martedì 10 luglio 2012

Wilderness Grylls W-end "In Solitaria" - Considerazioni


Alcune considerazioni a seguito del “Wilderness Grylls Weekend – In solitaria fra I monti”:



-          Passo Manghen (come tanti altri passi di montagna d’estate): ciclisti e soprattutto motociclisti, andatevene a fare in culo. Le strade non sono vostre. Mentre guido la strettissima strada che si inerpica in cima, devo zigzagare tra ciclisti che (li capisco, stanno probabilmente per morire di li a pochi minuti) sbandano paurosamente da destra a sinistra nel loro classico incedere in preda alla stanchezza, tra qualche pedone inetto e tra una marea di motociclisti della domenica. Sono odiosi, peggio delle zanzare. Due le categorie: quelli della “guida sportiva”, che dopo ogni tornante sgasano a mille per inchiodare di brutto quando una macchina gli si fa contro, e quelli “da turismo”, con bauletti in ogni dove sulle loro BMW che ingombrano quasi quanto una monovolume. Ah, son riuscito stavolta a vedere anche la terza categoria, i chopper (per quest’ultimi: l’America e’ a una dozzina di migliaia di km da qui, imbecilli). Dopo il distinguo, faccio di tutta l’erba un fascio e mando appunto i suddetti a fanculo. Ma e’ possibile? Solo io mi rendo conto che la strada e’ un buco e che bisogna fare attenzione? Questo branco di deficenti invece li’ a sgasare dopo ogni curva, tutti incarogniti (come diceva Meda) sulle loro moto a fare a gara con chissa’ quale altro stronzo. Li avrei cosparsi di benzina ad uno ad uno. Sembra se ne sbattano semplicemente i coglioni di qualsiasi altro utente della strada. Bene. La prossima volta faro’ anch’io cosi’, e non mi esimero’ dallo stamparvi su quel vostro brutto muso la targa della mia auto, ok? Cosi’ vediamo se imparate a guidare su una strada. Costruitevene per i cazzi vostri, di strade. Un bel po’ di strade per soli stronzi. E portatevi anche i ciclisti, che meno ce ne sono in mezzo alle palle e meglio e’.

-          Ah, dimenticavo gli sboroni della domenica 4ruote. Ovviamente, data la proverbiale larghezza della strada, ci sono gli idioti che o per scelta o per sfoggio di ricchezza, scelgono la macchina piu’ grande per salire in cima. Ti trovi dunque a dover fare dei rally a bordo strada per non urtare la loro pregiata vettura. Loro NON SIA MAI che facciano NEMMENO sfiorare la linea bianca ai loro candidi pneumatici da stronzo. No. Sei tu, povero idiota, che devi prenderti sassi, buche, tombini, animali e qualsiasi altra roba per evitare loro. Sapete che vi dico? Che la prossima volta lascio in garage la mia bella macchina, noleggio un pandino del cazzo e vi rigo la fiancata ogni volta che mi incrociate. Poi vediamo se imparate a farvi da parte o a venir su con una macchina normale. Schifosi bastardi.

-          Sono in forma, non c’e’ che dire. Ho camminato 4 ore e mezza il primo giorno e piu’ o meno lo stesso il secondo, contro il male ai muscoli e contro il malissimo alla caviglia sinistra (urgono accertamenti). Buon ritmo. Il bello di essere da soli e’ che puoi tirare come un mulo e non dover badare a nessuno alle tue spalle. E se sei stanco, ti fermi, mangi, fai una foto, senza problema alcuno.

-          Per il resto – ovvero il 95% - gran weekend. Bei posti (stile non troppa roccia, non troppo bosco, una via di mezzo!), gran clima (non caldo come Caronte, per intenderci), ottimo spirito. Per i sentieri poca gente, non le folle oceaniche da pellegrinaggio che si trova chi vuole andare a rifugi (non so se avete presente cosa possano essere le 3 cime di Lavaredo in weeknd del genere.. manca solo il casolino che ti vende i panini onti alla trailhead zio can) anzi la tranquillita’ che credo cerchi l’escursionista che si dirige verso la montagna. Ho camminato tranquillo, sereno, fatto le soste dove volevo senza preoccuparmi di girarmi se dovevo grattami il culo o di mettermi la mano davanti alla bocca nel caso di un rutto un po’ wild. Ho trovato una ragazza con la tenda piantata a Lago Stellune, che aspettava i suoi amici per una notte li, con un fuoco. Bello cavolo. E io? Io se propongo ai miei amici una notte in tenda, mi ridono dietro. IL RIFUGIO. IL CIBO DEL RIFUGIO. Ma che cazzo andiamo a fare in montagna gente, a mangiare??! Bah. Io posso capire che d’inverno, quando fuori ci si ghiaccia anche i peli del culo, il rifugio, la stufetta accesa, un pasto caldo possano esercitare una certa attrazione. Ma d’estate.. dai! L’estate e’ fatta per vivere l’outdoor, non per far la camminatina col vecchiotto affianco e chiudersi in rifugio la notte. Tanto vale salire. Quella non e’ la montagna che dico io. Io – non perche’ sono io, quanto piuttosto perche’ l’ho fatto – ho preso una tenda, camminato un po’ e mi son piantato in una valle deserta. Dalle 16 che ho montato il campo alle 9 del mattino dopo, lungo la trail, non ho visto anima viva. Che bella sensazione. Poi se pensi che ti morde una vipera, questa solitudine equivale a cazzi amari, ma al momento non ti tange la cosa. Quando puoi assaporare un tramonto da solo, dopo aver mangiato la tua pasta fredda ai legumi. Quando puoi svegliarti non con il suono della sveglia ma con la luce del sole che piano piano si fa piu’ forte. Quando puoi vedere un alba da sogno, le montagne dorate che si specchiano sul lago azzurro, in cielo nemmeno una nuvola. Quando puoi assaporare tutto questo mentre scatti foto e sgranocchi una banana e del cioccolato. Quando nessuno, nessuno ti rompe i coglioni, e nemmeno gli uccellini cinguettano. Ecco, questo mi e’ piaciuto, questa per me e’ stata MONTAGNA. Ho, sulle ali dell’entusiasmo, acceso l’ipod, e mentre camminavo all’alba, ho ascoltato musica un po’ nature, rilassante.. mi sentivo in paradiso. Morto. Perche’ la sensazione che ho di “morto” e’ vedere posti belli ed essere sereno. Io mentre camminavo ero sereno, felice, avevo una musica dolce nelle orecchie e vedevo posti bellissimi. Mi sentivo in paradiso, ed era bello.

sabato 23 giugno 2012

Never seen a rainforest? - pt.1

20 MAGGIO - Port Angeles - Forks

Sono 10 le ore di sonno che mi servono per rimettermi in sesto dopo la tremenda giornata trascorsa ieri. Mi sveglio di cattivo umore, tralizzando che lo scherzetto della valigia mi costera’ all’incirca 5 ore di macchina – 410 km – e 25$ di benzina se tutto va bene. Il mio umore scende scale che pare non abbiano fine quando penso che non ho nemmeno con me uno straccio di spazzolino per detergermi le zanne, cosa che mi fa imbestialire (sto evidentemente pensando ad un elefante quando uso questi termini). Tiro su i miei sparuti effetti ed in pochi minuti sono in macchina, ad allontanarmi da Port Angeles sapendo che ci tornero’ in giornata. Come dire: sono a Torino, vado a fare un salto a Trieste, poi me ne torno da ste parti per pranzo. Mi vengono i brividi alla schiena. Mentre guido poi, le scale dell’umore diventano mobili, lisce e oliate: piove senza soluzione di continuita’. Il paesaggio sara’ anche veritiero – no?! Le classiche immagini da NorthWest – ma a me gia’ sta terribilmente sulle palle. Sono cosi’ intelligente da ripensare ai risultati raggiunti nella prima giornata di viaggio: un mare di chilometri avanti e indietro tra Port Angeles e Seattle. Stop. Mi complimento con me stesso, e ringrazio fato e sfighe varie per aver mandato a ortiche un sudatissimo giorno di ferie. Il peggiore di sempre, per quanto mi riguarda. L’unica cosa che riesce a trattenermi dall’essere scomunicato da qualsiasi chiesa e’ che riesco a vedere qualche wildlife lungo il tragitto. Mi imbatto in diversi elk e deer, un bel po’ di rapaciazzi, una bald eagle (sempre stupendo vederle!) ed un procione morto. Ricordo il modo di dire che forgiai un paio d’anni orsono mentre correvo le strade del Wyoming, “Tempismo da procione”. E’ proprio vero, questi graziosi ma sfortunati animaletti hanno un tempismo del cazzo. Credo che le probabilita’ che essi muoiano nell’atto di attraversare una strada rasentino il 99% (lascio un 1% nel caso la macchina sia cosi’ reattiva da fermarsi in tempo). Tutti questi simpatici animaletti pero’ non bastano a farmi cambiare umore. Sfondo ulteriormente quando per attraversare il ponte che gia’ guidai ieri in direzione opposta – quello prima di Tacoma – mi chiedono un pedaggio di 4 dollarozzi. Che?! Manco fosse il Golden Gate! Fa schifo. Maledette arpie. Arrivo in prossimita’ di Seattle e inizio a vedere un fluire di aerei piccoli medi e grandi. Deduco saggiamente di essere in prossimita’ dell’aeroporto. Ricordo l’uscita, trovo il varco giusto per i car rental, lascio la macchina alla carlona in parcheggio e filo dentro a riprendere il malloppo. Non ho tempo per niente e nessuno. Mi catapulto in macchina, sembra che abbia un bounty killer sulle mie tracce. Mosso ora anche dalla fame incipiente, guido veloce per uscire dall’ingorgo di cemento e freeways che caratterizza le vicinanze di un grosso aeroporto, e mi metto alla ricerca di una ciberia consona alle mie esigenze. Questa ciberia, nella mia mente, si chiama Denny’s. Ne trovo uno a mezzora dall’aeroporto. Anzi, ne ho visti anche prima sinceramente, ma la location non mi aggradava. Non mi piace mangiare in luoghi troppo cementificati, troppo insignificanti, tipo le periferie delle grosse citta’, tutte food chains e negozi d’automobili. Cerco di uscire il piu’ possibile fino a quando lo stomaco me lo permette. Ed eccomi finalmente, dopo mesi, varcare ansiosamente l’entrata del mio ristorante preferito. Una giovane ragazza di colore mi da un tavolo ed io inizio avidamente a leggere un menu’ che in realta’ conosco gia’ quasi a memoria. Ci metto poco ad ordinare, e come ogni volta, SBAGLIO, ordinando immensamente piu’ di quanto il mio ristretto stomaco italiano possa sopportare. Quando la cameriera torna con le mie pietanze, la vedo arrivare con uno di quegli enormi vassoi che usano di solito per i tavoli da 4 o piu’ persone, e con la seggiolina d’apoggio. Gia’ mi vien da ridere. Vedo sbarcare sul mio tavolo – il quale si riempie in poco tempo – nell’ordine: flavoured cappuccino gusto caramel (con i free refill arrivo a berne 3), comprensivo di panna montata, 2 pancakes con pezzi di cioccolato bianco, panna montata e fudge al cioccolato fuso, ed infine un Grand Slamwich (supremo sandwich) con al suo interno carne, uova, prosciutto e formaggio fuso, con contorno di.. frutta in pezzi! Il tavolo appunto, e’ pieno come fosse apparecchiato per 4 persone. Lo stomaco pero’ e’ uno solo ed e’ quello di un pirla. La scena mi diverte un sacco, ho a disposizione un sacco di cose e di qualsiasi tipo, dal dolce al salato alla frutta, e non so nemmeno da dove cominciare. So solo che non finiro’ tutto! Inizio ad addentare con voracita’, e come uccel di bosco salto da carne e formaggio a pancakes e cioccolato. Un’agilita’ felina. Intorno a me invece, l’agilita’ e’ una parola credo sconosciuta. Credo il peso minimo sia 100 chili. Non c’e’ una persona che pesi in modo ottimale. E non posso esimermi dal pensare a me stesso, in un’ipotetica vita nel continente, dopo qualche mese di alimentazione americana. Peserei 100 chili a mia volta. Soprattutto perche’ cerco di ingozzarmi il piu’ possibile. Penso sempre “Magna caro che ora de sera te ghe na fame che te te cappotti”, e via giu’ cibo. Di tutte le prelibatezze che affollavano il mio tavolo, avanzo un pezzetto di melone, 1 boccone di pancakes e uno di sandwich. Un’ottima prova, come prima colazione. Direi voto 8. Soprattutto se confrontata con le colazioni che facevo fino a due giorni fa: muesli e fette biscottate. Mamma mia. Mi vengono i brividi a pensare a quanto triste saro’ al mio ritorno, per dover tornare a tali misere colazioni. Tutto sommato pero’ potrebbero anche tornare utili, visto che gia’ ora, dopo appena un giorno, con quello che mangio rasento il limite dell’obesita’. Torno alla macchina, e mi rimetto alla guida. Potrei guidare questa strada ad occhi chiusi oramai, e non lo faccio solo per ovvie ragioni di sicurezza stradale. Non voglio finire in cella. Arrivo finalmente in un parcheggio che da su una baia adocchiabile, e decido di fare un stop sgranchisci-gambe, fotografico e odontoiatrico. Devo assolutamente detergermi le zanne, cosa che non faccio su per giu’ da una quarantina di ore. Dubito mi farebbero girare uno spot della Mentadent come dubito avrei successo con una donna svedese, attualmente. Estraggo il materiale dalla recuperata valigia e mi lavo alla buona, sputando il tutto nel bel mezzo del parcheggio come fanno gli onti piu’ seri. Mi dissocio dalla categoria ma stavolta, un po’ ne faccio parte. Mi fermo a far benzina in un posto dove c’e’ un enorme, mastodontico RV che sta rifornendo. Dannazione – penso fra me e me – quanti prestiti devono chiedere questi per fare un pieno? Ok che verosimilmente costoro o cacano soldi la sera o non possiedono di contro una casa, ma se confronto il pieno da 40$ alla mia utilitaria ad un pieno per un bestione del genere.. a me sinceramente vengono i brividi. In Italia cose del genere durerebbero due giorni, il tempo di realizzare il costo della benzina. Che e’ aumentata anche da queste parti, noto. Anno dopo anno, e’ inesorabile anche in un paese che sembra (o vuol sembrare) in possesso di scorte indefinibili di materia prima. Abbandono il mastodonte per continuare a guidare la 101 verso Lake Crescent e poi prendere la deviazione per Sol Duc. Al solito, mi piacciono da matti i nomi in cui ti imbatti girando per parchi nazionali! Chissa’ per cosa diamine sta “Sol Duc”. Ecco piano piano che il clima, anzi l’atmosfera muta: mano a mano che inizio a costeggiare il lago, sono quasi teletrasportato in Scozia, dalle parti di Loch Ness. E’ quasi la stessa cosa: una nebbiolina sottile aleggia alle basi della vallata, il lago che sta al centro – acque color smeraldo al centro, un blu elettrico a meta’ via, trasparenti a riva – i monti che salgono, densamente alberati, verso l’alto. La 101 si snoda lungo il lago. La strada e’ stupenda, piccola, alberata, sembra di guidare il viottolo che conduce al piu’ grande e nobile dei castelli medievali. Sembra anche una buona strada per correrci un rally, per la sua conformazione. Non mi faccio pero’ troppo distrarre, e’ comunque bagnata e stretta e guardare troppo a lungo fuori dal finestrino potrebbe indurmi all’errore. E finire giu’ nel lago non sarebbe proprio il coronamento migliore per questa vacanza. Decido di fermarmi un po’. Pochissima gente, conto 3-4 macchine nel giro di una decina di minuti, il che vuol dire che il parco dev’essere semivuoto. Salgo sopra un piccolo sperone che da sul lago, ed assaporo l’atmosfera in solitaria, come piace a me. E’ stupendo. Ci si sente in un mondo diverso, mai vissuto, in un mondo in cui regna la foresta, il verde, e non il cemento. E’ grandioso. Dentro  di me inizia a girare piano piano quell’ingranaggio che ti fa sentire vivo veramente, partecipe del mondo in cui sei, felice di fare e vivere cio’ che stai facendo. Piano piano, sto entrando in quella che io chiamo “vacanza”. Sono fiero, in momenti come questo e in molti altri ancor piu’ belli, di non esser sdraiato sotto un ombrellone al mare. Riprendo la mia carretta ed arrivo a Sol Duc, dove il mio obiettivo – importantissimo prefissarsi tanti mini-obiettivi in viaggi del genere – e’ camminare fino a Sol Duc Falls, che in teoria non sono cascate magnifiche ma che valgono comunque la pena di una camminata. E poi, sara’ il mio primo, vero assaggio di foresta pluviale. In Olympic, le foreste pluviali sono principalmente due, Hoh e Quinault (la prima e’ stupenda come nome, la seconda pronunciata “chinol”, accento sulla “o”) anche se un buon assaggio lo si puo’ avere anche a Sol Duc e a Kalaloch, giu’ verso la spiaggia. Io non sto piu’ nella pelle, immagino meraviglie di posti del genere e a giudicare dagli inizi, credo non verro’ deluso. Smonto dalla macchina e mi avvio alla trailhead partendo da un parcheggio praticamente deserto: due vetture. Top. L’unica cosa wrong al momento e’ che piove. Ovviamente con la fitta foresta la pioggia che filtra al suolo si riduce notevolmente, ma e’ abbastanza per mettere in pericolo gli effetti contenuti nel mio zaino. Opto per vestire subito il kway e il coprizaino impermeabile. A giochi fatti, posso dire di sembrare un pagliaccio. Una specie di sasquatch colorato che cammina con uno zaino in spalla. Il mio kway (Union Cadoneghe, ndr) dopo 10 minuti e’ piu’ umido di una stella marina – il che vuole dire, camminando in tshirt, che ho le braccia bagnate – e deduco che non mi servira’ un cazzo. Molto bene. Il coprizaino invece, essendo stato largo con la taglia il giorno in cui lo presi via internet, mi penzola semiaperto verso il basso. In pratica, cammino con una mano che lo sorregge. Mi sento uno scemo. Ah, per non parlare dei momenti in cui sciaguratamente decido di estrarre la reflex dal groviglio di bottiglie, felpe, survival kits che ho nello zaino e fare una foto. Ci posso impiegare potenzialmente delle ore. Goffamente, inizio a camminare con la camera appesa al collo, tenuta sotto il kway-carta da formaggio per evitarle doccie ancor piu’ grandi. Scattare una foto in queste condizioni diventa un’impresa. Bisogna giocare con l’elasticita’ del proprio collo alla trazione esercitata dal laccio della camera, evitare la pioggia, cercare l’angolo giusto, e in piu’, in condizioni di scarsa luce, stare il piu’ fermi possibile. Credo mi sarebbe piu’ facile imparare la Divina Commedia a memoria. Ad ogni modo, rubando le parole al grande Rocky Balboa, mi dico “Io ci provo”, e scatto. E cammino. Arrivo alle falls, che non sono appunto nulla di straordinario. Per di piu’ c’e’ anche il tronco di un grosso albero a meta’ cascata che rovina una vista potenzialmente carina. Solo qui pero’, mi fermo, a contemplo i dintorni. Realizzo la vera bellezza del posto. La foresta e’ incantevole: il verde e’ un verde intenso, saturo, non di certo secco. La natura e’ viva, pulsante, l’acqua la riempie di vita ogni giorno qui. Le cortecce degli alberi sono tutte, tutte ricoperte di muschio, qui verde qui ramato, qui giallognolo qui marroncino. I licheni sono ovunque, le felci si notano qua e la e quelle strane “alghe” come le definisco io, color verde sbiadito, che infestano i rami degli alberi come a renderli “spettrali”, sono dappertutto. Insomma, sembra di essere tornati indietro al tempo in cui non esisteva nulla sulla terraferma eccetto qualche insetto e tanta, tanta vegetazione. E’ incredibile. E quella nebbiolina “sinistra”, che rimane permanentemente sulla foresta, aggiunge ancor piu’ pathos al posto. Sono veramente meravigliato. Mi trovo a poche ore di macchina da Seattle, da Vancouver, da cemento, aeroporti, Subway e quant’altro eppure potrei dire di essere al Jurassic Park. Questo, signori, e’ il bello dell’America. La sua vastita’ e’ la sua bellezza. La sua diversita’, il suo gioiello. Cammino incantato fino al parcheggio e ritorno alla 101 per proseguire fino a Hoh. La vera rainforest. Mi aspetto il clou, da quelle parti. Mi son segnato la Spruce Nature Trail, una breve escursione nella foresta con cartelli esplicativi della flora locale. Di solito tendo ad evitare qualsiasi cosa si chiami “Nature Trail”. Nella mia mente di camminatore rodato, equivale a dire qualcosa tipo “Brevissima camminata per famiglie con bambini al seguito, per panzoni schifosi che non vogliono rompersi il culo a camminare ma preferiscono farlo con il loro hamburger in mano o ancora per vecchi turisti ansiosi di imparare nozioni sulla flora del posto”. Ora, so che per la cartellonistica di un parco e’ decisamente piu’ conveniente (politicamente ed economicamente) scrivere “Nature Trail” al posto della mia manfrina, pero’ volendo essere onesti, io scriverei cosi’. No doubt. Il fatto e’ che in una rainforest, in Olympic, dove il 95% circa del parco e’ designato come WILDERNESS, una nature trail puo’ essere il posto migliore dove avere un buon assaggio dell’insieme, senza per forza finire disperso o tra le fauci di chissa’ quale bestia preistorica occultata nelle foreste. Entro a Hoh, dove ovviamente continua a piovere. Qui rimango ancor piu’ a bocca aperta. Nonostante nel parcheggio vi siano 4 o 5 macchine (un sacco di gente, vero?!), lungo la trail mi sento assolutamente solo. E qual modo migliore per assaporare il paesaggio? Cammino sotto le fronde di alberi possenti, contorti, muschiati. Si, come i buoi, muschiati. E’ pieno di felci. Grosse felci. Felcione. E’ un posto con talmente tanto verde che fa impallidire l’Irlanda. E’ la foresta piu’ bella dove abbia mai messo piede. Anche di Sequoia, California porto ottimi ricordi, ma qui e’ speciale. Incantevole, ancora. Ogni angolo che giri, ogni albero sono peculiari. Ogni tanto scorgi un Robin o qualche altro piccolo uccello che vola di ramo in ramo. C’e’ qualche piccolo, grazioso uccellino giallo e nero che e’ talmente veloce da rendere impossibile una foto. Guadagno la via del fiume e cammino per un po’ lungo il suo corso. Qui invece sembra Alaska. Acqua grigia, chiaramente derivante dallo scioglimento delle nevi delle sovrastanti catene montuose, un letto pieno di sassi, alberi trascinati dalla corrente. La solita foschia. Foresta ovunque. Manca solo un grizzly (che qui non esiste) che sbuchi fuori verso il fiume, a caccia di salmoni. Into the wild.

venerdì 15 giugno 2012

Il solito primo, merdoso giorno di scuola - pt.2

Mentre attraverso il ponte che mi porta da Tacoma a Gig Harbor, e vedo profilarsi in lontananza le cime grigie ed innevate dell’Olympic Range, concludo che in ogni caso non avrei potuto salire fino ad Hurrican Ridge. Cosi’ a spanne, le condizioni restano proibitive. Prima di partire, avevo avuto cura di informarmi sulle condizioni dei parchi in cui sarei stato. E sebbene Olympic fosse quello preso meglio, Hurricane Ridge veniva segnalata chiusa all’accesso dei veicoli (parlo di montagne alte mediamente 1800 metri e non piu’ alte di 2100) mentre Enchanted Valley, una valle incastonata fra due mini-catene montuose nel sud-ovest del parco, popolare meta escursionistica ed orsistica (infestata di orsi neri), veniva data con almeno 30 centimetri di neve. A vedere il tutto da cosi’ distante, direi siano sommersi dala neve attualmente. Cerco di non farmi prendere dallo sconforto arrembante. Ho iniziato la mia avventura da qualche ora soltanto, ma sembra siano passati giorni, e tutti di merda. Mi faccio coraggio. Al WalMart, aspetto 10 minuti un fottuto commesso – uno sbarbatello di quelli che di solito trovi a sputare negli hamburger di McDonald – in uno stato di dormi-veglia acuto, indotto anche dal fatto che nessuno fortunatamente viene a sfasciarmi i testicoli. Lo sbarbatello alla fine, mi consegna i miei pacchi, e io me ne vado. Anzi, lascio li i pacchi – che sono enormi! – e vado in cerca di un gallone d’acqua. Mi infiltro nello scomparto ACQUA, e cerco. Cerco. Cerco, ma non trovo dell’acqua. Oddio, trovo di tutto: acqua al lampone, al mirtillo, all’arancio, persino al cocco ed ananas, ma NON trovo dell’acqua all’acqua. Pazzesco. Scopro piu’ tardi che i galloni si trovano sul retro dello scompartimento, come qui la prima cosa che un americano cerca fosse acqua aromatizzata. E spinto dalla tristezza e da un coraggio che qui in America, per quanto mi riguarda, non ha fine, prendo anch’io un’acqua non all’acqua. Solo al limone pero’. Ricolleziono il mio scatolame, e torno alla macchina. Mentre arranco con questa pila inumana di scatole, chiedo a me’ stesso perche’ diavolo debbano circondare una tenda, un sacco a pelo ed una semplice stuoia con scatole in cui ce ne starebbero 3 di ognuno. Cazzo io non sono alto 2 metri e pesante 200 pounds e non ho nemmeno un Silverado o un Heavy Duty (2 grossi modelli di pickup) dove mettere tutta sta roba! Bah. L’unica cosa che mi offre ristoro in questo pomeriggio da bombe atomiche e’ il paesaggio. Almeno, considerato senza dar troppo peso al meteo. Il cielo infatti e’ diventato grigio, il sole pressoche’ nascosto dietro a fitti strati di nubi e qualsiasi cosa appare incupita. Ai lati della strada pero’, l’erba e’ verde. Ci sono tantissimi alberi. Ci sono fiori ovunque: gialli e viola perlopiu’. E se penso che alla fin fine sto solo guidando lungo una grossa strada regionale, credo che in mezzo alle foreste ci sia dello spettacolo al momento. Fiori dappertutto. Avro’ il tempo necessario per constatarlo di persona. Per ora devo accontentarmi di roadside wildflowers. Il tempo passa, la stanchezza monta e finalmente arrivo a Port Angeles, la citta’ piu’ degna di tal nome nelle immediate vicinanze di tutto il parco. Gli altri sono piu’ che altro paesi, paeselli, insediamenti, villaggi. Port Angeles puo’ vantare circa 18000 persone, una metropoli qui dalle parti della foresta. Io sono fortunato a trovare subito il mio motel, un Super8 che avevo ovviamente avuto la premura di prenotare da casa. Si trova infatti giusto alla prima via della citta’, rilzato su un piccolo avvallo come a dire “Ehi stronzo turista appena arrivato, non devi nemmeno sprecarti a cercare in giro”. Prendo volentieri dello stronzo dall’immaginaria effige e parcheggio la macchina. Non prendo nulla eccetto il portafoglio. Una volta dentro, scopro che la mia premura e’ stata anche troppa. Tradotto, non c’e’ un cane in motel, e avrei potuto benissimo passare da queste parti all’improvviso e trovare camere a bizzeffe per cifre comunque vantaggiose. Pare – dico, pare – che la stagione non sia ancora cominciata. Buon auspicio. Vado in camera giusto per dare un’occhiata e lasciar giu’ la felpa, ma vengo attratto magneticamente dal letto. Mi ci tuffo e resto in sonnolenta contemplazione, faccia insu’, per qualche minuto. Il mio cervello decide pero’ saggiamente che prima di dormire, lo stomaco bisogna riempire, e lesto mi alzo per andare a cena. Sono preso come un imbecille, dalla faccia si legge chiaramente che non dormo da tempo immemore (o che ho preso uno strano mix di sostanze poco definite) ma sono determinato a non farmi mettere dentro come “tipo sospetto” e a fare semplicemente una buona cena. Mi reco al porto (“Al porto! Vedrai, dove ti porto!”) e scelgo un locale con graziose vetrate vista porto/entroterra, affianco alle quali prendo posto ed inizio a scrivere qualche appunto. La mia prima cena americana dell’anno. La inauguro poco dignitosamente, per i miei standard. Notando la scarsezza del menu – almeno, di quello con costi decenti, ho scelto un posto raffinato a quanto pare – opto per del clam chowder e per un piatto di fried prawns e french fries. Mi sento un lupo di mare per bene, un viaggiatore di quelli incalliti che hanno il mare ed i gabbiani come compagni d’avventure, mentre scruto fuori dalla finestra, gomito sul tavolo e volto posato sulla mano, e prendo ispirazione per scrivere qualche riga. Ammiro un bambino che si diverte a salire su una scalinata e a giocare con le onde che vi si infrangono. Beata spensieratezza. Poi vengo attratto da un profumo familiare, quello di clam chowder. Il clam chowder che mi viene servito dalla camerirera. Ordunque, sono in una localita’ di mare, e da tale mi aspetto un chowder con la C ma anche la H maiuscole. Ed infatti, non mi delude. Annoto la parola “delizioso”. Anche se per me in verita’ ogni versione di questa pietanza e’ deliziosa. Potrei definirmi “addicted to clam chowder”. Quella sua consistenza cremosa, quella dolcezza caseario-burrosa che il mio palato percepisce (non conosco la ricetta – e non voglio saperla – quindi non posso dirlo con certezza) e infine, quella masticabilita’ molluscacea mi mandano al settimo cielo. Il fatto e’ che e’ sempre, sempre troppo poco. Nel paese dove credo sia incostituzionale mandare a casa una persona con un po’ di fame, in un paese dove un hamburger deve pesare almeno 300 grammi per essere a norma di legge, il clam chowder viene ancora servito in porzioni CUP. Cup?! Io in una cup ci bevo il caffe’, non ci mangio il chowder! Difatti c’e’ anche la versione “bowl” per gli stomaci piu’ capienti, ma spesso ragionamenti del tipo “E’ che poi mi porteranno un piatto da 4 chili e mezzo, non ce la faro’ mai a mangiare tutto!” oppure “Quei 3 dollari in piu’ pero’ mi seccano” (detto da uno che poi il giorno dopo ne spende 15 in gelati e cioccolato..lasciamo stare) .. dicevo, ragionamenti del genere frenano la mia voglia di bowl. Un giorno pero’, mi nutriro’ solo di questa pietanza. Delizio il mio palato con cucchiate di cremosi molluschi in zuppa, e passo poi ai gamberetti. La panatura ottima, mangiarli pero’ e’ come inghiottire sassi. Cazzo se son pesanti, piombano nel mio stomaco come farebbe una pallottola su un panetto di burro. Ne mangio 8 su 10, sgancio la grana ed esco per fare due passi digestivi e magari qualche foto. Ho una reflex arrivata una settimana fa che posso dire di non aver quasi utilizzato. Non so perche’ ma presento che sara’ un disastro con le foto. Fuori l’atmosfera e’ gradevolissima: non si sta male in manica lunga leggera, pantaloncini corti. Vedere il mare e’ sempre bello poi – specialmente se non lo vedi da un posto che si chiama Sottomarina. Dovrebbero recintarla e chiudere tutto. Qui si sente la vera atmosfera di mare, addolcita, levigata da un po’ di attrazioni turistiche e da un overflowing di strutture ricettive, che tutto sommato non mi pesa. Faccio due passi nel senso che son proprio due. Mi sento troppo stanco, provato dalla lunghissima giornata (mezza europea, mezza internazionale, e mezza americana) per farne anche uno solo in piu’. Preferisco battere lentamente in ritirata verso la macchina, il motel ed un comodo letto. Rientro, e lascio l’auto in parcheggio. Esco, e ricordo che devo ancora prendere la valigia. Apro il bagagliaio. Questa carretta e’ talmente all’avanguardia (l’ho gia’ detto cos’e’?! Se no, lo dico ora, se l’ho gia’ detto e’ bene che lo ripeta: una Hyundai Accent) che non ha nemmeno un pulsante – sia esso sulla plancia o sulla chiave – per aprire il bagagliaio. Devo aprirlo girando la chiave. Ai tempi della prima Panda siamo. Ma questi pensieri semi giocosi fanno presto a dissiparsi. Una volta aperto il bagagliaio infatti, lo trovo desolatamente VUOTO. Vuoto. Realizzo in 0,2. Mi inginocchio, mani sulla testa, e rimango per un minuto a fissare con sguardo assente il cemento a 50 centimetri dalla mia faccia. Sono riuscito a lasciare la valigia al banco del car rental. Non ci voglio credere. Trovo la forza morale piu’ che fisica per rialzarmi, e faccio un misero, inutile tentativo per provare a trovare una valigia sui sedili posteriori. Cio’ ovviamente, non accade. Fioccano troppi pensieri, come corollari ad una legge matematica: il pensiero di averla ormai persa, il fastidio di dover perdere ancora tempo chiamando gli idioti al telefono per avere notizie, e nel caso esse fossero positive, l’ancor piu’ grande, immenso fastidio di dover perdere altre 4-5 preziosissime ore di tempo per tornare indietro e riprenderla. No, e’ il colpo di grazia. Pensavo di aver toccato il fondo, di averle avute tutte per oggi, questa non ci voleva. Una mazzata che mi getta a terra. Rientro sconsolato al motel, non ho nemmeno la mia proverbiale verve nell’imprecare – che in questi casi mi sostiene saldamente e mi contraddistingue. Elemosino un telefono alla gentile ragazza al desk, a cui racconto la mia storia e dalla quale raccolgo compassione e il desiderato telefono. Compongo il primo numero trovato in internet e – a proposito di call center, di cui parlavo in giornata – chi mi risponde? XXX Car Rental Los Angeles! LOS ANGELES??!! Io voglio Seattle!! Puo’ esplodere LA!! Passatemi Seattle ed i cretini che vi ci lavorano, please! (Conversazioni iperboliche che riflettono i miei impuri pensieri del momento) Attendo un numero indefinito di secondi che, date la mia rabbia, frustrazione e disperazione, mi sembrano lunghissimi. Rispondono da Seattle, mi sembra quasi di riconoscere la voce dell’interdetto che mi ha fatto penare come un cane qualche ora prima. Mi dicono, almeno una buona notizia, che hanno la mia grigia valigia li’ da loro. L’ho lasciata giusto sotto il desk. Ricordo bene la scena ora: appena finito di pagare, mi sono girato e sono corso giu’ dalle scale. Ricordo benissimo anche un’altra cosa, ora che mi sovviene: di aver pensato di sentirmi fin troppo leggero, mentre scendevo DI CORSA i 3 piani di scalini per non perdere tempo in ascensore. Devo imparare a dare un po’ piu’ peso alle mie sensazioni, certe volte. E’ evidente. Metto giu’ il telefono, libero quantomeno da uno dei pesi che mi si erano accumulati sulle spalle, e mi dirigo in camera. Sprofondo nel letto. Sono desolato. Volevo semplicemente rientrare in camera, farmi una doccia fresca e mettere a nanna le mie chiappe. E invece, mi son trovato a perdere altro tempo, a stancarmi il triplo, e a rincasare addirittura senza alcuna voglia di far la doccia. Sono stremato. Non faccio altro che riordinare un po’ di cose, mettere in valigia le magliette che avevo ordinato e che mi son state diligentemente recapitate in motel, e infilarmi sotto le coperte. Il pensiero di dover buttar via 5 ore della mia vita guidando strada inutile per andare in un posto inutile – per giunta durante le mie sudatissime vacanze! – mi annichilisce, sul serio. So che mi fara’ dormire male, ma provo a non pensarci. Tiro le tende il piu’ possibile (qui il sole tramonta alle 21.30) e scelgo il cuscino ideale. Prima di chiudere gli occhi, sul mio diario annoto in maiuscolo: INCREDIBILE.

martedì 12 giugno 2012

Il solito primo, merdoso giorno di scuola - pt.1

19 MAGGIO – Seattle-Port Angeles

Mi hanno sempre detto che nella vita “Chi dorme non piglia pesci”. E’ con questo spirito che il 19 maggio affronto una traumatica sveglia alle 2.30 della notte, pensando che in effetti dormire non avevo dormito una mazza e di pesci dunque avrei dovuto prendere a quintali, nei giorni a seguire. Faccio colazione con ancora la cena che finisce il suo percorso digestivo, mi lavo i denti prima di mettere lo spazzolino in valigia e far fagotto verso l’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, dove arrivo alle 4.45. Un’ora dopo, l’alba. Mentre il sole si fa coraggio e sale oltre l’erba, oltre gli edifici che contornano la pista di decollo, e l’aereo mette in movimento i suoi potenti motori, io trovo interessante argomento di riflessione in: “Ma poi, che cazzo ha fatto Marconi Guglielmo per meritarsi un aeroporto in suo nome?”. Giungo a soddisfacente conclusione pensando che la radio sia una risposta perlomeno sufficiente, e chiudo la questione. Se decollo con questi interrogativi, non oso nemmeno pensare di cosa staro’ discutendo con la mia psiche al ritorno. Dei bruchi, forse.

Lascio i picchi innevati delle Alpi – che mai mi saziero’ di osservare, nel loro bianco splendore – mentre la KLM mi propone uno spuntino che alla vista fa vomitare i maiali. Credo si tratti di una specie di sandwich al formaggio. Anzi, formaggio e granaglie, visto che il pane e’ composto da una ventina di varieta’ di semi. Tutto sommato pero’, non e’ poi tanto male, e mi viene servito accompagnato da una buona fetta di semi-strudel. Dai, la KLM viene promossa per ora. Il pranzo sara' la prova del nove. Il tempo di atterrare e di trovare il gate giusto, che vedo il momento del pranzo clamorosamente defilarsi. Pare proprio che il check-in stavolta durera’ una vita. Ora, non so se i miei amici americani abbiano cambiato qualcosa in materia di entrata nel loro paese – il che e’ probabile, visto che la cosa ha la frequenza di un aumento della benzina in Italia – ma sembra che ogni passeggero venga interrogato anche prima dell’imbarco. Vedo formarsi di fronte a me una coda lunga almeno 50 persone, ognuna delle quali viene fermata da uno dei 4 ispettori presenti, portata di fronte ad una specie di leggio dove vengono formulate diverse domande. Quando per grazia divina arriva il mio turno, vengo tartassato di domande. La piu’ idiota e’ “E’ tutta di tua proprieta’ la roba che hai in valigia?”. Avrei tanto voluto risponderle che stavo semplicemente riportando indietro dei vestiti ad un amico che li aveva dimenticati in Italia, ma dubito mi avrebbe preso sul serio. Mi riguardo alle spalle, dove la coda continua e altra gente passa sotto le forche. Sembriamo un branco di criminali al primo giorno di gabbia. Mi immagino di li’ a poco ordinato di denudarmi, indossare un camice arancione e un paio di manette, e camminare sotto sorveglianza fino al mio posto in aereo. Fortunatamente la mia immaginazione viaggia anni luce piu’ della realta’, ed io posso semplicemente salutare sorridendo (e mandandola a fare in culo col pensiero) la mia interrogatrice e prendere regolarmente posto di fianco al finestrino. Mi aspettano 9 ore e 30 di volo.
Quest’ultime passano piu’ in fretta del previsto, grazie ad esempio ad una sola pisciata (con unico conseguente disturbo passeggero a fianco) e a del cibo di buona qualita’. Nel menu ovviamente compare il solito “pollo a qualcosa”, nel senso che qualche condimento c’e’, ma non sarai mai in grado di capire di cosa si tratta. Le verdure possono essere benissimo carne coperta di una patina verde. Tutto sommato comunque, la “cosa” e’ mangiabile. I bicchieri poi, sono gia’ di taglia americana (ovvero circa il doppio di un bicchiere dato che so, da Lufthansa, British Airways e via dicendo). A pranzo poi osservo letteralmente disgustato il mio vicino tedesco che prende il panetto di burro nel vassoio e lo adagia intero su un misero cracker. E lo ingolla. Brrr. Mangia tutto, come un’anatra. Non lascia avanza nemmeno la poltiglia di simil-verdure che anzi condisce con generosa mayo. Non c’e’ mai limite al disgusto a quanto pare. Giro lo sguardo al finestrino, per vedere se lo spettacolo offerto e’ migliore. Migliore lo e’, assolutamente: sono ormai sopra le Rockies canadesi, montagne meravigliose, ma ora come ora innevate. Vedo piu’ bianco che altri colori. Controllo l’orologio: ancora, 19 maggio. Ripenso alle mie montagne, le Alpi, le Dolomiti. A quest’ora, mi dico, credo che ci sia ancora neve dai 2500 in su se tutto va bene. Non avrei problemi a camminare quasi da nessuna parte. Qui a quanto pare, le cose cambiano di gran lunga. Sebbene in quanto a latitudine tra Bolzano e Vancouver non passi granche’, sembra di confrontare l’appennino toscano con la Marmolada. Convegno che avro’ pane per i miei denti con questa frase che annoto: “I’ll have my business on the trails out there”. In poco tempo atterriamo. Il momento piu’ emozionante e’ l’arrivo sopra Seattle. La citta’ – apparte il groviglio di canali ed isol che gia’ si intravvede – non dice nulla, la cosa che spicca come un enorme brufolo giallo sulla faccia di un 14enne.. anzi no, come similitudine e’ un po’ vomitevole.. diciamo che spicca possente all’orizzonte, e’ Mount Rainier. Magnifico. Magnetico. Calamita la mia attenzione finche’ il pilota me ne consente la vista, prima di virare. Mount Rainier – che e’ una montagna ma anche un parco nazionale dal 1899 – sarebbe un vulcano, e un gran pezzo di vulcano per giunta (4392 metri), anche se attivita’ vulcanica in loco non si registra da tempi piuttosto lunghi. E’ possente, troneggia –quando le nuvole onnipresenti consentono la sua visione – su gran parte del WA occidentale, tant’e’ che gli abitanti delle citta’ piu’ vicine (Seattle – Tacoma) si riferiscono ad esso come “The Mountain”. Questo e’ possibile perche’, se ne vedete una foto, noterete che e’ l’unico rilievo nel raggio di decine di miglia. Non fa parte di una catena montuosa – cosa verosimile nel caso di vulcani – ma proprio come un grosso brufolo giallo spunta fuori gagliardo dalla terra, potente. Mi e’ stato detto che e’ possibile vederlo chiaramente, nei giorni di estrema limpidezza, anche da Portland, Oregon (OR) che sta circa 180 kilometri a sud, in linea d’aria. Penso a tutto questo, ai racconti che ho letto sull’attrazione magnetica che ha esercitato nei secoli verso innumerevoli popoli e persone – dai primi nativi ai contemporanei visitatori del parco – mentre lo vedo piano piano scomparire dietro le ali dell’aereo. Ormai, e’ tempo di posare le ruote a terra, e con le ruote, finalmente anche i miei piedi. Recupero a tempo di record la valigia, passo velocemente e per fortuna inauspicata i controlli (un gentile signore apre un gate che era chiuso proprio davanti a me!) e sono davanti al desk della compagnia di noleggio auto in men che non si dica. Sono in vantaggio di 30’ sulla mia tabella di marcia e con una giornata del genere, rifletto, credo proprio non mi lascero’ scappare una guida fino ai piedi del Rainier. Ma Napoleone diceva “Bisogna considerare l’eventualita’ che tutto vada al peggio, e solo dopo averlo fatto si possono studiare le altre possibilita’”. Mai parole furono piu’ sagge. E mi ero tenuto largo apposta, in fase di preparazione della mia tabella di marcia. Semplicemente, non mi sarei mai aspettato quello a cui stavo andando incontro. Formalizzo gli ultimi dettagli del mio contratto con la compagnia di noleggio, mi faccio anche appioppare un’assicurazione che fatalita’ nello stato di WA e’ obbligatoria (e giu’ altri 11$ al giorno), ed estraggo a mo’ di Colt 45 la cartadi credito per pagare il ceffo. Strisciata, attimi d’attesa e.. la carta non e’ accettata. Provenendo mia sfortuna dal mondo bancario, invito il ceffo a riprovare – si sara’ trattato di un disallineamento temporaneo. Secondo tentativo.. ma il risultato e’ lo stesso. Diamine. La carta che sto usando mi e’ stata recapitata in ufficio 3 giorni prima della partenza, ristampata in seguito ad un tentativo di clonazione che qualche bieco individuo aveva messo in atto nei miei confronti tramite il web. Il plafond e’ ovviamente al massimo, la carta dev’essere per forza d cose attiva, quindi non mi capacito del motivo onestamente. Ma ho altre armi. Estraggo un revolver, la mia seconda carta di credito, quest’ultima con un plafond leggermente inferiore ma che reputo – al netto delle spese gia’ fatte – sufficiente alla bisogna. Strisciata numero tre, e.. funziona, ma il plafond non e’ sufficiente. Nella mia mente, nuvole, nuvoloni, cumulonembi carichi di tempesta, fulimini e grandine si addensano. Foschi pensieri affollano il mio cervello. Fra la tempesta che monta, come un nostromo che tenta di governare una nave nel mezzo di una burrasca, provo a giocare la carta della disperazione ed estraggo l’ultima arma, una rivoltella: il bancomat. Sinceramente, ci faccio affidamento quanto un padre farebbe affidamento sul figlio di 5 anni per guidare l’auto. Ma nei momenti di carestia, va bene tutto. Ovviamente – ci avrei scommesso – non viene accettato perche’ il debito e’ recepito solo se proveniente da banca americana. Bene. Sono in un oceano di merda. Ripenso alle spese che ho fatto con la seconda carta di credito – fra i vari, il biglietto aereo per la Svezia 2 giorni prima di partire, maledetto me – ma piu’ che altro penso al dannato motivo per cui la prima carta non sia utilizzabile. Consulto il ceffo (lo chiamo cosi’ solo perche’ mi piace il nome, in realta’ e’ un gentile signore di origine messicana sulla trentina) e lo convinco a prestarmi il telefono e a farmi chiamare la VISA. Dopo minuti e minuti di attesa, dopo minuti e minuti per capire che diavolo di tasto devo schiacciare, arrivo a parlare con una ragazza moldava ho idea, che altro non sa dirmi che contattare la banca, perche’ loro hanno le mani legate. Ora, due cose. La prima: ho una bassa considerazione dei call center delle piu’ grandi compagnie che operano worldwide. La VISA, ad esempio. Ti trovi, tu italiano, pronto ad impiccarti di fronte al desk di un car rental a Seattle, a parlare della tua cazzo di carta che non funziona con una ragazza che pronuncia le parole in inglese peggio di te e che di sicuro si trova a meno di 3-400 kilometri da Chernobyl! Ma fatemi il piacere. Cosa numero due: siete voi, cari amici moldavi/indiani/puerto ricani o qualsiasi altra nazione soggetta a questi internazionali malfattori, consci del fatto che esistono delle cose chiamate FUSI ORARI che fanno si che nel mio paese, ora come ora, la mia maledetta banca sia chiusa?! Forse no. E la VISA dovrebbe formarvi su cio’, prima di darvi il telefono e le cuffiette per rispondere alle mie telefonate! Metto giu’ il telefono e vengo fatto accomodare in attesa di un secondo ceffo che, mi viene detto, potrebbe sapere un codice per farsi comunque autorizzare la transazione. Mi si accende un flebile barlume di speranza, e con questo mi accomodo sulle seggiole, as aspettare una lunga, infruttuosa, interminabile ora. So cosa fare, nel frattempo: scrivo a mia madre affinche’ scuota il mondo per questo problema, e scrivo alla mia banca, affinche’ si dia una scossa a meno che non voglia che la scuota io al mio ritorno (con mezzi e termini meno appropriati). Ammazzo il tempo. Anzi, a dire il vero e’ lui che ammazza me. Sono a due passi dai posti dove sognavo di essere da mesi ma sono legato ad un marcio di desk senza veloci vie d’uscita. Nella mia mente scorrono film: vedo – come in quei filmati velocizzati – decine e decine di persone che camminano davanti a me, si fermano a far due parole, prendono una macchina e vanno via. Lo fanno per decine di minuti. Io sono l’unico che rimane seduto sulle panche per tutto il tempo. Triste da morire. Ma anche gli ultimi prima o poi vengono ricordati, e viene anche il mio turno. Senza buone news a quanto pare. Il ceffo arrivato non e’ il risolutore, il messia che aspettavo, anzi pare piu’ ignorante del suo collega, ed io rimango con un pugno di mosche in mano. E’ sabato, la banca non aprira’ prima di domenica alle 23, ora locale. Mi viene proposta la seguente soluzione: a meno che io non decida di pagare l’intero noleggio con cash (cosa che non faro’, perche’ mi fumerebbe il 90% dei 1500$ che porto con me, deposit incluso) posso pagare un mini-noleggio di 3-4 giorni, il tempo necessario per contattare la banca e sistemare la grana. E a me, a quanto pare, utile per completare il giro dell’Olympic Peninsula che ho programmato. Mi pare sia l’unica cosa da fare, tutto sommato – orma la tragedia e’ avvenuta – non mi rovina troppo i piani. Accetto, esborso – chissa’ che sifonata mi avranno tirato, non ho nemmeno guardato i dettagli da quanto arrabbiato e assonnato sono – e me ne filo via ai mille all’ora. Non ne voglio piu’ sentir parlare. Sono due ore e mezza della mia vita che ho passato davanti al desk di una compagnia di autonoleggio, pazzesco. Scappo. Raccatto la mia scassarola, al solito controllo i danni preesistenti (pare che sia finita dentro la gabbia di un leone, ha graffi dovunque e sono tutti segnalati. Dovro’ porre attenzione) e sgaso a tutta verso Port Orchard, al WalMart, dove prendero’ l’ordine fatto a suo tempo da casa per tutto il materiale da campeggio. Ho un sonno becco. Non so nemmeno che macchina sto guidando, non l’ho ancora realizzato e sinceramente non me ne frega una mazza. Devo ancora sbollire l’incazzatura. Mi sento un po’ come Giovanni (del trio, Aldo Giovanni e Giacomo) quando gli rigano la macchina e rimane minuti e minuti in silenzio con lo sguardo fisso nel vuoto. Ecco, mi descrivo bene cosi’. Sono all’inizio del viaggio e ho gia’ finito le imprecazioni possibili immaginabili. Sto zitto, ed e’ meglio. Guido assorto nei miei inenarrabili, sproloquiosi pensieri.

domenica 10 giugno 2012

"Green, Gray and Blue": A Drive through the American NorthWest

Era da parecchio tempo che nella mia testa andavo cercando il NordOvest. Le immagini di fitte foreste, di montagne innevate, di laghi color smeraldo non si levavano piu’ dai miei pensieri. Avevo ormai accantonato il capitolo deserti, terre rosse e hoodoes: l’anno scorso ne avevo assaggiati in abbondanza. Volevo scoprire quell’angolo “in alto a sinistra” degli USA che ancor mi mancava. Poi, avrei potuto dire, il West l’avevo visto. Texas a parte (“..only one still hurts.. TEXAS!” cit. Jason Aldean, “Texas was you”).
La meta ormai, era decisa.
Avevo in mente un’altra cosa, un altro pensiero che iniziava ad assillarmi: tornare nella mia seconda casa a maggio. Perche’ maggio? Semplice! Pochi turisti, piu’ possibilita’ di vedere animali, prezzi piu’ bassi, e tanto, tanto verde in piu’ e tanta, tanta acqua in piu’ nelle cascate. E credetemi, in stati come Oregon e Washington, dove esistono addirittura siti che elencano e danno un rating alle cascate presenti, esser presenti in settembre o in maggio fa una certa differenza!
Stranamente – troppa fortuna – lavorativamente parlando la cosa poteva essere fattibile. Non ci ho pensato due volte.
Pochi giorni dopo, la sera del 23 marzo, potevo annunciare gaudioso che il 19 maggio sarei partito da Bologna con destinazione Seattle, stato di Washington (WA). Non stavo piu’ nella pelle. Con la benedizione e gli auguri dei miei amici d’oltreoceano, inizio finalmente a programmare il mio futuro viaggio nel NordOvest.


“Green, Gray and Blue” e’ un titolo che e’ sorto quasi spontaneo nella mia testa durante uno dei tanti momenti in cui, alla guida della mia rental car, riflettevo fra me e me. E’ un titolo che spiegare mi sembra anche stupido, tanto sembra intuitivo cio’ che ci sta dietro. Ho voluto indicare con 3 parole il 95% di quel che ho visto nei miei 18 giorni d’avventura. Appunto, verde, grigio e blu. In 3 parole – potrei essere il migliore degli scrittori – ho riassunto il NordOvest: il verde delle sue foreste, il grigio dei suoi cieli nuvolosi, il blu dei suoi laghi, fiumi e torrenti. Il resto fa da contorno. Si’, c’e’ il bianco della neve sulle montagne; ma e’ quasi impossibile vederne le cime. C’e’ il giallo della luce sole; ma raramente riesce ad emergere dai banchi di nubi. Il resto fa da contorno.
Gran bello schifo, penserete.
Ed e’ qui che vi sbagliate. E’ qui che mi sbagliavo anch’io, quantomeno all’inizio.
Vedete, come mi dicevano saggiamente degli amici di Portland, Oregon (OR) questo e’ il vero NordOvest. Non e’ una terra di sole, di tintarella, di deserti. E’ una terra piovosa, nevosa, una terra ricca di vegetazione, di corsi d’acqua. E’ una terra, tanto per capirci, che ospita l’unica foresta pluviale del Nord America (Olympic National Forest & Olympic NP, WA). E come da copione, quel che i miei occhi hanno visto e’ stata molta pioggia, molta neve, e un po’ di riflesso, la mia pelle ha percepito anche DEL freddo.
Ho capito, dopo un po’, che forse le cose sono andate come dovevano. Certo, aver assstito a due settimane di sole e cieli azzurri sarebbe valso molta piu’ felicita’, uno spirito ben piu’ sollevato, e molte foto migliori. Ma sarebbe stato un po’ come andare nel deserto del Sahara e trovare una settimana di pioggia. Non sarebbe quel che il posto in realta’ e’.  Io posso dire di aver avuto una veritiera, nuda e cruda, esperienza del NordOvest.


Ora dunque, mettetevi comodi e preparatevi a leggere di 18 giorni di guida attraverso 4 stati americani – Washington, Oregon, Idaho e Montana – e di un breve sconfinamento in Canada – Alberta e British Columbia. Un totale di 6635 kilometri. Ho tante cose da raccontare, e scusatemi se saro’ un po’ prolisso per alcune cose. Ma saro’ vario: parlero’ non solo di posti, ma di tante persone, di tanti cibi, e di tante riflessioni mie personali.
E se solo alla fine di questa lettura anche voi sentirete una certa curiosita’, magari un certo richiamo verso quei luoghi magnifici.. beh, la piu’ alta delle mie missioni sara’ compiuta.


Buona lettura,

Manu “The Cloud Rider”

mercoledì 16 maggio 2012

It's time to go

Eh, ormai ci siamo. Anche quest’anno, per la terza volta, si parte per un’avventura in terra americana.

Non ho molto da dire stavolta, al contrario delle altre. Per due cose:

La prima, ormai credo di essermici “abituato”. Abituarsi allo straordinario, all’extra-ordinario, non e’ bello ma e’ bello allo stesso tempo, e questa e’ un po’ una delle sensazioni che provo ora. Anzi ora che ci penso abituarsi a sputtanarsi una marea di soldi ogni volta in realta’ NON e’ bello, rompe le palle! Ma cosa volete, spenderli cos’ e’ una delle gioie piu’ belle della vita per quanto mi riguarda!

La seconda cosa.. beh la seconda cosa e’ che non ho molto da dire perche’ ormai sono scarico. Negli ultimi tempi ho fatto, detto e pensato mille cose diverse fra loro. Ho conosciuto persone, visitato posti, visitato persone, conosciuto culture, programmato viaggi, programmato vite future, impegnato tempo e fatiche sopra carte, email o fuori a sudare per la fatica di un allenamento. Sono scarico, ora, psicologicamente e fisicamente. Fisicamente piu’ che scarico sono spaccato, ma quello e’ un altro discorso. Laggiu’ si troveranno energie anche per scalare le montagne (piene di neve, peraltro). Psicologicamente.. per chi ha avuto modo di star dietro alle mie ultime vicissitudini, questo viaggio capita a fagiuolo (permettetemi la U in mezzo alla parola). Dopo Belgrado, si, direi che ci voleva proprio. Son cose che non passano proprio in un attimo, e sebbene ormai la cosa sia alle spalle, non c’e’ occasione migliore per dare un taglio al recente passato che un bel viaggio per i cazzi propri. Ma non solo per quello, poi. Per tutto: per tutto cio’ a cui sto pensando, cercando di indirizzare la mia vita dove credo vorrei realmente andasse, per tutte le persone con cui sto cercando di tenermi in contatto, per tutte le cose piu’ o meno astratte che ultimamente vorrei fare.. sono un po’ spirito libero ultimamente, e la cosa mi piace un sacco.

Ma tempo al tempo. Ora c’e’ qualcos’altro in vista.

Ora in vista ci sono le spiaggie piu’ belle del paese, i boschi piu’ primordiali del paese, c’e’ “The Crown of the Continent” addirittura, come chiamano Glacier. Ragazzi, se il meteo mi assiste (ultime, maledette parole famose, lo so) sto andando in uno degli angoli piu’ belli d’America. Un angolo un po’ grande a dire il vero eh, non sono io quello che si ferma 10 giorni a NY o LA, lo sapete. Un angolo meraviglioso. Io ormai, al solito, ho gia’ la mappa tracciata nella mia mente. Ma come recita quel detto di Napoleone che io cito sempre, “ogni piano e’ fatto per essere distrutto”, anche quest’anno mi aspetto qualche manovra on-the-run. Ci sara’ una giornata di pioggia, un posto talmente ammaliante, una persona talmente affabile che mi costringera’ a variare i miei piani, lo so. Capita sempre cosi’. Ma io sono fiducioso. Sono felice. Non vedo l’ora di vedere, esplorare, conoscere. E’ lo spirito con cui parto verso ogni viaggio.

Non faro’ eccezione, stavolta.

Io parto solo ma felice, il mio cuore e’ sereno e il mio spirito alto.

Manu, 16.05.2012

venerdì 11 maggio 2012

USA NorthWest '12, -8.

Orbene, il classico problema dei -8 giorni alla partenza: la capienza della valigia.

Non ho ancora tirato fuori nulla, ho solo due dati a disposizione per avviare i mie lamenti: le dimensioni del mio bagaglio e la lista delle cose che devo farci stare. Due cose che non possono per forza di cose andare a braccetto. Ho una lista sterminata di cose da portar via. Vanno dalle piu' ovvie mutande, calzini, abbigliamento vario, all'orologio, ad una corda e ai cerotti per le vesciche.
Certo, Bear Grylls in effetti non metterebbe i Compeed nel suo zainetto. Ma io, per quanto nel telefono abbia la suoneria del suo programma, non sono Bear Grylls, e i Compeed nello zaino li metto eccome!

Mi avvio al -7 giorni alla partenza con atroci dubbi di fattibilita'.
Mi domando dove cazzo trovero' lo spazio per mettere il cuscino da campeggio che presi lo scorso anno al Walmart per 8 dollari.

domenica 6 maggio 2012

Ti saluto, tristemente

"Talvolta e' meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.
La consapevolezza che l'insuccesso sia comunque il frutto di un tentativo."

Queste parole hanno ispirato il mio ultimo saluto ad una persona a cui ho tenuto molto e che si e' ritagliata - in modo strano, inconsueto, travagliato - un posto speciale nel mio cuore.

Ti ho conosciuta a capodanno, in una piazza stracolma di gente dove il tuo volto risaltava fra tutti gli altri. Ci siamo voluti vedere la sera dopo in un freddo lungomare deserto, soli io e te. Siamo stati felici del poco tempo passato insieme, talmente felici che ci siamo fatti una promessa: ci saremmo rivisti presto.
Non in Italia, dove tu eri solo di passaggio, turista. Ma nel tuo paese, la Serbia.
Io non ci davo tanto peso, pensavo fosse un'avventura come tante altre, solo "un po'" piu' scomoda.
Son venuto a Belgrado solo, infreddolito, nel mezzo di una perturbazione nevosa come non se ne vedevano da decenni. Ho sfidato il freddo, il meteo, la lingua e la cultura di un paese a me sconosciuto e che molto a mio agio non mi metteva. Ho fatto questo ed altro, alla fin fine, per star con te qualche ora in 4 giorni.
Molti amici miei e tuoi, dissero che ero un pazzo -alcuni in senso buono, altri un po' meno.
Tornato a casa, non pensavo che a te, a rivederti, a riabbracciarti. Eri diventata qualcosa in piu' di un'avventura. Forse iniziavo a credere a qualcosa in piu'. E tu, non mi davi motivo di pensare diversamente. Credo iniziavamo a diventare complici in tutto cio'. Ci volevamo, ci cercavamo, con piu' o meno continuita'. Era bello vedere come tu mi facevi intendere i tuoi sentimenti. Era bello provare delle emozioni cosi' per una persona vista cosi' poco e cosi' lontana da me.
Ma nella vita non va mai come noi vorremmo andasse, ed anche tra noi c'era qualcosa.
Era il tuo ragazzo.
Mi avevi detto - all'inizio - che lo stavi lasciando, che non c'era piu' nulla. Lui continuava a cercarti e non ti mollava invece. Certe volte mi lasciavi un po' perplesso a riguardo, ma io ti davo fiducia.
Tornavo a Belgrado, una seconda volta, addirittura in macchina, facendo un sacco di chilometri in pochissimo tempo solo per rivederti. Io ormai volevo te e in te credevo.
Siamo stati benissimo in quel poco tempo assieme, una giornata. Camminavamo per Belgrado per mano e sembravamo la coppia piu' bella del mondo - senza megalomania. Eravamo entrambi felici e si vedeva nei nostri volti. Non era qualcosa da una scopata e via. No, non questa.
Quando ti ho lasciata in quel piccolo paese di campagna, dove abita tua nonna, non sapendo se ti avrei rivista quella sera o tra due o tre mesi, montavo in macchina col cuore pesante una tonnellata.
Arrivavo in appartamento, dove c'era il tuo fantasma, dove aleggiava ancora il tuo profumo, dove rivedevo attimi passati con te, non ce la facevo piu' e scoppiavo a piangere. Lacrime vere, di dolore.
Ti volevo sul serio.

Ma ora qualcosa era cambiato: eravamo insieme. Una cosa bellissima che mi faceva rientrare triste, sapendo che ti avrei rivista tra troppo tempo.
Ma eri la mia ragazza ora, ed eravamo entrambi felici.
Purtroppo, se c'e' una terza persona di mezzo, le cose non vanno mai bene. Pochi giorni dopo mi facevi intendere che lui era di nuovo li. Da allora, non mi rispondevi piu', ne' ai messaggi ne alle chiamate. Io ero distrutto, e arrabbiato. Perche' tutto cio', cosi' di colpo?

Il resto e' storia recente. Alla fine mi rispondevi, e..
..e mi dicevi tutto. Vorrei non aver mai letto cio' che mi hai scritto, sweety. Avrei piuttosto preferito sapere che eri una puttana qualunque e che mi avevi preso per il culo sin dall'inizio. Ci sarei rimasto meglio, avrei potuto arrabbiarmi con te e mandarti a cagare, chiudere il libro e riprendere la mia via.
No, tu mi hai detto delle cose tristissime.
La gelosia di un uomo ha rotto la nostra felicita'. La sua gelosia, la sua cultura marcia ti ha impedito di provare a staccarti da lui e ad essere felice come speravi con me.
Ora il tuo futuro sembra essere segnato, a quanto mi dici.
Ed io ripenso a tutta questa storia. A quanto bello avrebbe potuto essere tra noi. A quanto felici avremmo potuto essere. Poi ripenso a te, stretta nella sua morsa. E sono terribilmente triste.
Potrei fare di tutto per te, ma a cosa servirebbe? Con certa gente di mezzo, correrei solo il rischio di metterti in guai piu' seri.
Io ho le mani legate ora. Quello che potevo dirti - tante parole per stimolare il tuo coraggio - l'ho detto, ma non posso fare altro. Servirebbe solo un miracolo.

Sono a pezzi per com'e' finita. Credimi. Non ci avrei mai scommesso un euro. Ma in cuor mio resta, oltre al dolore ed alla tristezza di saperti infelice, una grande certezza:
Avevo trovato una persona meravigliosa. Mi hai detto che non volevi che io avessi problemi, che non ero la ragazza per te, che io meritavo il meglio dalla vita. Sei una persona meravigliosa.

Talvolta e' meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.

Addio mia bellissima ragazza,
sappi che contravverro' alle tue ultime parole.. NON TI DIMENTICHERO' MAI.

venerdì 4 maggio 2012

Adieu, bella ragazza serba.

Be', ragazza.. anche se non potro' mai appurare la vera verita', mi mancava quello che mi hai detto, mi mancavano questi pezzi del puzzle. Ora va meglio. Ora capisco molte cose, e ti capisco. E' finita in modo triste - e credo lo sia stato per entrambi - ma non ti dimentichero'. E' stato molto bello, finche' e' durato. A volte, mi manchera' la tua bellezza, il tuo profumo, il tuo inglese cosi' cosi'. Ciao!

martedì 1 maggio 2012

Along the way, things may change.

Una volta slegati da qualsiasi relazione con un'altra persona, si parte piu' leggeri e piu' aperti a vivere appieno la propria esperienza. Non dimenticatelo.

martedì 10 aprile 2012

- 39 giorni alla partenza

Nonostante manchi ancora DEL tempo alla partenza, come evidenziato nel titolo, voglio comunque tornare a scrivere per non perdere il filo del discorso.
Sapete, organizzare un viaggio - uno di quelli che faccio io - per me e' cosa seria e prende parecchio tempo. Ci sta dietro un'organizzazione capillare.
Per farvi un esempio: sapreste che strada guidare per vedere la prospettiva migliore di Mt Hood, in Oregon? Sapreste qual'e' la spiaggia piu' bella nella costa di tale stato? Sapreste dove mangiare i migliori hamburger del North West? Sapreste dirmi qual'e' la piu' bella cascata dello stato di Washington e come arrivarvici?!
Voi non lo so, ma IO SI!
Appunto, e' tutta questione di organizzazione.
Purtroppo, un organizzatore sistematico in quanto a viaggi, quale e' il sottoscritto, si e' ritrovato nella spiacevole situazione di uno che ha cannato completamente il periodo adatto all'avventura in programma. Mi spiego: essendo la mia meta il Pacifc NorthWest, regione degli USA composta da Oregon e Washington per la maggior parte, stati con clima prevalentemente montano, piovoso anche se con alcune piccole oasi temperate o addirittura desertiche, avrei dovuto aspettarmi una visita quantomeno nella stagione estiva. Purtroppo, necessita' lavorative al pari di irrefrenabile voglia di vedere gli USA con le prime erbe verdi dell'anno, le cascate a pieno regime e non ancora le orde di turisti estivi, han fatto si che il biglietto venisse prenotato per il 19 maggio.
GRAVISSIMO ERRORE.
Tra le mete originarie ci sono Glacier National Park, MT. Mount Rainier NP, WA. North Cascades NP, WA. Crater Lake NP, OR. Ebbene, Solo 2 su 4 sopravvivono al taglio operato per ragioni di buon senso. Vengo infatti a sapere - dopo aver prenotato oramai - che la strada che costeggia Crater Lake apre solitamente dopo le nevi invernali e primaverili attorno alla meta' di luglio. A Mount Rainier non e' insolito festeggiare il 4 luglio con la neve attorno. A Glacier la strada principale che attraversa il parco aprira' nel 2012 (stima) non prima del 1^ luglio. Infine, a North Cascades, le camminate che avro' a disposizione si conteranno sulle dita di un paio di mani. Tutte le altre (media, medio/alta, alta quota)saranno appannaggio dei visitatori che arriveranno da luglio in poi. Intendiamoci, son tutti parchi in zone montuose, con altitudini spesso tra i 1500 ed i 2300 metri, ma diamine.. neve fino a meta' luglio, quello sinceramente non mi era passato nemmeno per l'anticamera del cervello!
Sfortunatamente, un errore di supposizione che mi costo' caro, ed ora mi ritrovo a dover pianificare un viaggio in una regione potenzialmente ancora coperta da un notevole strato di neve. Dannazione.

..Se pero' ho imparato qualcosa dalla vita, e' che NON TUTTO IL MALE VIEN PER NUOCERE, e da qualsiasi cosa che funziona male si puo' ricavare qualcosa di positivo. Io infatti, dovendo inserire la modalita' "re-route" per il mio itinerario, ho scoperto tanti ma tanti di quei posti nuovi che gia' ora non so piu' come farceli stare! Ad esempio.. la costa del selvaggio Oregon, o Palouse Falls, il Columbia River Gorge, la National Bison Range in Montana. Vi giuro, ho scoperto che necessiterei del triplo del tempo per vedere cio' a cui passero' attraverso durante questo viaggio. E senza star tanto a deviare di qua e di la. Semplicemente guidando da un parco all'altro, dei 3 che mi sono rimasti! (Fanculo al mio piano di aggiungere altri 5 parchi USA alla mia lista. Sappiate che prima o poi vorro' vederli TUTTI! - o quasi)
Insomma, anche se le premesse erano ottime, ed i primi rilievi disastrosi, ho trovato il modo di - quantomeno cosi' a naso - divertirmi anche stavolta!

Non sto qui ora a svelarvi piu' di tanto mete, camminate in programma, persone da incontrare, esperienze da fare.. anche perche' poi toglierebbe il gusto del racconto post-viaggio! Una cosa scontata invece e' la voglia che ho di partire. Incontenibile. Non vedo l'ora di vedere quei posti meravigliosi - e chissa' che non siano il colpo di grazia alla mia voglia gia' malcelata di prendere e salutare tutto e tutti. Ho una voglia matta di prendere lo zaino, mettermi su una trail, dormire in tenda su una spiaggia o in mezzo ad una radura, godermi il silenzio della notte, e svegliarmi col sole al mattino pronto a tornare indietro, fresco di "wilderness".
Non vedo l'ora.

Per il momento vedo solo il calendario davanti a me che segna 10 aprile. - 39 giorni ragazzo, e poi si torna a casa!

martedì 21 febbraio 2012

E questa sarebbe una pizza?!

Dopo un po’ ad ogni modo, passa il mio istinto da lettore e tra un giochetto qua ed uno spuntino la, arriva l’ora dell’imbarco. Finalmente, voliamo su Roma. Spinta a mille del motore, schiene spianate all’indietro, e via su nel cielo. A terra il tempo uggioso, ventoso, pessimo. Li, in alto, sopra le nuvole, avviene sempre il solito miracolo: c’e’ il sole. Non mi stanchero’ mai di ripeterlo, finiro’ per risultare mieloso e beceramente poetico, ma credo sia questo uno dei miracoli piu’ belli del volo, al di la del trasportare persone velocemente da un luogo all’altro: far riscoprire ogni volta alla gente che, piu’ su delle nuvole, comunque vada, il sole splende sempre. Ed e’ uno spettacolo che rallegra lo spirito. Il corpo invece lo scaldo con un te’ caldo al limone cortesemente offerto dallo staff, mentre ammiro un altro spettacolo, durante la nostra discesa. Spettacolo un po’, mah, sconcertante a dire il vero. L’Italia e’ tutta imbiancata. Dall’Emilia alle Marche fin giu’ a Roma, un unico tappeto bianco di neve copre la penisola. Solo qualche cupa foresta e macchia coltivata spezza la monotonia ed il grigiore di questo ambiente. Arrivo mestamente a terra convinto che non decollero’ mai per Belgrado, visti anche gli accumuli di neve a bordo pista. Eccoci a Roma, caput mundi. In realta’, che la Caput Mundi abbia dei piccioni che svolazzano comodamente dentro i gate dell’aeroporto mi lascia un po’ perplesso. Ce ne sono giusto un paio che si aggirano pericolosamente sui tubi posti sopra dove sono attualmente seduto. E la cosa mi desta DELLE preoccupazioni, capirete il perche’. Verra’ si il giorno in cui i piccioni conquisteranno il mondo. Lo diceva anche un link in Facebook, ricordo. Li ho visti girare nei supermercati anche, sti pennuti malnati. Chissa’ che piano diabolico hanno in mente! Spostandomi cautamente, evito la pennutaglia e mi dedico a qualche passatempo: riordinare la 24 ore, scrivere qualche appunto, fare uno spuntino. Mi sembra di avere un’eternita’ da passare prima del volo verso Belgrado – anch’esso regolarmente programmato, grazie a Dio! – quando mi accorgo invece di essere in ritardo: hanno gia’ aperto il boarding da 10 minuti e quando arrivo io sono gia’ tutti dentro il velivolo. Dannazione. E dannazione anche alla cinese con la lebbra che mi ritrovo affianco. Con 50 gradi di temperatura, avvolta nel suo piumino, imberrettata a tossire. Ma porca.. scampo la malattia a casa ed essa mi insegue con due occhi a mandorla ed un piumino blu. Pazzesco. Riesco comunque a trovare uno spunto interessante in questo volo quando sono prossimo all’arrivo, previsto per le 17.35. Ormai e’ l’ora del tramonto, delle luci che sfumano, del sole che arrossa e scende sotto l’orizzonte. Forse una sola volta nei miei viaggi avevo avuto la fortuna di vedere questo momento del giorno da migliaia di metri d’altezza, e non ne ricordavo la bellezza. Dimenticate quel che si vede da terra. Lassu’, le emozioni si amplificano come la magnificenza in se’ dello spettacolo a cui si assiste. Tra me e me penso che vedere il tramonto dalla cima del monte Everest dev’essere qualcosa di impagabile. Sul serio. Da soli magari, sul tetto del mondo, magari con la fortuna di un giorno sereno, senza troppe nubi. Vedere il sole che sfuma rossi, arancioni, gialli e violacei sulle cime innevate che protendono verso il cielo. Si, dev’essere qualcosa come sentirsi in Paradiso. Qualcosa che lascia l’uomo pensare “Da ora posso dire di aver vissuto la mia vita”. Io che forse non saliro’ mai lassu’, anche se mi piacerebbe provarci, per ora mi accontento di un tramonto visto dal finestrino di un aereo Alitalia diretto a Belgrado. Dove arrivo appunto alle 17.35. Fuori, un macello. Nevica, e nevica sopra almeno 40 cm di neve ovunque sul terreno. Persino sulla pista d’atterraggio c’e’ neve, sporca e melmosa ma c’e’. Si atterra comunque senza problemi, e per raggiungere l’attracco per la discesa passeggeri ci si fa trainare da un trattore, vista la neve che impedisce la locomozione dell’aereo. Questa non l’avevo mai vista. Io mi preparo. Con occhio iperterrito fisso il glaciale spettacolo esterno. Le luci fioche dei lampioni illuminano la neve e le poche costruzioni limitrofe alla pista d’atterraggio. Affiorano alla mente le immagini di un film. Mi calo nel ruolo. Indosso il giubotto, il berretto, la sciarpa. Le cuffie dell’ipod suonano la colonna sonora di Rocky IV. (Nota dell’autore: la narrazione seguira’ brevemente un frammento del film) Metto il muso fuori dall’aeromobile e vengo investito da una raffica di vento e neve. Sventolano bandiere sovietiche, le guardie del regime mi guardano bieche e con fare altezzoso, fucili a tracolla. La musica mi da coraggio, il mio impeto non si frena. Paulie invece scende dall’aereo dicendomi “Chi me l’ha fatto fare”, e lamentandosi delle condizioni meteo. La guardia assegnata alla nostra persona dice che “il tempo cambia continuamente, ci si abitua” (mai predizione fu piu’ perniciosa). Paulie lo schernisce dicendomi che “sembra il cugino cattivo di Dracula”. “Dai Paulie!”, gli dico per farlo smettere. E ci avviamo in macchina verso il nostro domicilio, “Burning Heart” sempre risonante nelle nostre orecchie e nel nostro cuore.
In realta’, atterro in Serbia, non ci sono guardie con fucili a tracolla, e non ho nessuna guardia assegnata alla mia persona. Al posto di Paulie ho una cinese piu’ morta che viva di cui non vedo l’ora di liberarmi. Entro in aeroporto e rimedio i bagagli, dei dinari serbi (tasso di cambio: 1 euro = 100 dinari) e un passaggio in taxi fino all’aeroporto. Ebbene, da film come “Mamma ho perso l’aereo – Mi sono smarrito a NY” e dalle mie scarne conoscenze in materia, sapevo di non dovermi aspettare la regina Elisabetta con una limousine a darmi uno strappo, ma nemmeno il personaggio che mi son trovato. Un vecchio serbo anch’egli piu’ nella fossa che sul livello del mare, che non parla mezza parola d’inglese e che si rivolge a me in una mezza lingua che sembra tedesco-ungarico ma su cui POTREI anche sbagliarmi. Mentre mi porta a destinazione, con sottofondo folk serbo che avrei piacevolmente rimandato a data imprecisata, continua a tossire profondamente, con delle specie di spasmi che mi fanno pensare che in realta’ saro’ io a dovergli dare un passaggio. All’ospedale di Belgrado. Fervida immaginazione, qui son duri come il cemento. Arrivo all’hotel mentre il tassista mi spiega “Good damen Beograd”. Ora, il senso giunge chiaro, ma di che minchia di lingua si e’ servito? Good e’ inglese, Beograd serbo, e damen? Tedesco-ungarico? Mah. Pago e lo saluto frettolosamente. Mi faccio largo tra qualche yard ti neve per passare dalla strada al marciapiede, impacciato come un cimice che non riesce a girarsi dopo una caduta a pancia insu’. Entro nell’hotel, la cui entrata sembra preludere piu’ ad un condominio di una zona PEP piuttosto che ad un 4 stelle in centro a Belgrado. Ma, mai ingannato dalle apparenze, sbatto le scarpe innevate ed entro. Mi si apre, dopo il portone, l’albergo carino e intonato che avevo scelto da internet. Albergo su cui non mi dilungo molto, sappiate solo che la camera e’ spaziosa, confortevole, apprezzabile. Ho anche delle patatine, degli arachidi e dei confetti di cioccolato al latte per accoglienza! Mi ci acclimato un po’, abbasso il riscaldamento perche’ ci saranno 38 gradi ed i faretti potrebbero farmi da lampade abbronzanti, poi mi preparo il planning della serata. Dovrei uscire per mangiare qualcosa – qualcosa di TIPICO – per poi magari andare all’avventura in qualche club, pub o posto dove ci sia della vita notturna. Eh. Intanto, saziamo la fame. Mi consigliano un posto la cui traduzione italiana e’ “Tre cappelli”. Mi ci reco avventurandomi tra la neve che ammanta le strade, ricopre ingloriosamente le macchine facendo sembrare anche la piu’ bassa delle berline un van da 10 posti, e insozza i marciapiedi. Piu’ che le scarpe del vestito, realizzo mestamente, dovevo portare i Moon Boot. Arrivo fra queste considerazioni al “Tre Cappelli”, posticino rustico, folcloristico, accogliente. Mi accoglie un anch’esso accogliente cameriere, che mi chiede qualcosa nella sua lingua e al quale io replico “Just for one, please”. Lui mi domanda subito “Da dove vieni, straniero?” (no, straniero l’ho aggiunto io). Io replico Italia ovviamente, al che lui, con un colpo di scena, replica “E perche’ non parli italiano allora?”, sorridendo. Io, sorpreso dall’esibizione dell’interlocutore, rispondo sorridendo a mia volta che solitamente la gente dei paesi in cui vado non parla italiano, quindi penso bene di introdurmi parlando inglese, per avere maggiori chance di esser compreso. Ad ogni modo, mi fa accomodare in un tavolino con candela come su tutti gli altri tavoli. Il locale e’ piccolo, piuttosto affollato, e vi suona una band folk locale con chitarrini, bassi, fisarmoniche e quant’altro. Suonano attorno al tavolo di 3 avvenenti signorine e 2 uomini. Mentre ordino le mie pietanze, vedo una di loro alzarsi ed improvvisare una danza tra il suo tavolo e il gomito di un anziano signore che mangia a poca distanza. Lui credo abbia rischiato l’infarto alla vista, io il solito sguardo da pesce lesso di uno che ammira qualcosa di ammaliante. Insomma, ho capito da subito che mi trovavo veramente nella terra di cui – qualcosa del genere – avevo gia’ avuto modo di leggere. Nel senso: lo spirito della gente del posto. Festaiolo, diciamo. Me lo conferma anche il cameriere, al cui domando a proposito della normalita’ o meno dello spettacolo a cui andavo assistendo. Poco piu’ tardi, ecco le mie pietanze: una sfoglia al formaggio in quantita’ abbondante, che apprezzo molto, ed un piatto ricco di carne sfilacciata, qualche erbetta ed un sughetto delizioso, con al centro un timballo di riso con scaglie di carote. Ottimo, veramente, e abbondante al punto che il mio stomaco ormai disabituato non riesce a finirlo. Sono lontani i tempi del fritto, del grasso, del dolce americano. Ora tonno, bresaola, frutta e carne. Non mi riconosco piu’. So solo che ucciderei per uno Vanilla Shake da Coldstone o un bell’hamburger da Denny’s. Ma tornero’ presto, America, puoi scommetterci!
Uscito dal ristorante, non so perche’ – anzi lo so eccome – non mi sfiora nemmeno l’idea del club. Poco prima, episodio curioso, domando ad un cameriere (non quello che parlava italiano) se sapeva darmi indicazioni su qualche club nei dintorni. All’inizio non capisce, poi sentendo ripetere la parola CLUB, mi fa un cenno d’intesa, un sorriso, e mi invita ad attenderlo un secondo. Torna, in effetti, dopo un secondo con un biglietto violaceo in mano. Senza nemmeno aprirlo, lo ringrazio e guadagno l’uscita. Faccio due passi due, tanto per entrare nella zona pedonale, ed apro il biglietto. Vi ci campeggia una tipa mezza nuda distesa orizzontalmente sopra una scritta, “STRIPTEASE CLUB”. Ma vaffanculo. Con un’espressione tra il divertito ed il seccato, straccio la proposta e ritorno verso l’albergo. Mi dico, vedo difficile che sciami di persone siano dirette in discoteca con un metro di neve per strada. Gia’ me li vedo i coraggiosi, con scarponi da sci e calzamaglia, le donne con pattini e lame di ferro al posto dei tacchi, calze di lana e un body termico della Kipsta. Meglio lasciar stare, mi do delle possibilita’ di tornare con condizioni climatiche migliori e allora si, godersi la famosa movida di Belgrado. Molti, la riconoscono la citta’ europea piu’ in, piu’ all’avanguardia per il divertimento notturno. Club, in particolare. Non manchero’. Ma non stasera. Per me, dopo il rientro in albergo, un rapido cambio per stare solamente in mutande, solo un film e una ritirata a letto. Domani si preannuncia una bella giornata, o almeno e’ cio’ che spero.
E’ domenica, giorno del signore 12 febbraio 2012, ed io mi sveglio con comodo alle 9.15 dopo una notte in cui ho avuto piu’ di un’occasione per maledire n.1, chi fa i cuscini alti piu’ di 7 centimetri, n.2, chi li compra per metterli nelle stanze del proprio albergo. Bisognerebbe arrestarli tutti. Come ho avuto modo di pensare, sembra di dormire sopra un’incudine. La maggior morbidezza non regala molto di piu’. Ed i risultati al mattino sono parecchi minuti persi a riacquistare la mobilita’ perduta del proprio collo. Ah, fanculo. Dopo una lavata, mi vesto all’americana (maglietta corta South Dakota e braghezze oltre il ginocchio blu adidas) e mi reco a far della colazione. Frugale, direi, nel senso che mangio un’omelette che mi prepara la signora in cucina, e un po’ di salumi, del pane, qualche biscotto. Niente di che. L’omelette invece faceva un po’ pieta’. Rientrato, pianifico la giornata. Devo essere in un paese a mezzora da Belgrado sulle 16, possibilmente evitando il taxi. Sono le 10. Ho 6 ore da investire. Beh, siccome fuori nevica, decido di rimanere in casa. Non c’e’ molto da raccontare, sono e saranno giornate perlopiu’ piatte, passate a passare il tempo. Ad ammazzarlo anzi, come si dice. Si guarda un film, si chatta con l’amico, si scrive qualcosa. Esco solo per procacciarmi il pranzo. Il ragazzo alla reception mi consiglia una pizzeria dietro l’angolo che dice essere rivoluzionaria perche’ ha inventato la pizza con diversi tipi di SALAD sopra. Dice che e’ fantastica, che costa poco e che nutre un sacco. Devo provarla, insomma. Ora, io per salad capisco insalata, e per poco – come dice lui – capisco che costa 1 euro a pizza. Beh, se bilancio le due cose comunque la cosa sembra piu’ un’affare che una fregatura, quindi decido per la pizza. Esco, eschimo-style, e mi avvio al luogo descrittomi. Non avevo pensato a questa possibilita’, da ignaro, e quando mi ritrovo di fronte un chioschetto 2 metri per 2 senza ovviamente posti a sedere, rimango spiazzato. Poco male, vorra’ dire che tornero’ con la pizza in mano all’hotel per divorarla con qualcosa di interessante da guardare al pc. Il fatto e’ che, quando capisco meglio – e vedo – cosa intendeva dire il ragazzo dell’hotel, realizzo a cosa sto andando incontro. In realta’ SALAD non sono altro che salse di diversi tipi (carne, pollo, insalata, etc) all’aspetto grassissime, piu’ grasse di un Double Cheeseburger di Mc Donald, da spalmare sopra la pizza. Non mi convince piu’ la cosa, ma tra un ristorante di classe la domenica a pranzo – ricordo di pranzi di comunione, cresima o grandi occasioni del genere – e un chioschetto del cazzo, vada per il chioschetto. Mi faccio fare una pizza intera (tanto anche se l’avanzo avro’ speso solo un euro no?!) e scelgo la salsa carnosa. In 5 minuti ho la pizza in mano, dentro il cartone, e dentro una scatoletta credo una trentina di salviette. Che cazzo pensava me ne facessi di trenta salviette a dire il vero non lo so. Forse pensava avessi finito la carta igienica in cesso. Riguadagno la via di casa, facendo attenzione a non combinarmi per le feste con una rovinosa caduta sulla neve, e alla fine, comodamente seduto e denudato di tutto ma non delle mie mutande, apro la scatola. Porca puttana, credo di aver visto raramente uno spettacolo cosi’ (quasi) disgustoso. Una pizza all’apparenza anche buona (formaggio e prosciutto – il formaggio col senno di poi molto saporito) con sopra un quintale e con questo intendo dire UN SACCO DI ROBA in termini di salsa. Ho fatto due pensieri, cosi’ a caldo. Il primo, e’ che sto per andare a mangiare una quantita’ potenzialmente mortale di grassi, saturi, insaturi, un po’ saturi e un po’ velenosi. Il secondo, e’ che EPICMEALTIME mi fa una sega. Capito?! Lancio una sfida, se mai lo leggeranno: loro, i loro panini le loro pizze onte mi fanno una sega! Baattagliero al punto giusto, mordo il mostro. E’ come mordere un brufolo di dieci centimetri pieno di pus, o una larva altrettanto grande con la pelle tesa e pronta a far esplodere le budella all’interno. Insomma, salsa ovunque. Assaporo il gusto – che devo dire, non e’ tanto malaccio anzi, risulta gradevole – e poi metto giu’ il trancio, un sesto della pizza. Devo studiare una tattica diversa. Quindi, fa all’uopo il bordo della pizza, che stacco per farne un raschietto con cui raschiar via appunto qualche quintale di salsa dalla pizza. Accumulo una quantita’ di salsa a lato del cartone che sarebbe sufficiente per fare una decina di maschere di bellezza a qualche ignara signora, o un vaso da cinquanta litri in simil terracotta – perche’ il colore della salsa e’ proprio quello. Poi, mi dedico al resto della pizza. Mangio, mordo, addento, mastico, finche’ mi trovo quasi pieno ma con ben 3,5/6 di pizza ancora a guardarmi dal cartone. Infamante. Io che una volta mangiavo quasi un’intera meat lovers con stuffed crust ora son ridotto alla sbarra da quest’ammasso di grassi putridi e salsosi. Ma alzo bandiera bianca volentieri, forse salvando cosi’ la pellaccia, e chiudo scatola e discorso (lasciando poi gli avanzi in camera per 2 giorni esatti. Infamante allo stesso modo. E pensare che mi era anche balenata l’idea di seppellirla sotto la neve.. Tanto chi mai l’avrebbe trovata? Al massimo qualche gabbiano avrebbe segnalato la presenza di qualcosa, sotto la neve, ma se ne sarebbero accorti solo col disgelo in primavera haha!).

giovedì 16 febbraio 2012

Mai visto cosi' tanta neve in vita mia

Nella vita ci troviamo ogni tanto a dire qualcosa come “Non mangero’ mai cervello di scimmia”, oppure “Mai e poi mai provero’ simpatia verso un Genovese” o addirittura “Non mi chiamo piu’ Comediavolomichiamo se mai provero’ anche solo a pensare di spendere piu’ di Xmila euro per la mia macchina”. Ecco, una cosa che io avrei detto era invece: “Credo proprio non mettero’ mai piede a Belgrado in vita mia”.
Ebbene, come molte delle frasi perentorie, imperative che ci troviamo a pronunciare nella nostra esistenza vengono puntualmente smentite, eccomi qui all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma, in data solare 11 febbraio 2012 (nel bel mezzo di un’ondata di freddo che l’Italia ricordera’ per un bel pezzo) ad aspettare un volo per.. Belgrado! (un paese dove, se possibile, fa ancora piu’ freddo e trovero’ ancora piu’ neve).
Questa strana, insolita, strampalata meta (per quanto mi riguarda, io che ho sempre preso voli diretti ad Ovest o al piu’ a Nord) non e’ saltata fuori col classico “bendati gli occhi e punta il dito a caso sull’atlante”, bensi’ per motivi strategici che affondano le proprie radici addirittura alla notte di capodanno. Le prime ore del 2012. Un incontro cosi’, un po’ forzato, anche se casuale, due parole blaterate in inglese, una nuova, fugace amicizia. Il giorno dopo, qualche sms, il numero ricevente e’ serbo ma la comunicazione c’e’ comunque, un secondo, piu’ lungo incontro. Se il giorno prima si era nell’affollatissima piazza S.Marco a Venezia, ora ci si trovava a camminare per le deserte vie di Jesolo lido. Un ragazzo, una ragazza. Una serata fredda ma piacevole, scaldata da qualcosa che – ovviamente – va piu’ in la di due semplici chiacchiere. All’arrivederci, che forse piu’ sensatamente avrebbe dovuto essere quasi un addio (il mondo e’ grande ed il nostro tempo su di esso e’ gran poco, tutto sommato), l’idea. E se ci rivedessimo? Il si e’ di entrambi. Un saluto tenero, dolce, la fine di un bellissimo primo giorno dell’anno. No, stavolta nessuna dormita fino alle 14, nessun pranzo a base di avanzi del cenone, nessun pomeriggio in stato comatoso passato tra libri, orribili programmi tv di un pomeriggio festivo e auguri ai parenti. Solo, solo, un lento planning di una serata da passare con un quasi sconosciuta che dalla Serbia si trova in vacanza a Venezia. E la differenza tra le due alternative si sente eccome.
Non sapevo nulla della Serbia all’epoca, 1 gennaio 2012, e non sapevo nemmeno se avrei veramente tenuto fede alle mie parole. Voglio dire, dai, andro’ veramente a Belgrado – con i costi connessi - per rivedere una sconosciuta con cui tutto sommato ho solo passato una romantica serata?! Ma dai! Eh invece, pare che sia proprio vero quel detto “Le vie del Signore sono infinite” – anche se a volte un po’ fredde e ricoperte di neve. Ad ogni modo, non che ora sappia di piu’ sulla Serbia, la sua gente, i suoi posti – anzi non so un cazzo proprio, e’ quello il tragico! – so solo che voglio rivedere questa ragazza e per questo ho speso dei soldi, preso delle ferie, e sto scrivendo queste 4 righe scapestrate a narrare queste mie vicissitudini. Non sapevo allora a cosa andavo incontro: non sapevo nemmeno se la Serbia fosse uno stato o una regione di un qualche altro stato piu’ grosso (sapete, guerra di qua guerra di la, ad essere onesto non so nemmeno se siano finite le guerre da quelle parti!), non sapevo quanti abitanti avesse Belgrado.. ero scettico sulla cosa. E invece.. invece, un amicizia accettata in Facebook, qualche dialogo qua e la, sotto le coperte, prima di andare a letto, ed eccoci al punto. Si va a Belgrado. Per quanto mi riguarda, il motivo c’e’. Ok, non andro’ a visitare monumenti, non andro’ a parchi nazionali, ma trovero’ comunque il modo di passare il tempo. E’ uno di quei casi in cui preferisco la compagnia umana a quella di un fiume, di un sentiero, di un orso (in lontananza s’intende). Prenoto il volo pochi giorni dopo, ferie accordate per lunedi’ e martedi’. 4 giorni nella capitale serba. Sinceramente, non sono mai stato cosi’ felice di recarmi in un posto per me (non me ne vogliano i serbi, dico solo A NASO) cosi’ maledettamente insignificante! Non e’ quella felicita’ che provo quando so di essere di ritorno nei miei beloved United States of America, e’ una cosa diversa. Ma e’ appagante, soddisfacente, motivante in egual maniera. Partiamo, l’11 febbraio, un sabato mattina, e torniamo martedi’ 14, la notte. Una cosa imprescindibile ormai per i miei viaggi e’ quella di tornare a lavoro il giorno dopo senza un maledetto secondo di pausa, senza un riposo tonificante, senza un giorno vuoto nel mezzo. A dire il vero, non riesco a prescindere da un rientro notturno, assonnato, terrorizzato dalla bomba che mi attendera’ sul posto di lavoro il giorno dopo. Bah, fuck ‘em all. Per ora sono in vacanza, poi si vedra’.
Il fatto e’ un’altro, pero’. Chissa’ come mai – anche se io una spiegazione me la son fatta, daje e ridaje come dicono in quel di Roma – pochi giorni prima della mia presunta partenza sull’Italia e sul resto dell’Europa si e’ scatenata un’ondata di freddo polare che non si registrava da decenni. Neve ovunque, ghiaccio, strade bloccate, aeroporti in tilt, addirittura, in molti paesi (soprattutto dell’est europa) gente morta per il freddo. MA VA’! Ci avrei quasi scommesso qualcosa, su qualche disastro naturale. Se non e’ l’eruzione di un cazzo di vulcano, uno sciopero o una qualche tempesta tropicale, doveva pur essere un’ondata anomala di freddo a mettere a rischio la mia dipartita, giusto?! Neanche il finale di un film di Rocky poteva essere piu’ scontato. Le avversita’ climatiche sembrano essere un’altro sgradito compagno dei miei viaggi, a quanto pare. Ricordo benissimo i tempi del Dakota del Sud, quando in 2 mesi venni spazzato da ben 3 blizzard – quelli seri, non le nevicate e do raffiche de vento che QUI chiamano blizzard. Ma fosse solo questo, che in realta’ gia’ sarebbe abbastanza. La domenica della settimana precedente la partenza, il Super Bowl. Il giorno dopo, una stanchezza assurda. Il martedi’, alla stanchezza si aggiunge debolezza, fronte calda. Il TERRORE. Sano come un pesce per tutto l’inverno ed ora, al piu’ bello, condannato a muoversi con un clima ostile e per giunta malato. Un disastro, si profila una Caporetto dei giorni moderni. Una ritirata frettolosa dai Balcani in cerca di una maledetta aspirina, di una tachipirina e del mio letto. Avrei preso a pugni anche un sacco di cemento, dal nervoso. Mi sentivo un po’ Fantozzi, un po’ Paperino, un po’ tutti quei personaggi a cui quando si mette, non ne va dritta una neanche a pregare tutti i santi del calendario. Sembrava una maledizione. Provo a pensare a quale tra gli amici poteva avermi maledetto cosi’ tanto da causare tutto cio’, maledetta invidia che riesce a scatenare tutto questo. Ma non trovando – in apparenza – alcun rilevante colpevole grazie a Dio, torno a pensare alla soluzione. Con un cargo di vitamine e del riposo importante riesco a riportare la condizione fisica a livelli accettabili per una trasferta in Siberia. Anche se so che moriro’ congelato per strada. Ma citando Fabio, come sempre, ha creato una frase degna di nota, “E’ un rischio che sono disposto a correre”. Risolvo cosi’ il problema salute, sono pronto ad affrontare la sfida climatica. Riusciro’ a decollare da Roma? E’ quello l’ostacolo. Venezia non pare un problema, ed una volta in volo per Belgrado da qualche parte dovro’ pur atterrare (anche se i Balcani sono estesi e nonn vorrei trovarmi a Skopje o a Timisoara), dunque il problema maggiore per quanto mi concerne e’ Roma. La Roma che per 2 cm di neve chiude uffici, scuole e qualsiasi altra cosa che si possa aprire o chiudere – porte comprese. Staremo a vedere.
E’ l’11 febbraio 2012, mattina, le 7.20 quando mi sveglio. Scrivo subito all’amico Auri, sperando mi possa aiutare a conoscere lo stato del mio volo. Non risponde. Va bene, e’ uno statale e come tale stara’ probabilmente mangiando croissant alla marmellata con caffelatte facendo briciole sopra il pannello di controllo della torre.. pero’ cavolo, aiutare un amico!! Almeno quello, guadagnati lo stipendio onestamente cazzo! (So che auri non leggera’ MAI queste righe!) Dunque, mi informo presso altri siti vari ed eventuali e, tra una fetta biscottata al miele ed una alla marmellata d’albicocca, riesco a capire che il volo su Roma esiste ed e’ regolare, ma quello da Roma e’ tutta un’incognita. Incognita aggravata dal fatto che il volo precedente da Roma su Belgrado (8.00) e’ stato annullato. Sono nella merda fino ai 4 peli che crescono tra petto e collo, penso. Il che vuol dire, abbastanza. Chiamo il call-center Alitalia ma, OVVIAMENTE, la voce registrata che ti fa sentire un’idiota chiedendoti di scandire bene destinazione, orario, etc (dandoti quella sensazione tipo “Sei idiota, con chi cazzo stai parlando? Non hai mica la regina d’Inghilterra dall’altra parte della cornetta!”) non fornisce alcuna indicazione utile. Grazie per la spesa, sapevo di piu’ prima. Decido di sbattermene allegramente di tutto, e di tentare la sorte. Mi igienizzo e mi vesto alla velocita’ della luce, tiro su i miei fagotti e prendo la macchina. E’ strano, per la prima volta, partire veramente da solo. Nel senso: di solito ci sono i tuoi che ti accompagnano, di aiutano con i bagagli, ti salutano. Stavolta sei solo tu, i tuoi pensieri, ti gestisci da solo. Strana sensazione. Sembra brutto: il freddo, il ventaccio che tira fuori. Mentre carico la valigia nella mia Bravo macchiata dai residui della neve chimica, penso.. “Perche’ fai tutto cio’? Perche’ non ti sei tenuto quei soldi in conto e te ne sei stato a letto a dormire stamattina? Perche’ ti muovi quando nemmeno un lupo affamato lo farebbe, oggi?”. Ebbene.. questo sono io! Nel senso, dai ragazzi, la vita non e’ fatta per esser passata a casa, a Cadoneghe, con le stesse persone di sempre, con le stesse sicurezze di sempre, con i nostri soldi che accumuliamo lavorando, con mamma e papa’, con la ragazza sempre di fianco a noi.. no, NO CAVOLO! Soprattutto finche’ non abbiamo famiglia, non abbiamo delle rogne veramente grandi, adesso.. credo che cosi’ debba vivere, almeno io. Senza porsi limiti, senza domandarsi troppo “Ma faccio bene? Ma rischio qualcosa?”, senza preoccuparsi oltremodo. Sono comunque convinto di non far nulla di speciale, anche se qualcuno mi dice che si, non tutti farebbero quel che sto facendo, non avrebbero il coraggio, la voglia, il tempo, la pazienza e molte altre cose. Il fatto e’, ancora una volta, che io la vedo cosi’: se lavoro e ho qualche soldo, perche’ non mettersi in gioco e conoscere, girare, esplorare. Stavolta non esplorero’ parchi nazionali, fiumi, laghi, montagne, sentieri. Stavolta conoscero’ gente. Stavolta voglio passare del tempo con una persona, in un paese che non e’ il mio, in un contesto per me insolito, senza sapere assolutamente nulla di dove finiro’, di dove staro’, di come staro’. Ma a me tutto cio’ piace lo stesso. Credo sia insito in me ormai, il gusto di scoprire. Un po’ come quando sei bambino e ti appresti a scartare il tuo regalo di Natale.
La Bravo, nonostante il clima rigidoo, parte che e’ una meraviglia e mi porta in breve al casello autostradale per Venezia. Fuori il tempo e’ veramente orso. Lo mitigo un po’ mettendo su del buon country che mi rallegra, mi fa canticchiare qualcosina. E’ importante, il morale, lo dice sempre anche il mio guru Bear Grylls. E spesso – anche se a molti non sembra – non dice stupidate, anzi. Tante cose si applicano non solo ad un uomo che cerca di tirarsi fuori dalla giungla amazzonica o dalle Rockies canadesi, ma anche ad una persona che parte per un viaggio. Absolutely. Con l’ausilio del navigatore sul cellulare (Dio benedica quel giorno che l’acquistai, mi ha tolto parecchie grane direzionali!) giungo a destinazione in breve tempo e son pronto a parcheggiare la macchina e dirigermi in navetta verso l’aeroporto. Bello no, stile Mamma ho Perso l’Aereo: non mi vengono a prendere a casa, pero’ mi parcheggiano la macchina, mi fanno salire nel furgoncino e mi portano a destinazione. Il bello e’ che cosi’ non scomodo nessuno, non devo sottostare a baci abbracci e puttanate varie dei saluti pre-viaggio (avessi, che so, Gisele Bundchen che mi viene a salutare all’aeoporto, ancora ancora..) e mi sento incredibilmente autonomo. Come ai famosi tempi della riserva, quando portavo in casa sotto un vento sferzante 4 o 5 buste della spesa piene per non dover fare un altro giro in macchina. Ero forte! Rinchiuso nei miei pensieri, tutto sommato allegro, con il piglio giusto, a dispetto delle condizioni meteorologiche avverse, arrivo al Marco Polo dove in velocita’ domando se il mio volo e’ regolare – e di cio’ mi danno conferma, con mia piena soddisfazione! – per poi fiondarmi a cannone al bagno, per la solita, irrununciabile pisciata fiume pre- check-in. E’ piu’ forte di me, gli aeroporti mi stimolano. Esco dal locale adibito a svuotare le vesciche con un sorriso a 34 denti (dente piu’ dente meno) che vuol dire qualcosa del tipo “Ragazzi che pisciata oh!”. Mi accomodo alla fila per il check salutando i tifosi giunti da mezza Italia per salutare la mia partenza. Qualcuno mi lancia della frutta per donarmi vitamine preziose per il viaggio (iperbole dell’autore). Ad un certo punto arriva Adriana, che mi scongiura di non partire. “E’ una cosa che deve essere fatta Adrian”, le dico, e mi volgo con sguardo pensieroso alle barriere d’ingresso. Ormai e’ fatta. (Anche questa, un’iperbole dell’autore rievocante un celebre film che sara’ menzionato piu’ volte) Giunto al gate prescelto, estraggo il mio libro da viaggio – non proprio un tascabile o un oscar da 200 pagine, quanto una mattonella di 540 pagine pure piuttosto ingombrante. Un libro da viaggio intorno al mondo direi. Non posso leggere in pace per 5 minuti, che sono bruscamente interrotto dall’arrivo di due coppie di petulanti signori sessantenni, veneti, impellicciati, saccenti. Tra un commento sul ritardo dei voli (circa un’ora), e un commento su Roma, sulla neve, e sulla figlia anch’essa onniscente a quanto pare, sono fortemente tentato di dar fuoco ai loro preziosissimi mantelli pelosi. Ma non volendo trascorrere i 2 giorni di ferie in gattabuia, freno a stento questo palese istinto. Istinto che si ripresenta gagliardo 10 minuti dopo, quando la mia lettura viene interrotta stavolta da un assolo musicale. Spero per voi non vi capiti mai di vivere una scena del genere, perche’ potreste non sopravvivere alla recrudescenza canora in scena. Una delle due signore sessantenni, a quanto pare colta da insolita (e ignominiosa, vista l’eta’) giovinezza, si improvvisa Rihanna e canticchia le note di “Umbrella”. Vi giuro, credo che la sensazione provata sia qualcosa come entrare in un cesso chimico e trovarlo traboccante di assorbenti usati, chili di merda ed un gabbiano che scava tra i rifiuti. Indescrivibilmente da brividi. E mentre rabbrividisco senza controllo, tengo presente la scena al mondo grazie alla tecnologia dei telefoni, che tramite internet riescono a connettere persone ovunque allo stesso istante. Gran cosa la tecnologia, talvolta. Bisogna solo scovarne il lato utile e sgrassarlo dalle tante applicazioni futili. Prima di chiudere il libro, ne traggo ispirazione per una targa. Si, la targa della mia prossima automobile. Negli USA il cittadino puo’ “comprare” una particolare targa semplicemente presentandosi all’ufficio preposto e presentando il nome che intende usare per la propria. Molto semplice. Io usero’ questo: IDGAF. Non sembra voler dire un cazzo in effetti. Vi do uno spunto: la mia interpretazione inizierebbe per “I don’t give”. Il resto completatelo voi.