mercoledì 16 maggio 2012

It's time to go

Eh, ormai ci siamo. Anche quest’anno, per la terza volta, si parte per un’avventura in terra americana.

Non ho molto da dire stavolta, al contrario delle altre. Per due cose:

La prima, ormai credo di essermici “abituato”. Abituarsi allo straordinario, all’extra-ordinario, non e’ bello ma e’ bello allo stesso tempo, e questa e’ un po’ una delle sensazioni che provo ora. Anzi ora che ci penso abituarsi a sputtanarsi una marea di soldi ogni volta in realta’ NON e’ bello, rompe le palle! Ma cosa volete, spenderli cos’ e’ una delle gioie piu’ belle della vita per quanto mi riguarda!

La seconda cosa.. beh la seconda cosa e’ che non ho molto da dire perche’ ormai sono scarico. Negli ultimi tempi ho fatto, detto e pensato mille cose diverse fra loro. Ho conosciuto persone, visitato posti, visitato persone, conosciuto culture, programmato viaggi, programmato vite future, impegnato tempo e fatiche sopra carte, email o fuori a sudare per la fatica di un allenamento. Sono scarico, ora, psicologicamente e fisicamente. Fisicamente piu’ che scarico sono spaccato, ma quello e’ un altro discorso. Laggiu’ si troveranno energie anche per scalare le montagne (piene di neve, peraltro). Psicologicamente.. per chi ha avuto modo di star dietro alle mie ultime vicissitudini, questo viaggio capita a fagiuolo (permettetemi la U in mezzo alla parola). Dopo Belgrado, si, direi che ci voleva proprio. Son cose che non passano proprio in un attimo, e sebbene ormai la cosa sia alle spalle, non c’e’ occasione migliore per dare un taglio al recente passato che un bel viaggio per i cazzi propri. Ma non solo per quello, poi. Per tutto: per tutto cio’ a cui sto pensando, cercando di indirizzare la mia vita dove credo vorrei realmente andasse, per tutte le persone con cui sto cercando di tenermi in contatto, per tutte le cose piu’ o meno astratte che ultimamente vorrei fare.. sono un po’ spirito libero ultimamente, e la cosa mi piace un sacco.

Ma tempo al tempo. Ora c’e’ qualcos’altro in vista.

Ora in vista ci sono le spiaggie piu’ belle del paese, i boschi piu’ primordiali del paese, c’e’ “The Crown of the Continent” addirittura, come chiamano Glacier. Ragazzi, se il meteo mi assiste (ultime, maledette parole famose, lo so) sto andando in uno degli angoli piu’ belli d’America. Un angolo un po’ grande a dire il vero eh, non sono io quello che si ferma 10 giorni a NY o LA, lo sapete. Un angolo meraviglioso. Io ormai, al solito, ho gia’ la mappa tracciata nella mia mente. Ma come recita quel detto di Napoleone che io cito sempre, “ogni piano e’ fatto per essere distrutto”, anche quest’anno mi aspetto qualche manovra on-the-run. Ci sara’ una giornata di pioggia, un posto talmente ammaliante, una persona talmente affabile che mi costringera’ a variare i miei piani, lo so. Capita sempre cosi’. Ma io sono fiducioso. Sono felice. Non vedo l’ora di vedere, esplorare, conoscere. E’ lo spirito con cui parto verso ogni viaggio.

Non faro’ eccezione, stavolta.

Io parto solo ma felice, il mio cuore e’ sereno e il mio spirito alto.

Manu, 16.05.2012

venerdì 11 maggio 2012

USA NorthWest '12, -8.

Orbene, il classico problema dei -8 giorni alla partenza: la capienza della valigia.

Non ho ancora tirato fuori nulla, ho solo due dati a disposizione per avviare i mie lamenti: le dimensioni del mio bagaglio e la lista delle cose che devo farci stare. Due cose che non possono per forza di cose andare a braccetto. Ho una lista sterminata di cose da portar via. Vanno dalle piu' ovvie mutande, calzini, abbigliamento vario, all'orologio, ad una corda e ai cerotti per le vesciche.
Certo, Bear Grylls in effetti non metterebbe i Compeed nel suo zainetto. Ma io, per quanto nel telefono abbia la suoneria del suo programma, non sono Bear Grylls, e i Compeed nello zaino li metto eccome!

Mi avvio al -7 giorni alla partenza con atroci dubbi di fattibilita'.
Mi domando dove cazzo trovero' lo spazio per mettere il cuscino da campeggio che presi lo scorso anno al Walmart per 8 dollari.

domenica 6 maggio 2012

Ti saluto, tristemente

"Talvolta e' meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.
La consapevolezza che l'insuccesso sia comunque il frutto di un tentativo."

Queste parole hanno ispirato il mio ultimo saluto ad una persona a cui ho tenuto molto e che si e' ritagliata - in modo strano, inconsueto, travagliato - un posto speciale nel mio cuore.

Ti ho conosciuta a capodanno, in una piazza stracolma di gente dove il tuo volto risaltava fra tutti gli altri. Ci siamo voluti vedere la sera dopo in un freddo lungomare deserto, soli io e te. Siamo stati felici del poco tempo passato insieme, talmente felici che ci siamo fatti una promessa: ci saremmo rivisti presto.
Non in Italia, dove tu eri solo di passaggio, turista. Ma nel tuo paese, la Serbia.
Io non ci davo tanto peso, pensavo fosse un'avventura come tante altre, solo "un po'" piu' scomoda.
Son venuto a Belgrado solo, infreddolito, nel mezzo di una perturbazione nevosa come non se ne vedevano da decenni. Ho sfidato il freddo, il meteo, la lingua e la cultura di un paese a me sconosciuto e che molto a mio agio non mi metteva. Ho fatto questo ed altro, alla fin fine, per star con te qualche ora in 4 giorni.
Molti amici miei e tuoi, dissero che ero un pazzo -alcuni in senso buono, altri un po' meno.
Tornato a casa, non pensavo che a te, a rivederti, a riabbracciarti. Eri diventata qualcosa in piu' di un'avventura. Forse iniziavo a credere a qualcosa in piu'. E tu, non mi davi motivo di pensare diversamente. Credo iniziavamo a diventare complici in tutto cio'. Ci volevamo, ci cercavamo, con piu' o meno continuita'. Era bello vedere come tu mi facevi intendere i tuoi sentimenti. Era bello provare delle emozioni cosi' per una persona vista cosi' poco e cosi' lontana da me.
Ma nella vita non va mai come noi vorremmo andasse, ed anche tra noi c'era qualcosa.
Era il tuo ragazzo.
Mi avevi detto - all'inizio - che lo stavi lasciando, che non c'era piu' nulla. Lui continuava a cercarti e non ti mollava invece. Certe volte mi lasciavi un po' perplesso a riguardo, ma io ti davo fiducia.
Tornavo a Belgrado, una seconda volta, addirittura in macchina, facendo un sacco di chilometri in pochissimo tempo solo per rivederti. Io ormai volevo te e in te credevo.
Siamo stati benissimo in quel poco tempo assieme, una giornata. Camminavamo per Belgrado per mano e sembravamo la coppia piu' bella del mondo - senza megalomania. Eravamo entrambi felici e si vedeva nei nostri volti. Non era qualcosa da una scopata e via. No, non questa.
Quando ti ho lasciata in quel piccolo paese di campagna, dove abita tua nonna, non sapendo se ti avrei rivista quella sera o tra due o tre mesi, montavo in macchina col cuore pesante una tonnellata.
Arrivavo in appartamento, dove c'era il tuo fantasma, dove aleggiava ancora il tuo profumo, dove rivedevo attimi passati con te, non ce la facevo piu' e scoppiavo a piangere. Lacrime vere, di dolore.
Ti volevo sul serio.

Ma ora qualcosa era cambiato: eravamo insieme. Una cosa bellissima che mi faceva rientrare triste, sapendo che ti avrei rivista tra troppo tempo.
Ma eri la mia ragazza ora, ed eravamo entrambi felici.
Purtroppo, se c'e' una terza persona di mezzo, le cose non vanno mai bene. Pochi giorni dopo mi facevi intendere che lui era di nuovo li. Da allora, non mi rispondevi piu', ne' ai messaggi ne alle chiamate. Io ero distrutto, e arrabbiato. Perche' tutto cio', cosi' di colpo?

Il resto e' storia recente. Alla fine mi rispondevi, e..
..e mi dicevi tutto. Vorrei non aver mai letto cio' che mi hai scritto, sweety. Avrei piuttosto preferito sapere che eri una puttana qualunque e che mi avevi preso per il culo sin dall'inizio. Ci sarei rimasto meglio, avrei potuto arrabbiarmi con te e mandarti a cagare, chiudere il libro e riprendere la mia via.
No, tu mi hai detto delle cose tristissime.
La gelosia di un uomo ha rotto la nostra felicita'. La sua gelosia, la sua cultura marcia ti ha impedito di provare a staccarti da lui e ad essere felice come speravi con me.
Ora il tuo futuro sembra essere segnato, a quanto mi dici.
Ed io ripenso a tutta questa storia. A quanto bello avrebbe potuto essere tra noi. A quanto felici avremmo potuto essere. Poi ripenso a te, stretta nella sua morsa. E sono terribilmente triste.
Potrei fare di tutto per te, ma a cosa servirebbe? Con certa gente di mezzo, correrei solo il rischio di metterti in guai piu' seri.
Io ho le mani legate ora. Quello che potevo dirti - tante parole per stimolare il tuo coraggio - l'ho detto, ma non posso fare altro. Servirebbe solo un miracolo.

Sono a pezzi per com'e' finita. Credimi. Non ci avrei mai scommesso un euro. Ma in cuor mio resta, oltre al dolore ed alla tristezza di saperti infelice, una grande certezza:
Avevo trovato una persona meravigliosa. Mi hai detto che non volevi che io avessi problemi, che non ero la ragazza per te, che io meritavo il meglio dalla vita. Sei una persona meravigliosa.

Talvolta e' meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.

Addio mia bellissima ragazza,
sappi che contravverro' alle tue ultime parole.. NON TI DIMENTICHERO' MAI.

venerdì 4 maggio 2012

Adieu, bella ragazza serba.

Be', ragazza.. anche se non potro' mai appurare la vera verita', mi mancava quello che mi hai detto, mi mancavano questi pezzi del puzzle. Ora va meglio. Ora capisco molte cose, e ti capisco. E' finita in modo triste - e credo lo sia stato per entrambi - ma non ti dimentichero'. E' stato molto bello, finche' e' durato. A volte, mi manchera' la tua bellezza, il tuo profumo, il tuo inglese cosi' cosi'. Ciao!

martedì 1 maggio 2012

Along the way, things may change.

Una volta slegati da qualsiasi relazione con un'altra persona, si parte piu' leggeri e piu' aperti a vivere appieno la propria esperienza. Non dimenticatelo.

martedì 10 aprile 2012

- 39 giorni alla partenza

Nonostante manchi ancora DEL tempo alla partenza, come evidenziato nel titolo, voglio comunque tornare a scrivere per non perdere il filo del discorso.
Sapete, organizzare un viaggio - uno di quelli che faccio io - per me e' cosa seria e prende parecchio tempo. Ci sta dietro un'organizzazione capillare.
Per farvi un esempio: sapreste che strada guidare per vedere la prospettiva migliore di Mt Hood, in Oregon? Sapreste qual'e' la spiaggia piu' bella nella costa di tale stato? Sapreste dove mangiare i migliori hamburger del North West? Sapreste dirmi qual'e' la piu' bella cascata dello stato di Washington e come arrivarvici?!
Voi non lo so, ma IO SI!
Appunto, e' tutta questione di organizzazione.
Purtroppo, un organizzatore sistematico in quanto a viaggi, quale e' il sottoscritto, si e' ritrovato nella spiacevole situazione di uno che ha cannato completamente il periodo adatto all'avventura in programma. Mi spiego: essendo la mia meta il Pacifc NorthWest, regione degli USA composta da Oregon e Washington per la maggior parte, stati con clima prevalentemente montano, piovoso anche se con alcune piccole oasi temperate o addirittura desertiche, avrei dovuto aspettarmi una visita quantomeno nella stagione estiva. Purtroppo, necessita' lavorative al pari di irrefrenabile voglia di vedere gli USA con le prime erbe verdi dell'anno, le cascate a pieno regime e non ancora le orde di turisti estivi, han fatto si che il biglietto venisse prenotato per il 19 maggio.
GRAVISSIMO ERRORE.
Tra le mete originarie ci sono Glacier National Park, MT. Mount Rainier NP, WA. North Cascades NP, WA. Crater Lake NP, OR. Ebbene, Solo 2 su 4 sopravvivono al taglio operato per ragioni di buon senso. Vengo infatti a sapere - dopo aver prenotato oramai - che la strada che costeggia Crater Lake apre solitamente dopo le nevi invernali e primaverili attorno alla meta' di luglio. A Mount Rainier non e' insolito festeggiare il 4 luglio con la neve attorno. A Glacier la strada principale che attraversa il parco aprira' nel 2012 (stima) non prima del 1^ luglio. Infine, a North Cascades, le camminate che avro' a disposizione si conteranno sulle dita di un paio di mani. Tutte le altre (media, medio/alta, alta quota)saranno appannaggio dei visitatori che arriveranno da luglio in poi. Intendiamoci, son tutti parchi in zone montuose, con altitudini spesso tra i 1500 ed i 2300 metri, ma diamine.. neve fino a meta' luglio, quello sinceramente non mi era passato nemmeno per l'anticamera del cervello!
Sfortunatamente, un errore di supposizione che mi costo' caro, ed ora mi ritrovo a dover pianificare un viaggio in una regione potenzialmente ancora coperta da un notevole strato di neve. Dannazione.

..Se pero' ho imparato qualcosa dalla vita, e' che NON TUTTO IL MALE VIEN PER NUOCERE, e da qualsiasi cosa che funziona male si puo' ricavare qualcosa di positivo. Io infatti, dovendo inserire la modalita' "re-route" per il mio itinerario, ho scoperto tanti ma tanti di quei posti nuovi che gia' ora non so piu' come farceli stare! Ad esempio.. la costa del selvaggio Oregon, o Palouse Falls, il Columbia River Gorge, la National Bison Range in Montana. Vi giuro, ho scoperto che necessiterei del triplo del tempo per vedere cio' a cui passero' attraverso durante questo viaggio. E senza star tanto a deviare di qua e di la. Semplicemente guidando da un parco all'altro, dei 3 che mi sono rimasti! (Fanculo al mio piano di aggiungere altri 5 parchi USA alla mia lista. Sappiate che prima o poi vorro' vederli TUTTI! - o quasi)
Insomma, anche se le premesse erano ottime, ed i primi rilievi disastrosi, ho trovato il modo di - quantomeno cosi' a naso - divertirmi anche stavolta!

Non sto qui ora a svelarvi piu' di tanto mete, camminate in programma, persone da incontrare, esperienze da fare.. anche perche' poi toglierebbe il gusto del racconto post-viaggio! Una cosa scontata invece e' la voglia che ho di partire. Incontenibile. Non vedo l'ora di vedere quei posti meravigliosi - e chissa' che non siano il colpo di grazia alla mia voglia gia' malcelata di prendere e salutare tutto e tutti. Ho una voglia matta di prendere lo zaino, mettermi su una trail, dormire in tenda su una spiaggia o in mezzo ad una radura, godermi il silenzio della notte, e svegliarmi col sole al mattino pronto a tornare indietro, fresco di "wilderness".
Non vedo l'ora.

Per il momento vedo solo il calendario davanti a me che segna 10 aprile. - 39 giorni ragazzo, e poi si torna a casa!

martedì 21 febbraio 2012

E questa sarebbe una pizza?!

Dopo un po’ ad ogni modo, passa il mio istinto da lettore e tra un giochetto qua ed uno spuntino la, arriva l’ora dell’imbarco. Finalmente, voliamo su Roma. Spinta a mille del motore, schiene spianate all’indietro, e via su nel cielo. A terra il tempo uggioso, ventoso, pessimo. Li, in alto, sopra le nuvole, avviene sempre il solito miracolo: c’e’ il sole. Non mi stanchero’ mai di ripeterlo, finiro’ per risultare mieloso e beceramente poetico, ma credo sia questo uno dei miracoli piu’ belli del volo, al di la del trasportare persone velocemente da un luogo all’altro: far riscoprire ogni volta alla gente che, piu’ su delle nuvole, comunque vada, il sole splende sempre. Ed e’ uno spettacolo che rallegra lo spirito. Il corpo invece lo scaldo con un te’ caldo al limone cortesemente offerto dallo staff, mentre ammiro un altro spettacolo, durante la nostra discesa. Spettacolo un po’, mah, sconcertante a dire il vero. L’Italia e’ tutta imbiancata. Dall’Emilia alle Marche fin giu’ a Roma, un unico tappeto bianco di neve copre la penisola. Solo qualche cupa foresta e macchia coltivata spezza la monotonia ed il grigiore di questo ambiente. Arrivo mestamente a terra convinto che non decollero’ mai per Belgrado, visti anche gli accumuli di neve a bordo pista. Eccoci a Roma, caput mundi. In realta’, che la Caput Mundi abbia dei piccioni che svolazzano comodamente dentro i gate dell’aeroporto mi lascia un po’ perplesso. Ce ne sono giusto un paio che si aggirano pericolosamente sui tubi posti sopra dove sono attualmente seduto. E la cosa mi desta DELLE preoccupazioni, capirete il perche’. Verra’ si il giorno in cui i piccioni conquisteranno il mondo. Lo diceva anche un link in Facebook, ricordo. Li ho visti girare nei supermercati anche, sti pennuti malnati. Chissa’ che piano diabolico hanno in mente! Spostandomi cautamente, evito la pennutaglia e mi dedico a qualche passatempo: riordinare la 24 ore, scrivere qualche appunto, fare uno spuntino. Mi sembra di avere un’eternita’ da passare prima del volo verso Belgrado – anch’esso regolarmente programmato, grazie a Dio! – quando mi accorgo invece di essere in ritardo: hanno gia’ aperto il boarding da 10 minuti e quando arrivo io sono gia’ tutti dentro il velivolo. Dannazione. E dannazione anche alla cinese con la lebbra che mi ritrovo affianco. Con 50 gradi di temperatura, avvolta nel suo piumino, imberrettata a tossire. Ma porca.. scampo la malattia a casa ed essa mi insegue con due occhi a mandorla ed un piumino blu. Pazzesco. Riesco comunque a trovare uno spunto interessante in questo volo quando sono prossimo all’arrivo, previsto per le 17.35. Ormai e’ l’ora del tramonto, delle luci che sfumano, del sole che arrossa e scende sotto l’orizzonte. Forse una sola volta nei miei viaggi avevo avuto la fortuna di vedere questo momento del giorno da migliaia di metri d’altezza, e non ne ricordavo la bellezza. Dimenticate quel che si vede da terra. Lassu’, le emozioni si amplificano come la magnificenza in se’ dello spettacolo a cui si assiste. Tra me e me penso che vedere il tramonto dalla cima del monte Everest dev’essere qualcosa di impagabile. Sul serio. Da soli magari, sul tetto del mondo, magari con la fortuna di un giorno sereno, senza troppe nubi. Vedere il sole che sfuma rossi, arancioni, gialli e violacei sulle cime innevate che protendono verso il cielo. Si, dev’essere qualcosa come sentirsi in Paradiso. Qualcosa che lascia l’uomo pensare “Da ora posso dire di aver vissuto la mia vita”. Io che forse non saliro’ mai lassu’, anche se mi piacerebbe provarci, per ora mi accontento di un tramonto visto dal finestrino di un aereo Alitalia diretto a Belgrado. Dove arrivo appunto alle 17.35. Fuori, un macello. Nevica, e nevica sopra almeno 40 cm di neve ovunque sul terreno. Persino sulla pista d’atterraggio c’e’ neve, sporca e melmosa ma c’e’. Si atterra comunque senza problemi, e per raggiungere l’attracco per la discesa passeggeri ci si fa trainare da un trattore, vista la neve che impedisce la locomozione dell’aereo. Questa non l’avevo mai vista. Io mi preparo. Con occhio iperterrito fisso il glaciale spettacolo esterno. Le luci fioche dei lampioni illuminano la neve e le poche costruzioni limitrofe alla pista d’atterraggio. Affiorano alla mente le immagini di un film. Mi calo nel ruolo. Indosso il giubotto, il berretto, la sciarpa. Le cuffie dell’ipod suonano la colonna sonora di Rocky IV. (Nota dell’autore: la narrazione seguira’ brevemente un frammento del film) Metto il muso fuori dall’aeromobile e vengo investito da una raffica di vento e neve. Sventolano bandiere sovietiche, le guardie del regime mi guardano bieche e con fare altezzoso, fucili a tracolla. La musica mi da coraggio, il mio impeto non si frena. Paulie invece scende dall’aereo dicendomi “Chi me l’ha fatto fare”, e lamentandosi delle condizioni meteo. La guardia assegnata alla nostra persona dice che “il tempo cambia continuamente, ci si abitua” (mai predizione fu piu’ perniciosa). Paulie lo schernisce dicendomi che “sembra il cugino cattivo di Dracula”. “Dai Paulie!”, gli dico per farlo smettere. E ci avviamo in macchina verso il nostro domicilio, “Burning Heart” sempre risonante nelle nostre orecchie e nel nostro cuore.
In realta’, atterro in Serbia, non ci sono guardie con fucili a tracolla, e non ho nessuna guardia assegnata alla mia persona. Al posto di Paulie ho una cinese piu’ morta che viva di cui non vedo l’ora di liberarmi. Entro in aeroporto e rimedio i bagagli, dei dinari serbi (tasso di cambio: 1 euro = 100 dinari) e un passaggio in taxi fino all’aeroporto. Ebbene, da film come “Mamma ho perso l’aereo – Mi sono smarrito a NY” e dalle mie scarne conoscenze in materia, sapevo di non dovermi aspettare la regina Elisabetta con una limousine a darmi uno strappo, ma nemmeno il personaggio che mi son trovato. Un vecchio serbo anch’egli piu’ nella fossa che sul livello del mare, che non parla mezza parola d’inglese e che si rivolge a me in una mezza lingua che sembra tedesco-ungarico ma su cui POTREI anche sbagliarmi. Mentre mi porta a destinazione, con sottofondo folk serbo che avrei piacevolmente rimandato a data imprecisata, continua a tossire profondamente, con delle specie di spasmi che mi fanno pensare che in realta’ saro’ io a dovergli dare un passaggio. All’ospedale di Belgrado. Fervida immaginazione, qui son duri come il cemento. Arrivo all’hotel mentre il tassista mi spiega “Good damen Beograd”. Ora, il senso giunge chiaro, ma di che minchia di lingua si e’ servito? Good e’ inglese, Beograd serbo, e damen? Tedesco-ungarico? Mah. Pago e lo saluto frettolosamente. Mi faccio largo tra qualche yard ti neve per passare dalla strada al marciapiede, impacciato come un cimice che non riesce a girarsi dopo una caduta a pancia insu’. Entro nell’hotel, la cui entrata sembra preludere piu’ ad un condominio di una zona PEP piuttosto che ad un 4 stelle in centro a Belgrado. Ma, mai ingannato dalle apparenze, sbatto le scarpe innevate ed entro. Mi si apre, dopo il portone, l’albergo carino e intonato che avevo scelto da internet. Albergo su cui non mi dilungo molto, sappiate solo che la camera e’ spaziosa, confortevole, apprezzabile. Ho anche delle patatine, degli arachidi e dei confetti di cioccolato al latte per accoglienza! Mi ci acclimato un po’, abbasso il riscaldamento perche’ ci saranno 38 gradi ed i faretti potrebbero farmi da lampade abbronzanti, poi mi preparo il planning della serata. Dovrei uscire per mangiare qualcosa – qualcosa di TIPICO – per poi magari andare all’avventura in qualche club, pub o posto dove ci sia della vita notturna. Eh. Intanto, saziamo la fame. Mi consigliano un posto la cui traduzione italiana e’ “Tre cappelli”. Mi ci reco avventurandomi tra la neve che ammanta le strade, ricopre ingloriosamente le macchine facendo sembrare anche la piu’ bassa delle berline un van da 10 posti, e insozza i marciapiedi. Piu’ che le scarpe del vestito, realizzo mestamente, dovevo portare i Moon Boot. Arrivo fra queste considerazioni al “Tre Cappelli”, posticino rustico, folcloristico, accogliente. Mi accoglie un anch’esso accogliente cameriere, che mi chiede qualcosa nella sua lingua e al quale io replico “Just for one, please”. Lui mi domanda subito “Da dove vieni, straniero?” (no, straniero l’ho aggiunto io). Io replico Italia ovviamente, al che lui, con un colpo di scena, replica “E perche’ non parli italiano allora?”, sorridendo. Io, sorpreso dall’esibizione dell’interlocutore, rispondo sorridendo a mia volta che solitamente la gente dei paesi in cui vado non parla italiano, quindi penso bene di introdurmi parlando inglese, per avere maggiori chance di esser compreso. Ad ogni modo, mi fa accomodare in un tavolino con candela come su tutti gli altri tavoli. Il locale e’ piccolo, piuttosto affollato, e vi suona una band folk locale con chitarrini, bassi, fisarmoniche e quant’altro. Suonano attorno al tavolo di 3 avvenenti signorine e 2 uomini. Mentre ordino le mie pietanze, vedo una di loro alzarsi ed improvvisare una danza tra il suo tavolo e il gomito di un anziano signore che mangia a poca distanza. Lui credo abbia rischiato l’infarto alla vista, io il solito sguardo da pesce lesso di uno che ammira qualcosa di ammaliante. Insomma, ho capito da subito che mi trovavo veramente nella terra di cui – qualcosa del genere – avevo gia’ avuto modo di leggere. Nel senso: lo spirito della gente del posto. Festaiolo, diciamo. Me lo conferma anche il cameriere, al cui domando a proposito della normalita’ o meno dello spettacolo a cui andavo assistendo. Poco piu’ tardi, ecco le mie pietanze: una sfoglia al formaggio in quantita’ abbondante, che apprezzo molto, ed un piatto ricco di carne sfilacciata, qualche erbetta ed un sughetto delizioso, con al centro un timballo di riso con scaglie di carote. Ottimo, veramente, e abbondante al punto che il mio stomaco ormai disabituato non riesce a finirlo. Sono lontani i tempi del fritto, del grasso, del dolce americano. Ora tonno, bresaola, frutta e carne. Non mi riconosco piu’. So solo che ucciderei per uno Vanilla Shake da Coldstone o un bell’hamburger da Denny’s. Ma tornero’ presto, America, puoi scommetterci!
Uscito dal ristorante, non so perche’ – anzi lo so eccome – non mi sfiora nemmeno l’idea del club. Poco prima, episodio curioso, domando ad un cameriere (non quello che parlava italiano) se sapeva darmi indicazioni su qualche club nei dintorni. All’inizio non capisce, poi sentendo ripetere la parola CLUB, mi fa un cenno d’intesa, un sorriso, e mi invita ad attenderlo un secondo. Torna, in effetti, dopo un secondo con un biglietto violaceo in mano. Senza nemmeno aprirlo, lo ringrazio e guadagno l’uscita. Faccio due passi due, tanto per entrare nella zona pedonale, ed apro il biglietto. Vi ci campeggia una tipa mezza nuda distesa orizzontalmente sopra una scritta, “STRIPTEASE CLUB”. Ma vaffanculo. Con un’espressione tra il divertito ed il seccato, straccio la proposta e ritorno verso l’albergo. Mi dico, vedo difficile che sciami di persone siano dirette in discoteca con un metro di neve per strada. Gia’ me li vedo i coraggiosi, con scarponi da sci e calzamaglia, le donne con pattini e lame di ferro al posto dei tacchi, calze di lana e un body termico della Kipsta. Meglio lasciar stare, mi do delle possibilita’ di tornare con condizioni climatiche migliori e allora si, godersi la famosa movida di Belgrado. Molti, la riconoscono la citta’ europea piu’ in, piu’ all’avanguardia per il divertimento notturno. Club, in particolare. Non manchero’. Ma non stasera. Per me, dopo il rientro in albergo, un rapido cambio per stare solamente in mutande, solo un film e una ritirata a letto. Domani si preannuncia una bella giornata, o almeno e’ cio’ che spero.
E’ domenica, giorno del signore 12 febbraio 2012, ed io mi sveglio con comodo alle 9.15 dopo una notte in cui ho avuto piu’ di un’occasione per maledire n.1, chi fa i cuscini alti piu’ di 7 centimetri, n.2, chi li compra per metterli nelle stanze del proprio albergo. Bisognerebbe arrestarli tutti. Come ho avuto modo di pensare, sembra di dormire sopra un’incudine. La maggior morbidezza non regala molto di piu’. Ed i risultati al mattino sono parecchi minuti persi a riacquistare la mobilita’ perduta del proprio collo. Ah, fanculo. Dopo una lavata, mi vesto all’americana (maglietta corta South Dakota e braghezze oltre il ginocchio blu adidas) e mi reco a far della colazione. Frugale, direi, nel senso che mangio un’omelette che mi prepara la signora in cucina, e un po’ di salumi, del pane, qualche biscotto. Niente di che. L’omelette invece faceva un po’ pieta’. Rientrato, pianifico la giornata. Devo essere in un paese a mezzora da Belgrado sulle 16, possibilmente evitando il taxi. Sono le 10. Ho 6 ore da investire. Beh, siccome fuori nevica, decido di rimanere in casa. Non c’e’ molto da raccontare, sono e saranno giornate perlopiu’ piatte, passate a passare il tempo. Ad ammazzarlo anzi, come si dice. Si guarda un film, si chatta con l’amico, si scrive qualcosa. Esco solo per procacciarmi il pranzo. Il ragazzo alla reception mi consiglia una pizzeria dietro l’angolo che dice essere rivoluzionaria perche’ ha inventato la pizza con diversi tipi di SALAD sopra. Dice che e’ fantastica, che costa poco e che nutre un sacco. Devo provarla, insomma. Ora, io per salad capisco insalata, e per poco – come dice lui – capisco che costa 1 euro a pizza. Beh, se bilancio le due cose comunque la cosa sembra piu’ un’affare che una fregatura, quindi decido per la pizza. Esco, eschimo-style, e mi avvio al luogo descrittomi. Non avevo pensato a questa possibilita’, da ignaro, e quando mi ritrovo di fronte un chioschetto 2 metri per 2 senza ovviamente posti a sedere, rimango spiazzato. Poco male, vorra’ dire che tornero’ con la pizza in mano all’hotel per divorarla con qualcosa di interessante da guardare al pc. Il fatto e’ che, quando capisco meglio – e vedo – cosa intendeva dire il ragazzo dell’hotel, realizzo a cosa sto andando incontro. In realta’ SALAD non sono altro che salse di diversi tipi (carne, pollo, insalata, etc) all’aspetto grassissime, piu’ grasse di un Double Cheeseburger di Mc Donald, da spalmare sopra la pizza. Non mi convince piu’ la cosa, ma tra un ristorante di classe la domenica a pranzo – ricordo di pranzi di comunione, cresima o grandi occasioni del genere – e un chioschetto del cazzo, vada per il chioschetto. Mi faccio fare una pizza intera (tanto anche se l’avanzo avro’ speso solo un euro no?!) e scelgo la salsa carnosa. In 5 minuti ho la pizza in mano, dentro il cartone, e dentro una scatoletta credo una trentina di salviette. Che cazzo pensava me ne facessi di trenta salviette a dire il vero non lo so. Forse pensava avessi finito la carta igienica in cesso. Riguadagno la via di casa, facendo attenzione a non combinarmi per le feste con una rovinosa caduta sulla neve, e alla fine, comodamente seduto e denudato di tutto ma non delle mie mutande, apro la scatola. Porca puttana, credo di aver visto raramente uno spettacolo cosi’ (quasi) disgustoso. Una pizza all’apparenza anche buona (formaggio e prosciutto – il formaggio col senno di poi molto saporito) con sopra un quintale e con questo intendo dire UN SACCO DI ROBA in termini di salsa. Ho fatto due pensieri, cosi’ a caldo. Il primo, e’ che sto per andare a mangiare una quantita’ potenzialmente mortale di grassi, saturi, insaturi, un po’ saturi e un po’ velenosi. Il secondo, e’ che EPICMEALTIME mi fa una sega. Capito?! Lancio una sfida, se mai lo leggeranno: loro, i loro panini le loro pizze onte mi fanno una sega! Baattagliero al punto giusto, mordo il mostro. E’ come mordere un brufolo di dieci centimetri pieno di pus, o una larva altrettanto grande con la pelle tesa e pronta a far esplodere le budella all’interno. Insomma, salsa ovunque. Assaporo il gusto – che devo dire, non e’ tanto malaccio anzi, risulta gradevole – e poi metto giu’ il trancio, un sesto della pizza. Devo studiare una tattica diversa. Quindi, fa all’uopo il bordo della pizza, che stacco per farne un raschietto con cui raschiar via appunto qualche quintale di salsa dalla pizza. Accumulo una quantita’ di salsa a lato del cartone che sarebbe sufficiente per fare una decina di maschere di bellezza a qualche ignara signora, o un vaso da cinquanta litri in simil terracotta – perche’ il colore della salsa e’ proprio quello. Poi, mi dedico al resto della pizza. Mangio, mordo, addento, mastico, finche’ mi trovo quasi pieno ma con ben 3,5/6 di pizza ancora a guardarmi dal cartone. Infamante. Io che una volta mangiavo quasi un’intera meat lovers con stuffed crust ora son ridotto alla sbarra da quest’ammasso di grassi putridi e salsosi. Ma alzo bandiera bianca volentieri, forse salvando cosi’ la pellaccia, e chiudo scatola e discorso (lasciando poi gli avanzi in camera per 2 giorni esatti. Infamante allo stesso modo. E pensare che mi era anche balenata l’idea di seppellirla sotto la neve.. Tanto chi mai l’avrebbe trovata? Al massimo qualche gabbiano avrebbe segnalato la presenza di qualcosa, sotto la neve, ma se ne sarebbero accorti solo col disgelo in primavera haha!).

giovedì 16 febbraio 2012

Mai visto cosi' tanta neve in vita mia

Nella vita ci troviamo ogni tanto a dire qualcosa come “Non mangero’ mai cervello di scimmia”, oppure “Mai e poi mai provero’ simpatia verso un Genovese” o addirittura “Non mi chiamo piu’ Comediavolomichiamo se mai provero’ anche solo a pensare di spendere piu’ di Xmila euro per la mia macchina”. Ecco, una cosa che io avrei detto era invece: “Credo proprio non mettero’ mai piede a Belgrado in vita mia”.
Ebbene, come molte delle frasi perentorie, imperative che ci troviamo a pronunciare nella nostra esistenza vengono puntualmente smentite, eccomi qui all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma, in data solare 11 febbraio 2012 (nel bel mezzo di un’ondata di freddo che l’Italia ricordera’ per un bel pezzo) ad aspettare un volo per.. Belgrado! (un paese dove, se possibile, fa ancora piu’ freddo e trovero’ ancora piu’ neve).
Questa strana, insolita, strampalata meta (per quanto mi riguarda, io che ho sempre preso voli diretti ad Ovest o al piu’ a Nord) non e’ saltata fuori col classico “bendati gli occhi e punta il dito a caso sull’atlante”, bensi’ per motivi strategici che affondano le proprie radici addirittura alla notte di capodanno. Le prime ore del 2012. Un incontro cosi’, un po’ forzato, anche se casuale, due parole blaterate in inglese, una nuova, fugace amicizia. Il giorno dopo, qualche sms, il numero ricevente e’ serbo ma la comunicazione c’e’ comunque, un secondo, piu’ lungo incontro. Se il giorno prima si era nell’affollatissima piazza S.Marco a Venezia, ora ci si trovava a camminare per le deserte vie di Jesolo lido. Un ragazzo, una ragazza. Una serata fredda ma piacevole, scaldata da qualcosa che – ovviamente – va piu’ in la di due semplici chiacchiere. All’arrivederci, che forse piu’ sensatamente avrebbe dovuto essere quasi un addio (il mondo e’ grande ed il nostro tempo su di esso e’ gran poco, tutto sommato), l’idea. E se ci rivedessimo? Il si e’ di entrambi. Un saluto tenero, dolce, la fine di un bellissimo primo giorno dell’anno. No, stavolta nessuna dormita fino alle 14, nessun pranzo a base di avanzi del cenone, nessun pomeriggio in stato comatoso passato tra libri, orribili programmi tv di un pomeriggio festivo e auguri ai parenti. Solo, solo, un lento planning di una serata da passare con un quasi sconosciuta che dalla Serbia si trova in vacanza a Venezia. E la differenza tra le due alternative si sente eccome.
Non sapevo nulla della Serbia all’epoca, 1 gennaio 2012, e non sapevo nemmeno se avrei veramente tenuto fede alle mie parole. Voglio dire, dai, andro’ veramente a Belgrado – con i costi connessi - per rivedere una sconosciuta con cui tutto sommato ho solo passato una romantica serata?! Ma dai! Eh invece, pare che sia proprio vero quel detto “Le vie del Signore sono infinite” – anche se a volte un po’ fredde e ricoperte di neve. Ad ogni modo, non che ora sappia di piu’ sulla Serbia, la sua gente, i suoi posti – anzi non so un cazzo proprio, e’ quello il tragico! – so solo che voglio rivedere questa ragazza e per questo ho speso dei soldi, preso delle ferie, e sto scrivendo queste 4 righe scapestrate a narrare queste mie vicissitudini. Non sapevo allora a cosa andavo incontro: non sapevo nemmeno se la Serbia fosse uno stato o una regione di un qualche altro stato piu’ grosso (sapete, guerra di qua guerra di la, ad essere onesto non so nemmeno se siano finite le guerre da quelle parti!), non sapevo quanti abitanti avesse Belgrado.. ero scettico sulla cosa. E invece.. invece, un amicizia accettata in Facebook, qualche dialogo qua e la, sotto le coperte, prima di andare a letto, ed eccoci al punto. Si va a Belgrado. Per quanto mi riguarda, il motivo c’e’. Ok, non andro’ a visitare monumenti, non andro’ a parchi nazionali, ma trovero’ comunque il modo di passare il tempo. E’ uno di quei casi in cui preferisco la compagnia umana a quella di un fiume, di un sentiero, di un orso (in lontananza s’intende). Prenoto il volo pochi giorni dopo, ferie accordate per lunedi’ e martedi’. 4 giorni nella capitale serba. Sinceramente, non sono mai stato cosi’ felice di recarmi in un posto per me (non me ne vogliano i serbi, dico solo A NASO) cosi’ maledettamente insignificante! Non e’ quella felicita’ che provo quando so di essere di ritorno nei miei beloved United States of America, e’ una cosa diversa. Ma e’ appagante, soddisfacente, motivante in egual maniera. Partiamo, l’11 febbraio, un sabato mattina, e torniamo martedi’ 14, la notte. Una cosa imprescindibile ormai per i miei viaggi e’ quella di tornare a lavoro il giorno dopo senza un maledetto secondo di pausa, senza un riposo tonificante, senza un giorno vuoto nel mezzo. A dire il vero, non riesco a prescindere da un rientro notturno, assonnato, terrorizzato dalla bomba che mi attendera’ sul posto di lavoro il giorno dopo. Bah, fuck ‘em all. Per ora sono in vacanza, poi si vedra’.
Il fatto e’ un’altro, pero’. Chissa’ come mai – anche se io una spiegazione me la son fatta, daje e ridaje come dicono in quel di Roma – pochi giorni prima della mia presunta partenza sull’Italia e sul resto dell’Europa si e’ scatenata un’ondata di freddo polare che non si registrava da decenni. Neve ovunque, ghiaccio, strade bloccate, aeroporti in tilt, addirittura, in molti paesi (soprattutto dell’est europa) gente morta per il freddo. MA VA’! Ci avrei quasi scommesso qualcosa, su qualche disastro naturale. Se non e’ l’eruzione di un cazzo di vulcano, uno sciopero o una qualche tempesta tropicale, doveva pur essere un’ondata anomala di freddo a mettere a rischio la mia dipartita, giusto?! Neanche il finale di un film di Rocky poteva essere piu’ scontato. Le avversita’ climatiche sembrano essere un’altro sgradito compagno dei miei viaggi, a quanto pare. Ricordo benissimo i tempi del Dakota del Sud, quando in 2 mesi venni spazzato da ben 3 blizzard – quelli seri, non le nevicate e do raffiche de vento che QUI chiamano blizzard. Ma fosse solo questo, che in realta’ gia’ sarebbe abbastanza. La domenica della settimana precedente la partenza, il Super Bowl. Il giorno dopo, una stanchezza assurda. Il martedi’, alla stanchezza si aggiunge debolezza, fronte calda. Il TERRORE. Sano come un pesce per tutto l’inverno ed ora, al piu’ bello, condannato a muoversi con un clima ostile e per giunta malato. Un disastro, si profila una Caporetto dei giorni moderni. Una ritirata frettolosa dai Balcani in cerca di una maledetta aspirina, di una tachipirina e del mio letto. Avrei preso a pugni anche un sacco di cemento, dal nervoso. Mi sentivo un po’ Fantozzi, un po’ Paperino, un po’ tutti quei personaggi a cui quando si mette, non ne va dritta una neanche a pregare tutti i santi del calendario. Sembrava una maledizione. Provo a pensare a quale tra gli amici poteva avermi maledetto cosi’ tanto da causare tutto cio’, maledetta invidia che riesce a scatenare tutto questo. Ma non trovando – in apparenza – alcun rilevante colpevole grazie a Dio, torno a pensare alla soluzione. Con un cargo di vitamine e del riposo importante riesco a riportare la condizione fisica a livelli accettabili per una trasferta in Siberia. Anche se so che moriro’ congelato per strada. Ma citando Fabio, come sempre, ha creato una frase degna di nota, “E’ un rischio che sono disposto a correre”. Risolvo cosi’ il problema salute, sono pronto ad affrontare la sfida climatica. Riusciro’ a decollare da Roma? E’ quello l’ostacolo. Venezia non pare un problema, ed una volta in volo per Belgrado da qualche parte dovro’ pur atterrare (anche se i Balcani sono estesi e nonn vorrei trovarmi a Skopje o a Timisoara), dunque il problema maggiore per quanto mi concerne e’ Roma. La Roma che per 2 cm di neve chiude uffici, scuole e qualsiasi altra cosa che si possa aprire o chiudere – porte comprese. Staremo a vedere.
E’ l’11 febbraio 2012, mattina, le 7.20 quando mi sveglio. Scrivo subito all’amico Auri, sperando mi possa aiutare a conoscere lo stato del mio volo. Non risponde. Va bene, e’ uno statale e come tale stara’ probabilmente mangiando croissant alla marmellata con caffelatte facendo briciole sopra il pannello di controllo della torre.. pero’ cavolo, aiutare un amico!! Almeno quello, guadagnati lo stipendio onestamente cazzo! (So che auri non leggera’ MAI queste righe!) Dunque, mi informo presso altri siti vari ed eventuali e, tra una fetta biscottata al miele ed una alla marmellata d’albicocca, riesco a capire che il volo su Roma esiste ed e’ regolare, ma quello da Roma e’ tutta un’incognita. Incognita aggravata dal fatto che il volo precedente da Roma su Belgrado (8.00) e’ stato annullato. Sono nella merda fino ai 4 peli che crescono tra petto e collo, penso. Il che vuol dire, abbastanza. Chiamo il call-center Alitalia ma, OVVIAMENTE, la voce registrata che ti fa sentire un’idiota chiedendoti di scandire bene destinazione, orario, etc (dandoti quella sensazione tipo “Sei idiota, con chi cazzo stai parlando? Non hai mica la regina d’Inghilterra dall’altra parte della cornetta!”) non fornisce alcuna indicazione utile. Grazie per la spesa, sapevo di piu’ prima. Decido di sbattermene allegramente di tutto, e di tentare la sorte. Mi igienizzo e mi vesto alla velocita’ della luce, tiro su i miei fagotti e prendo la macchina. E’ strano, per la prima volta, partire veramente da solo. Nel senso: di solito ci sono i tuoi che ti accompagnano, di aiutano con i bagagli, ti salutano. Stavolta sei solo tu, i tuoi pensieri, ti gestisci da solo. Strana sensazione. Sembra brutto: il freddo, il ventaccio che tira fuori. Mentre carico la valigia nella mia Bravo macchiata dai residui della neve chimica, penso.. “Perche’ fai tutto cio’? Perche’ non ti sei tenuto quei soldi in conto e te ne sei stato a letto a dormire stamattina? Perche’ ti muovi quando nemmeno un lupo affamato lo farebbe, oggi?”. Ebbene.. questo sono io! Nel senso, dai ragazzi, la vita non e’ fatta per esser passata a casa, a Cadoneghe, con le stesse persone di sempre, con le stesse sicurezze di sempre, con i nostri soldi che accumuliamo lavorando, con mamma e papa’, con la ragazza sempre di fianco a noi.. no, NO CAVOLO! Soprattutto finche’ non abbiamo famiglia, non abbiamo delle rogne veramente grandi, adesso.. credo che cosi’ debba vivere, almeno io. Senza porsi limiti, senza domandarsi troppo “Ma faccio bene? Ma rischio qualcosa?”, senza preoccuparsi oltremodo. Sono comunque convinto di non far nulla di speciale, anche se qualcuno mi dice che si, non tutti farebbero quel che sto facendo, non avrebbero il coraggio, la voglia, il tempo, la pazienza e molte altre cose. Il fatto e’, ancora una volta, che io la vedo cosi’: se lavoro e ho qualche soldo, perche’ non mettersi in gioco e conoscere, girare, esplorare. Stavolta non esplorero’ parchi nazionali, fiumi, laghi, montagne, sentieri. Stavolta conoscero’ gente. Stavolta voglio passare del tempo con una persona, in un paese che non e’ il mio, in un contesto per me insolito, senza sapere assolutamente nulla di dove finiro’, di dove staro’, di come staro’. Ma a me tutto cio’ piace lo stesso. Credo sia insito in me ormai, il gusto di scoprire. Un po’ come quando sei bambino e ti appresti a scartare il tuo regalo di Natale.
La Bravo, nonostante il clima rigidoo, parte che e’ una meraviglia e mi porta in breve al casello autostradale per Venezia. Fuori il tempo e’ veramente orso. Lo mitigo un po’ mettendo su del buon country che mi rallegra, mi fa canticchiare qualcosina. E’ importante, il morale, lo dice sempre anche il mio guru Bear Grylls. E spesso – anche se a molti non sembra – non dice stupidate, anzi. Tante cose si applicano non solo ad un uomo che cerca di tirarsi fuori dalla giungla amazzonica o dalle Rockies canadesi, ma anche ad una persona che parte per un viaggio. Absolutely. Con l’ausilio del navigatore sul cellulare (Dio benedica quel giorno che l’acquistai, mi ha tolto parecchie grane direzionali!) giungo a destinazione in breve tempo e son pronto a parcheggiare la macchina e dirigermi in navetta verso l’aeroporto. Bello no, stile Mamma ho Perso l’Aereo: non mi vengono a prendere a casa, pero’ mi parcheggiano la macchina, mi fanno salire nel furgoncino e mi portano a destinazione. Il bello e’ che cosi’ non scomodo nessuno, non devo sottostare a baci abbracci e puttanate varie dei saluti pre-viaggio (avessi, che so, Gisele Bundchen che mi viene a salutare all’aeoporto, ancora ancora..) e mi sento incredibilmente autonomo. Come ai famosi tempi della riserva, quando portavo in casa sotto un vento sferzante 4 o 5 buste della spesa piene per non dover fare un altro giro in macchina. Ero forte! Rinchiuso nei miei pensieri, tutto sommato allegro, con il piglio giusto, a dispetto delle condizioni meteorologiche avverse, arrivo al Marco Polo dove in velocita’ domando se il mio volo e’ regolare – e di cio’ mi danno conferma, con mia piena soddisfazione! – per poi fiondarmi a cannone al bagno, per la solita, irrununciabile pisciata fiume pre- check-in. E’ piu’ forte di me, gli aeroporti mi stimolano. Esco dal locale adibito a svuotare le vesciche con un sorriso a 34 denti (dente piu’ dente meno) che vuol dire qualcosa del tipo “Ragazzi che pisciata oh!”. Mi accomodo alla fila per il check salutando i tifosi giunti da mezza Italia per salutare la mia partenza. Qualcuno mi lancia della frutta per donarmi vitamine preziose per il viaggio (iperbole dell’autore). Ad un certo punto arriva Adriana, che mi scongiura di non partire. “E’ una cosa che deve essere fatta Adrian”, le dico, e mi volgo con sguardo pensieroso alle barriere d’ingresso. Ormai e’ fatta. (Anche questa, un’iperbole dell’autore rievocante un celebre film che sara’ menzionato piu’ volte) Giunto al gate prescelto, estraggo il mio libro da viaggio – non proprio un tascabile o un oscar da 200 pagine, quanto una mattonella di 540 pagine pure piuttosto ingombrante. Un libro da viaggio intorno al mondo direi. Non posso leggere in pace per 5 minuti, che sono bruscamente interrotto dall’arrivo di due coppie di petulanti signori sessantenni, veneti, impellicciati, saccenti. Tra un commento sul ritardo dei voli (circa un’ora), e un commento su Roma, sulla neve, e sulla figlia anch’essa onniscente a quanto pare, sono fortemente tentato di dar fuoco ai loro preziosissimi mantelli pelosi. Ma non volendo trascorrere i 2 giorni di ferie in gattabuia, freno a stento questo palese istinto. Istinto che si ripresenta gagliardo 10 minuti dopo, quando la mia lettura viene interrotta stavolta da un assolo musicale. Spero per voi non vi capiti mai di vivere una scena del genere, perche’ potreste non sopravvivere alla recrudescenza canora in scena. Una delle due signore sessantenni, a quanto pare colta da insolita (e ignominiosa, vista l’eta’) giovinezza, si improvvisa Rihanna e canticchia le note di “Umbrella”. Vi giuro, credo che la sensazione provata sia qualcosa come entrare in un cesso chimico e trovarlo traboccante di assorbenti usati, chili di merda ed un gabbiano che scava tra i rifiuti. Indescrivibilmente da brividi. E mentre rabbrividisco senza controllo, tengo presente la scena al mondo grazie alla tecnologia dei telefoni, che tramite internet riescono a connettere persone ovunque allo stesso istante. Gran cosa la tecnologia, talvolta. Bisogna solo scovarne il lato utile e sgrassarlo dalle tante applicazioni futili. Prima di chiudere il libro, ne traggo ispirazione per una targa. Si, la targa della mia prossima automobile. Negli USA il cittadino puo’ “comprare” una particolare targa semplicemente presentandosi all’ufficio preposto e presentando il nome che intende usare per la propria. Molto semplice. Io usero’ questo: IDGAF. Non sembra voler dire un cazzo in effetti. Vi do uno spunto: la mia interpretazione inizierebbe per “I don’t give”. Il resto completatelo voi.

mercoledì 28 dicembre 2011

2012: Un'altra chance

Lo ricordo come fosse ieri. Avevo iniziato l'anno corrente - anzi, avevo finito il 2010 - con un solo proposito. Un solo, misero proposito. Non avevo stilato una di quelle liste chilometriche, impossibili, bugiarde che molta gente redige pensando all'anno che viene. No, da realista, mi limitai ad un solo scopo da raggiungere. Anche se, a dirla tutta, l'obiettivo era piuttosto impegnativo: cio' che avevo impresso a fuoco nella mia mente, di modo che ogni giorno mi potessi alzar dal letto con quel pensiero, era "RIUSCIRE A CAMBIARE LA MIA VITA ANDANDO A VIVERE ALL'ESTERO, MEGLIO SE NEGLI STATI UNITI". Ecco con che parole avevo riempito il foglio intestato "Buoni propositi 2011".

E siccome mi trovo a scrivere queste parole sempre da Cadoneghe, Padova, Italia, ho cannato di brutto.

Mi duole dirlo ma, anche se sul mio calendario da tavolo 2011 ho scritto sulla base "Live in South Dakota", la mia vita e' ancora ancorata nel piccolo paese di questa nebbiosa campagna veneta che mi ha dato i natali. Oramai, se devo essere ancor piu' sincero, sono piuttosto deluso e abbattuto, per quanto concerne questo piano. Nonostante gli sforzi, tradotti in emails, letture di siti internet vari ed eventuali, ricerche di lavoro, viaggi, conoscenza di varie persone, sono ancora nelle stesse, identiche condizioni dello scorso anno. L'unica cosa che veramente sento cambiata e' la condizione mentale: c'e' un casino grande il triplo.
La cosa abbatterebbe il piu' inguaribile degli ottimisti, taglierebbe le gambe al piu' testardo degli esseri umani, e romperebbe le palle a chiunque. Me compreso. Ma non sono tipo da lasciarmi abbattere, in questi casi. Semplicemente, cerco di trovare un modo per aggirare l'ostacolo e giungere allo stesso obiettivo. Dunque, sara' mia premura riformulare i miei propositi per l'anno nuovo in una forma diversa, piu' malleabile, di maggior facilita' realizzativa.

Il fatto e' che per come stanno ora le cose gli obiettivi sarebbero troppi. O almeno, i sottoobiettivi sarebbero troppi. La mia ricerca dell'obiettivo da assegnarmi per il 2012 diverrebbe la formulazione di un teorema che neanche il piu' perverso degli studiosi si accingerebbe a formulare! E io non sono ne' un perverso, ne' tantomeno uno studioso, quindi lascio il compito a qualcun'altro.
Mi piacerebbe - ecco, gia' meglio - iniziare a pormi qualche domanda (come se mai l'avessi fatto in questi mesi) e a trovare risposte adeguate. L'unico rischio che corro - ed e' un grosso rischio - e' quello di rispondermi come VOGLIO sentirmi rispondere. Capito cosa intendo?! Si dai, e' facile: spesso ci interroghiamo, interroghiamo anche altra gente, e finiamo per pilotare il risultato dove vogliamo che finisca esattamente. Un modo per rafforzare convinzioni che non abbiamo. Modo piuttosto stupido.

Inizierei a domandarmi se voglio veramente andar via da qui. Tutto sommato io ho il mio bel lavoro, sicuro, ben retribuito, ottimi orari: mi permette di fare una bella vita. Ma e' un buon posto di lavoro TUTTO nella vita? E poi, non e' che mi attizzi cosi' tanto quel che sto facendo. E' giusto allora continuare su questa strada, 8 ore al giorno, per i prossimi 40 anni? Un'altra cosa. Non vorrei fossilizzarmi troppo sul lavoro, la sicurezza che da, i SOLDI. Soldi, soldi, soldi. Pare che il mondo ruoti attorno a quelli. E' giusto che per i soldi, rinunci a qualche bene di gran lunga maggiore, come la mia serenita', la mia felicita', la mia realizzazione?! Qui poi, familiari a parte, ho i miei amici. Ed anche se ultimamente ci si vede sempre meno, e' sempre gente che mi ha dato molto e ad alcuni di loro saro' per sempre infinitamente grato e legato. E' giusto farsi remore per lasciare gli amici di una vita, anche se oramai e' la direzione delle nostre vite stesse a portarci piano piano sempre piu' lontani gli uni dagli altri?

Un'altra cosa che mi domaderei riguarda le mie aspettative. Nel senso: devo ancora capire, dopo il topic precedente, se cio' a cui punto e' viaggiare, soddisfare questa mia attanagliante passione, o semplicemente stabilirmi in un nuovo paese e vivere li' la mia esistenza. Ora mi chiedo: E' piu' logico puntare alla soddisfazione delle nostre passioni piu' forti per raggiungere la felicita', oppure provare una via diversa, sconosciuta, piena di insidie, per provare a raggiungere lo stesso risultato? So che entrambe queste strade portano grosse insidie. Perdere il lavoro, rischiare la difficolta' economica, rischiare di buttare giu' una struttura di vita gia' impostata per avere in cambio solo soddisfazioni temporanee (per quanto prolungate), o alla peggio, nulla. Solo delusioni. Vale veramente la pena mettere in forse la vita che ho creato finora per soddisfare un "mal di pancia" che sento da un pezzo, e che forse potrei soddisfare in altri modi? Ma quali sono, questi altri modi? Purtroppo non posso prendere un mese di ferie ogni due. Solo se lavorassi in proprio, ma per ora e' solo un fantastico sogno. E forse lo rimarrebbe per chiunque. A questo ritmo, finiro' di vedere il mondo tra un bel pezzo, dopo un sacco di soldi spesi, e con mille lagne da assolvere. Esiste una soluzione a tutto cio' che non comporti la distruzione semitotale del mio attuale sistema di vita? Se si, ora sinceramente non ne vedo nemmeno l'ombra.

Avrei molte domande da pormi anche sui posti che vorrei vedere, su cui mi sto interrogando, sulle possibilita' che ognuno di essi offrirebbe. Ma queste, in conclusione, diverrebbero pure divagazioni geografiche e turistiche che sono esplicabili in ultima istanza. Eppure.. Se dovessi spendere un anno in giro per il mondo, con un'unica estate a disposizione, come potrei girare il nord dei miei amati Stati Uniti e vedere contemporaneamente l'estate Islandese, quella Finlandese, quella Russa e quella Canadese? E' IMPOSSIBILE. E questo e' un gran rammarico. La soluzione c'e': prendere piu' tempo per realizzare questi sogni. A costo di cosa? Vi ritorno a sopra! E' un gatto che si morde la fottuta coda.

Ad ogni modo, di domande come avete visto ne avrei a non finire. Non tutte sono intelligenti, ma molte sono dannatamente difficili. Io onestamente, non riesco a venirne fuori. Ogni maledetto giorno la penso in modo diverso, ho un'illuminazione che sfuma ore dopo, ho un'idea che giudico irrealizzabile il weekend successivo. Sono confuso, inerme nel tornado di domande e preoccupazioni che monta su di me.

Non pretendevo con questo scritto di dare una soluzione a tutto cio'. Se non ricordo male, stavo solo cercando di decidere come riempire il foglio "Buoni propositi 2012".
E credo a riguardo che l'obiettivo piu' vero, concreto, onesto, di valore, potrebbe essere questo: Metti ordine nella tua testa amico mio. Realizza cosa vuoi. Realizza cosa e' piu' importante per te. Una volta fatto cio', senza piu' indugi, rincorri il tuo sogno e non mollare mai.
Buona fortuna.

sabato 24 dicembre 2011

Il Natale che vorrei

Vigilia di Natale, anno 2011.

Solo oggi riesco finalmente a pensare al giorno che sta per venire. Maledetto lavoro. Solo oggi riesco a calarmi nel cosiddetto "clima natalizio". Non tanto nei regali inutili, negli addobbi onnipresenti, nella smania di sorridere a tutti e per tutto. No, quello per me non e' il clima natalizio. Quello e' il clima natalizio dei commercianti!
Io oggi finalmente trovo il tempo di fermarmi, e pensare. E una riflessione che mi e' saltata in mente spontanea l'ho avuta mentre mi stavo vestendo per recarmi in chiesa. Scontata forse, per alcuni, ma fin troppo poco alla ribalta dal mio punto di vista. Voglio dire: e' mai possibile che ogni santo anno sia tutto come quello precedente? E' mai possibile che ogni anno ci si riempia la bocca di tante belle parole, di tanti buoni propositi, e che alla fine non si combini mai nulla? Parlo delle nostre azioni, di cio' che facciamo, di come viviamo il Natale. COMMERCIALMENTE, ecco come lo viviamo. Dai, Natale per noi e' il cenone della vigilia e tutti i preparativi ad esso connessi, Natale e' il pranzo di Natale con i parenti, Natale e' una marea di regali, Natale e' comprare gli addobbi e rendere la casa piu' luminosa. Ma quest'anno c'e' crisi. DOVE? C'e' qualcuno, per caso, che non fa regali a causa della crisi? C'e' qualcuno che mangia pastasciutta al pomodoro al pranzo a causa della crisi? NO. Crisi, ve lo spiego io, e' una parola che si tira fuori dove fa comodo. A Natale, non c'e' crisi. La cosa e' gia' deplorevole di per se', per quanto bugiardi e occasionisti siamo. Ma vado oltre. Pensavo: Natale. Si e' tutti piu' buoni, cosi' dicono. Cercavo di andare un po' piu' a fondo sul significato di queste parole, quando sono giunto a questa conclusione, parecchio frustrante per me. Rispondete a questa domanda: come reagite quando una persona vi fa un regalo? (risposta esatta: esprimendo felicita' e apprezzamento). Ecco, cosi' funziona a Natale. Tutti sono presi dal consueto vortice di auguri, regali, convenevoli che "installano" felicita' nella gente. Ma e' davvero quello il Natale? E' tramite il REGALO, tramite l'AUGURIO scontato che s raggiunge la felicita', che si esprime a nostra volta la bonta'? Io non credo proprio. Io credo, piuttosto, che la gran parte di noi si perda, nella strada che ci porta ogni anno verso questo giorno, nella scia di consumismo, falsita' e schematicita' che altro non e' che il MEZZO per arrivare all'obiettivo. E qual'e' l'obiettivo? Be', semplice: tutto cio' che il Natale puo' rappresentare, quell'insieme di buone virtu' e nobili ideali che tutti noi un po' sbandieriamo, in questi giorni: bonta', felicita', altruismo, amore, pace, prodigalita'. Come sempre, per raggiungere gli obiettivi abbiamo bisogno dei mezzi. Ma a Natale, per quanto mi riguarda, il mezzo diventa obiettivo. Il fine da raggiungere diventa l'albero ben decorato, la casa adorna, il regalo ben scelto, il cenone azzeccato. Fuck. Non abbiamo capito un cazzo. Con questo non voglio dire che NESSUNO si presti al lato piu' difficile, ma vero, del Natale. Voglio solo dire che tutti costoro sono una minoranza tragicamente ristretta. Io compreso. Realizzo, ma non applico.
Io vorrei che il Natale fosse una cosa molto piu' profonda per ognuno di noi. Vorrei che riuscissimo a mandare a fanculo la solita maledetta mania dei regali. E fanculo anche al far girare l'economia. Giuro che se qualcuno mi viene a dire che fa regali per questo motivo, lo prendo a pugni. Ne ho le palle piene delle domande che mi sento rivolgere in questi giorni.. una su tutte? "Che regali hai fatto?!" Fieramente, io rispondo: NEANCHE UNO, a parte per i miei genitori. Per pura riconoscenza, nient'altro. Il resto si chiama consumismo e materialismo, non raccontiamoci la favola dell'orso.
Io vorrei che ognugno di noi a Natale lasciasse perdere tutto cio' e si dedicasse alla scoperta dei veri valori che questo giorno ci porta. Io credo che l'altruismo e la generosita' siano una cosa importante, in questi momenti. C'e' chi non ha un tetto sotto cui fare un cenone, c'e' chi non ha qualcosa con cui imbandire la tavola, c'e' chi non ha nemmeno piu' lacrime da versare - per potersi commuovere di fronte ad un bel gesto. Pensiamo a loro, non alla fidanzata, al parente, all'amico. Loro ne hanno piu' bisogno.
Non sono escluso dalla "ramanzina". Ma credo che il realizzare tutto questo, sia il primo passo verso una futura riuscita di questi intenti. A Babbo Natale chiedo di non essere mai troppo egoista, e che il mio egoismo non intralci i progetti degli altri. Chiedo di non essere mai schiavo del materialismo. Chi, soprattutto in questo momento, si attacca alle cose materiali per trarre soddisfazione, e' perduto. Non voglio essere fra quelli.
A Gesu' chiedo che mi accompagni sempre nelle mie scelte, nei miei pensieri, affinche' siano sempre puri e non ledano chi mi sta accanto. Aiutami Signore a realizzare i miei grandi progetti, e a far si' che per me Natale possa essere ogni giorno, tramite essi.

Con l'occasione, un augurio di un felice, vero Natale a tutti voi e ai vostri cari.

..Questa mattina mi immaginavo solo, col mio zaino, sulla sommita' di Observation Point, Parco Nazionale di Zion, Stati Uniti. Io solo, qualche barretta energetica e un thermos di te' caldo come cenone della vigilia, tanti scoiattolini affamati come commensali, tanti magnifici pini di Natale disadorni di decorazioni, le innumerevoli stelle del cielo come luci, un po' di neve sul terreno. Questo, il mio bianco Natale immaginario.
Credo sarebbe magnifico. Mettere via il "solito Natale" almeno per una volta, togliersi di dosso tutte le solite cose materiali, ed immergersi in un Natale piu' profondo, con se' stessi, alla ricerca di cio' che conta veramente.
Peccato, quest'anno non e' cosi'.

giovedì 1 dicembre 2011

"This is the end, my only friend"

E’ sabato, 8 ottobre 2011, meta’ mattinata. L’aria pungente dell’oceano si mischia bene al sole californiano che in questo periodo dell’anno consente ancora a qualche temerario di farsi una nuotata. Si sta bene. Mi trovo lungo una spiaggia affollata da surfisti, a pensare in silenzio, seduto su un muretto. Mentre scorgo dei delfini in lontananza, che si muovono verso sud, mi accorgo che non sono cosi’ triste perche’ il viaggio e’ ormai agli sgoccioli. Non sento la solita, plausibile malinconia al pensiero dell’incombente volo di ritorno. Non sento nulla, come fosse immune a qualsiasi sentimento. Anzi, a dirla tutta, sono quasi solo, semplicemente felice per l’esperienza vissuta. Il viaggio che ho alle spalle, come i suoi posti, volti, animali, plus e minus, e’ stato indimenticabile – parola che sto iniziando ad usare un po’ troppo spesso all’interno di questo mio diario. Ed un motivo, beh, ci sara’ per forza! Sento gia’ dentro di me la ventata d’aria nuova, di cambiamento che ogni viaggio porta con se’. C’e’ un detto, che ovviamente ho fatto mio, che recita “Chi torna da un viaggio non e’ mai la stessa persona che e’ partita”. Poche parole sono piu’ vere di queste. Sono sicuro, perche’ gia’ ne sento gli effetti dentro di me, che anche stavolta e’ andata cosi’, che ho qualcosa di nuovo dentro, che il mio sguardo e’ gia’ volto a nuove avventure, nuovi obiettivi, nuovi orizzonti. Lo faccio con spirito rinnovato, piu’ motivato, perche’ ho visto grandi cose, ho conosciuto persone fantastiche e ho avuto tempo di parlare con me stesso, di andare un po’ piu’ a fondo in certe questioni. Sapete, a volte quel che ci manca e’ proprio il tempo. Nella vita quotidiana, lo studente non ha tempo perche’ deve studiare, chi lavora deve lavorare e chi e’ in pensione.. beh anche lui ha i suoi giri da fare! E NESSUNO, o ben pochi di essi, trova mai il tempo per stare un po’ con se’ stesso, libero da affanni, stress e impegni. Io trovo che il tempo che noi riusciamo a ritagliare per noi stessi sia essenziale: pensate a quanto per uno sportivo sia importante riuscire ad andare a fare una corsa, un allenamento dopo una giornata lavorativa carica di tensione. O quanto sia bello, per un appassionato lettore, trovare un’oretta della giornata da dedicare alla sua passione, la lettura. Ecco, in viaggio – viaggiando da soli – si ha la possibilita’ di fare e pensare ad una miriade di cose. E una delle piu’ importanti credo sia proprio l’andare un po’ piu’ a fondo con noi stessi, lo sforzarsi di conoscere un po’ meglio quella persona un po’ timida, a volte bugiarda, a volte scontrosa, che altro non e’ che il nostro IO interiore. Pensiamo di sapere chi siamo, ma troppe volte in realta’ conosciamo solo chi vorremmo essere. Solo maschere. In viaggio, le maschere cadono e si fanno scoperte interessanti. Lungo una spiaggia assolata, avvolto dalla brezza di fine estate, mi trovo a riconoscere tante scoperte che ho maturato su me stesso. Vi posso assicurare che raramente ci sono momenti piu’ gratificanti. E come dice quell’altro detto, “Chi trova un amico, trova un tesoro”. Basta solo cercarlo, dargli un po’ piu’ di tempo e di confidenza: e’ li che ci aspetta, dentro di noi! La mia ultima giornata americana era iniziata ore prima, non di certo con questi articolati pensieri piuttosto con sforzi fisici interessanti, smantellando il mio arsenale di bagagli e trasferendolo in macchina, passando per un lungo corridoio esterno al motel e scendendo un piano di scalini che raramente ho visto cosi’ stretti. Un normale accesso ad una stanza che si trasforma in una specie di percorso di guerra per un turista sfinito, appena destato dal sonno e con l’assillo di un mega zaino e un paio di grosse valigie. Per riprendermi dallo sforzo, accorre in mio aiuto il mio salvatore Denny’s, compagno di tante (troppe) mangiate ipercaloriche in questi ultimi 16 giorni. A dire il vero sono io che ancora una volta mi fiondo senza esitazione all’interno di un suo locale, ma poco importa. Una simpatica vecchietta in tenuta da cameriera, di quelle stile “Lo vuoi un biscottino?!” (brrr – rabbrividisco), mi fa accomodare al tavolo dove prontamente ordino la mia ultima colazione SERIA, prima di tornare alle misere fette biscottate con marmellata con latte e caffe’ italiani. Oggi vado per la Country fried steak con gravy e pancacke puppies alla fragola con cheese cream. E’ inutile, quelle specie di piccole frittelline con quella favolosa crema al formaggio – di cui potrei nutrirmi a colazione, pranzo e cena – sono da sangue da naso. They’re awesome! Me ne godo boccone dopo boccone. Mi viene da piangere al pensiero che queste bonta’ da 1.99$ mi saranno precluse per molti mesi a venire e forse per sempre. Come del resto una buona country fried steak, o le patatine con formaggio fuso e bacon, o un ottimo Jalama Burger.. cibo americano, mi mancherai. Ma portero’ con te il tuo gustosissimo, grassissimo ricordo e ne tessero’ le lodi nella mia terra natia! Alla fine di questa celebrazione gustativa, chiedo lumi sulle bellezze su cui vale la pena soffermarsi tra Ventura e LA ad una signora dietro di me. Pare che non ci sia granche’, e mi metto in macchina alla volta di LA con l’intenzione di fermarmi qua e la lungo la costa per assaporare solo gli ultimi profumi oceanici in qualche bella spiaggia, guidando per Santa Monica e Malibu. Nella bruma mattutina, le strade deserte della periferia nel sabato mattina sono quasi tristi, anche in un giorno soleggiato come questo. Poca gente per strada, come a lasciarmi spazio per tornare mestamente verso l’aeroporto e di conseguenza, a casa. Piu’ esco dal centro di Ventura, piu’ mi immergo nei sobborghi, prima residenziali, ben curati e con i soliti SUV da 40K $ parcheggiati di fronte alle case, poi via via piu’ umili, miseri, fino al quasi squallore dei campi coltivati, dove la gente (gli immigrati, meglio) lavora al solito per pochi dollari all’ora, sotto il sole, la pioggia, il vento, per poter sfamare i figli. Sono le cose che mi fanno realmente pensare: son proprio disposto a vivere qui? E se andasse cosi’ anche a me? Un po’ intristito, seguo la costa che mantiene un alone di foschia mattutino, come una persona che si alza e deve ancora stropicciarsi gli occhi per vedere meglio cosa il mondo gli riserva quest’oggi. Dopo qualche curva, faccio un’altra considerazione: pare che qui nel Sunshine state gli sport siano due, ciclismo e surf. Soprattutto qui, vedo ciclisti ovunque. Da soli, a coppie, in gruppo. Sara’ anche che e’ sabato mattina e la gente e’ finalmente libera di dedicarsi ai propri passatempi, ma sembra proprio che le due ruote siano ampiamente diffuse fra la gente di qui. Stessa cosa, anzi, il discorso si fa ancor piu’ serio per il surf. Forse piu’ che uno sport qui e’ uno status-symbol, e vivere lungo la costa californiana senza praticare o almeno aver provato a fare surf, dev’essere una specie di onta indelebile che macchia gli individui esiliandoli dalla societa’. C’e’ da dire che tanta gente accorre nei weekend sulle spiaggie del Pacifico anche dall’interno, dai deserti del Nevada, dalle montagne della Sierra, dalle citta’, e ci sono anche parecchi turisti e girovaghi incalliti che trasportano nei loro furgoncini e minicamper una tavola da surf per la bisogna. Mi immagino le spiaggie che sto osservando ora, d’estate: credo che la proporzione fra tavole da surf e pesci posso avvicinarsi all’ 1:1. Devono essere una specie di formicaio di surfisti. Gli ultimi temerari – che anzi temo non saranno nemmeno gli ultimi, da queste parti – li sto osservando io, seduto sul mio muretto, a contemplare le ultime onde dell’oceano ed un branco di delfini in lontananza, mentre traggo alcune conclusioni da quest’avventura magnifica. La macchina pero’, come d’abitudine di questi ultimi tempi, pur essendo in fila a moltissime altre non e’ parcheggiata in una zona ove il parcheggio e’ consentito, dunque abbandono lo spot per non solleticare troppo la sfortuna magnetica che ultimamente mi gira attorno. Passo attraverso Malibu e Santa Monica, paesi divisi a meta’ dalla principale arteria stradale dove sul versante costiero si sviluppano case piu’ modeste, a schiera, tipicamente “marittime”, mentre sul versante collinare e’ ampiamente diffusa la presenza di ville, alcune delle quali enormi, che lasciano presagire le abbondanti capacita’ economiche della gente che sceglie di abitare in queste cittadine. Il contrasto con le periferie incontrate poco tempo prima e’ troppo forte per passare inosservato, e’ una delle cose che mi fa male dell’America. Proseguendo ancora entro a pieno titolo nei sobborghi di Los Angeles, seconda citta’ d’America per numero d’abitanti (3 milioni e 800 mila circa) e con una lunghezza di circa 50 chilometri da un estremo all’altro della sua periferia. Visitarla, tenendo conto delle sue freeway perennemente intasate dal traffico, dei suoi semafori, della sua enormita’, potrebbe essere un’impresa impossibile in mezza giornata. Anzi, lo e’ punto e basta. Io provo a trarne il massimo. Entro in citta’ e cerco di dirigermi aiutato dalla cartina e un po’ a vista verso la collina di Hollywood, dove spero di riuscire a scattare quella famosa foto al boulevard ornato di palme, terminante nella collina con una delle scritte piu’ famose al mondo. Guido, avanzo, scarto, freno, fino ad arrivare ad un punto dove pare che il parcheggio sia gratuito. Mi fermo, e secondo la mappa sono a pochi isolati da Sunset Boulevard e Hollywood Boulevard, le due strada piu’ visitate della citta’. La cosa sta bene, quindi carico lo zaino dello stretto necessario e parto. Peccato che camminare sotto il sole cocente, in mezzo al traffico afoso e sporco della citta’, con uno zaino di almeno una decina di chili non sia la cosa piu’ allettante del creato. Mi trovo a sudare come un cammello nel giro di un paio di isolati. Il fatto e’, purtroppo, che non ho ben chiaro dove stia andando. Cerco di raggiungere la collina orientandomi visivamente, e cammino vie sconosciute, che non trovo sulla mappa. Quando chiedo indicazioni, un passante mi dice “vai a destra” e quello successivo invece “vai a sinistra”. Non ci capisco piu’ nulla, e dopo aver camminato per mezzora mi ritrovo in una specie di studios televisivi dove addetti ai lavori in occhiali scuri e con vistosi pass mi guardano biechi mentre cammino spaesato invocando aiuto. Alla fine trovo un ragazzo all’entrata, comprensivo, che mi spiega che cio’ che cerco e’ dall’altra parte della collina. Cioe’, circa 45 minuti di cammino, sola andata. Maledico me’ stesso per aver provato un impresa simile senza cognizione di causa e di luogo soprattutto, e maledico gia’ anche LA. Mi dico, “Pensa, cretino che non sei altro, stai facendo tutto questo per cosa? Per fare una stupida foto ad un’ancor piu’ stupida scritta su una collina?!”. Mi vergogno di me stesso. Lontani sono i tempi in cui eroicamente camminavo indifeso in ampi pianori alla caccia della foto migliore all’orso, coyote o bisonte di turno. Ora, la caccia si svolge in citta’ e i soggetti non sono ne’ pericolosi, ne’ selvaggi, ne’ interessanti. E’come passare dalla pesca allo squalo in alto mare alla pesca nell’acquario di casa col retino per catturare i pesci. Umiliante. Sudato e umiliato, torno sui miei passi e mi fermo in un Subway solo per trovare refrigerio in una bibita fresca. Erroneamente convinto che cio’ che sto per scegliere sia una lemonade aromatizzata, finisco per ritrovarmi con un miscuglio iperzuccherino di brodaglia rossa alla ciliegia. Fa letteralmente schifo. Sembra medicinale per bambini. Ne bevo due sorsi giusto per dire che almeno ci ho provato, e trovo occasione per liberarmene nobilmente e senza sprecarne il contenuto. Trovo infatti un barbone sul ciglio della strada, capo chino sull’asfalto e cappello voltato per eventuali elemosina. Mi rivolgo a lui chiedendogli se potesse volere la mia bibita. Mi rivolge subito lo sguardo e mi dice “Sure bro, thank you very much my friend!”. E subito, gradisce il fresco contenuto del bicchierone. Contento di aver fatto un minimo di bene con cosi’ poco, riprendo la mia via. Quel che non ha guarito la bibita, ha guarito la consapevolezza di aver aiutato qualcuno. Accedo a Hollywood Boulevard, il famoso viale dove e’ situata la “Walk of Fame”, dove molte star del mondo dello spettacolo, della musica, del cinema hanno la loro stella con impresso il loro nome. La prima vista e’ – per quanto mi riguarda – disgustosa: una masnada di gente, tutti con le loro macchine fotografiche al collo, panini alla mano, che si accalcano su quella o quell’altra stella, e con pose tragicomiche scattano foto su foto per ricordare il loro “incontro” con la celebrita’. Si fanno importunare da loschi figuri che spacciano cd masterizzati, aspiranti rapper che tentano di sfondare, di farsi una loro strada nel business regalando esempi della loro musica. “It’s free, it’s free!” ti dicono. Altri loschi figuri in maschera – Topolino, gli X-Men, Batman, Hulk e molti altri – si fanno strada fra la folla rubando uno scatto (pagato) al bambino o al bambinone di turno. Navette e camioncini scoperti partono ogni cinquanta metri per tour panoramici della citta’, con i venditori che importunano la gente cercando di convincerla a montare a bordo. Non darei 1$ per vedere questa citta’, fosse l’ultima cosa che facessi. Io faccio lo slalom nella folla, evitando tutte le categorie umane sopra descritte, e tenendo gli occhi al suolo per leggere qualche nome noto. In realta’, scopro che pensavo di conoscere molta piu’ gente i cu nomi compaiono sul suolo che cammino. Devo dire che la mia cultura cinematografico/musicale e’ abbastanza scarna, e non mi sorprendo piu’ di tanto. Pero’, noto che la stragrande maggioranza delle celebrita’ presenti e’ a me sconosciuta. Nella mia mente poi, ho solo tre nomi da ritrovare nell’universo stellato del viale: Sylvester Stallone, Clint Eastwood, Steven Seagal. Ok, deridetemi pure per quest’ultimo. O forse non saprete neppure chi e’, costui. Ve lo spiego io: e’ quell’attore protagonista di qualsiasi film in cui si spara e si scazzotta alla grande, dove la trama e’ sempre la stessa e dove lui, il bullo che sa fare qualsiasi cosa e sa ammazzare qualsiasi nemico, vince sempre e con lo sguardo accigliato del duro a suggellare ogni suo successo. Quello e’ Steven Seagal. Lui a dire il vero e’ il meno rilevante della lista. Gli altri due invece, per me son due mostri sacri. Il fatto e’ che cercarli in mezzo al boulevard e’ un gran casino. Troppa gente da evitare. Troppe insidie a cui sottrarsi. Troppe stelle da analizzare. Sconsolato, mi fermo in un angolo al riparo dal sole. Mentre rimugino sul da farsi, scorgo una vista allettante dall’altra parte della strada: un bar al cui esterno campeggiano file intere di bandiere delle varie squadre di college e di NFL. Football americano. Mi avvicino, e decido di entrare. In pratica, un bar sport fatto come si deve: tv ovunque, di ogni formato, che danno allo spettatore la possibilita’ di seguire due o tre match a seconda della direzione in cui si voglia guardare. La prima cosa che mi viene chiesta all’entrata e’ un documento: nessun minore di 16 anni all’interno. Poi, che partita volessi seguire. Gli dico che sono solo un turista amante del football che voleva sedersi e bere qualcosa, e mi accomodano davanti ad una partita di LSU, Louisiana State University (sono forti quelli, quest’anno). Non contento dell’idea di passare del tempo in un locale senza mettere qualcosa sotto i denti – anche se di fame, come sempre a quest’ora durante la vacanza, ne ho ben poca – ordino un semplice Marinara Meatballs sandwich. Semplice, ma esplosivo. E’ come mangiare un carroarmato di carne e sugo. Corazzato di pane. Mi faccio largo quindi tra le enormi masse di questo panino riempito di ottime meatballs – specie di polpette – ma troppo abbondante per la mia fame risibile. Troppo abbondante, forse, anche per una fame regolare. Alla fine, dopo TROPPI touchdown (per intenderci, troppo tempo) decido di abbandonare, di gettare lo straccio. Avanzo una piccola parte del panino, contento di essere arrivato quasi alla fine anche stavolta. Avro’ lo stomaco grande come una tanica di benzina. Rimango a fissare lo schermo dove LSU demolisce il suo avversario per un po’, indugiando sulla mia lemonade e poi sui cubetti di ghiaccio al suo interno. Tiro qualche altra conclusione. Quali? Beh, ad esempio, non avventurarsi MAI in una citta’ senza aver la certezza di una camera prenotata per la notte. Indispensabile. Oppure, portarsi sempre qualcosa da stendere sotto una tenda, per aumentarne il comfort. Ricordarsi i rimedi “Bear Grylls” – che quando attuati hanno portato notevole beneficio alla mia causa. Ah, e non lavarsi mai piu’ con un saponetta dei Motel6: lascia una poco piacevole patina di viscido pulito che ti rende.. anguilloso! Ricalco i miei passi verso l’uscita del locale tra le urla di un tavolo limitrofo pieno di studenti esultanti per un touchdown della loro squadra, Miami. Esco, e di nuovo sono sotto il sole cocente. Uso le mie rinnovate energie per camminare alla nuova ricerca delle mie star perdute, magari provando anche a cacciare giu’ nello stomaco gli avanzi del mio lauto pasto. Cammina e cammina, ad un innominato incrocio trovo finalmente THE STAR, Sylvester Stallone. Per un attimo, divento anch’io giapponese e scatto una foto alla stella. L’unica. Ne passero’ altre di interesse rilevante – una fra tutte Earl Scruggs, acuto compositore e suonatore di banjo di parecchi lustri fa – ma non trovero’ il buon vecchio Clint. A lui do un semplice “arrivederci” agli schermi televisivi, nei deserti del Sud alla caccia di qualche taglia. Io invece proseguo per la mia strada, strada che ora mi porta alla macchina. Sono nuovamente, fieramente determinato a raggiungere la base della collina di Hollywood, per scattare questa maledetta foto e poi andarmene verso l’aeroporto in tutta calma. Ormai, e’ una questione d’onore, una sfida, un singolar tenzone tra me e la collina. E sono del tutto determinato a vincere. Una volta in macchina, studio attentamente le direzioni da prendere ma risulta impossibile definire nel dettaglio le vie dove svoltare. Ne traggo solo una direzione di massima. Dopo molti incroci, molti semafori, e molto traffico – in tempo d’orologio, circa mezz’ora per fare 7/8 chilometri – arrivo ad un parco sospetto, dove ci son piu’ cartelli che all’ingresso di un parco nazionale ed alcuni anche di notevole interesse. Uno, ad esempio, avvisa i frequentatori del parco di non lasciare oggetti di valore in macchina e di stare attenti ai propri effetti al seguito, in quanto il parco e’ zona ad alto tasso di criminalita’. Rassicurante, in effetti. Il secondo poi, ancora meno. Dice qualcosa come “tenere i bambini sotto stretta sorveglianza, il parco e’ zona abitualmente frequentata da leoni di montagna”. Cosa?? Leoni di montagna in centro a LA?! Rimango stupefatto alla lettura di questo cartello, e nel globale mi faccio un’idea ben poco positiva del parco in cui sono entrato. Inoltre, il terreno e’ gibboso, e definirlo “sconnesso” e fargli un complimento. Preferirei guidare su un campo arato con un Califfo 50cc. Ad ogni modo, nemmeno questo e’ il posto giusto, perche’ la collina e’ visibile si, ma dal versante sbagliato. Finalmente pero’, trovo una persona che sa il fatto suo, un orientale palestrato di cui interrompo la corsa chiedendogli indicazioni. Non sembra distante, e seguendole alla lettera giungo all’agognato viale. Mi sento realizzato, ancor di piu’ quando parcheggio per l’ultima volta in un posto ove non mi sarebbe permesso ma dove lascero’ la macchina solo per qualche minuto. Faccio qualche passo in avanti, trovo lo spot giusto dove scattare senza il disturbo di pali o cavi elettrici e ZAC!, eccola. L’obiettivo di giornata e’ raggiunto, dopo fatiche erculee ed enormi rodimenti. Posso dichiarare conclusa la mia epopea, e ripiegare verso l’aeroporto. Facile a dirsi. Sono notevolmente in anticipo, essendo le 15 ed avendo il volo alle 21, ma sicurissimo che la malefica citta’ vorra’ riservarmi qualche ultima, brutta sorpresa mi avvio lestamente verso la destinazione. Detto, fatto. Mi trovo all’istante imbottigliato in una fiumana di macchine che sembrano tutte dirigersi all’aeroporto. O meglio, sembrano tutte dirigersi dove IO mi sto dirigendo. Anche se prendessi una deviazione, mi seguirebbero. Mi sento un po’ Paperino, o Fantozzi quando perseguitato dalla “nuvola da impiegato”. Nella highway come nelle principali arterie del centro si va quasi a passo d’uomo, e arrivo in prossimita’ dell’aeroporto solo dopo un’ora abbondante di atroci sofferenze e munifiche imprecazioni. Trovo quasi inaspettatamente, nel garbuglio di incorci, depositi e motel che e’ la zona aeroportuale, il deposito auto della mia compagnia di noleggio (non ricordo se ne feci il nome ad inizio diario, ma sappiate che non la consigliero’ mai a nessuno!). Lascio la vettura abbastanza in fretta, fortunatamente non devo attendere controlli vari ed eventuali, e mi dirigo verso il terminal, trasportato in bus da una simpatica signorina. Bagagli alla mano, zaino in spalla, cappello di paglia in testa, scendo alla mia fermata e mi faccio strada tra i controlli e le code fino ad arrivare al mio gate. Ho tre ore d’attesa che so come sfruttare: ho un pc con me e un progetto di scrivere un diario della mia avventura. Prima pero’, meglio attrezzarsi. C’e’ un Burger King qui affianco, e decido di fargli una visita. Sazio la poca fame rimasta – ebbene si, dal panino con le meatballs son riuscito a creare altro spazio nel mio stomaco – con un modesto burger e placo la sete con una Coca-Cola formato BIG, la prima di sempre. Il commesso infatti mi ammonisce, “Are you sure? This is the BIG one!”, dice mostrandomi l’enormita’ del bicchiere scelto. Gli spiego che ho tanto tempo in cui poterla finire, quindi la prendo senza indugi e la riempio al bancone. Ora sono pronto veramente. E’ tutto finito sul serio.
Poco dopo il decollo, nell’oscurita’ della notte scesa sulla West Coast, sorvolo la citta’ di Los Angeles che tanto ho maledetto e che tanto non ho apprezzato. Come una persona che vuole scusarsi per un torto arrecato pero’, essa mi mostra il suo lato migliore, che non ha nulla a che fare con strade intasate, miseria mista a ricchezza sfrenata, criminalita’ nascosta. Si mostra in tutto il suo splendore invisibile dal basso ma apprezzabile dall’alto. A migliaia di metri d’altezza, LA illuminata dalle luci delle sue case, dei suoi semafori, delle sue piazze, dei suoi studios, delle sue discoteche, LA illuminata e’ uno spettacolo che lascia a bocca aperta. La grandezza dei suoi confini, della sua periferia, e’ totalmente apprezzabile solo da qui. Ed anche la persona che a terra partiva con rabbia e delusione, che vedeva la citta’ come un immenso intrico stradale dove perdere tempo prezioso, la contempla per un ultima volta con un altro spirito. Malinconico, un rientro a casa imminente, guarda verso il basso e vede il cielo: migliaia e migliaia di stelle a formare tante costellazioni, tante piccole galassie. La piu’ luminosa? Si chiama Hollywood Boulevard.

In conclusione, prendo a prestito le parole di Gerard Baker, un nativo americano della tribu’ dei Mandan-Hidatsa che ha dedicato la sua vita ad una carriera nel National Park Service, arrivando ad essere sovrintendente del Mount Rushmore National Monument, in South Dakota. Carica pesante, per un nativo americano. Egli disse una volta, e con queste parole concludo e vi ringrazio: America’s not sidewalks. America’s not stores. America’s not video games. America’s not restaurants. We need national parks so people can go there and say “Ah, this is America”.

martedì 29 novembre 2011

Giocare a tetris (con le cose da mettere in valigia) - pt.2

Per scacciare i cattivi pensieri degli ennesimi dieci dollari buttati nel cesso, di una spiaggia presunta stupenda ma lontana dalle parole spese, mi faccio tentare. Da cosa?! Hehe.. Cammino di fronte al grill della spiaggia, quello dei “world famous” Jalama Burger. Ho in mente di provare l’impresa, di cimentarmi ufficialmente con il mio primo burger da 1 pound. Un pound corrisponde a circa 450 grammi. Non sembra molto vero? A dire il vero, non e’ molto sul serio! Cosa sono 450 grammi di cibo? Suvvia, poca roba! Un chilo e’ tanto, e suona possente, fa paura dirlo. E per lo stesso motivo, anche un pound suona come tanta roba. Quando in realta’ non lo e’. Cosi’ mi motivo per affrontare la sfida, di proporzioni accettabili ripensando a qualche allegra mangiata a base di hamburger di 600 grammi fatta in estate. 600 grammi di sola carne, pero’! Al bancone, faccio sfilare i pivellini (“Delle patate fritte grazie!”, “un Cheeseburger!”, “Un hamburger con bacon e doppio formaggio!”) e quando tocca a me dico “Uno Jalama Burger. Senza lettuce, pero’!”. Il padrone del posto, un vecchietto robusto e gioviale, come un po’ tutti i vecchietti americani, mi guarda strabuzzando gli occhi e mi dice “Are you sure?! It’s a big, BIG BURGER!”. Gli mostro di stare completamente al gioco. “Yes, I know, but not enough I guess!”. La sua espressione cambia e pare dirmi “Ok, ho capito che tipo sei”, e segna l’ordinazione. Mi augura buon appetito, ed io salgo le scale per sedermi al tavolo. Cinque minuti, ed ecco il burger. Stilisticamente e’ da 10+, come il famoso pollo della pubblicita’. Ci sono 3 patties di carne, 3 fette di 3 formaggi diversi, 3 strati di bacon, e salsa a volonta’. Ah, e la cipolla! Al gusto, passa la prova ad ampissimi voti. E’ una delizia, ed anche se non ho cosi’ fame (ricordate le ciambelle? Anche li’, per inciso, non avevo fame. Container di merda che non sono altro) lo ingurgito avidamente. Una volta finito – si, l’ho spazzolato tutto – passo al voto quantita’: 5. Scopro che 1 pound di panino e’ benissimo alla mia portata. Cosi’, la prossima volta, la sfida la lancero’ ad un panino di 2 pound. No un attimo, proviamo 1 pound e mezzo. Non vorrei dover digiunare per 2 settimane per avere qualche chance di sconfiggere quello da 2! Esco dal bar fra gli applausi degli avventori e torno alla macchina. Mi spiace, ma non voglio piu’ saperne di stare in questa fornace a girarmi i pollici. Guidero’ a sud, fino a quando non trovero’ un posticino discreto, dove potermi comodamente mettere in motel a riordinare le valigie. Mi correggo: riordinare presuppone ordine pregresso. Cio’ e’ falso per le mie valigie, quindi direi piu’ “creare”, le mie valigie. Ecco. Ripercorrendo la tortuosa strada collinare fatta all’andata, trovo diverse occasioni per fermarmi a fotografare svariati rapaci in volo. Uno, stupendo, vola a circa una quindicina-ventina di metri al massimo sopra la mia testa (mi e’ difficile calcolare questo tipo di distanze, ma ritengo la stima piuttosto verosimile). Per ghermirlo, parcheggio la macchina in una posizione diciamo “difficile”. Per rendere l’idea, immaginate la curva di un circuito di Indy Car americano: 180 gradi, inclinata sempre piu’ mano a mano che si sale verso l’esterno della pista. La curva dove parcheggio io pero’ non e’ fatta di cemento bensi’ di sabbia e la cosa rende la stabilita’ meno certa. Inoltre, lo spazio e’ comunque ristretto ed invado con parte della macchina la carreggiata. Un must, oramai. Colgo qualche ottimo scatto, tra gli sguardi stupiti dei passanti – si chiederanno che diavolo stara’ fotografando questo qua per essersi messo cosi’! Sulla scia di questa piccola, temporanea felicita’ penso a rimediare ad un’altro piccolo inconveniente: ho ancora la tenda semiaperta dall’ultima volta che l’ho utilizzata (una settimana fa!) e sarebbe opportuno metterla via degnamente. Lo faccio – scelgo delle location impeccabili – davanti al cancello d’entrata di un pascolo per bovini, a pochi metri da grosse macchie marroni scure su cui preferisco non concentrarmi. Purtroppo, mi discolpo fra me e me, e’ l’unico spiazzo abbastanza grande lungo la strada per ospitare la mia tenda. Non ho di certo intenzione di mettermi a chiuderla nel parcheggio del motel! Ci metto solo pochi minuti, mi libero della tenda, delle mosche accorse e dell’odore non da profmeria e riprendo la mia strada. E’ presto, potrei fermarmi da qualche parte. Consulto alla mia solita maniera – pericolosa, non avendo alcun aiuto esterno – la mappa mentre guido, ed individuo un possibile punto d’interesse in Santa Barbara. Qui le localita’ hanno sempre San o Santa davanti al nome: Santa Barbara, Santa Monica, San Diego, San Buenaventura, San Bernardino, Santa Paula, Santa Ana, San Fernando, Santa Maria, Santa Ynez, San Clemente, San Marcos, Santa Clarita tanto per citarne alcuni. Ci fai un rosario, con i nomi delle citta’ del Sud della California. E non li ho detti tutti, solo alcuni tra i piu’ rilevanti. Vai sicuro che se chiedi indicazioni e sagli santo, finisci due o trecento miglia piu’ in la’! Ad ogni modo, giungo a Santa Barbara dove mi trovo involontariamente a partecipare al solito, triste gioco delle uscite della highway: ci sono 8 uscite, quale vuoi? E io: che diamine ne so? Me ne sia data una a caso, invoco! Ma il lume della ragione agisce prima della mia dabbenaggine e questa volta aspetto giustamente di imbattermi nell’uscita “downtown”. Dopo un paio di buchi nell’acqua riesco anche a trovare spazio in un parcheggio gratuito per 2 ore. Fantastico, non avrei potuto chiedere di meglio. Per quanto mi concerne, Santa Barbara non e’ certo una miniera d’attrazioni o un posto che potrebbe colpirmi al punto di decidere di passar qui la notte. Mi sembra solo e soltanto un posto da fighetti cagoni e con le tasche piene di grana. In effetti, dopo qualche passo sulla Main, scopro che non mi sbagliavo affatto. La citta’ non e’ nemmeno cosi’ male, anzi, sembra carina, simpatica, sempre in movimento. Influenza spagnola nelle costruzioni, basse e di color giallo quasi ovunque, palme anch’esse quasi ovunque e belle piazzette con panche in legno, fontane, ombra. L’atmosfera e’ gradevolissima. Le persone pero’, turisti a parte, mi ricordano le parole dell’amico di giornata Brent, che mi defini’ la citta’ come “expensive”. E chi puo’ permettersi di vivere in una citta’ expensive?! Ovvio, chi ha la grana. The dough. E la gente che cammina, tanti giovani anche, lo fanno trasparire senza remore. Tirati come la corda di un arco – l’effetto sulle tipe non e’ affatto deprecabile, anzi! – ricreano l’atmosfera del sabato pomeriggio in centro, solo che qui e’ venerdi’ e sono circa le 15. Mi faccio un giro sulla Main, metto il naso nei tantissimi negozi di souvenir e ancor piu’ nei locali che offrono cibo (ancora?!) ma non altro. L’atmosfera, per quel che ho fatto in questi giorni e per come sono conciato (da turista che viene da una spiaggia) mi mette un po’ a disagio. Non fa per me, questa dose di mondanita’ pura iniettata cosi’ di colpo ad un country boy. Proprio no. Qualcuno si offre di soccorrermi in questo breve momento di sconforto: e’ sempre lui, Coldstone, che mi alletta con un Gotta Have It! alla vaniglia a cui io non oppongo resistenza, per non offendere. Al tavolo, seduto a divorare i 600 ml e oltre di milkshake, ripenso a tante cose: alle cose esteriori, alle false impressioni, alla pochezza di certa gente, alla consistenza o meno di certe filosofie di pensiero. Penso alla bellezza di molte ragazze che ho visto qui. In effetti, potrei quasi affermare di averne viste piu’ a Santa Barbara che in tutto il resto del viaggio. Ovvio che Zion non e’ famoso per ospitare contest sulla ragazza piu’ carina dello Utah, pero’.. un po’ fa specie. Penso alle parole del mio vecchio amico Gretto, ai discorsi su sfighe generazionai varie ed eventuali e.. eh si, gli do proprio ragione! Questa e’ una citta’ collegiale probabilmente – vedo tanti gruppetti di giovani che camminano zaino in spalla per le vie – ma credo proprio che avendo vissuto in certe altre parti del mondo, in certi altri momenti, ce la saremmo spassata molto di piu’! Buon Gretto, sfiga generazionale si, ma anche geografica!! Quando gli zuccheri iniziano ad addolcire i miei pensieri, e a contribuire a dissipare cupi ragionamenti, decido di tornare in movimento, finire il mio piccolo giro in citta’ e riprendere la macchina. Le contigenze d’orario mi fanno fermare a Ventura, localita’ qualunque in riva al mare che pero’ sembra avere una nutrita schiera di motels. Bestemmio per una quindicina di minuti per trovare l’uscita giusta. Quella delle uscite dalle highway, ve lo dico, e’ una piaga. Se non sei munito di esatti riferimenti, di un numero, di una mappa seria, sei fregato. Soprattutto se non hai la minima idea dell’obiettivo da raggiungere. Questa e’ proprio la mia situazione, e si vede: passo i quindici minuti ad uscire, rientrare, riuscire alla stessa uscita ma dall’altro lato della strada, rientrare, provare una seconda uscita, girare il quartiere e finalmente, esalando l’ultima imprecazione, trovare un motel. Sono talmente provato da questa sfida stradale che accetto la camera propostami al prezzo propostomi. Accetto, stavolta non senza mostrare palesemente il mio dissenso, un prezzo di 3$ per l’uso del wi-fi. Purtroppo ho intenzione di girovagare nell’internet qualora finissi a tempo di record con le mie valigie, dunque pago (per la prima e ultima volta, un wi-fi) e mi rintano in camera. Solo dopo aver fatto i soliti 4-5-6 viaggi della disperazione, tra macchina e camera, portando oggetti di qualsiasi fattura, peso e colore. Sono i miei innumerevoli effetti, che dovro’ far entrare in valigia. Comincio con una bella, tonificante doccia. Poi, accendo il pc, ci attacco l’ipod e metto su una colonna sonora adeguata. Per l’impresa dovrebbe essere qualcosa come la colonna sonora della serie Rocky Balboa, ma opto per cose un po’ piu’ soft. Detergenza ok, musica ok, abbigliamento ok.. manca solo una cosa: da bere. Sono privo di qualsiasi forma di liquido che non sia l’acqua che esce dal rubinetto. Ma, e qui mi gioco l’asso, ho un Denny’s giusto dalla parte opposta della strada. Non devo pensare molto per ritrovarmi in infradito ad attraversare la pericolosa strada di fronte. Sono incorreggibile: d’altronde, era quasi scontato che la mia avventura volgesse al termine li’ dove era iniziata quindici giorni prima. In un Denny’s, a gustarsi un hamburger da favola. Entrato, ordino una coca cola e astutamente la chiedo gia’ munita di refill (secondo bicchiere, gratuito). Il cameriere mi guarda un po’ strano e mi dice “Ok, te ne do due”. Captando odore di truffa specifico “Si, ma sotto forma di refill!”. Alla mia seconda obiezione, il cameriere scuote la testa come a dire “ Questo e’ ubriaco”, e alla fine digita qualcosa sulla macchina di cassa, mi porta due grossi bicchieri pieni di ghiaccio e cola, due cannucce e mi porge lo scontrino. Totale: 1.99$. Sono – non so perche’ – felicissimo. Torno al motel con due missili sottomarini pieni di fresca, dissetante coca cola per aiutarmi a smaltire le prossime ore di fatiche. E comincio il mio duro lavoro. Fra vestiti, biancheria sporca, libri, cianfrusaglie varie, cappelli, scarpe, mappe e qualsiasi altra cosa abbia trovato in macchina, quest’operazione mastodontica di pulizia dura quasi 3 ore. 3 ORE! Ok, so che ora starete ridendo di me ma.. io preferisco fare con calma, ponderare sulla strategia migliore. E infatti, riesco a portare a casa comodamente in valigia anche la mia vecchia Wenzy, la tenda che mi ha ospitato per 4 notti negli altopiani del Sud. Sono orgoglioso di tutto cio’, e vado a riposare contento, con il letto – almeno per una volta – sgombro da qualsiasi cosa. Domani sara’ il mio ultimo giorno negli USA. La tristezza dell’imminente ritorno si scontra con la gioia per l’aver vissuto questi giorni stupendi, indimenticabili. Iniziano gia’ a tornare alla mente ricordi di luoghi e persone che hanno caratterizzato questo mio straordinario soggiorno, che certo mai scordero’. Ma non ho ancora messo il punto su questo viaggio, devo ancora scrivere l’ultima parola. L’ultima, infatti, si chiamera’ “Los Angeles”, anche se cio’ un po’ mi preoccupa.

domenica 27 novembre 2011

Giocare a tetris (con le cose da mettere in valigia) - pt.1

Com’e’ che dicono, “vivi ogni giorno come fosse l’ultimo”. Spero proprio non sia il mio ultimo giorno in America, spero di viverne tanti altri in questa dura, difficile ma dannatamente bella terra. Quel che so per certo e’ che per ora, purtroppo, questo e’ l’ultimo giorno intero che ho da spendere in questo viaggio. Quando la mattina ci si alza con questa sensazione e’ sempre difficile iniziare la giornata con il piede giusto. Io poi, per mia natura, sono sempre volto al futuro, e in questo caso futuro vuol dire volo, Italia, casa, LAVORO. Oh men! Pensiero angosciante. Riprendere il solito ritmo, nella solita citta’, con la solita gente. Il solito lavoro. Piu’ che svegliarmi, stamattina, piombo in una specie di incubo fin troppo reale. Mi schiaffeggio per costringermi a concentrarmi sul dolore fisico, mi alzo violentemente dal letto e vado in bagno per rinfrescarmi le idee con un bel po’ d’acqua fresca. Rewind, riparto da capo. Inizio quindi la mia giornata vestendomi in modo quantomeno civile, riordino le mie cianfrusaglie, che stasera (gia’ tremo al pensiero) dovro’ vedere di far stare nelle mie due valigie, e scendo le scale. Come al solito, sembro un addetto di un impresa di traslochi. Mi manca solo quache mobile e il trucco e’ perfetto. Scendo le scale con zaino, valigie, cappelli, scarpe, infradito, maglie & magliette varie che non stanno nelle valigie. Magari, ecco, piu’ che un’impresa di traslochi, uno zingaro. Di quelli seri e convinti. Passo alla reception a salutare la mia amica indiana, la saluto invitandola a venirmi a trovare in Italia prima o poi – magari prima, che non mi dispiacerebbe lasciare il mio paese per mete migliori sinceramente! – e mi imbarco sul mio mezzo, che parte in direzione “colazione”. Direzione piuttosto grossolana che mi conduce, stamane, in un modesto posticino di quelli che a me ispirano moltissimo ma che in questa fattispecie mi delude un po’. E’ un piccolo “bar”, come lo chiameremmo noi, dove una giovane ragazza si occupa del front-office e del servizio ai clienti. Ci sono appena una quindicina di coperti. Prendo posto al bancone fronte-strada e ordino un cinnamon & raisins waffle con panna montata. Bevo il mio caffe’, pago la mia colazione senza infamia senza lode e mi dirigo verso qualche bella spiaggia. O almeno, provo a trovarne qualcuna di bella. Per adempiere a questo compito vado ad orecchio: mi fermo su spiagge i cui nomi mi ricordano film, nomi famosi, gia’ sentiti, orecchiabili. E’ con questa metodica che arrivo a Pismo Beach (chi cazzo la conosce?!). Parcheggio la macchina sul lungo mare, o lungo oceano che dir si voglia, e faccio due passi sulla sabbia. Nell’aria fresca del mattino, quando il sole batte ma non scalda ancora, vedo gia’ parecchi temerari che surfano. Vedo un’allegra combriccola di arzilli vecchietti che passeggia raccontandosi chissa’ cosa e osservando i citati surfisti. Vedo, infine, la macchina gialla e rossa della LifeGuard, la pattuglia delle spiagge che noi conosciamo perlopiu’ per la serie Baywatch. La scena che vedo io fa molto film, molto Baywatch. Salgo sul pontile che si allunga verso le acque e scatto qualche foto. Sono pero’ stracciato in quanto ad attrezzatura e professionalita’ da un collega – collega, diciamo che lui e’ serio io no – che sta fotografando alla mia destra. Ha un teleobiettivo enorme, di marca, e non posso esimermi dall’ammirarlo. Quando mi accorgo che egli mi sta fissando, gli faccio un cenno d’assenso, un “ok” col pollice volto all’insu’, sorriso sulle labbra. Vedendolo ricambiare, con espressione simpatica, mi avvicino per scambiare due parole. Il mio nuovo amico si chiama Brent, ha 61 anni ed e’ Californiano. Chiedendogli un po’ del suo pezzo d’artiglieria – per cui ha speso la bellezza di 11mila dollarozzi – vengo a sapere che e’ un appassionato di surf, per cui (?) passa spesso del tempo a fotografare amici e sconosciuti mentre solcano impavidi le onde dell’oceano. E’ talmente appassionato di surf che ha addirittura un sito, rinomato a quanto pare, dove pubblica le foto che scatta. L’unica cosa che a me non torna e’ che, per quanto appassionato sia, non mi racconti neppure di quanto e dove surfa lui! Il perche’ e’ presto svelato: lascia surfare gli altri. Saggio, l’amico. E’ un repubblicano, che pensa che Obama non abbia il polso della situazione anche se e’ stato sfortunato ad esser eletto in un periodo cosi’ difficile. Dice che forse, altrimenti, sarebbe una brava persona. Parliamo di Berlusconi (la classica domanda, “Che ne pensi di Berlusconi?”, come fosse una sorta di divinita’ del teatro comico conosciuto in tutto il mondo), delle ragazze italiane (mi chiede quanto siano carine da uno a dieci. Per quanto mi riguarda, do un 6/7 sulla media) e di cosa sto facendo io. A tal proposito, mi da del ragazzino. Del “kid”. Mi dice di viaggiare, girare il mondo, esplorare, saziare la sete che sento dentro di me. Per fermarsi, mettersi a posto, far su famiglia, per quello c’e’ sempre tempo! Pare che abbia girato il mondo Brent, dalle parole che mi rivolge. Invece, scopro che non ha ancora visto posti bellissimi della sua nazione. Un po’ avventatamente, forse quasi scortesemente, manifesto meraviglia in cio’. Mi capita sempre quando sento di un americano che non ha ancora visto il Grand Canyon, o Yosemite, o Yellowstone. O Bryce. Dando un occhio all’orologio e vedendo il tempo scorrere inesorabilmente, lo quasi ammonisco dicendogli di andare in quei posti, di non perderseli. Di lasciare un po’ da parte il surf e di partire con sua moglie alla scoperta del proprio paese. Credo che un po’ gliene sia venuta voglia, tutto sommato! Ci salutiamo calorosamente e, scaldato da una stretta di mano sincera e dal sole sempre piu’ alto nel cielo, riprendo la mia via verso Sud. A Lompoc, un paesotto poco piu’ avanti, sono colto da un sottilissimo languorino amplificato ad incontenibile buco sullo stomaco dalla mia insaziabile golosita’. Infatti, mi avvedo di un piccolo chiosco di DONUTS a lato della strada che, essendo semi deserta, mi consente di svoltare repentinamente e di imboccare la via della ciambella. Entro: locale gestito da un cinese, ma poco importa. Non sono razzista, in quanto a cibo. Se sono in America, va tutto bene. L’assortimento affonda i sensi. Stordisce. Affogo fra ciambelle di ogni forma e colore, vuote o ripiene, con o senza sprinkles. Dopo i classici 5 minuti a braccia conserte meditando sull’amletico dubbio gastronomico, faccio la mia scelta: ordino al cinese una ciambella classica glassata bianca con sprinkles e una di forma allungata, glassata al fudge e ripiena di quella morbida, deliziosa cremina bianca (che sara’ grassissima e fatta prevalentemente di burro, vorrei supporre). Spendo felicemente quei pochi dollari e divoro le mie ciambelle non appena rientrato in macchina. E cosi’, tra una ciambella e una curva, una curva e una ciambella, arrivo a Jalama Beach, posto che un avventore al chiosco mi aveva caldamente consigliato e di cui aveva avuto cura di ripetermi le indicazioni stradali per una decina di volte. La strada che mi ci porta e’ poco frequentata, dispersa tra enormi piantagioni dove lavorano i classici, poveri messicani pagati forse 4-5$ l’ora, ma anche fra infiniti vigneti che fanno assomigliare questo paesaggio collinare alle nostre colline toscane. Solo che – e nessuno potra’ contraddirmi – l’orizzonte visivo e’ UN PO’ piu’ ampio. Giusto un po’. Virando bruscamente a destra e a sinistra la strada scava il suo percorso fino a raggiungere la spiaggia, passando qualche pascolo e qualche nido di rapaciazzi. Seguo la costa per un miglio ed eccomi arrivato. La sorpresa: la spiaggia, come dovevo imparare a conoscere prima, e’ un parco. E come tutti i parchi, statali, provinciali, comunali o rionali che siano, esigono un pedaggio per lasciarti entrare. Qui a Jalama Beach vogliono 10$. Gli esosi, vogliono vedermi mendicare per Los Angeles per mangiare! Eppure, attratto dalla promessa di spiagge favolose, e soprattutto di hamburger enormi (WORLD FAMOUS, mi sparano!) pago ed entro. Solo dopo realizzo, con un DOUH! alla Homer, che hamburger uguale altra spesa. Ormai il danno e’ fatto, ed entro in modalita’ “guadagna il massimo da questi 10$”. Mi cammuffo da bagnante – pantaloncini, canotta, cappello di paglia, occhiali da sole, infradito – ed inizio a camminare lungo la costa, sulla sabbia. Passo una bella addormentata sulla battigia, non una grande figura per quanto mi riguarda, e mi fermo a guardare l’orizzonte intero. Forse qui non hanno ben chiaro nella testa cosa sia una "bellissima spiaggia". Sara’ che si sbagliano loro, o sara’ che avendo girato un po’ fuori di casa ne ho viste molte altre di spiagge, ma i conti non mi tornano. Sinceramente, ho visto posti ben migliori in Scozia, ad esempio. Ripenso alla mia teoria secondo cui lassu’, se d’estate ci fosse qualche grado in piu’ e l’acqua non avesse pezzi di ghiaccio galleggianti, i turisti non andrebbero a Sharm, ma li’. Sharm fallirebbe, non se la filerebbe piu’ nessuno, a parte qualche conturbante signora single non piu’ sulla cresta dell’onda ma incorreggibile nella sua ricerca di qualche povero giovanotto da tormentare. Scozia, Irlanda, o perche’ no, Norvegia, Finlandia, diventerebbero le mete preferite dagli amanti della balneazione. Peccato che stando cosi’ le cose, nessuno di loro abbia voglia di buscarsi la malattia a meta’ estate. Dovranno aspettare solo qualche lustro pero’, continuare ad inquinare e degradare il pianeta come stiamo gia’ facendo, ed ecco che con l’aiuto di mr. Riscaldamento Globale nel giro di una ventina d’anni o poco piu’ potranno fare comodamente il bagno a Bettyhill, Scozia, durante le ferie di luglio. E senza tuta da sommozzatore!! Chiusa la mia quotidiana vena critica, focalizzo la mia attenzione al trarre il massimo dalla spiaggia in cui mi trovo. E’ molto lunga, sembra infinita, e abbastanza larga che al gestore di un lido a Sottomarina (Venezia) farebbe venire le bave alla bocca. Gli accessi praticamente non esistono: c’e’ solo quella piccola, ridotta imboccatura da cui sono entrato io, collegata al parcheggio. Poi, ci sono solo distese di alte scogliere che proteggono la spiaggia come fosse il castello di un antico re. Scogliere che, manco a dirlo, ospitano una nutrita schiera di uccelli marini, per cui mi ritrovo presto a camminare sorvolato da gabbiani prima, pellicani poi, e volatili non ben identificati in ultima istanza. Sembra una voliera a cielo aperto! Trovato uno scoglio abbastanza piatto da ospitare le mie onorevoli chiappe senza arrecar loro danno, mi ci appollaio e provo a prendere il sole. Impossibile: subito un paio di fameliche mosche si precipitano sul mio corpo senza scopo apparente se non quello di infastidirmi. Rinuncio al sole. Provo a dedicarmi alla fotografia: poca cosa, visto che l’unico soggetto interessante che trovo da immortalare e’ la risacca che, con tempo di esposizione lunghi, crea strani effetti. La mia vena pero’ si esaurisce presto e cosi’ anche la mia voglia di rimanere seduto su un sasso ad arrostirmi senza far nulla. Faccio per tornare allo zaino, deposto all’ombra della scogliera, quando maldestramente poso il piede su un’aguzza radice che si trova in mezzo alla sabbia. Credo non sia nulla, e vado avanti. Pochi secondi dopo pero’, sento un forte bruciore. Guardando in basso, vedo l’alluce destro di una tinta rossa che non ricordavo, cosa che mi fa esclamare “Cazzo!”. Mi son ferito – dai, tagliato, non esageriamo i termini! – al dito, evidentemente quella radice e’ stata piu’ perniciosa del previsto. Non volendo giocare ai castelli di sabbia su ferita, provo a pulirmi alla buona e a chiuderla. Tiro fuori dal mio zaino BearGrylls-equipped un po’ di cotone ed un cerotto, con i quali riesco a chiudere il taglio. Per il momento. L’area e’ piu’ grande del previsto. Non contento, anzi direi proprio incazzato, decido di tornare verso la macchina.