessa cosa: una nebbiolina sottile aleggia alle basi della vallata, il lago che sta al centro – acque color smeraldo al centro, un blu elettrico a meta’ via, trasparenti a riva – i monti che salgono, densamente alberati, verso l’alto. La 101 si snoda lungo il lago. La strada e’ stupenda, piccola, alberata, sembra di guidare il viottolo che conduce al piu’ grande e nobile dei castelli medievali. Sembra anche una buona strada per correrci un rally, per la sua conformazione. Non mi faccio pero’ troppo distrarre, e’ comunque bagnata e stretta e guardare troppo a lungo fuori dal finestrino potrebbe indurmi all’errore. E finire giu’ nel lago non sarebbe proprio il coronamento migliore per questa vacanza. Decido di fermarmi un po’. Pochissima gente, conto 3-4 macchine nel giro di una decina di minuti, il che vuol dire che il parco dev’essere semivuoto. Salgo sopra un piccolo sperone che da sul lago, ed assaporo l’atmosfera in solitaria, come piace a me. E’ stupendo. Ci si sente in un mondo diverso, mai vissuto, in un mondo in cui regna la foresta, il verde, e non il cemento. E’ grandioso. Dentro di me inizia a girare piano piano quell’ingranaggio che ti fa sentire vivo veramente, partecipe del mondo in cui sei, felice di fare e vivere cio’ che stai facendo. Piano piano, sto entrando in quella che io chiamo “vacanza”. Sono fiero, in momenti come questo e in molti altri ancor piu’ belli, di non esser sdraiato sotto un ombrellone al mare. Riprendo la mia carretta ed arrivo a Sol Duc, dove il mio obiettivo – importantissimo prefissarsi tanti mini-obiettivi in viaggi del genere – e’ camminare fino a Sol Duc Falls, che in teoria non sono cascate magnifiche ma che valgono comunque la pena di una camminata. E poi, sara’ il mio primo, vero assaggio di foresta pluviale. In Olympic, le foreste pluviali sono principalmente due, Hoh e Quinault (la prima e’ stupenda come nome, la seconda pronunciata “chinol”, accento sulla “o”) anche se un buon assaggio lo si puo’ avere anche a Sol Duc e a Kalaloch, giu’ verso la spiaggia. Io non sto piu’ nella pelle, immagino meraviglie di posti del genere e a giudicare dagli inizi, credo non verro’ deluso. Smonto dalla macchina e mi avvio alla trailhead partendo da un parcheggio praticamente deserto: due vetture. Top. L’unica cosa wrong al momento e’ che piove. Ovviamente con la fitta foresta la pioggia che filtra al suolo si riduce notevolmente, ma e’ abbastanza per mettere in pericolo gli effetti contenuti nel mio zaino. Opto per vestire subito il kway e il coprizaino impermeabile. A giochi fatti, posso dire di sembrare un pagliaccio. Una specie di sasquatch colorato che cammina con uno zaino in spalla. Il mio kway (Union Cadoneghe, ndr) dopo 10 minuti e’ piu’ umido di una stella marina – il che vuole dire, camminando in tshirt, che ho le braccia bagnate – e deduco che non mi servira’ un cazzo. Molto bene. Il coprizaino invece, essendo stato largo con la taglia il giorno in cui lo presi via internet, mi penzola semiaperto verso il basso. In pratica, cammino con una mano che lo sorregge. Mi sento uno scemo. Ah, per non parlare dei momenti in cui sciaguratamente decido di estrarre la reflex dal groviglio di bottiglie, felpe, survival kits che ho nello zaino e fare una foto. Ci posso impiegare potenzialmente delle ore. Goffamente, inizio a camminare con la camera appesa al collo, tenuta sotto il kway-carta da formaggio per evitarle doccie ancor piu’ grandi. Scattare una foto in queste condizioni diventa un’impresa. Bisogna giocare con l’elasticita’ del proprio collo alla trazione esercitata dal laccio della camera, evitare la pioggia, cercare l’angolo giusto, e in piu’, in condizioni di scarsa luce, stare il piu’ fermi possibile. Credo mi sarebbe piu’ facile imparare la Divina Commedia a memoria. Ad ogni modo, rubando le parole al grande Rocky Balboa, mi dico “Io ci provo”, e scatto. E cammino. Arrivo alle falls, che non sono appunto nulla di straordinario. Per di piu’ c’e’ anche il tronco di un grosso albero a meta’ cascata che rovina una vista potenzialmente carina. Solo qui pero’, mi fermo, a contemplo i dintorni. Realizzo la vera bellezza del posto. La foresta e’ incantevole: il verde e’ un verde intenso, saturo, non di certo secco. La natura e’ viva, pulsante, l’acqua la riempie di vita ogni giorno qui. Le cortecce degli alberi sono tutte, tutte ricoperte di muschio, qui verde qui ramato, qui giallognolo qui marroncino. I licheni sono ovunque, le felci si notano qua e la e quelle strane “alghe” come le definisco io, color verde sbiadito, che infestano i rami degli alberi come a renderli “spettrali”, sono dappertutto. Insomma, sembra di essere tornati indietro al tempo in cui non esisteva nulla sulla terraferma eccetto qualche insetto e tanta, tanta vegetazione. E’ incredibile. E quella nebbiolina “sinistra”, che rimane permanentemente sulla foresta, aggiunge ancor piu’ pathos al posto. Sono veramente meravigliato. Mi trovo a poche ore di macchina da Seattle, da Vancouver, da cemento, aeroporti, Subway e quant’altro eppure potrei dire di essere al Jurassic Park. Questo, signori, e’ il bello dell’America. La sua vastita’ e’ la sua bellezza. La sua diversita’, il suo gioiello. Cammino incantato fino al parcheggio e ritorno alla 101 per proseguire fino a Hoh. La vera rainforest. Mi aspetto il clou, da quelle parti. Mi son segnato la Spruce Nature Trail, una breve escursione nella foresta con cartelli esplicativi della flora locale. Di solito tendo ad evitare qualsiasi cosa si chiami “Nature Trail”. Nella mia mente di camminatore rodato, equivale a dire qualcosa tipo “Brevissima camminata per famiglie con bambini al seguito, per panzoni schifosi che non vogliono rompersi il culo a camminare ma preferiscono farlo con il loro hamburger in mano o ancora per vecchi turisti ansiosi di imparare nozioni sulla flora del posto”. Ora, so che per la cartellonistica di un parco e’ decisamente piu’ conveniente (politicamente ed economicamente) scrivere “Nature Trail” al posto della mia manfrina, pero’ volendo essere onesti, io scriverei cosi’. No doubt. Il fatto e’ che in una rainforest, in Olympic, dove il 95% circa del parco e’ designato come WILDERNESS, una nature trail puo’ essere il posto migliore dove avere un buon assaggio dell’insieme, senza per forza finire disperso o tra le fauci di chissa’ quale bestia preistorica occultata nelle foreste. Entro a Hoh, dove ovviamente continua a piovere. Qui rimango ancor piu’ a bocca aperta. Nonostante nel parcheggio vi siano 4 o 5 macchine (un sacco di gente, vero?!), lungo la trail mi sento assolutamente solo. E qual modo migliore per assaporare il paesaggio? Cammino sotto le fronde di alberi possenti, contorti, muschiati. Si, come i buoi, muschiati. E’ pieno di felci. Grosse felci. Felcione. E’ un posto con talmente tanto verde che fa impallidire l’Irlanda. E’ la foresta piu’ bella dove abbia mai messo piede. Anche di Sequoia, California porto ottimi ricordi, ma qui e’ speciale. Incantevole, ancora. Ogni angolo che giri, ogni albero sono peculiari. Ogni tanto scorgi un Robin o qualche altro piccolo uccello che vola di ramo in ramo. C’e’ qualche piccolo, grazioso uccellino giallo e nero che e’ talmente veloce da rendere impossibile una foto. Guadagno la via del fiume e cammino per un po’ lungo il suo corso. Qui invece sembra Alaska. Acqua grigia, chiaramente derivante dallo scioglimento delle nevi delle sovrastanti catene montuose, un letto pieno di sassi, alberi trascinati dalla corrente. La solita foschia. Foresta ovunque. Manca solo un grizzly (che qui non esiste) che sbuchi fuori verso il fiume, a caccia di salmoni. Into the wild.
venerdì 15 giugno 2012
Il solito primo, merdoso giorno di scuola - pt.2
Mentre
attraverso il ponte che mi porta da Tacoma a Gig Harbor, e vedo profilarsi in
lontananza le cime grigie ed innevate dell’Olympic Range, concludo che in ogni
caso non avrei potuto salire fino ad Hurrican Ridge. Cosi’ a spanne, le
condizioni restano proibitive. Prima di partire, avevo avuto cura di informarmi
sulle condizioni dei parchi in cui sarei stato. E sebbene Olympic fosse quello
preso meglio, Hurricane Ridge veniva segnalata chiusa all’accesso dei veicoli
(parlo di montagne alte mediamente 1800 metri e non piu’ alte di 2100) mentre
Enchanted Valley, una valle incastonata fra due mini-catene montuose nel
sud-ovest del parco, popolare meta escursionistica ed orsistica (infestata di
orsi neri), veniva data con almeno 30 centimetri di neve. A vedere il tutto da
cosi’ distante, direi siano sommersi dala neve attualmente. Cerco di non farmi
prendere dallo sconforto arrembante. Ho iniziato la mia avventura da qualche
ora soltanto, ma sembra siano passati giorni, e tutti di merda. Mi faccio
coraggio. Al WalMart, aspetto 10 minuti un fottuto commesso – uno sbarbatello
di quelli che di solito trovi a sputare negli hamburger di McDonald – in uno
stato di dormi-veglia acuto, indotto anche dal fatto che nessuno fortunatamente
viene a sfasciarmi i testicoli. Lo sbarbatello alla fine, mi consegna i miei
pacchi, e io me ne vado. Anzi, lascio li i pacchi – che sono enormi! – e vado
in cerca di un gallone d’acqua. Mi infiltro nello scomparto ACQUA, e cerco.
Cerco. Cerco, ma non trovo dell’acqua. Oddio, trovo di tutto: acqua al lampone,
al mirtillo, all’arancio, persino al cocco ed ananas, ma NON trovo dell’acqua
all’acqua. Pazzesco. Scopro piu’ tardi che i galloni si trovano sul retro dello
scompartimento, come qui la prima cosa che un americano cerca fosse acqua
aromatizzata. E spinto dalla tristezza e da un coraggio che qui in America, per
quanto mi riguarda, non ha fine, prendo anch’io un’acqua non all’acqua. Solo al
limone pero’. Ricolleziono il mio scatolame, e torno alla macchina. Mentre
arranco con questa pila inumana di scatole, chiedo a me’ stesso perche’ diavolo
debbano circondare una tenda, un sacco a pelo ed una semplice stuoia con
scatole in cui ce ne starebbero 3 di ognuno. Cazzo io non sono alto 2 metri e
pesante 200 pounds e non ho nemmeno un Silverado o un Heavy Duty (2 grossi
modelli di pickup) dove mettere tutta sta roba! Bah. L’unica cosa che mi offre
ristoro in questo pomeriggio da bombe atomiche e’ il paesaggio. Almeno,
considerato senza dar troppo peso al meteo. Il cielo infatti e’ diventato
grigio, il sole pressoche’ nascosto dietro a fitti strati di nubi e qualsiasi
cosa appare incupita. Ai lati della strada pero’, l’erba e’ verde. Ci sono
tantissimi alberi. Ci sono fiori ovunque: gialli e viola perlopiu’. E se penso
che alla fin fine sto solo guidando lungo una grossa strada regionale, credo
che in mezzo alle foreste ci sia dello spettacolo al momento. Fiori
dappertutto. Avro’ il tempo necessario per constatarlo di persona. Per ora devo
accontentarmi di roadside wildflowers. Il tempo passa, la stanchezza monta e
finalmente arrivo a Port Angeles, la citta’ piu’ degna di tal nome nelle
immediate vicinanze di tutto il parco. Gli altri sono piu’ che altro paesi,
paeselli, insediamenti, villaggi. Port Angeles puo’ vantare circa 18000
persone, una metropoli qui dalle parti della foresta. Io sono fortunato a
trovare subito il mio motel, un Super8 che avevo ovviamente avuto la premura di
prenotare da casa. Si trova infatti giusto alla prima via della citta’, rilzato
su un piccolo avvallo come a dire “Ehi stronzo turista appena arrivato, non
devi nemmeno sprecarti a cercare in giro”. Prendo volentieri dello stronzo
dall’immaginaria effige e parcheggio la macchina. Non prendo nulla eccetto il
portafoglio. Una volta dentro, scopro che la mia premura e’ stata anche troppa.
Tradotto, non c’e’ un cane in motel, e avrei potuto benissimo passare da queste
parti all’improvviso e trovare camere a bizzeffe per cifre comunque
vantaggiose. Pare – dico, pare – che la stagione non sia ancora cominciata.
Buon auspicio. Vado in camera giusto per dare un’occhiata e lasciar giu’ la
felpa, ma vengo attratto magneticamente dal letto. Mi ci tuffo e resto in
sonnolenta contemplazione, faccia insu’, per qualche minuto. Il mio cervello
decide pero’ saggiamente che prima di dormire, lo stomaco bisogna riempire, e
lesto mi alzo per andare a cena. Sono preso come un imbecille, dalla faccia si
legge chiaramente che non dormo da tempo immemore (o che ho preso uno strano
mix di sostanze poco definite) ma sono determinato a non farmi mettere dentro
come “tipo sospetto” e a fare semplicemente una buona cena. Mi reco al porto
(“Al porto! Vedrai, dove ti porto!”) e scelgo un locale con graziose vetrate
vista porto/entroterra, affianco alle quali prendo posto ed inizio a scrivere
qualche appunto. La mia prima cena americana dell’anno. La inauguro poco
dignitosamente, per i miei standard. Notando la scarsezza del menu – almeno, di
quello con costi decenti, ho scelto un posto raffinato a quanto pare – opto per
del clam chowder e per un piatto di fried prawns e french fries. Mi sento un
lupo di mare per bene, un viaggiatore di quelli incalliti che hanno il mare ed
i gabbiani come compagni d’avventure, mentre scruto fuori dalla finestra,
gomito sul tavolo e volto posato sulla mano, e prendo ispirazione per scrivere
qualche riga. Ammiro un bambino che si diverte a salire su una scalinata e a
giocare con le onde che vi si infrangono. Beata spensieratezza. Poi vengo
attratto da un profumo familiare, quello di clam chowder. Il clam chowder che
mi viene servito dalla camerirera. Ordunque, sono in una localita’ di mare, e
da tale mi aspetto un chowder con la C ma anche la H maiuscole. Ed infatti, non
mi delude. Annoto la parola “delizioso”. Anche se per me in verita’ ogni
versione di questa pietanza e’ deliziosa. Potrei definirmi “addicted to clam
chowder”. Quella sua consistenza cremosa, quella dolcezza caseario-burrosa che
il mio palato percepisce (non conosco la ricetta – e non voglio saperla –
quindi non posso dirlo con certezza) e infine, quella masticabilita’
molluscacea mi mandano al settimo cielo. Il fatto e’ che e’ sempre, sempre
troppo poco. Nel paese dove credo sia incostituzionale mandare a casa una
persona con un po’ di fame, in un paese dove un hamburger deve pesare almeno
300 grammi per essere a norma di legge, il clam chowder viene ancora servito in
porzioni CUP. Cup?! Io in una cup ci bevo il caffe’, non ci mangio il chowder!
Difatti c’e’ anche la versione “bowl” per gli stomaci piu’ capienti, ma spesso
ragionamenti del tipo “E’ che poi mi porteranno un piatto da 4 chili e mezzo,
non ce la faro’ mai a mangiare tutto!” oppure “Quei 3 dollari in piu’ pero’ mi
seccano” (detto da uno che poi il giorno dopo ne spende 15 in gelati e
cioccolato..lasciamo stare) .. dicevo, ragionamenti del genere frenano la mia
voglia di bowl. Un giorno pero’, mi nutriro’ solo di questa pietanza. Delizio
il mio palato con cucchiate di cremosi molluschi in zuppa, e passo poi ai
gamberetti. La panatura ottima, mangiarli pero’ e’ come inghiottire sassi.
Cazzo se son pesanti, piombano nel mio stomaco come farebbe una pallottola su
un panetto di burro. Ne mangio 8 su 10, sgancio la grana ed esco per fare due
passi digestivi e magari qualche foto. Ho una reflex arrivata una settimana fa
che posso dire di non aver quasi utilizzato. Non so perche’ ma presento che
sara’ un disastro con le foto. Fuori l’atmosfera e’ gradevolissima: non si sta
male in manica lunga leggera, pantaloncini corti. Vedere il mare e’ sempre
bello poi – specialmente se non lo vedi da un posto che si chiama Sottomarina.
Dovrebbero recintarla e chiudere tutto. Qui si sente la vera atmosfera di mare,
addolcita, levigata da un po’ di attrazioni turistiche e da un overflowing di
strutture ricettive, che tutto sommato non mi pesa. Faccio due passi nel senso
che son proprio due. Mi sento troppo stanco, provato dalla lunghissima giornata
(mezza europea, mezza internazionale, e mezza americana) per farne anche uno
solo in piu’. Preferisco battere lentamente in ritirata verso la macchina, il
motel ed un comodo letto. Rientro, e lascio l’auto in parcheggio. Esco, e
ricordo che devo ancora prendere la valigia. Apro il bagagliaio. Questa
carretta e’ talmente all’avanguardia (l’ho gia’ detto cos’e’?! Se no, lo dico
ora, se l’ho gia’ detto e’ bene che lo ripeta: una Hyundai Accent) che non ha
nemmeno un pulsante – sia esso sulla plancia o sulla chiave – per aprire il
bagagliaio. Devo aprirlo girando la chiave. Ai tempi della prima Panda siamo.
Ma questi pensieri semi giocosi fanno presto a dissiparsi. Una volta aperto il
bagagliaio infatti, lo trovo desolatamente VUOTO. Vuoto. Realizzo in 0,2. Mi
inginocchio, mani sulla testa, e rimango per un minuto a fissare con sguardo
assente il cemento a 50 centimetri dalla mia faccia. Sono riuscito a lasciare
la valigia al banco del car rental. Non ci voglio credere. Trovo la forza
morale piu’ che fisica per rialzarmi, e faccio un misero, inutile tentativo per
provare a trovare una valigia sui sedili posteriori. Cio’ ovviamente, non
accade. Fioccano troppi pensieri, come corollari ad una legge matematica: il
pensiero di averla ormai persa, il fastidio di dover perdere ancora tempo
chiamando gli idioti al telefono per avere notizie, e nel caso esse fossero
positive, l’ancor piu’ grande, immenso fastidio di dover perdere altre 4-5
preziosissime ore di tempo per tornare indietro e riprenderla. No, e’ il colpo
di grazia. Pensavo di aver toccato il fondo, di averle avute tutte per oggi,
questa non ci voleva. Una mazzata che mi getta a terra. Rientro sconsolato al
motel, non ho nemmeno la mia proverbiale verve nell’imprecare – che in questi
casi mi sostiene saldamente e mi contraddistingue. Elemosino un telefono alla
gentile ragazza al desk, a cui racconto la mia storia e dalla quale raccolgo
compassione e il desiderato telefono. Compongo il primo numero trovato in
internet e – a proposito di call center, di cui parlavo in giornata – chi mi
risponde? XXX Car Rental Los Angeles! LOS ANGELES??!! Io voglio Seattle!! Puo’
esplodere LA!! Passatemi Seattle ed i cretini che vi ci lavorano, please!
(Conversazioni iperboliche che riflettono i miei impuri pensieri del momento)
Attendo un numero indefinito di secondi che, date la mia rabbia, frustrazione e
disperazione, mi sembrano lunghissimi. Rispondono da Seattle, mi sembra quasi
di riconoscere la voce dell’interdetto che mi ha fatto penare come un cane
qualche ora prima. Mi dicono, almeno una buona notizia, che hanno la mia grigia
valigia li’ da loro. L’ho lasciata giusto sotto il desk. Ricordo bene la scena
ora: appena finito di pagare, mi sono girato e sono corso giu’ dalle scale.
Ricordo benissimo anche un’altra cosa, ora che mi sovviene: di aver pensato di
sentirmi fin troppo leggero, mentre scendevo DI CORSA i 3 piani di scalini per
non perdere tempo in ascensore. Devo imparare a dare un po’ piu’ peso alle mie
sensazioni, certe volte. E’ evidente. Metto giu’ il telefono, libero quantomeno
da uno dei pesi che mi si erano accumulati sulle spalle, e mi dirigo in camera.
Sprofondo nel letto. Sono desolato. Volevo semplicemente rientrare in camera,
farmi una doccia fresca e mettere a nanna le mie chiappe. E invece, mi son
trovato a perdere altro tempo, a stancarmi il triplo, e a rincasare addirittura
senza alcuna voglia di far la doccia. Sono stremato. Non faccio altro che
riordinare un po’ di cose, mettere in valigia le magliette che avevo ordinato e
che mi son state diligentemente recapitate in motel, e infilarmi sotto le
coperte. Il pensiero di dover buttar via 5 ore della mia vita guidando strada
inutile per andare in un posto inutile – per giunta durante le mie sudatissime
vacanze! – mi annichilisce, sul serio. So che mi fara’ dormire male, ma provo a
non pensarci. Tiro le tende il piu’ possibile (qui il sole tramonta alle 21.30)
e scelgo il cuscino ideale. Prima di chiudere gli occhi, sul mio diario annoto
in maiuscolo: INCREDIBILE.
martedì 12 giugno 2012
Il solito primo, merdoso giorno di scuola - pt.1
19 MAGGIO – Seattle-Port Angeles
Mi hanno sempre detto che nella vita “Chi dorme non piglia pesci”. E’ con questo spirito che il 19 maggio affronto una traumatica sveglia alle 2.30 della notte, pensando che in effetti dormire non avevo dormito una mazza e di pesci dunque avrei dovuto prendere a quintali, nei giorni a seguire. Faccio colazione con ancora la cena che finisce il suo percorso digestivo, mi lavo i denti prima di mettere lo spazzolino in valigia e far fagotto verso l’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, dove arrivo alle 4.45. Un’ora dopo, l’alba. Mentre il sole si fa coraggio e sale oltre l’erba, oltre gli edifici che contornano la pista di decollo, e l’aereo mette in movimento i suoi potenti motori, io trovo interessante argomento di riflessione in: “Ma poi, che cazzo ha fatto Marconi Guglielmo per meritarsi un aeroporto in suo nome?”. Giungo a soddisfacente conclusione pensando che la radio sia una risposta perlomeno sufficiente, e chiudo la questione. Se decollo con questi interrogativi, non oso nemmeno pensare di cosa staro’ discutendo con la mia psiche al ritorno. Dei bruchi, forse.
Mi hanno sempre detto che nella vita “Chi dorme non piglia pesci”. E’ con questo spirito che il 19 maggio affronto una traumatica sveglia alle 2.30 della notte, pensando che in effetti dormire non avevo dormito una mazza e di pesci dunque avrei dovuto prendere a quintali, nei giorni a seguire. Faccio colazione con ancora la cena che finisce il suo percorso digestivo, mi lavo i denti prima di mettere lo spazzolino in valigia e far fagotto verso l’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, dove arrivo alle 4.45. Un’ora dopo, l’alba. Mentre il sole si fa coraggio e sale oltre l’erba, oltre gli edifici che contornano la pista di decollo, e l’aereo mette in movimento i suoi potenti motori, io trovo interessante argomento di riflessione in: “Ma poi, che cazzo ha fatto Marconi Guglielmo per meritarsi un aeroporto in suo nome?”. Giungo a soddisfacente conclusione pensando che la radio sia una risposta perlomeno sufficiente, e chiudo la questione. Se decollo con questi interrogativi, non oso nemmeno pensare di cosa staro’ discutendo con la mia psiche al ritorno. Dei bruchi, forse.
Lascio i
picchi innevati delle Alpi – che mai mi saziero’ di osservare, nel loro bianco
splendore – mentre la KLM mi propone uno spuntino che alla vista fa vomitare i
maiali. Credo si tratti di una specie di sandwich al formaggio. Anzi, formaggio
e granaglie, visto che il pane e’ composto da una ventina di varieta’ di semi. Tutto
sommato pero’, non e’ poi tanto male, e mi viene servito accompagnato da una
buona fetta di semi-strudel. Dai, la KLM viene promossa per ora. Il pranzo
sara' la prova del nove. Il tempo di atterrare e di trovare il gate giusto, che
vedo il momento del pranzo clamorosamente defilarsi. Pare proprio che il
check-in stavolta durera’ una vita. Ora, non so se i miei amici americani
abbiano cambiato qualcosa in materia di entrata nel loro paese – il che e’
probabile, visto che la cosa ha la frequenza di un aumento della benzina in
Italia – ma sembra che ogni passeggero venga interrogato anche prima
dell’imbarco. Vedo formarsi di fronte a me una coda lunga almeno 50 persone,
ognuna delle quali viene fermata da uno dei 4 ispettori presenti, portata di
fronte ad una specie di leggio dove vengono formulate diverse domande. Quando
per grazia divina arriva il mio turno, vengo tartassato di domande. La piu’
idiota e’ “E’ tutta di tua proprieta’ la roba che hai in valigia?”. Avrei tanto
voluto risponderle che stavo semplicemente riportando indietro dei vestiti ad
un amico che li aveva dimenticati in Italia, ma dubito mi avrebbe preso sul
serio. Mi riguardo alle spalle, dove la coda continua e altra gente passa sotto
le forche. Sembriamo un branco di criminali al primo giorno di gabbia. Mi
immagino di li’ a poco ordinato di denudarmi, indossare un camice arancione e
un paio di manette, e camminare sotto sorveglianza fino al mio posto in aereo.
Fortunatamente la mia immaginazione viaggia anni luce piu’ della realta’, ed io
posso semplicemente salutare sorridendo (e mandandola a fare in culo col
pensiero) la mia interrogatrice e prendere regolarmente posto di fianco al
finestrino. Mi aspettano 9 ore e 30 di volo.
Quest’ultime passano piu’ in fretta del previsto,
grazie ad esempio ad una sola pisciata (con unico conseguente disturbo
passeggero a fianco) e a del cibo di buona qualita’. Nel menu ovviamente
compare il solito “pollo a qualcosa”, nel senso che qualche condimento c’e’, ma
non sarai mai in grado di capire di cosa si tratta. Le verdure possono essere
benissimo carne coperta di una patina verde. Tutto sommato comunque, la “cosa”
e’ mangiabile. I bicchieri poi, sono gia’ di taglia americana (ovvero circa il
doppio di un bicchiere dato che so, da Lufthansa, British Airways e via
dicendo). A pranzo poi osservo letteralmente disgustato il mio vicino tedesco
che prende il panetto di burro nel vassoio e lo adagia intero su un misero
cracker. E lo ingolla. Brrr. Mangia tutto, come un’anatra. Non lascia avanza
nemmeno la poltiglia di simil-verdure che anzi condisce con generosa mayo. Non
c’e’ mai limite al disgusto a quanto pare. Giro lo sguardo al finestrino, per
vedere se lo spettacolo offerto e’ migliore. Migliore lo e’, assolutamente:
sono ormai sopra le Rockies canadesi, montagne meravigliose, ma ora come ora
innevate. Vedo piu’ bianco che altri colori. Controllo l’orologio: ancora, 19
maggio. Ripenso alle mie montagne, le Alpi, le Dolomiti. A quest’ora, mi dico,
credo che ci sia ancora neve dai 2500 in su se tutto va bene. Non avrei
problemi a camminare quasi da nessuna parte. Qui a quanto pare, le cose
cambiano di gran lunga. Sebbene in quanto a latitudine tra Bolzano e Vancouver
non passi granche’, sembra di confrontare l’appennino toscano con la Marmolada.
Convegno che avro’ pane per i miei denti con questa frase che annoto: “I’ll
have my business on the trails out there”. In poco tempo atterriamo. Il momento
piu’ emozionante e’ l’arrivo sopra Seattle. La citta’ – apparte il groviglio di
canali ed isol che gia’ si intravvede – non dice nulla, la cosa che spicca come
un enorme brufolo giallo sulla faccia di un 14enne.. anzi no, come similitudine
e’ un po’ vomitevole.. diciamo che spicca possente all’orizzonte, e’ Mount
Rainier. Magnifico. Magnetico. Calamita la mia attenzione finche’ il pilota me
ne consente la vista, prima di virare. Mount Rainier – che e’ una montagna ma
anche un parco nazionale dal 1899 – sarebbe un vulcano, e un gran pezzo di
vulcano per giunta (4392 metri), anche se attivita’ vulcanica in loco non si
registra da tempi piuttosto lunghi. E’ possente, troneggia –quando le nuvole
onnipresenti consentono la sua visione – su gran parte del WA occidentale,
tant’e’ che gli abitanti delle citta’ piu’ vicine (Seattle – Tacoma) si
riferiscono ad esso come “The Mountain”. Questo e’ possibile perche’, se ne vedete
una foto, noterete che e’ l’unico rilievo nel raggio di decine di miglia. Non
fa parte di una catena montuosa – cosa verosimile nel caso di vulcani – ma
proprio come un grosso brufolo giallo spunta fuori gagliardo dalla terra,
potente. Mi e’ stato detto che e’ possibile vederlo chiaramente, nei giorni di
estrema limpidezza, anche da Portland, Oregon (OR) che sta circa 180 kilometri
a sud, in linea d’aria. Penso a tutto questo, ai racconti che ho letto
sull’attrazione magnetica che ha esercitato nei secoli verso innumerevoli
popoli e persone – dai primi nativi ai contemporanei visitatori del parco –
mentre lo vedo piano piano scomparire dietro le ali dell’aereo. Ormai, e’ tempo
di posare le ruote a terra, e con le ruote, finalmente anche i miei piedi. Recupero
a tempo di record la valigia, passo velocemente e per fortuna inauspicata i
controlli (un gentile signore apre un gate che era chiuso proprio davanti a
me!) e sono davanti al desk della compagnia di noleggio auto in men che non si
dica. Sono in vantaggio di 30’ sulla mia tabella di marcia e con una giornata
del genere, rifletto, credo proprio non mi lascero’ scappare una guida fino ai
piedi del Rainier. Ma Napoleone diceva “Bisogna considerare l’eventualita’ che
tutto vada al peggio, e solo dopo averlo fatto si possono studiare le altre
possibilita’”. Mai parole furono piu’ sagge. E mi ero tenuto largo apposta, in
fase di preparazione della mia tabella di marcia. Semplicemente, non mi sarei
mai aspettato quello a cui stavo andando incontro. Formalizzo gli ultimi
dettagli del mio contratto con la compagnia di noleggio, mi faccio anche
appioppare un’assicurazione che fatalita’ nello stato di WA e’ obbligatoria (e
giu’ altri 11$ al giorno), ed estraggo a mo’ di Colt 45 la cartadi credito per
pagare il ceffo. Strisciata, attimi d’attesa e.. la carta non e’ accettata.
Provenendo mia sfortuna dal mondo bancario, invito il ceffo a riprovare – si
sara’ trattato di un disallineamento temporaneo. Secondo tentativo.. ma il
risultato e’ lo stesso. Diamine. La carta che sto usando mi e’ stata recapitata
in ufficio 3 giorni prima della partenza, ristampata in seguito ad un tentativo
di clonazione che qualche bieco individuo aveva messo in atto nei miei
confronti tramite il web. Il plafond e’ ovviamente al massimo, la carta
dev’essere per forza d cose attiva, quindi non mi capacito del motivo
onestamente. Ma ho altre armi. Estraggo un revolver, la mia seconda carta di
credito, quest’ultima con un plafond leggermente inferiore ma che reputo – al
netto delle spese gia’ fatte – sufficiente alla bisogna. Strisciata numero tre,
e.. funziona, ma il plafond non e’ sufficiente. Nella mia mente, nuvole,
nuvoloni, cumulonembi carichi di tempesta, fulimini e grandine si addensano.
Foschi pensieri affollano il mio cervello. Fra la tempesta che monta, come un
nostromo che tenta di governare una nave nel mezzo di una burrasca, provo a
giocare la carta della disperazione ed estraggo l’ultima arma, una rivoltella:
il bancomat. Sinceramente, ci faccio affidamento quanto un padre farebbe affidamento
sul figlio di 5 anni per guidare l’auto. Ma nei momenti di carestia, va bene
tutto. Ovviamente – ci avrei scommesso – non viene accettato perche’ il debito
e’ recepito solo se proveniente da banca americana. Bene. Sono in un oceano di
merda. Ripenso alle spese che ho fatto con la seconda carta di credito – fra i
vari, il biglietto aereo per la Svezia 2 giorni prima di partire, maledetto me
– ma piu’ che altro penso al dannato motivo per cui la prima carta non sia
utilizzabile. Consulto il ceffo (lo chiamo cosi’ solo perche’ mi piace il nome,
in realta’ e’ un gentile signore di origine messicana sulla trentina) e lo
convinco a prestarmi il telefono e a farmi chiamare la VISA. Dopo minuti e
minuti di attesa, dopo minuti e minuti per capire che diavolo di tasto devo
schiacciare, arrivo a parlare con una ragazza moldava ho idea, che altro non sa
dirmi che contattare la banca, perche’ loro hanno le mani legate. Ora, due
cose. La prima: ho una bassa considerazione dei call center delle piu’ grandi
compagnie che operano worldwide. La VISA, ad esempio. Ti trovi, tu italiano,
pronto ad impiccarti di fronte al desk di un car rental a Seattle, a parlare
della tua cazzo di carta che non funziona con una ragazza che pronuncia le
parole in inglese peggio di te e che di sicuro si trova a meno di 3-400
kilometri da Chernobyl! Ma fatemi il piacere. Cosa numero due: siete voi, cari
amici moldavi/indiani/puerto ricani o qualsiasi altra nazione soggetta a questi
internazionali malfattori, consci del fatto che esistono delle cose chiamate
FUSI ORARI che fanno si che nel mio paese, ora come ora, la mia maledetta banca
sia chiusa?! Forse no. E la VISA dovrebbe formarvi su cio’, prima di darvi il
telefono e le cuffiette per rispondere alle mie telefonate! Metto giu’ il telefono
e vengo fatto accomodare in attesa di un secondo ceffo che, mi viene detto,
potrebbe sapere un codice per farsi comunque autorizzare la transazione. Mi si
accende un flebile barlume di speranza, e con questo mi accomodo sulle
seggiole, as aspettare una lunga, infruttuosa, interminabile ora. So cosa fare,
nel frattempo: scrivo a mia madre affinche’ scuota il mondo per questo
problema, e scrivo alla mia banca, affinche’ si dia una scossa a meno che non
voglia che la scuota io al mio ritorno (con mezzi e termini meno appropriati). Ammazzo
il tempo. Anzi, a dire il vero e’ lui che ammazza me. Sono a due passi dai
posti dove sognavo di essere da mesi ma sono legato ad un marcio di desk senza
veloci vie d’uscita. Nella mia mente scorrono film: vedo – come in quei filmati
velocizzati – decine e decine di persone che camminano davanti a me, si fermano
a far due parole, prendono una macchina e vanno via. Lo fanno per decine di
minuti. Io sono l’unico che rimane seduto sulle panche per tutto il tempo.
Triste da morire. Ma anche gli ultimi prima o poi vengono ricordati, e viene
anche il mio turno. Senza buone news a quanto pare. Il ceffo arrivato non e’ il
risolutore, il messia che aspettavo, anzi pare piu’ ignorante del suo collega,
ed io rimango con un pugno di mosche in mano. E’ sabato, la banca non aprira’
prima di domenica alle 23, ora locale. Mi viene proposta la seguente soluzione:
a meno che io non decida di pagare l’intero noleggio con cash (cosa che non
faro’, perche’ mi fumerebbe il 90% dei 1500$ che porto con me, deposit incluso)
posso pagare un mini-noleggio di 3-4 giorni, il tempo necessario per contattare
la banca e sistemare la grana. E a me, a quanto pare, utile per completare il
giro dell’Olympic Peninsula che ho programmato. Mi pare sia l’unica cosa da
fare, tutto sommato – orma la tragedia e’ avvenuta – non mi rovina troppo i
piani. Accetto, esborso – chissa’ che sifonata mi avranno tirato, non ho
nemmeno guardato i dettagli da quanto arrabbiato e assonnato sono – e me ne
filo via ai mille all’ora. Non ne voglio piu’ sentir parlare. Sono due ore e
mezza della mia vita che ho passato davanti al desk di una compagnia di
autonoleggio, pazzesco. Scappo. Raccatto la mia scassarola, al solito controllo
i danni preesistenti (pare che sia finita dentro la gabbia di un leone, ha
graffi dovunque e sono tutti segnalati. Dovro’ porre attenzione) e sgaso a
tutta verso Port Orchard, al WalMart, dove prendero’ l’ordine fatto a suo tempo
da casa per tutto il materiale da campeggio. Ho un sonno becco. Non so nemmeno
che macchina sto guidando, non l’ho ancora realizzato e sinceramente non me ne
frega una mazza. Devo ancora sbollire l’incazzatura. Mi sento un po’ come
Giovanni (del trio, Aldo Giovanni e Giacomo) quando gli rigano la macchina e
rimane minuti e minuti in silenzio con lo sguardo fisso nel vuoto. Ecco, mi
descrivo bene cosi’. Sono all’inizio del viaggio e ho gia’ finito le
imprecazioni possibili immaginabili. Sto zitto, ed e’ meglio. Guido assorto nei
miei inenarrabili, sproloquiosi pensieri. domenica 10 giugno 2012
"Green, Gray and Blue": A Drive through the American NorthWest
Era da
parecchio tempo che nella mia testa andavo cercando il NordOvest. Le immagini
di fitte foreste, di montagne innevate, di laghi color smeraldo non si levavano
piu’ dai miei pensieri. Avevo ormai accantonato il capitolo deserti, terre
rosse e hoodoes: l’anno scorso ne avevo assaggiati in abbondanza. Volevo
scoprire quell’angolo “in alto a sinistra” degli USA che ancor mi mancava. Poi,
avrei potuto dire, il West l’avevo visto. Texas a parte (“..only one still
hurts.. TEXAS!” cit. Jason Aldean, “Texas was you”).
La meta ormai, era decisa.
Avevo in mente un’altra cosa, un altro pensiero che iniziava ad assillarmi: tornare nella mia seconda casa a maggio. Perche’ maggio? Semplice! Pochi turisti, piu’ possibilita’ di vedere animali, prezzi piu’ bassi, e tanto, tanto verde in piu’ e tanta, tanta acqua in piu’ nelle cascate. E credetemi, in stati come Oregon e Washington, dove esistono addirittura siti che elencano e danno un rating alle cascate presenti, esser presenti in settembre o in maggio fa una certa differenza!
Stranamente – troppa fortuna – lavorativamente parlando la cosa poteva essere fattibile. Non ci ho pensato due volte.
Pochi giorni dopo, la sera del 23 marzo, potevo annunciare gaudioso che il 19 maggio sarei partito da Bologna con destinazione Seattle, stato di Washington (WA). Non stavo piu’ nella pelle. Con la benedizione e gli auguri dei miei amici d’oltreoceano, inizio finalmente a programmare il mio futuro viaggio nel NordOvest.
“Green, Gray
and Blue” e’ un titolo che e’ sorto quasi spontaneo nella mia testa durante uno
dei tanti momenti in cui, alla guida della mia rental car, riflettevo fra me e
me. E’ un titolo che spiegare mi sembra anche stupido, tanto sembra intuitivo
cio’ che ci sta dietro. Ho voluto indicare con 3 parole il 95% di quel che ho
visto nei miei 18 giorni d’avventura. Appunto, verde, grigio e blu. In 3 parole
– potrei essere il migliore degli scrittori – ho riassunto il NordOvest: il
verde delle sue foreste, il grigio dei suoi cieli nuvolosi, il blu dei suoi
laghi, fiumi e torrenti. Il resto fa da contorno. Si’, c’e’ il bianco della
neve sulle montagne; ma e’ quasi impossibile vederne le cime. C’e’ il giallo
della luce sole; ma raramente riesce ad emergere dai banchi di nubi. Il resto
fa da contorno.
Gran bello schifo, penserete.
Ed e’ qui che vi sbagliate. E’ qui che mi sbagliavo anch’io, quantomeno all’inizio.
Vedete, come mi dicevano saggiamente degli amici di Portland, Oregon (OR) questo e’ il vero NordOvest. Non e’ una terra di sole, di tintarella, di deserti. E’ una terra piovosa, nevosa, una terra ricca di vegetazione, di corsi d’acqua. E’ una terra, tanto per capirci, che ospita l’unica foresta pluviale del Nord America (Olympic National Forest & Olympic NP, WA). E come da copione, quel che i miei occhi hanno visto e’ stata molta pioggia, molta neve, e un po’ di riflesso, la mia pelle ha percepito anche DEL freddo.
Ho capito, dopo un po’, che forse le cose sono andate come dovevano. Certo, aver assstito a due settimane di sole e cieli azzurri sarebbe valso molta piu’ felicita’, uno spirito ben piu’ sollevato, e molte foto migliori. Ma sarebbe stato un po’ come andare nel deserto del Sahara e trovare una settimana di pioggia. Non sarebbe quel che il posto in realta’ e’. Io posso dire di aver avuto una veritiera, nuda e cruda, esperienza del NordOvest.
Ora dunque,
mettetevi comodi e preparatevi a leggere di 18 giorni di guida attraverso 4
stati americani – Washington, Oregon, Idaho e Montana – e di un breve sconfinamento
in Canada – Alberta e British Columbia. Un totale di 6635 kilometri. Ho tante
cose da raccontare, e scusatemi se saro’ un po’ prolisso per alcune cose. Ma
saro’ vario: parlero’ non solo di posti, ma di tante persone, di tanti cibi, e
di tante riflessioni mie personali.
E se solo alla fine di questa lettura anche voi sentirete una certa curiosita’, magari un certo richiamo verso quei luoghi magnifici.. beh, la piu’ alta delle mie missioni sara’ compiuta.
Buona
lettura,
La meta ormai, era decisa.
Avevo in mente un’altra cosa, un altro pensiero che iniziava ad assillarmi: tornare nella mia seconda casa a maggio. Perche’ maggio? Semplice! Pochi turisti, piu’ possibilita’ di vedere animali, prezzi piu’ bassi, e tanto, tanto verde in piu’ e tanta, tanta acqua in piu’ nelle cascate. E credetemi, in stati come Oregon e Washington, dove esistono addirittura siti che elencano e danno un rating alle cascate presenti, esser presenti in settembre o in maggio fa una certa differenza!
Stranamente – troppa fortuna – lavorativamente parlando la cosa poteva essere fattibile. Non ci ho pensato due volte.
Pochi giorni dopo, la sera del 23 marzo, potevo annunciare gaudioso che il 19 maggio sarei partito da Bologna con destinazione Seattle, stato di Washington (WA). Non stavo piu’ nella pelle. Con la benedizione e gli auguri dei miei amici d’oltreoceano, inizio finalmente a programmare il mio futuro viaggio nel NordOvest.
Gran bello schifo, penserete.
Ed e’ qui che vi sbagliate. E’ qui che mi sbagliavo anch’io, quantomeno all’inizio.
Vedete, come mi dicevano saggiamente degli amici di Portland, Oregon (OR) questo e’ il vero NordOvest. Non e’ una terra di sole, di tintarella, di deserti. E’ una terra piovosa, nevosa, una terra ricca di vegetazione, di corsi d’acqua. E’ una terra, tanto per capirci, che ospita l’unica foresta pluviale del Nord America (Olympic National Forest & Olympic NP, WA). E come da copione, quel che i miei occhi hanno visto e’ stata molta pioggia, molta neve, e un po’ di riflesso, la mia pelle ha percepito anche DEL freddo.
Ho capito, dopo un po’, che forse le cose sono andate come dovevano. Certo, aver assstito a due settimane di sole e cieli azzurri sarebbe valso molta piu’ felicita’, uno spirito ben piu’ sollevato, e molte foto migliori. Ma sarebbe stato un po’ come andare nel deserto del Sahara e trovare una settimana di pioggia. Non sarebbe quel che il posto in realta’ e’. Io posso dire di aver avuto una veritiera, nuda e cruda, esperienza del NordOvest.
E se solo alla fine di questa lettura anche voi sentirete una certa curiosita’, magari un certo richiamo verso quei luoghi magnifici.. beh, la piu’ alta delle mie missioni sara’ compiuta.
Manu “The Cloud Rider”
mercoledì 16 maggio 2012
It's time to go
Eh, ormai ci siamo. Anche quest’anno, per la terza volta, si
parte per un’avventura in terra americana.
Non ho molto da dire stavolta, al contrario delle altre. Per
due cose:
La prima, ormai credo di essermici “abituato”. Abituarsi
allo straordinario, all’extra-ordinario, non e’ bello ma e’ bello allo stesso
tempo, e questa e’ un po’ una delle sensazioni che provo ora. Anzi ora che ci
penso abituarsi a sputtanarsi una marea di soldi ogni volta in realta’ NON e’
bello, rompe le palle! Ma cosa volete, spenderli cos’ e’ una delle gioie piu’
belle della vita per quanto mi riguarda!
La seconda cosa.. beh la seconda cosa e’ che non ho molto da
dire perche’ ormai sono scarico. Negli ultimi tempi ho fatto, detto e pensato
mille cose diverse fra loro. Ho conosciuto persone, visitato posti, visitato
persone, conosciuto culture, programmato viaggi, programmato vite future,
impegnato tempo e fatiche sopra carte, email o fuori a sudare per la fatica di
un allenamento. Sono scarico, ora, psicologicamente e fisicamente. Fisicamente
piu’ che scarico sono spaccato, ma quello e’ un altro discorso. Laggiu’ si
troveranno energie anche per scalare le montagne (piene di neve, peraltro).
Psicologicamente.. per chi ha avuto modo di star dietro alle mie ultime
vicissitudini, questo viaggio capita a fagiuolo (permettetemi la U in mezzo
alla parola). Dopo Belgrado, si, direi che ci voleva proprio. Son cose che non
passano proprio in un attimo, e sebbene ormai la cosa sia alle spalle, non c’e’
occasione migliore per dare un taglio al recente passato che un bel viaggio per
i cazzi propri. Ma non solo per quello, poi. Per tutto: per tutto cio’ a cui
sto pensando, cercando di indirizzare la mia vita dove credo vorrei realmente
andasse, per tutte le persone con cui sto cercando di tenermi in contatto, per
tutte le cose piu’ o meno astratte che ultimamente vorrei fare.. sono un po’
spirito libero ultimamente, e la cosa mi piace un sacco.
Ma tempo al tempo. Ora c’e’ qualcos’altro in vista.
Ora in vista ci sono le spiaggie piu’ belle del paese, i
boschi piu’ primordiali del paese, c’e’ “The Crown of the Continent”
addirittura, come chiamano Glacier. Ragazzi, se il meteo mi assiste (ultime,
maledette parole famose, lo so) sto andando in uno degli angoli piu’ belli d’America.
Un angolo un po’ grande a dire il vero eh, non sono io quello che si ferma 10
giorni a NY o LA, lo sapete. Un angolo meraviglioso. Io ormai, al solito, ho
gia’ la mappa tracciata nella mia mente. Ma come recita quel detto di Napoleone
che io cito sempre, “ogni piano e’ fatto per essere distrutto”, anche quest’anno
mi aspetto qualche manovra on-the-run. Ci sara’ una giornata di pioggia, un
posto talmente ammaliante, una persona talmente affabile che mi costringera’ a
variare i miei piani, lo so. Capita sempre cosi’. Ma io sono fiducioso. Sono
felice. Non vedo l’ora di vedere, esplorare, conoscere. E’ lo spirito con cui
parto verso ogni viaggio.
Non faro’ eccezione, stavolta.
Io parto solo ma felice, il mio cuore e’ sereno e il mio
spirito alto.
Manu, 16.05.2012
venerdì 11 maggio 2012
USA NorthWest '12, -8.
Orbene, il classico problema dei -8 giorni alla partenza: la capienza della valigia.
Non ho ancora tirato fuori nulla, ho solo due dati a disposizione per avviare i mie lamenti: le dimensioni del mio bagaglio e la lista delle cose che devo farci stare. Due cose che non possono per forza di cose andare a braccetto. Ho una lista sterminata di cose da portar via. Vanno dalle piu' ovvie mutande, calzini, abbigliamento vario, all'orologio, ad una corda e ai cerotti per le vesciche.
Certo, Bear Grylls in effetti non metterebbe i Compeed nel suo zainetto. Ma io, per quanto nel telefono abbia la suoneria del suo programma, non sono Bear Grylls, e i Compeed nello zaino li metto eccome!
Mi avvio al -7 giorni alla partenza con atroci dubbi di fattibilita'.
Mi domando dove cazzo trovero' lo spazio per mettere il cuscino da campeggio che presi lo scorso anno al Walmart per 8 dollari.
Non ho ancora tirato fuori nulla, ho solo due dati a disposizione per avviare i mie lamenti: le dimensioni del mio bagaglio e la lista delle cose che devo farci stare. Due cose che non possono per forza di cose andare a braccetto. Ho una lista sterminata di cose da portar via. Vanno dalle piu' ovvie mutande, calzini, abbigliamento vario, all'orologio, ad una corda e ai cerotti per le vesciche.
Certo, Bear Grylls in effetti non metterebbe i Compeed nel suo zainetto. Ma io, per quanto nel telefono abbia la suoneria del suo programma, non sono Bear Grylls, e i Compeed nello zaino li metto eccome!
Mi avvio al -7 giorni alla partenza con atroci dubbi di fattibilita'.
Mi domando dove cazzo trovero' lo spazio per mettere il cuscino da campeggio che presi lo scorso anno al Walmart per 8 dollari.
domenica 6 maggio 2012
Ti saluto, tristemente
"Talvolta e' meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.
La consapevolezza che l'insuccesso sia comunque il frutto di un tentativo."
Queste parole hanno ispirato il mio ultimo saluto ad una persona a cui ho tenuto molto e che si e' ritagliata - in modo strano, inconsueto, travagliato - un posto speciale nel mio cuore.
Ti ho conosciuta a capodanno, in una piazza stracolma di gente dove il tuo volto risaltava fra tutti gli altri. Ci siamo voluti vedere la sera dopo in un freddo lungomare deserto, soli io e te. Siamo stati felici del poco tempo passato insieme, talmente felici che ci siamo fatti una promessa: ci saremmo rivisti presto.
Non in Italia, dove tu eri solo di passaggio, turista. Ma nel tuo paese, la Serbia.
Io non ci davo tanto peso, pensavo fosse un'avventura come tante altre, solo "un po'" piu' scomoda.
Son venuto a Belgrado solo, infreddolito, nel mezzo di una perturbazione nevosa come non se ne vedevano da decenni. Ho sfidato il freddo, il meteo, la lingua e la cultura di un paese a me sconosciuto e che molto a mio agio non mi metteva. Ho fatto questo ed altro, alla fin fine, per star con te qualche ora in 4 giorni.
Molti amici miei e tuoi, dissero che ero un pazzo -alcuni in senso buono, altri un po' meno.
Tornato a casa, non pensavo che a te, a rivederti, a riabbracciarti. Eri diventata qualcosa in piu' di un'avventura. Forse iniziavo a credere a qualcosa in piu'. E tu, non mi davi motivo di pensare diversamente. Credo iniziavamo a diventare complici in tutto cio'. Ci volevamo, ci cercavamo, con piu' o meno continuita'. Era bello vedere come tu mi facevi intendere i tuoi sentimenti. Era bello provare delle emozioni cosi' per una persona vista cosi' poco e cosi' lontana da me.
Ma nella vita non va mai come noi vorremmo andasse, ed anche tra noi c'era qualcosa.
Era il tuo ragazzo.
Mi avevi detto - all'inizio - che lo stavi lasciando, che non c'era piu' nulla. Lui continuava a cercarti e non ti mollava invece. Certe volte mi lasciavi un po' perplesso a riguardo, ma io ti davo fiducia.
Tornavo a Belgrado, una seconda volta, addirittura in macchina, facendo un sacco di chilometri in pochissimo tempo solo per rivederti. Io ormai volevo te e in te credevo.
Siamo stati benissimo in quel poco tempo assieme, una giornata. Camminavamo per Belgrado per mano e sembravamo la coppia piu' bella del mondo - senza megalomania. Eravamo entrambi felici e si vedeva nei nostri volti. Non era qualcosa da una scopata e via. No, non questa.
Quando ti ho lasciata in quel piccolo paese di campagna, dove abita tua nonna, non sapendo se ti avrei rivista quella sera o tra due o tre mesi, montavo in macchina col cuore pesante una tonnellata.
Arrivavo in appartamento, dove c'era il tuo fantasma, dove aleggiava ancora il tuo profumo, dove rivedevo attimi passati con te, non ce la facevo piu' e scoppiavo a piangere. Lacrime vere, di dolore.
Ti volevo sul serio.
Ma ora qualcosa era cambiato: eravamo insieme. Una cosa bellissima che mi faceva rientrare triste, sapendo che ti avrei rivista tra troppo tempo.
Ma eri la mia ragazza ora, ed eravamo entrambi felici.
Purtroppo, se c'e' una terza persona di mezzo, le cose non vanno mai bene. Pochi giorni dopo mi facevi intendere che lui era di nuovo li. Da allora, non mi rispondevi piu', ne' ai messaggi ne alle chiamate. Io ero distrutto, e arrabbiato. Perche' tutto cio', cosi' di colpo?
Il resto e' storia recente. Alla fine mi rispondevi, e..
..e mi dicevi tutto. Vorrei non aver mai letto cio' che mi hai scritto, sweety. Avrei piuttosto preferito sapere che eri una puttana qualunque e che mi avevi preso per il culo sin dall'inizio. Ci sarei rimasto meglio, avrei potuto arrabbiarmi con te e mandarti a cagare, chiudere il libro e riprendere la mia via.
No, tu mi hai detto delle cose tristissime.
La gelosia di un uomo ha rotto la nostra felicita'. La sua gelosia, la sua cultura marcia ti ha impedito di provare a staccarti da lui e ad essere felice come speravi con me.
Ora il tuo futuro sembra essere segnato, a quanto mi dici.
Ed io ripenso a tutta questa storia. A quanto bello avrebbe potuto essere tra noi. A quanto felici avremmo potuto essere. Poi ripenso a te, stretta nella sua morsa. E sono terribilmente triste.
Potrei fare di tutto per te, ma a cosa servirebbe? Con certa gente di mezzo, correrei solo il rischio di metterti in guai piu' seri.
Io ho le mani legate ora. Quello che potevo dirti - tante parole per stimolare il tuo coraggio - l'ho detto, ma non posso fare altro. Servirebbe solo un miracolo.
Sono a pezzi per com'e' finita. Credimi. Non ci avrei mai scommesso un euro. Ma in cuor mio resta, oltre al dolore ed alla tristezza di saperti infelice, una grande certezza:
Avevo trovato una persona meravigliosa. Mi hai detto che non volevi che io avessi problemi, che non ero la ragazza per te, che io meritavo il meglio dalla vita. Sei una persona meravigliosa.
Talvolta e' meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.
Addio mia bellissima ragazza,
sappi che contravverro' alle tue ultime parole.. NON TI DIMENTICHERO' MAI.
La consapevolezza che l'insuccesso sia comunque il frutto di un tentativo."
Queste parole hanno ispirato il mio ultimo saluto ad una persona a cui ho tenuto molto e che si e' ritagliata - in modo strano, inconsueto, travagliato - un posto speciale nel mio cuore.
Ti ho conosciuta a capodanno, in una piazza stracolma di gente dove il tuo volto risaltava fra tutti gli altri. Ci siamo voluti vedere la sera dopo in un freddo lungomare deserto, soli io e te. Siamo stati felici del poco tempo passato insieme, talmente felici che ci siamo fatti una promessa: ci saremmo rivisti presto.
Non in Italia, dove tu eri solo di passaggio, turista. Ma nel tuo paese, la Serbia.
Io non ci davo tanto peso, pensavo fosse un'avventura come tante altre, solo "un po'" piu' scomoda.
Son venuto a Belgrado solo, infreddolito, nel mezzo di una perturbazione nevosa come non se ne vedevano da decenni. Ho sfidato il freddo, il meteo, la lingua e la cultura di un paese a me sconosciuto e che molto a mio agio non mi metteva. Ho fatto questo ed altro, alla fin fine, per star con te qualche ora in 4 giorni.
Molti amici miei e tuoi, dissero che ero un pazzo -alcuni in senso buono, altri un po' meno.
Tornato a casa, non pensavo che a te, a rivederti, a riabbracciarti. Eri diventata qualcosa in piu' di un'avventura. Forse iniziavo a credere a qualcosa in piu'. E tu, non mi davi motivo di pensare diversamente. Credo iniziavamo a diventare complici in tutto cio'. Ci volevamo, ci cercavamo, con piu' o meno continuita'. Era bello vedere come tu mi facevi intendere i tuoi sentimenti. Era bello provare delle emozioni cosi' per una persona vista cosi' poco e cosi' lontana da me.
Ma nella vita non va mai come noi vorremmo andasse, ed anche tra noi c'era qualcosa.
Era il tuo ragazzo.
Mi avevi detto - all'inizio - che lo stavi lasciando, che non c'era piu' nulla. Lui continuava a cercarti e non ti mollava invece. Certe volte mi lasciavi un po' perplesso a riguardo, ma io ti davo fiducia.
Tornavo a Belgrado, una seconda volta, addirittura in macchina, facendo un sacco di chilometri in pochissimo tempo solo per rivederti. Io ormai volevo te e in te credevo.
Siamo stati benissimo in quel poco tempo assieme, una giornata. Camminavamo per Belgrado per mano e sembravamo la coppia piu' bella del mondo - senza megalomania. Eravamo entrambi felici e si vedeva nei nostri volti. Non era qualcosa da una scopata e via. No, non questa.
Quando ti ho lasciata in quel piccolo paese di campagna, dove abita tua nonna, non sapendo se ti avrei rivista quella sera o tra due o tre mesi, montavo in macchina col cuore pesante una tonnellata.
Arrivavo in appartamento, dove c'era il tuo fantasma, dove aleggiava ancora il tuo profumo, dove rivedevo attimi passati con te, non ce la facevo piu' e scoppiavo a piangere. Lacrime vere, di dolore.
Ti volevo sul serio.
Ma ora qualcosa era cambiato: eravamo insieme. Una cosa bellissima che mi faceva rientrare triste, sapendo che ti avrei rivista tra troppo tempo.
Ma eri la mia ragazza ora, ed eravamo entrambi felici.
Purtroppo, se c'e' una terza persona di mezzo, le cose non vanno mai bene. Pochi giorni dopo mi facevi intendere che lui era di nuovo li. Da allora, non mi rispondevi piu', ne' ai messaggi ne alle chiamate. Io ero distrutto, e arrabbiato. Perche' tutto cio', cosi' di colpo?
Il resto e' storia recente. Alla fine mi rispondevi, e..
..e mi dicevi tutto. Vorrei non aver mai letto cio' che mi hai scritto, sweety. Avrei piuttosto preferito sapere che eri una puttana qualunque e che mi avevi preso per il culo sin dall'inizio. Ci sarei rimasto meglio, avrei potuto arrabbiarmi con te e mandarti a cagare, chiudere il libro e riprendere la mia via.
No, tu mi hai detto delle cose tristissime.
La gelosia di un uomo ha rotto la nostra felicita'. La sua gelosia, la sua cultura marcia ti ha impedito di provare a staccarti da lui e ad essere felice come speravi con me.
Ora il tuo futuro sembra essere segnato, a quanto mi dici.
Ed io ripenso a tutta questa storia. A quanto bello avrebbe potuto essere tra noi. A quanto felici avremmo potuto essere. Poi ripenso a te, stretta nella sua morsa. E sono terribilmente triste.
Potrei fare di tutto per te, ma a cosa servirebbe? Con certa gente di mezzo, correrei solo il rischio di metterti in guai piu' seri.
Io ho le mani legate ora. Quello che potevo dirti - tante parole per stimolare il tuo coraggio - l'ho detto, ma non posso fare altro. Servirebbe solo un miracolo.
Sono a pezzi per com'e' finita. Credimi. Non ci avrei mai scommesso un euro. Ma in cuor mio resta, oltre al dolore ed alla tristezza di saperti infelice, una grande certezza:
Avevo trovato una persona meravigliosa. Mi hai detto che non volevi che io avessi problemi, che non ero la ragazza per te, che io meritavo il meglio dalla vita. Sei una persona meravigliosa.
Talvolta e' meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.
Addio mia bellissima ragazza,
sappi che contravverro' alle tue ultime parole.. NON TI DIMENTICHERO' MAI.
venerdì 4 maggio 2012
Adieu, bella ragazza serba.
Be', ragazza.. anche se non potro' mai appurare la vera verita', mi mancava quello che mi hai detto, mi mancavano questi pezzi del puzzle. Ora va meglio. Ora capisco molte cose, e ti capisco. E' finita in modo triste - e credo lo sia stato per entrambi - ma non ti dimentichero'. E' stato molto bello, finche' e' durato. A volte, mi manchera' la tua bellezza, il tuo profumo, il tuo inglese cosi' cosi'. Ciao!
martedì 1 maggio 2012
Along the way, things may change.
Una volta slegati da qualsiasi relazione con un'altra persona, si parte piu' leggeri e piu' aperti a vivere appieno la propria esperienza. Non dimenticatelo.
martedì 10 aprile 2012
- 39 giorni alla partenza
Nonostante manchi ancora DEL tempo alla partenza, come evidenziato nel titolo, voglio comunque tornare a scrivere per non perdere il filo del discorso.
Sapete, organizzare un viaggio - uno di quelli che faccio io - per me e' cosa seria e prende parecchio tempo. Ci sta dietro un'organizzazione capillare.
Per farvi un esempio: sapreste che strada guidare per vedere la prospettiva migliore di Mt Hood, in Oregon? Sapreste qual'e' la spiaggia piu' bella nella costa di tale stato? Sapreste dove mangiare i migliori hamburger del North West? Sapreste dirmi qual'e' la piu' bella cascata dello stato di Washington e come arrivarvici?!
Voi non lo so, ma IO SI!
Appunto, e' tutta questione di organizzazione.
Purtroppo, un organizzatore sistematico in quanto a viaggi, quale e' il sottoscritto, si e' ritrovato nella spiacevole situazione di uno che ha cannato completamente il periodo adatto all'avventura in programma. Mi spiego: essendo la mia meta il Pacifc NorthWest, regione degli USA composta da Oregon e Washington per la maggior parte, stati con clima prevalentemente montano, piovoso anche se con alcune piccole oasi temperate o addirittura desertiche, avrei dovuto aspettarmi una visita quantomeno nella stagione estiva. Purtroppo, necessita' lavorative al pari di irrefrenabile voglia di vedere gli USA con le prime erbe verdi dell'anno, le cascate a pieno regime e non ancora le orde di turisti estivi, han fatto si che il biglietto venisse prenotato per il 19 maggio.
GRAVISSIMO ERRORE.
Tra le mete originarie ci sono Glacier National Park, MT. Mount Rainier NP, WA. North Cascades NP, WA. Crater Lake NP, OR. Ebbene, Solo 2 su 4 sopravvivono al taglio operato per ragioni di buon senso. Vengo infatti a sapere - dopo aver prenotato oramai - che la strada che costeggia Crater Lake apre solitamente dopo le nevi invernali e primaverili attorno alla meta' di luglio. A Mount Rainier non e' insolito festeggiare il 4 luglio con la neve attorno. A Glacier la strada principale che attraversa il parco aprira' nel 2012 (stima) non prima del 1^ luglio. Infine, a North Cascades, le camminate che avro' a disposizione si conteranno sulle dita di un paio di mani. Tutte le altre (media, medio/alta, alta quota)saranno appannaggio dei visitatori che arriveranno da luglio in poi. Intendiamoci, son tutti parchi in zone montuose, con altitudini spesso tra i 1500 ed i 2300 metri, ma diamine.. neve fino a meta' luglio, quello sinceramente non mi era passato nemmeno per l'anticamera del cervello!
Sfortunatamente, un errore di supposizione che mi costo' caro, ed ora mi ritrovo a dover pianificare un viaggio in una regione potenzialmente ancora coperta da un notevole strato di neve. Dannazione.
..Se pero' ho imparato qualcosa dalla vita, e' che NON TUTTO IL MALE VIEN PER NUOCERE, e da qualsiasi cosa che funziona male si puo' ricavare qualcosa di positivo. Io infatti, dovendo inserire la modalita' "re-route" per il mio itinerario, ho scoperto tanti ma tanti di quei posti nuovi che gia' ora non so piu' come farceli stare! Ad esempio.. la costa del selvaggio Oregon, o Palouse Falls, il Columbia River Gorge, la National Bison Range in Montana. Vi giuro, ho scoperto che necessiterei del triplo del tempo per vedere cio' a cui passero' attraverso durante questo viaggio. E senza star tanto a deviare di qua e di la. Semplicemente guidando da un parco all'altro, dei 3 che mi sono rimasti! (Fanculo al mio piano di aggiungere altri 5 parchi USA alla mia lista. Sappiate che prima o poi vorro' vederli TUTTI! - o quasi)
Insomma, anche se le premesse erano ottime, ed i primi rilievi disastrosi, ho trovato il modo di - quantomeno cosi' a naso - divertirmi anche stavolta!
Non sto qui ora a svelarvi piu' di tanto mete, camminate in programma, persone da incontrare, esperienze da fare.. anche perche' poi toglierebbe il gusto del racconto post-viaggio! Una cosa scontata invece e' la voglia che ho di partire. Incontenibile. Non vedo l'ora di vedere quei posti meravigliosi - e chissa' che non siano il colpo di grazia alla mia voglia gia' malcelata di prendere e salutare tutto e tutti. Ho una voglia matta di prendere lo zaino, mettermi su una trail, dormire in tenda su una spiaggia o in mezzo ad una radura, godermi il silenzio della notte, e svegliarmi col sole al mattino pronto a tornare indietro, fresco di "wilderness".
Non vedo l'ora.
Per il momento vedo solo il calendario davanti a me che segna 10 aprile. - 39 giorni ragazzo, e poi si torna a casa!
Sapete, organizzare un viaggio - uno di quelli che faccio io - per me e' cosa seria e prende parecchio tempo. Ci sta dietro un'organizzazione capillare.
Per farvi un esempio: sapreste che strada guidare per vedere la prospettiva migliore di Mt Hood, in Oregon? Sapreste qual'e' la spiaggia piu' bella nella costa di tale stato? Sapreste dove mangiare i migliori hamburger del North West? Sapreste dirmi qual'e' la piu' bella cascata dello stato di Washington e come arrivarvici?!
Voi non lo so, ma IO SI!
Appunto, e' tutta questione di organizzazione.
Purtroppo, un organizzatore sistematico in quanto a viaggi, quale e' il sottoscritto, si e' ritrovato nella spiacevole situazione di uno che ha cannato completamente il periodo adatto all'avventura in programma. Mi spiego: essendo la mia meta il Pacifc NorthWest, regione degli USA composta da Oregon e Washington per la maggior parte, stati con clima prevalentemente montano, piovoso anche se con alcune piccole oasi temperate o addirittura desertiche, avrei dovuto aspettarmi una visita quantomeno nella stagione estiva. Purtroppo, necessita' lavorative al pari di irrefrenabile voglia di vedere gli USA con le prime erbe verdi dell'anno, le cascate a pieno regime e non ancora le orde di turisti estivi, han fatto si che il biglietto venisse prenotato per il 19 maggio.
GRAVISSIMO ERRORE.
Tra le mete originarie ci sono Glacier National Park, MT. Mount Rainier NP, WA. North Cascades NP, WA. Crater Lake NP, OR. Ebbene, Solo 2 su 4 sopravvivono al taglio operato per ragioni di buon senso. Vengo infatti a sapere - dopo aver prenotato oramai - che la strada che costeggia Crater Lake apre solitamente dopo le nevi invernali e primaverili attorno alla meta' di luglio. A Mount Rainier non e' insolito festeggiare il 4 luglio con la neve attorno. A Glacier la strada principale che attraversa il parco aprira' nel 2012 (stima) non prima del 1^ luglio. Infine, a North Cascades, le camminate che avro' a disposizione si conteranno sulle dita di un paio di mani. Tutte le altre (media, medio/alta, alta quota)saranno appannaggio dei visitatori che arriveranno da luglio in poi. Intendiamoci, son tutti parchi in zone montuose, con altitudini spesso tra i 1500 ed i 2300 metri, ma diamine.. neve fino a meta' luglio, quello sinceramente non mi era passato nemmeno per l'anticamera del cervello!
Sfortunatamente, un errore di supposizione che mi costo' caro, ed ora mi ritrovo a dover pianificare un viaggio in una regione potenzialmente ancora coperta da un notevole strato di neve. Dannazione.
..Se pero' ho imparato qualcosa dalla vita, e' che NON TUTTO IL MALE VIEN PER NUOCERE, e da qualsiasi cosa che funziona male si puo' ricavare qualcosa di positivo. Io infatti, dovendo inserire la modalita' "re-route" per il mio itinerario, ho scoperto tanti ma tanti di quei posti nuovi che gia' ora non so piu' come farceli stare! Ad esempio.. la costa del selvaggio Oregon, o Palouse Falls, il Columbia River Gorge, la National Bison Range in Montana. Vi giuro, ho scoperto che necessiterei del triplo del tempo per vedere cio' a cui passero' attraverso durante questo viaggio. E senza star tanto a deviare di qua e di la. Semplicemente guidando da un parco all'altro, dei 3 che mi sono rimasti! (Fanculo al mio piano di aggiungere altri 5 parchi USA alla mia lista. Sappiate che prima o poi vorro' vederli TUTTI! - o quasi)
Insomma, anche se le premesse erano ottime, ed i primi rilievi disastrosi, ho trovato il modo di - quantomeno cosi' a naso - divertirmi anche stavolta!
Non sto qui ora a svelarvi piu' di tanto mete, camminate in programma, persone da incontrare, esperienze da fare.. anche perche' poi toglierebbe il gusto del racconto post-viaggio! Una cosa scontata invece e' la voglia che ho di partire. Incontenibile. Non vedo l'ora di vedere quei posti meravigliosi - e chissa' che non siano il colpo di grazia alla mia voglia gia' malcelata di prendere e salutare tutto e tutti. Ho una voglia matta di prendere lo zaino, mettermi su una trail, dormire in tenda su una spiaggia o in mezzo ad una radura, godermi il silenzio della notte, e svegliarmi col sole al mattino pronto a tornare indietro, fresco di "wilderness".
Non vedo l'ora.
Per il momento vedo solo il calendario davanti a me che segna 10 aprile. - 39 giorni ragazzo, e poi si torna a casa!
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