lunedì 24 ottobre 2011
Thank God I'm a country boy! - pt.1
"Chi dorme non piglia pesci", dice il proverbio. E chi dorme fino alle 7 del mattino? Be', non so se piglia pesci o no, di sicuro so che non prende pesce a colazione! Ci mancherebbe, credo che da Denny's non sappiano neanche cosa sia il pesce! Vi ho rovinato la sorpresa con queste poche righe, ormai avrete capito che anche stamattina la colazione e' da Denny's. Dopo una notte che credevo migliore, piu' riposante, ed una sveglia appunto alle 7, mi reco in tenuta pezzente - canotta e brache rosse Kipsta - dal mio compagno di merende per un'altra, sudicia colazione. Anche stavolta torno sul Vanilla cappuccino, sugli AYCE pancackes, e aggiungo invece come portata principale un toast con cheddar cheese e mozzarella sticks. Dubitavo della bonta' di tal prodotto, ma ho dovuto ricredermi. La caseinita' della creazione, l'alto grado di formaggezza e la morbidezza del toast in se' manda in tilt le mie papille gustative. Non termino i pancackes per la seconda volta, ma mangio tutto il toast e le patate fritte di contorno. Esco per l'ennesima volta con una pancia strabordante, ma con la sensazione di aver provato una vera e propria goduria gustativa! Con la forma di un pesce palla, monto in macchina, caccio in bocca il solito chewingum "Extra" alla menta, e guido poche miglia fino alla Glen Canyon Dam, una massiccia costruzione che ostruisce il fiume Colorado e va a formare quello che e' il Lake Powell ed il piu' grosso bacino che e' chiamato Glen Canyon. Quest'area e' essenzialmente turistica, vistle le molte "marina", i campgrounds, le strutture turistiche e le innumerevoli imbarcazioni che affollano le sponde del bacino. Si sviluppa per 1,2 milioni di acri, ovvero circa 486 mila ettari! La diga che lo forma e' una delle piu' spettacolari d'America, tanto che possiede un proprio centro visitatori (che funge anche da TIC per la Glen Canyon National Recreational Area). Io non ho velleita' conoscitive o esplorative in questo luogo, voglio solo dare un'occhio alla meastosita' della diga, fermarmi un attimo sul ponte che la sovrasta e dire "Peeero'!", e tornarmene alla macchina. Cose semplici insomma. Cosi' faccio. Scortato da un gruppo di bikers europei, tutti vestiti di pelle e borchie, faccio questi due passi e scatto qualche foto. Geniali poi gli ideatori del ponte, a mettere delle grate invalicabili anche per un colibri' alte venti metri, tali per cui l'obiettivo della reflex non passa e le foto vengono inevitabilmente macchiate dalle striature della grata. Meschini. Torno indietro al trotto e, sotto un sole galoppante verso lo zenit, riprendo a guidare verso la meta di oggi, l'ambito nonche' agognato da un anno, Bryce National Park. Saluto il Grand Canyon State, l'Arizona, che non mi ha sicuramente deluso, anzi, mi ha decisamente soddisfatto. Imbocco la via per un altro bellissimo stato americano, lo Utah. Parlando con una persona, a Grand Canyon, si diceva come probabilmente lo Utah sia lo stato piu' bello d'America. Nella sua relativa piccolezza, presenta un'infinita' di parchi e meraviglie naturali. Quelli che nella East Coast sarebbero parchi nazionali da 10+, nello Utah FORSE raggiungono la qualifica di Provincial Parks o State Parks. Basta pensare a Red Canyon, un bellissimo surrogato di Bryce, che ha la sfortuna, pur essendo comunque notevole ma attaccato al gemello piu' famoso, di non avere alcuna qualifica o riconoscimento. E' semplicemente Red Canyon. Che storie, storie da Utah. In questo stato c'e' da sbizzarrirsi: Bryce NP, Zion NP, Capitol Reef NP, Arches NP, Canyonlands NP, la Monument Valley, Glen Canyon, Cedar Breaks, il Great Salt Lake e innumerevoli catene montuose, deserti rossi e immense foreste che si allargano la via verso Teton e Yellowstone, nello Wyoming. Utah, uno stato che pochi conoscono ma che e', alla fine, uno tra i piu' degni di nota. La strada da Kanab in poi si fa molto gradevole, mentre guido in una valle con bassi rilievi collinari su entrambi i lati ed un fiume che si snoda "bendoso" (con molte curve) alla mia destra, affiancato da bassa cespugliaggine. E' un paesaggio idillico, che da noi verrebbe detto di campagna e che in America e' definito country. E' un paesaggio fatto di fattorie piu' o meno vecchie, con granai piu' o meno in disuso, ampi pascoli per mucche e qualche cavallo, e piccoli corsi d'acqua che qua e la formano laghetti che diventano oasi di relax, quando accompagnati da qualche albero frondoso e una romantica panchina di legno. Verrebbe voglia di mollare tutto e venir qua, diventare un fattore e passare un'onesta, tranquilla vita country. Un po' una favola. In lontananza, inizio ad intravedere i rossi rilievi coperti da sempreverdi del Red Canyon. Piu' avanti, mi attende Bryce. Ci arrivo dopo una guida attraverso lunghe distese di pascoli, mucche, cavalli e motel per turisti. Trovo anche un enorme "Museo degli animali", la classica trappola per turisti americana, che vanta una collezione di migliaia di farfalle e gli scheletri di animali dal coyote al bisonte, dal leone al delfino. Mi domando - lo faccio fin troppo spesso - chi sia il demente che a 10 miglia da Bryce investa ore del suo tempo in un museo degli animali. Assurdo. L'entrata del parco e' preceduta da tunnel scavati nella roccia e belle distese di foreste. Ogni tanto compare quache bel posto dove alloggiare. Dopo la foto di rito, anzi, l'autoscatto di rito davanti al cartello del parco nazionale (una delle rare testimonianze del fatto che IO sia in viaggio!) entro e guido ormai impaziente verso il primo viewpoint: Sunrise Point. Parcheggio alla carlona, impaziente di immergermi in questa nuova meraviglia della natura, cammino ai mille all'ora superando vecchi, bambini, giovani coppie e gente a cavallo, e... apnea. Getto lo sguardo oltre il precipizio sottostante la recinzione del viewpoint, giu' a prendere tutti gli Hoodoos, le rosse guglie di fragile terra che terminano in bianchi speroni di roccia, fino a risalire il Bryce Amphitheather e a giungere, dalla parte opposta, a Sunset Point. La vista spazia su tutto questo ben di Dio, non si ferma mai, non vuole fermarsi ma piuttosto spostare lo sguardo su questa o quell'altra roccia, pianta, ombra. L'apnea continua. I miei occhi si posano sugli hoodos appena sotto Sunset Point. Penso a come diavolo abbia fatto la natura a creare cotanta bellezza. Penso a quanto fortunato sono a poter godere di questa vista ispiratrice. Penso a quanto maledettamente bene sono spesi i soldi che spendo in viaggio, per quanto siano troppi, sono dannatamente ben spesi, fino all'ultimo centesimo, e lo realizzo in momenti come questo. Penso a quante gente si ferma qui, ammira quello che sto contemplando io, e si compiace di cio', si emoziona un po', o fa una piccola preghiera a Dio, come faccio io. L'apnea finisce. Momenti magici. Mi giro attorno e vedo che tanta gente fa come me. Si ferma, prende tempo, e poi fa il resto delle cose che fa un turista: apre una mappa, scatta delle foto, indica qui e li. Prima pero', prende del tempo per se', per ammirare lo spettacolo del Bryce Amphitheather. Ora capisco perche' tutti, chiunque lo visita, non puo' fare a meno di consigliarlo agli altri. (Mentre scrivo e guardo una foto del posto su un libro acquistato durante il viaggio, mi vengono i brividi.) Dopo questi attimi quasi mistici, in cui la mia mente si isola dallo spazio e dal tempo in cui si trova per raggiungere qualcosa di superiore, faccio anch'io il turista. Non come i giappi, maledetti loro e spero che nessun giappo conosca l'italiano e legga il mio blog, perche' loro son proprio incomprensibili. Sembra che l'unica cosa che gli interessi sia arrivare sul posto, leggere il cartello che descrive il paesaggio, e scattare almeno "ennemila" foto. Stop. Se quello e' viaggiare, allora io non sono un viaggiatore. Chiamatemi vagabondo piuttosto. Estraggo anch'io la mappa, e decido di fare una camminata, ma piu' tardi, visto che il sole e' ancora alto nel cielo ed il caldo sarebbe decisamente troppo. Opto per guidare tutto il parco verso sud, visto che e' cosi' che esso si snoda, fermandomi ad ogni viewpoint per avere una panoramica generale, poi fare la camminata decisa ed infine fermarmi a godere il tramonto da qualche parte. Parto gasatissimo.
sabato 22 ottobre 2011
Il giorno piu' bello (pt.2)
Cosi' rientro in parcheggio e mi avvio verso il promesso bagno a Lake Powell. Entro e mi avvio verso la marina (marina inteso come luogo ove vi e' la possibilita' di balneare e di ricevere servizi), parcheggio, indosso la tenuta marinara - infradito, costume e fido cappello di paglia - e mi reco sulla battigia. Vengo accolto da una stuoia di fighe (6) che pero' mi accolgono solo in senso geografico, perche' son gia' sdraiate li a prendere il sole, ma non mi spiaccicano una parola. Saranno rimaste ad ammirare basite il fisico possente del sottoscritto! Io mi toglio il pagliaro, e mi tuffo in acqua con estrema soddisfazione. La temperatura non e' ne' fredda ne' calda, sembra di stare nella pipi' che fai d'estate, anche cromaticamente parlando (e la cosa non sembra piacevole) pero' mi godo il momento acquatico senza pensieri. Mi godo la vista delle montagnuole aride che formano un altopiano giusto di fronte a me, sull'altra sponda. Mi godo un po' meno le barche, i barconi e le moto d'acqua che scorrazzano lungo tutto l'immenso lago, che io vedo solo in minima parte. Tornato alle sabbie, mi asciugo al sole come farebbe un cagnaccio e assaporo la tranquillita' del momento. Le fighe non approcciano, peccato. Sembrano tutte studentesse del college uscite a prendere una boccata d'aria e un po' di sole. Perche' diavolo non ho studiato da ste parti io??! Preso dallo sconforto abbandono il territorio, ancora un po' bagnato, mi asciugo in macchina facendo qualche numero e riparto verso il motel, devo farmi una doccia. Mai come durante i viaggi si sente il bisogno di una doccia, no?! Rigenera. E con le energie acquisite, mi dirigo nuovamente a Horseshoe, rifaccio di nuovo la camminata in mezzo alla sabbia cercando di evitare di riempirmene i calzini, e arrivo sul posto. C'e' gia' gente pronta ad immortalare il momento quasi sacro, ma riesco ad accaparrarmi un ottimo spot, in cima ad una roccia sporgente, con un ottimo "loculo" per la bottiglia di Powerade che mi porto appresso. Attendo il tramonto con ansia. Le condizioni visive non son come immaginavo, il sole e' diretto e forse qualche leggera foschia rende l'orizzonte un po' sbiancato. Peccato. Mentre faccio qualche scatto di prova, un tipo mi chiede che ore sono. Rispondo. Poi mi chiede anche da dove sono, e vista la domanda, per rispondere mi giro e gli presto un po' piu' di attenzione. Sembra un ragazzo piu' o meno coetaneo. Quando viene a sapere che sono italiano, replicache siamo "vicini", perche' lui e' tedesco. Interessante, ma non ci do molto peso. Continuo a scattare. Lui invece mi domanda qualcosa sui settaggi, sulla qualita' delle foto, su da quanto tempo fossi li. Un po' malvolentieri iniziamo a parlare, fino a quando spunta fuori cosi', out of the blue - improvvisamente - che lui e' da un bel pezzo che vaga per il Nord America. Io drizzo le orecchie all'istante. Lo prenoto per due chiacchiere subito dopo che il sole fosse tramontato dietro le rosse alture che circondano Page. Mentre faccio qualche altro scatto, non meraviglioso, quasi nemmeno mi accorgo che il sole e' gia' andato. E' volato via, come avesse fretta, o come volesse metter fretta a me. Stupito, mi volto a vedere se il tipo e' ancora li', detro di me, ma non c'e'. Lo cerco nel raggio di qualche decina di metri, ma non lo vedo. Non voglio perdere la chance, quindi mi allargo ancora un po', sto quasi per chiedere notizie di lui a qualche persona li vicino ma finalmente, lo rintraccio. Lo trovo che continua a scattare, perche' anche lui e' rimasto spiazzato dalla rapida discesa del sole. Poi pero', riprendiamo a parlare. Il suo nome e' Andy, ha 25 anni, e gira da 8 mesi per il Nord America con i visti turistici. Mi racconta di qualche posto che ha visto, qualche esperienza che ha fatto, ed io rimango a bocca aperta. Conveniamo insieme su una cosa, che pero' vi diro' alla fine. A dire il vero conveniamo su molte cose, e a forza di convenire vediamo le tenebre avvolgerci. Le luci illuminano Page ed ormai possiamo tornare al parcheggio soli, in mezzo al deserto, unicamente affidandoci al chiaro di luna. La cosa e' fantastica, e' una cosa che non si fa da noi, non in citta' perlomeno. Sa da selvaggio, da vita ancestrale, da sensi piu' primitivi della nostra natura umana. E' definitivamente bello camminare al chiaro di luna, specialmente se con te c'e' una persona con cui, anche se solo a prima vista, ti intendi a meraviglia. Parliamo di viaggi, avventure, fotografia, persone. Rimaniamo li' per un ora e mezza! Alla fine, visto che il Monday Night di NFL che mi ero programmato e' andato a farsi benedire (peccato, ma non troppo!) decido di invitare Andy a seguirmi per farci una bella scorpacciata di barbeque texano. Lui mi segue volentieri. Arriviamo sul posto dove ci accoglie John, un bel pezzo di signore nella sua sessantina (bel pezzo nel senso che e' piuttosto robusto!) con modi gentili e socievoli. Ci offre un assaggio dei suoi prodotti per aiutarci a decidere che piatti ordinare! Io opto per un piatto bbq di pork brisket, pork ribs e texan beans - ovvero punta di petto di maiale al bbq, costolette di maiale al bbq e fagioli alla texana. Ci accomodiamo con i nostri piatti - anche le porzioni sono texane, sempre una spanna in piu' di tutte le altre! - fuori, in un parcheggio delimitato da balle di fieno, come ad essere nel retro di un granaio. Continuiamo a raccontarci un po' di cose. Andy e' una persona molto interessante, credo quasi unicamente per la marea di esperienze che ha vissuto. E' indubbio che viaggiare rende le persone diverse, nuove, piu' ricche. E questo lo vedo di riflesso parlando con lui. C'e' sempre un momento, un ricordo, una conoscenza da tirar fuori durante un discorso, e non si e' mai noiosi. Inoltre, il viaggiare conferisce una profondita' di pensiero non comune. Il vedere altre situazione ed il confrontarsi con altre culture, altre filosofie di vita, arricchisce la nostra persona e ci rende migliori. Quasi commuove, mentre dialoghi con la gente, e pensi a tutto cio', a cosa stai vivendo. Mi godo ogni singola parola di questa chiacchierata, e Andy mi racconta di come lui, un anno fa, aveva un lavoro a tempo indeterminato (oro vero?!) in una solida azienda tedesca. Il lavoro era d'ufficio, e presto il mio amico si era stancato della solita routine quotidiana. Un giorno si alza e dice "Il mondo e' troppo grande e bello perche' io rimanga una vita in quest'ufficio in Germania. Devo vederlo". E parte diretto verso il Canada senza alcuna certezza, senza alcun visto, e senza piu' un lavoro, perche' chiaramente si licenzia e lascia una sicurezza per cui oggi molti giovani farebbero follie. Il racconto e' emozionante. Lui viaggia in autostop, noleggiando auto per qualche tratto, in bici. Lavoro qui e li per qualche giorno o per una stagione, per poi visitare il Canada e l'America con i soldi guadagnati. I lavori non sono quelli che uno sogna da bambino, ma lo scopo e' nobile, un sogno, quindi ogni mattina si alza pensando "Ok, non mi piace, ma lo faccio per realizzare cio' che voglio". E va avanti. E gira. Il Canada est, ovest, l'Alaska, gli Stati Uniti del centro, la costa ovest. E' un viaggio lunghissimo fatto di sacrifici e momenti bellissimi, una persona nuova ogni giorno. Io sono estasiato, vorrei tanto aver qualcosa di simile da raccontare, ma posso solo limitarmi a descrivere ad Andy il Grand Canyon e a consigliargli di andare anche a North Rim. Un po' povero come diario. La serata passa in fretta e le luci del ristorante iniziano a spegnersi (sono solo le 20.45 ma qui la gente non mangia tardi), quindi entriamo con i piatti in mano, manco fossimo camerieri, e riconsegnandoli esprimiamo tutto il nostro apprezzamento a John e alla moglie. Da un rapido saluto la cosa si trasforma, grazie anche alla loquacita' di questo duo italo-tedesco, in una chiacchierata stile "inverno davanti al camino". Veniamo a sapere che la coppia che ci ha sfamato e' originaria di Dallas-Fort Worth, Texas, e sono proprietari anche di un altro ristorante da quelle parti. Spaziamo dal cibo alla politica, argomento che stuzzica domande a raffica da parte sia mia che di Andy. Il Texas si sa, e' la roccaforte repubblicana per eccellenza, e una domanda sull'attuale mr.President non puo' mancare. Obama non ha polso, i democratici invadono troppo la vita dei cittadini, sono troppo socialisti. Questi gli slogan piu' gettonati. Ma questo a parte, le cose che mi toccano di piu' sono due. Una riguarda la guerra. Loro sono cristiani, e ripudiano la violenza, ma approvano la guerra e la caldeggiano perche' da americani si sentono IN DOVERE ad esportare la FREEDOM che c'e' nel loro paese. Perche' le donne islamiche segregate in casa e semischiavizzate potrebbero essere loro, perche' i bambini mandati in guerra a dieci anni potrebbero essere i loro, perche' vedono altri esseri umani come loro che non vivono (o non sembrano vivere) bene quanto loro. Per tutto questo, sono pronti a sacrificare un figlio, un marito, e farlo combattere affinche' altra gente possa godere un'esistenza di pace e FREEDOM. E' un discorso che, per quanto contraddittorio nelle basi e per quanto offuscato dalle nostre piu' o meno vere credenze sulle ragioni economiche delle guerre made in USA, e' toccante. E' emozionante, struggente. Io ammiro la fede incrollabile che ha questa gente. Dategli pure degli idioti, dei creduloni, e forse sotto sotto lo pensero' anch'io, ma prima di tutto, io voglio ammirare la loro fede. Il loro patriottismo, che si esprime e si tiene unito sotto l'idea di FREEDOM, parola che la padrona del locale usa spessissimo, fa venire la pelle d'oca. Pochi paesi al mondo hanno un senso di patria, di nazione, di popolo come gli Stati Uniti. Le grida "USA!, USA!", le bandiere, le feste celebrative, uniche al mondo. Io quando sono in giro per questo paese, sento questa cosa, e' palpabile. Ne sono profondamente colpito. Anche John parla, ed insieme ci dicono come qui, in America, la liberta' esiste davvero ed ognuno e' libero di venire, crearsi una vita e viverla appieno. Tutti possono ancora sperare nel "sogno americano". Esso c'e' ancora, non e' un'utopia relegata agli anni trenta o sessanta. Il sogno americano esiste, e lo facciamo noi con le nostre stesse mani, col duro lavoro di ogni giorno - perche' qui, amici miei, la gente si fa DAVVERO il culo. Lavora tanto, tanto, e viene pagata di meno. In America, anche se il sogno puo' vivere ancora, non c'e' piu' l'El Dorado che tutti vedevano. L'America e' un paese in crisi come gli altri, e se non vai li non ci credi, non realizzi che li la gente sta peggio di te. Noi qui stiamo meglio, credetemi. Siamo sempre pronti a piangerci addosso, ed e' questo che ci rovina. Se loro sapranno uscire da questo brutto momento, sara' solo grazie alla loro etica pubblica e al loro modo di fare le cose - quello americano, pratico, magari sbrigativo, ma attuato col duro lavoro di tutti, nessuno escluso. Dovremmo imparare anche noi, qui in Italia, a farci un po' piu' il culo, tutti quanti, a fare meno i furbi, tutti quanti, perche' solo con il sudore e l'impegno, e non con la furbizia e la voglia di metterlo nel culo alla gente, che si vive serenamente. Durante il dialogo emergono mille idee, mille considerazioni, ed anche se stanco il cervello elabora pensieri a non finire. E' quantomai stimolante, non fosse che oramai il ristorante deve chiudere davvero. E' passata piu' di un ora e sono le 22. Salutiamo calorosamente i proprietari, che ci invitano a tenerci in contatto ed a recensirli bene su qualche guida turistica, cosa che sicuramente faro'. Credo che il calore e la simpatia dei gestori siano tra le caratteristiche piu' importanti per una buona mangiatoia, e qui di sicuro non sono mancate! Decidiamo con Andy di chiudere la serata ad un Mac Donald, per uno shake e un po' di wi-fi gratuito ovviamente. Avendo io offerto la cena a lui - cosa che non facevo per una persona da un anno credo - per ringraziarmi mi offre lo shake. Ci godiamo la bonta' fresca e vanigliosa seduti su un paio di divanetti, nel semideserto Mac che vede, oltre a noi, solo una famiglia di neri con due bambini piccoli particolarmente vivaci. Ci immergiamo nei nostri racconti con il supporto visivo di qualche foto tratta da internet. La serata e' ormai al top, con noi due, stanchi ma felici, che parliamo come due amici di vecchia data che non si vedono da tempo. Ma siamo anche stanchi e cosi', decidiamo di salutarci. Do la mia mail ad Andy e lui mi chiede subito l'amicizia in Facebook. Mi dice che ora e' diretto a sud, verso San Diego, che raggiungera' dopo aver visitato Grand Canyon e da dove poi partira' per un altro lungo giro prima alle Hawaii e poi in Nuova Zelanda. Lo invidio un sacco. E lui mi dice, per salutarmi: " Se davvero vuoi fare una cosa del genere, se davvero senti che vuoi esplorare il mondo, e che questo e' il tuo desiderio, fallo. Non farti intimorire da nulla, fallo e basta. E' una scelta di cui non solo non ti pentirai mai, ma anzi per cui ringrazierai ogni momento dei tuoi giorni". Lo saluto con tanta felicita' nel cuore. Tornato al motel, vado a letto ringraziando Dio perche', fortunatamente, ogni tanto persone cosi' incrociano la strada della nostra vita. Ed ora vi dico anche perche'. Vi dico le cose su cui siamo convenuti in parcheggio, ad Horseshoe. We live once, dicevamo, calchiamo il suolo di questo mondo una sola volta. Non abbiamo a disposizione millenni, svariate esistenze per fare tutto cio' che ci passa per la testa e sperimentare tutto. Dobbiamo per forza andare li, dove ci porta il cuore, dove sappiamo di voler arrivare. Non possiamo scendere a compromessi, non dobbiamo farlo, e non possiamo dire "lo faro' un'altra volta". Non possiamo interrompere il nostro volare, non possiamo fermarci a meta' del cammino, o peggio ancora, non possiamo rinunciare al voler camminare. La gente pero', troppo spesso, si accontenta. Si ferma. Non parte. Perche'? Sono onesto: perche' ha paura. Ha una fottuta paura di perdere quello che ha gia'. Si, lo dico e lo sottoscrivo, perche' ci sto e ci sono passato anch'io. Cresciamo coccolati, la maggior parte di noi, abbiamo tante cose e tanti affetti e non appena la vita ci mette di fronte ad una scelta, ad un bivio, non sia mai che prendiamo la strada piu' difficile. Che per carita', potrebbe essere la piu' scenica, spettacolare e suggestiva del creato, ma e' tutta in salita, una di quelle che ammazza. Noi non la facciamo. Abbiamo paura di perderci qualcosa, o anche tutto, non possiamo saperlo. La gente scende a compromessi. La gente finisce per accontentarsi. Sono pochi quelli che oggi accettano grandi sfide, sono pochi quelli che mettono da parte gli stereotipi della vita odierna e fanno scelte rischiose. Sono pochi, ma sono gli eroi di oggi secondo me. Io vedo troppa gente che pur di non allontanarsi dagli amici non parte e si fa un bel viaggio con se stesso. Vedo troppa gente che per guadagnare 200 euro in piu' fa una vita del cazzo. Vedo troppa gente che per non farsi il culo un po' di piu', studiare un po' di piu', butta il suo futuro nel cesso. Non sto generalizzando, ma vedo tanti esempi del genere, e mi viene il nervoso. Se c'e' una cosa che ho imparato da Andy, e sono piu' di una, e' che non dobbiamo farci frenare dalle nostre paure, dai nostri preconcetti, dalle nostre sicurezza acquisite, perche' vivendo una volta sola, dobbiamo sempre essere pronti a rischiare, a metterci in gioco. Una persona che vive la sua vita nella sua citta', con il suo lavoro sempre e comunque quello, con sua morosa con cui si sposera' ed avra' un figlio che crescera', quello e' un cazzo di perdente secondo me. Scusate. Ma quello, e' una persona che tutti riusciamo a diventare. E' una vita normale che per carita', a lui puo' piacere ma diamine, un po' di brio, un po' di spirito! E' uno che non mette in gioco tutto. E' uno che non rischia. Ah, sapete cosa rischia invece? Di arrivare a 80 anni e pentirsi di non aver azzardato un po'. Scopre che ha passato la sua esistenza mediocremente. Discorsoni del cazzo questi.. si, forse, perche' alla fine e' vero anche che ognuno la vede a modo suo, in base ai suoi interessi. La mia era solo una veemenza dettata dalla mia passione forse, e forse molti non concorderanno con me. Il mio grido sara' accolto solo da coloro i quali non si accontentano della routine quotidiana, degli amici al pub, del sabato pomeriggio in centro, del venerdi' sera a calcetto. C'e' sempre qualcuno che prima o poi cerca qualcosa di nuovo, di emozionante. Io sono tra quelli. Non voglio diventare un selvaggio pellegrino nel mondo e voglio anzi, un giorno, crescere un figlio con una moglie affianco. Ma piu' avanti. Il mondo, cazzo se ha ragione Andy, e' grande e non voglio passare una vita su di esso senza nemmeno sapere quanti territori ha l'Australia e quanto freddo fa in Alaska. Voglio girare il mondo, voglio conoscere tante persone e culture diverse, voglio diventare "uomo" a modo mio. Una scelta che comporta rischi.. si, certo, ma son pronto a correrli. Non voglio arrivare a 80 anni a rimpiangere una vita mediocre. Ricordero' sempre un giorno, quand'ero piccolo, in cui, sotto Natale, andai con mio padre a scegliere un giocattolo come regalo. Ero indeciso tra un camper super figo dei trasfomers, che mi piaceva veramente tanto, ed un piccolo nascondiglio di Mighty Max, che adocchiavo solo perche' tutti gli amici ne avevano uno. Scelsi il secondo, a malincuore, convinto dalla moda del momento. Ma rimpiansi per tanto, tanto tempo quel camper enorme che desideravo. Ho vissuto con quel rimpianto per mesi. Tanto che ricordo ancora benissimo quei momenti. Ecco, non voglio avere ad 80 anni rimpianti ben piu' grandi. Non voglio fare un tour con i vecchiotti di Cadoneghe con meta Venezia per passare un giorno diverso. Non voglio fare un tour "della vecchiaia" che, come meta esotica, sceglie Vienna. Senza aver visitato il resto del mondo. No, non io. Fanculo i soldi, i vestiti, le macchine. Tanto a cosa servono?! Tanto scusa, dimmi a cosa servono i soldi!! Io credo servano a farci passare una vita un po' piu' dignitosa e confortevole, no?! Un po' piu' felice. Ok. Con i soldi ricevi beni e servizi. E che i beni e servizi che ti fanno star bene siano una macchina, dei vestiti firmati, una serata al cinema o una notte di campeggio a Grand Canyon.. be', that's up to you, sta a te! Io sono contento viaggiando, con uno shake in mano, al riparo dal sole! Mi godo ogni centesimo speso. E poco importa se, una volta tornato che so, da un viaggio come quello di Andy, non trovero' un lavoro remunerativo come quello attuale. I soldi non sono TUTTA la felicita'. Credo che dopo un'avventura cosi', la felicita' sia una compagna di viaggio. La ricchezza d'animo, una prerogativa. La serenita' dell'anima, una sicurezza. Con i soldi queste cose non si comprano, mi spiace. Andy mi ha ispirato molto con la sua esperienza. Mi ha detto un'altra cosa, mentre parlavamo, una cosa che in quei momenti e' passata un po' cosi', veloce, senza attenzione, e che gli era stata riferita da un indiano Navajo. La saggezza dei Nativi. Diceva: "Se vuoi veramente incontrare te stesso, devi andare nel deserto. E' l'unico posto dove non hai nulla dietro cui nasconderti".
giovedì 20 ottobre 2011
Il giorno piu' bello (pt.1)
A volte capita che un giorno iniziato male finisca per essere quello di cui ci ricorderemo piu' a lungo. E' quello che mi capita oggi, lunedi' 26 settembre, giorno che inizio imprecando contro il terreno e la mia scelta di non comprare un materassino e che finisco in compagnia di un nuovo, grande amico con cui passo una stupenda serata. Avete presente l'arcobaleno dopo un temporale? Ecco, una cosa del genere. Mi alzo in piedi alle 5.20 stanco di dormire su una lastra piana, dura e per giunta (mi sembra) in leggerissima pendenza, cosa che mi da anche la sensazione di avere il sangue in continuo afflusso verso il cervello. Bah, staro' delirando. Mentre inveisco contro ignoti, o come si fa di solito, contro le divinita' in cui non si crede - i soliti Buddha cane, Allah ladro, porco Ganesh - smonto la tenda e penso SERIAMENTE di non passare una singola ulteriore notte in campeggio. Penso anche che la prossima volta spendero' sti 10$ e comprero' anche una stuoia che mi garantira' un po' di morbidezza in piu'. Per il momento comunque, di campeggiare anche a Zion non se ne parla, con le ossa malandate e le notti passate a rigirarsi al freddo, ho chiuso. In 15 minuti nell'oscurita' smonto la tenda - ormai sono un navigato campeggiatore, dovete sapere - e corro ad assistere all'ultima alba a Grand Canyon, a Birght Angel Point. In realta' stavolta non mi lascia cosi' meravigliato, forse perche' avvezzo alle prodezza dei giorni scorsi o forse perche' la luce non era un granche', dal punto in cui sorgeva. Fattosta' che il vento e la scarsa qualita' delle foto scattate mi spingono ad abbandonare presto il luogo, ringraziando il posto per i magici giorni offerti e dando un caloroso ARRIVEDERCI a Grand Canyon. Mi tornano in mente le parole di una coppia di giovani americani incontrati nel parco di Killarney, durante il mio viaggio in Irlanda. Parlammo di questo viaggio, di cos'avrei visto. E proposito di questo posto mi dissero "Grand Canyon, you'll never forget about it", non te lo dimenticherai mai. Credo proprio sara' cosi', ragazzi. Fiero di esser stato in uno dei posti piu' belli del nostro pianeta, varco le porte d'uscita del parco nazionale, diretto come ultima meta a Page, cittadina del desertico nord dell'Arizona. Uscendo dalla valle vedo un altro coyote, che tento anche di fotografare facendo pero' scappare il timoroso canide non appenna fermo la macchina al lato della strada. E' il terzo coyote in 4 giorni, ho un buon occhio per tal bestia! Qualche goccia di pioggia bagna il mio cristallo mentre torno verso il deserto ma cio' non mi preoccupa, e la musica mi accompagna fino indietro alle Vermillion Cliffs. Mi fermo un attimo lungo una strada che attraversa, sembra senza fine, la steppa semiarida che circonda le Cliffs, in un Historical Marker che ricorda la spedizione di tali Dominguez e Escalante del 1776. Il posto e', manco a dirlo, deserto anche dal punto di vista umano, il cielo e' azzurro e costellato da svariate innocenti nuvolette bianche, ed il sole inizia a scaldare il mio corpo, che libero da diversi strati di felpe e maglie lunghe. Dopo le classiche foto di rito - ci sono dei fiorellini che fanno da bella cornice sullo sfondo delle Vermillion Cliffs - rimango in pantaloncini corti e canottiera a gustarmi una banana seduto sul bagagliaio aperto della mia macchina. Non so perche', forse per il clima piacevole, l'assenza di gente, il mio umore, e' un momento appagante. Da l'idea di vacanza, di non aver preoccupazioni, fretta, timori. Semplicemente, mi scaldo al sole in un posto che pochi frequentano, sorseggio un po' d'acqua e riempio lo stomaco. Soddisfare le basilari necessita' umane a volte significa puro piacere, e per me adesso e' cosi'. Ho il morale al massimo quando mi faccio la prima foto del viaggio, un autoscatto per celebrare non tanto il posto o per testimoniare la mia presenza li', quanto il ricordo di quegli attimi felici e spensierati. Unica cosa: lascio la cartina geografica sopra il tettuccio e quanto riparto, sento un tonfo cartaceo dietro di me, fermo la macchina e corro a riprendere la carta che stava venendo trascinata via dalla brezza. Ops, cose che capitano! Riprendo la mia marcia e passo di nuovo per i centri di Cliffs Dwellers e Marble Canyon, di cui gia' ieri immaginavo la noiosita' ma anche la bellezza di una vita trascorsa tutto l'anno in loco, passo il Colorado, e riprendo la strada. Faccio una foto al deserto di un color ocra intenso, a tratti tendente all'arancione, macchiato di qualche bianca casetta di qualche deviato essere umano. I Navajo intanto assiepano le curve della strada con le loro bancarelle per turisti. E' lunedi', e sono quasi le nove. Nei pressi di Page sorge possente un'ansa del Colorado che viene chiamata, per la sua esplicita conformazione a ferro di cavallo, Horseshoe Bend (non che sia l'unica eh, anche lo scorso anno a Canyonlands mi capito' di vedere piu' di una Horseshoe bend ed una chiamata anche con tal nome). Questa pero' e' particolarmente scenica, soprattutto all'alba, ed offre dei colori stupendi che uniti alla vista veramente ampia - la si osserva dal ciglio del canyon - rendono il posto molto appetibile da fotografi e semplici turisti. La si raggiunge da un parcheggio che devia per poche centinaia di metri dalla strada che entra a Page. In 10 minuti di camminata veloce in mezzo ad un sentiero sabbioso sono sul posto. In effetti, ti lascia colpito. E' la grandezza in se' che colpisce, anche se non si percepiscono le dimensioni reali. Si deve solo fare affidamento su altri segni noti, tipo un barcone che viaggia sul fondo del fiume. Un puntino minuscolo trascinato dalla corrente. La cosa impressiona, come il colore delle pareti piegate e formate dall'erosione del possente Colorado e dal vento anche. Nonostante la bellezza del posto, non posso perderci ore, perche' la giornata e' appena iniziata e le cose da fare sono veramente tante. Sto scoprendo l'utilita' di avere un orologio al polso. Di piu', sto scoprendo quanto (per ora) riesca a stare nei tempi prefissati. Un voto piu' a Manu per la logistica. Inoltrandomi in citta', che non e' molto grande di per se', se escludiamo la periferia e i sobborghi, scopro dell'esistenza di un Denny's ed invariabilmente mi dirigo li' per espletare la colazione. Sono le 10.50 del mattino, e piu' che colazione questo e' un brunch, ma dalle 5 e 20 nel mio stomaco e' entrata solo una banana, quindi muoio dalla voglia di mettere qualcosa sotto i denti. In America funziona che ovunque tu vada a mangiare tu ti fermi all'entrata e aspetti che un cameriere ti accolga col sorriso, ti chieda in quanti siete e ti faccia accomodare al tavolo. Infatti, all'entrata del 99% dei posti dove si mangia troverete sempre un cartello che recita "Wait here to be seated". That's how it works. Vengo accomodato in un tavolino al margine della sala e posso sfogare le mie bizzarrie alimentari. Oggi son deciso a prendere la COLAZIONE DEL VIAGGIO, e col senno di poi forse ci siamo, quindi ordino: degli strawberry pancackes puppies with cream cheese (solo 2$ x 5 frittelliniiii!!!), e un sandwich (toast) con hamburger (la carne tipo svizzera intendo), Mac&Cheese, melted cheddar & Frisco sauce, con contorno di patate fritte e da bere un paio di mix di beveroni semi-frizzanti ai frutti (che mi hanno deluso, non li prendero' piu'!). Arrivato tutto questo ben di Dio sul tavolo, ho le bave alla bocca. Dubbioso sulla bonta' del Mac&Cheese - che sono fusilli al formaggio fuso che loro consumano ampiamente ma chiamano Mac, Maccheroni in pratica - azzanno il toast che si rivela bombastico. La formaggiosita' totale e' pari a mille ed il gusto e' indescrivibile. Il tutto si scioglie in bocca e regala un raro piacere. Non parliamo poi dei puppies: sono delle specie di frittelle con leggero gusto di fragola, che pero' diventano insuperabili con la crema al formaggio sopra. Veramente, puro godimento. Mi sembra di essere Homer Simpson che balla al ritmo di quella musichetta stupida nel paese del cioccolato, mangiucchiando pali della luce e inermi cagnolini. Divino. Faccio una colazione/pranzo fenomenale per 10$ in cibo e 2.29$ in bevande. Ditemi dove trovare un posto cosi' in Italia. Risposta: NON ESISTE CAZZO! Esco dal locale grato al fondatore di Denny's e satollo di cibo. Mi sento un pellicano col becco pieno di pesci. Ah, il Mac&Cheese non e' affatto male!! Ripieno di bonta' casearia mi avvio verso un sacco di commissioni. Faccio tappa all'ufficio postale come un normale cittadino americano. Devo ritirare l'unica maglietta che ESPN.com non e' riuscita a recapitarmi al motel6. Entro, e subito mi spavento per una coda di 8-9 persone, piu' altre 2-3 che stanno compilando moduli davanti di me. L'ufficio postale ha 2 cassieri, un sacco di cassette postali date in affitto alla clientela e che sembrano montate da 2 giorni (nuovissime) e infine, un bancone al centro della stanza principale con ogni modulo di cui il cittadino possa aver bisogno, penne e spiegazioni su come compilare i moduli. In questo modo, ogni persona, anche il piu' invornito, puo' essere autonomo e non rompe i sacrosanti coglioni ai cassieri, creando le code chilometriche che si formano in Italia. No, non qui. La coda che mi aveva spaventato si dissolve in.. in.. non riesco a dirlo, abituato all'Italia.. in 2 minuti d'orologio!! La gente qui viene, lascia una busta, ritira un pacco, spedisce una scatola, fa dei pagamenti, tutto in un minuto-due al massimo! E' UN-B-LIVABLE! (come amano dire qui, unbelievable) Arriva il mio turno e senza alcuna complicazione, alcun patema, ma con un semplice ID ricevo il mio pacco e tanti sorrisi dal cassiere. Che nobilta'. Che celerita'. Fanculo a Poste Italiane e al mio paese che in casi come questo e' l'ultimo posto dove vorrei fosse situato l'aeroporto del volo di ritorno. Ah, shit. Contento per il poco tempo impiegato e scontento pensando a quando la prossima volta rimpiangero' questi momenti in un ufficio postale italiano, risalgo in macchina e decido di prenotare la mia visita per Antelope Canyon, in un business gestito da indiani Navajo. La fissano per l' 1.30 PM. Nel frattempo decido di far su anche le magliette NFL arrivate al motel e con questo ogni ordine fatto ha trovato puntuale riscontro. Amo questo sistema: compri on-line, carta di credito o al massimo PayPal, e la roba ti arriva dritta dove dici, in giro per l'America intera, in pochi giorni. Fantastic. Decido poi di perdere un po' di tempo al Wal-Mart. E' un posto dove hai big chances per farlo. Nel senso che ogni Wal-Mart e' immenso. Quando ci metto piede, mi viene in mente quella puntata dei Simpson in cui la famiglia va al Mostro-Mart. E alla fine e' cosi', i supermercati USA sono immensi come immensa e' la quantita' e la varieta' di prodotti che vi ci puoi trovare. Non solo cibo ovviamente, anzi, ben altro. Pulizia personale, arredamento casa, abbigliamento, accessori ufficio, elettronica, sport, hobbistica di ogni tipo. E' un "cercaquelchetiservetantodaqualchepartecideveessere" che non delude nessuno (Ah, teorema di Manu punto 7 comma 32: ogni cosa mostrata dai Simpson sull'America e' vera in qualche percentuale, spesso superiore all'80%). Inizio quindi a peregrinare per gli infiniti corridoi del Mart per prendere essenzialmente due cose: un lucchetto per chiudere in qualche modo la mia nuova valigia, che oltre ad una zip non ha assolutamente nulla, ed una carriola di chewingum alla menta della marca Winterfresh, odorosi e profumati che anche un raffreddato che ha appena impestato la camera di scorregge li sentirebbe. Son buonissimi! Era da un anno che li aspettavo! Mi munisco dei sopra elencati oggetti e poi la mia attenzione cade sugli oggetti piu' strani trovati all'interno del Mart. Ricordo un intero reparto dedicato ai fucili da caccia. Ma la cosa che ho segnato sul diario sono.. si, i pesci per l'acquario! Ci sono almeno una dozzina di acquari con pesci tropicali e non, di cui la clientela puo' servirsi e pagare tranquillamente alla cassa. Incredibile, I love this country. E colto dallo spirito patriottico che Wal-Mart mi ispira, compro una nuova bandiera americana 2 metri x 1. Ah, e anche un paio di quei "braccialetti" elastici che i giocatori di football portano alle braccia. Ho scoperto cosa sono: fermano il sudore ascellare al punto dove vengono posti! Geniale haha! Siccome costano 2$ e sono della Riddell, ne metto un paio in lista. Vago stupito per altri 5 minuti e poi esco a pagare. La commessa ride alla mia spiegazione del perche' acquisto cosi' tanti chewingum, e mi augura una buona giornata. Dovrebbe esserlo, perche' ho in programma Antelope Canyon, un bagno a Lake Powell, una doccia da paura e il tramonto ad Horseshoe Bend. Sono gia' sveglio da un bel pezzo eppure ho ancora una marea di cose da fare. E' questa una delle cose che piu' mi intrigano dei miei viaggi. Giorni full, no rest, sempre in movimento. Vivere la vita ad ogni secondo. Qualche secondo dopo sono in macchina ed assisto ad una prodezza. Vedo un camion che trasporta cosa..? UNA NAVE CAZZUTA! Non una bagnarola da pescare a Sottomarina, ma un traghetto del tipo Costa Crociere! In strada!! Una cosa da film, sara' perche' da padovano poco abituato all'ambiente salmastro non ho mai assistito a cose del genere, o semplicemente, sara' che la cosa e' abbastanza improbabile. Fattosta' che guardo la scena con ammirazione. Minuti dopo sono in parcheggio di fronte al business dei Navajo e monto a bordo del loro mezzo, una specie di macchina/furgone semiscoperto sul retro dove i passeggeri possono star seduti come in autobus, ma su sedili attaccati schiena contro schiena, al centro del mezzo. Le ruote sono enormi per poter guadare i mari di sabbia presenti sulla strada per il canyon. Pensavo io, di esser relativamente vicino. In realta', bisogna affrontare un viaggio di 20 minuti in cui per 10 di essi si mangia sabbia e si viene accecati dalla polvere. Non e' particolarmente gradevole, anche perche' son preoccupato per la salute della mia reflex, tra sbalzi del mezzo e sabbia infiltrata nell'obiettivo. L'unica cosa che mi fa un po' ammazzare il tempo e' la conoscenza di una coppia di olandesi di Utrecht, con cui parliamo di varie cose e che mi consigliano di visitare Amsterdam e anche la loro citta'. Grazie del consiglio ragazzi, ma per ora ho decisamente altri obiettivi! Arrivati ad Antelope Canyon, iniziamo il tour. Vedo che il posto non e' cosi' deserto come le foto fanno pensare. Ci sono gruppi di tour guidati che escono in continuazione. L'interno del canyon e' piu' affollato di un negozio di H&M. Fare una foto (io poi, senza cavalletto, un'impresa) diventa una questione d'equilibrio e di tempismo. Cos'e' pero' il posto che sto visitando? Ebbene, e' un canyon secco, sabbioso sul fondo, profondo una trentina di metri in media, che viene periodicamente allagato da piene dovute a precipitazioni a monte del canyon stesso. Esso si trova circa 5 miglia ad ovest di Page, AZ, e per raggiungerlo bisogna montare sui mezzi speciali che prima vi ho descritto, perche' la strada si snoda attraverso lunghi deserti sabbiosi che non lascerebbero scampo ad una normale automobile. Come in South Dakota d'inverno durante un blizzard, saresti fottuto. Il canyon e' famoso per l'atmosfera irreale creata dal gioco di luci ed ombre che si realizza quando il sole manda i suoi raggi piu' perpendicolari verso il fondo. Innumerevoli fotografie sono reperibili in internet, e si vedono sfumature rosse, arancioni, nere che tingono le affusolate pareti del canyon, ed i raggi del sole che penetrano con una consistenza quasi palpabile fino a raggiungere la sabbia sottostante. Un posto che dici "Devo andare a vedere!". Ci vado, ci sono, ma non mi sembra cosi' magico come le foto fanno sembrare. La folla, in primis. I colori, poi. Sara' che, ci raccontano, per fare le foto migliori necessiti della luce ideale, di assenza di gente, di un cavalletto (che ho a casa!) e di qualche trucco. Tipo, gettare una manciata di sabbia in aria prima di scattare, di modo da evidenziare il raggio di sole e creare l'effetto "consistenza". Ingegnoso, ma furfantesco. Io non voglio falsare cosi' la realta'. E qui come in altri casi, e' vero che la fotografia non sempre rispecchia quel che veramente stiamo vedendo. Quando non e' cosi', forse e' anche un male. Forse. Passati i tormenti artistici, che liquido dicendo a me stesso di fare il possibile ed accontentarmi, continuo la visita. La nostra simpatica guida indiana spiega ogni roccia, ogni sporgenza, con nomi di cose o persone. Questa roccia sarebbe il naso di Roosevelt, quell'altra un cavallo imbizzarrito, quell'altra ancora la faccia di un capo indiano. Molte sono verosimili, altre mi sembrano tirate fuori dalla fantasia di qualche bontempone. I turisti dovranno pur essere intrattenuti in qualche modo! E la nostra guida lo fa bene! Dice sempre, ogni cazzo di minuto, la frase "Take a picture" che pronuncia con un inglese piuttosto divertente che la fa suonare come "Teica picciur" o qualcosa del genere! Fa morire dal ridere! Chiede a tutti la macchina fotografica, a turno, e scatta una foto per loro, di modo da far individuare la roccia o la sfumatura di cui parla. La cosa tocca anche a me, ma quando vedo le mani sudicie avvicinarsi alla mia reflex, declino gentilmente l'offerta dicendo che avevo gia' fotografato discretamente il soggetto. Meschino, ma giustificabile. Finito il giro, avanti e indietro, per l'ora pagata, rientro nel mezzo. Penso ad una cosa: le foto illusorie viste in internet sono sbagliate. Illudono appunto la gente che le guarda e si aspetta di vedere quello. Ma non e' cosi'. E puo' capitare che il pezzente che non se la cava cosi' tanto bene con la fotografia, rimanga deluso da cio' che ha visto e fotografato. Un meno a chi illude la gente cosi', fotografi fantasia.
martedì 18 ottobre 2011
Gli indiani avevano le ossa ammaccate!
Io non so come minchia facessero gli indiani a dormire sui tee-pee (le loro tende). O si mettevano quintali di paglia sotto, o dormivano sopra erba alta un metro, oppure giungo alla conclusione che ogni fottuta mattina si alzassero con il corpo devastato dalle ammaccature per i sassi e le pigne sopra cui avevano dormito! C'e' poco da fare. Ed io sono un pirla, perche' dopo la prima notte passata tra un sasso ed una pigna, non ho provveduto a liberarmi di essi e ho passato anche la seconda notte tra una pigna ed un sasso, con in piu' un vento assurdo che soffiava ruggente tra gli alberi. Inutile dire che il riposo non e' stato granche', e mi sveglio alle 5 del mattino con la sensazione di essermi infilato nel sacco a pelo 10 minuti fa'. Non una gran cosa sinceramente. Mi faccio coraggio, faccio un po' di flessioni per riprendere del calore corporeo, e dopo aver indossato qualche altro strato di vestiti esco allo scoperto. Ovviamente e' buio pesto, il cielo brilla solo della luce delle stelle ed io mi muovo solamente con la mia ormai fidatissima pila da campeggio. Oh fa una luce pazzesca! E la comodita' enorme e' che ti lascia la mano libera, grandioso! Un piu' alla pila. Devo smontare la vecchia Wenzy, la tenda. Al buio. Per la prima volta. Vabbe' no ghe vorra' un genio. Inizio a trabattare cercando di fare il minor rumore possibile, perche' il 95% del campeggio sta ancora nel mondo dei sogni (sassosi e pignosi, per chi non e' nel comfort di un maledetto camper o RV, come li chiamano qui, Recreational Vehicles). Stacco i paletti, smonto la baracca e incredibilmente riesco anche a piegarla di modo che stia come deve stare nella sua custodia. Sapete, io e il piegare in genere non parliamo la stessa lingua. Che sia un vestito, una bandiera, un sacco a pelo o una tenda, il risultato e' sempre una merda. Stranamente stavolta mi gira bene, e la vedo come una grande conquista personale. Carico tutto nella mia CuboCar e mi avvio, al buio, verso l'uscita Est. Mentre guido la palla infuocata guadagna la via dell'orizzonte e io scelgo di vederne la comparsa a Grandview Point, sulla strada verso l'uscita dal parco. Arrivo prima che il sole faccia capolino sulle creste del canyon e vedo le pareti tinte di infinite tonalita' di viola illuminarsi piano piano e fare da cornice allo scorrere silenzioso del fiume Colorado. Da est, un bagliore giallo aggiunge altri colori al paesaggio gia' meraviglioso. Come dicevo, ogni giorno, da ogni posto, lo spettacolo e' unico e ne ho una riconferma. Sono emozioni quando finalmente il sole si espone allo sguardo dell'uomo. Mi viene in mente in quegli istanti quel detto "Vivi ogni momento come se fosse l'ultimo", e assaporo fino in fondo quello scenario da favola a cui mi trovo di fronte. Poi, mi sveglio, e vedo che e' tempo di muoversi. La strada di oggi prevede uno spostamento di quasi 500 km, da South Rim a North Rim, che vorrei visitare in un giorno circa. Bisogna mettersi sulla strada presto perche' occorrono circa 6 ore di macchina. Passo tutta la Desert View Rd che avevo guidato ieri, e mi inoltro nel deserto che circonda Grand Canyon. Al mattino sembra un posto quasi idilliaco, con dune macchiate di cespugli verde acceso, cielo con nuvole "a pecorelle" - come si diceva da piccoli - e il sole che ancora non ti ammazza con i suoi raggi. Si guida piacevolmente. Noto il ripetersi ad ogni curva di piccole baracche di legno, con una o due sedie sgangherate, un tavolo e pochi altri ornamenti, con insegne rivolte alla strada del tipo "Navajo Crafts", "Native Art", "Navajo Pottery & Jerks". Oggi e' domenica, ed e' mattina presto (e poi si sa, gli indiani non tendoni ad essere ne' puntuali ne' tanto mattutini) dunque non c'e' nessuno per ora ai banchetti, ma si capisce che abitualmente i nativi passano le giornate al margine delle strade a vendere artigianato locale di piu' o meno buona qualita' oltre a paccottiglia per turisti. La prima cosa che mi viene in mente e' "Che due coglioni, cuocersi al caldo per far su 10-20 dollari al giorno". La seconda cosa che mi viene in mente e' che magari alcuni sono in disuso, magari solo un membro della famiglia lo gestisce, magari e' solo per arrotondare nei weekend. Ad ogni modo, la cosa mi incuriosisce, ed in fondo in fondo, mi impietosisce. Un popolo che fino a 200 anni fa era fiero e glorioso, con le sue tradizioni e la sua propria esistenza, adesso e' costretto a vivere nei buchi piu' caldi e afosi del deserto e vendere robaccia ai turisti contenti di aver finalmente visto "l'indiano". Se ci pensate, e' una cosa veramente triste. Ci fa tristezza un cane ammalato, a noi occidentali. Non ci accorgiamo dei drammi della razza umana, pazzesco. Il deserto invece, piano piano, regala meraviglie. I colori del dopo-alba sono veramente belli, sono tenui, sfumati, ma carichi. E' un piacere guidare con il fido ipod, ascoltando musica country che strimpella banjo e chitarra e narra gli usi della gente di campagna. Arrivato al primo benzinaio, nei pressi di Cameron (AZ), mi rifornisco e guardo davanti ai miei occhi. Si stende un villaggio di boh, un centinaio di abitazioni, che non so perche' esista. Non e' un posto turistico, perche' dista un ora di macchina da GCanyon South e almeno 3 da GCanyon North. Non c'e' nulla di particolare. Non ci sono attivita' lavorative. Mi domando perche' la gente abbia deciso di assembrarsi li'. Non so spiegarmi perche' questa gente viva in trailer homes e prefabbricati, con la porta aperta, 5 macchine scassate, il solito cagnaccio che vaga di fronte alla porta, e le sedie di plastica da siesta pomeridiana. Non so darmi una risposta per tutto cio'. Il dubbio mi avrebbe seguito da Cameron fino alle Vermillion Cliffs, primo stop lungo la strada di un certo livello d'interesse, ma intanto devo narrarvi di un posto che mi ha colpito favorevolmente. A Cameron, posto sperduto nel deserto, trovo un motel che mi delizia. E' il Cameron Trading Post, gestito da Navajo, che incorpora un motel, un ristorante per i 3 pasti del giorno, un negozio di souvenir ed un ufficio postale. Praticamente tutto quel che serve al turista disperso nel deserto! Mi fermo per colazione, ho un buco nello stomaco che mi fa camminare piegato a pigreco mezzi, e mi siedo carico di aspettative. Intanto ordino una cioccolata calda, non so perche'. Forse avevo voglia di cioccolato. Poi, dal menu tiro fuori l'asso: Country Fried Steak with gravy, 2 eggs and hash browns. (in originale suona da Dio. Altrimenti, bistecca fritta - una specie di cordon bleu - con salsa gravy, patate alla piastra e 2 uova in camicia) O, una roba fenomenale. La carne mi piace abbomba, poi il gravy ti fa compiangere di non poterlo bere al posto del latte, e le uova e le patate si fondono bene tra il pane del toast. La cioccolata rende questi pensieri ancora piu' dolci. E io sono un maiale. Dopo essermi rimpinzato anche di caffelatte, mi alzo da tavola satollo e pronto ad affrontare la giornata P.C. - ovvero Post Colazione, lo spartiacqua delle mie giornate vacanziere. Riprendo la mia guida e riprendo ad ammirare con tristezza la distesa di capanne, casupole, trailers che si assecondano ai piedi delle rosse colline del Nord dell'Arizona. Sono tutti indiani. Un vecchio Navajo con un enorme cappello da cowboy si avvia con passo lentissimo a gettare la spazzatura in un bidone che non vedo nell'arco di miglia. Continuo dritto, devio solo dopo molte miglia. Ormai, lo dice il cartello, entro nella riserva Navajo, la riserva piu' grande degli USA e una delle piu' povere. La riserva che contiene l'unico punto geografico degli USA in cui 4 stati confinano. Forte eh? E si fanno pagare 3$ per entrare in questo punto. Che storie, chissa' chi sono i cretini che ci vanno. Insomma, dopo la classica foto al cartello "Entering X Indian Reservation" che sono uso a fare, faccio una stroll (passeggiata) fino al ponte sul Colorado. Che panorama. Le Vermillion Cliffs davanti, il deserto attorno, il canyon di un colore tra l'ocra e il grigiastro, ed il fiume verde platino in basso. La maestria della natura non ha limiti. Mi dispiace lasciare un si' bel vedere ma devo percorrere altre miglia. Passo Cliffs Dwellers, un minuscolo insediamento arroccato ai piedi delle colline per tutto l'anno - ed e' il solito villaggio sperduto nel nulla senza alcuna citta' a portata di mano. E mi viene in mente il libro che ho letto, Coyote Nowhere, e la classica America delle praterie, le distese infinite e la gente contenta di vivere nel nulla, a contatto con la natura, con i coyote come compagni di giornata. L'America in cui viaggio solitamente. Galoppo su per le alture, passo interminabili stop per lavori in corso dove conosco la gente che mi dice "STOP" oppure "GO AHEAD", e finalmente il paesaggio cambia come mi aspettavo, come avevo letto da qualsiasi guida parli di Grand Canyon. Inizio a guidare tra verdi foreste, che a tratti pero' piu' che verdi sembrano nere, residuo di incendi piu' o meno controllati di chissa' quanti anni fa. Al solito pero', le nuove generazioni sono gia' alla porta, e giovani alberi si fanno strada fra le ceneri di quelli ormai passati a miglior vita. La dura roccia inizia a farsi strada, ed il paesaggio mi ricorda vagamente le Rockies canadesi (e sono gran bei ricordi quelli!). Con il clima che sembra variare in continuazione, dove cumuli minacciosi di nubi lasciano presto spazio ad un sole potente, entro nella vallata che fa da imbuto prima dell'inizio del parco. Una vallata che mi ricorda, stavolta, Hayden Valley nel parco di Yellowstone (e anche li son fior di ricordi. Voi tutti che leggete, se potrete, andate a Yellowstone, ve lo consiglio di cuore). I boschi si aprono solo ai lati della valle, che ora e' sfibrata dal correre delle stagioni e sfoggia solo erba ingiallita o di un verde sbiadito. Scorgo un coyote che, con passi felpati, si appresta alla tana di un roditore per poi usare la classica tattica del salto per cogliere di sorpresa la sua preda e ghermirla fra le sue fauci. Non ho una cattiva vista, per quanto riguarda gli avvistamenti di animali! Infine passo le porte del parco e subito dopo giro a sinistra ed imbocco la Cape Royal Road, un nome che piu' di Grand Canyon mi ricorda un covo di pirati all' Isola di Tortuga ma fa lo stesso. Guido immerso in foreste che stanno virando verso un giallo intenso, abbagliante, che contrasta incredibilmente con il colore dei sempreverdi e dei fusti di alberi inceneriti, ex alberi. Mi fermo un po' a tutti i viewpoint, che come ho gia' avuto modo di dire possono esser visti come tutti uguali, ma che cosi' davvero non sono. Ogni punto regala emozioni diverse. Una macchia di verde in piu', una cresta maestosa, un ponte nel vuoto, il fiume che scorre selvaggio. Mi godo ogni momento, degusto ogni passo della camminata verso Cape Royal Point, che e' grandioso, con un torrione alberato che si erge ad ovest ed il fiume in basso ad un canyon che dal rosso del fondo sale e diviene giallo oro. La gente regala solo commenti estasiati, e si congratula con la natura per lo spettacolo offerto. Qui non c'e' parere discorde, non c'e' fazione, la gente e' tutta amica e unita nel ringraziare chi o cosa e' l'artefice di tutta la meastria esibita. Ed e' una sensazione che, per i tempi che corrono e per il mondo in cui viviamo, credetemi risulta appagante. Tornare al villaggio dopo aver scattato plenty of pictures, un sacco di foto, e lasciando un posto cosi' incantato e' difficile, ma bisogna perche' la stanchezza incombe e bisogna ancora sbrigare le faccende da campeggio. Registrarsi, prendere la piazzola, erigere la tenda, procurarsi del cibo. Arrivo nel piccolo villaggio di North Rim (nome piuttosto originale a quanto pare) e faccio presto a guadagnare la via della piazzola. Carina, alla fine del campeggio, circondata da qualche altra tenda - ti da un senso di sicurezza questo! - ma non affollato. Il suolo e' duro come il cemento armato anche se liscio come il culo di un bambino, anche se avrei preferito un suolo morbido come il culo di un bambino e liscio come il culo di un vecchiotto, ma fa niente. Pianto la tenda, stavolta con un tarp sotto per cercare quell'1% in piu' di comodita', e prego per una notte con del comfort aggiuntivo. Dopo essermi cambiato un attimino mi reco in villaggio, che giro in circa 2 minuti: lodge, centro visitatori, bar, gift shop, paninaro. Stop. Anything more. No mas. Capisco che non e' il posto per chissa' quali serate e ammazzo il tempo facendo amicizia con una mamma inglese che, finalmente, alla fine mi presenta anche sua figa, eeh scusate, volevo dire sua figlia (l'errore ovviamente dettato dal fatto che la figlia in questione e' piuttosto carina). Ci salutiamo dopo un po' perche' sfortunatamente ha gia' la serata occupata da una riunione del suo gruppo di viaggio, a quanto pare un cargo di cittadini inglesi che girano per il SudOvest, ed io me ne vado sulla cime di una piccola altura con la mia fida macchinetta fotografica pronto a godermi il tramonto e a prendere qualche bello scatto. Unica variante non calcolata, il vento che sull'altura si sente il doppio. Dalla felpa si alza il cappuccio e dalla tasca esce il berretto che finisce dritto sulla mia testa. Il prezzo pagato in termini di freddo non e' nemmeno un centesimo di quello riavuto in termini di spettacolarita' del tramonto. Il paesaggio da Bright Angel Point e' gia' ammirevole di suo, ma con quel tramonto, che io vedo come un regalo di ARRIVEDERCI che il canyon mi fa, sembra paradiso. Non so, una di quelle visioni che ti fai in testa quando pensi a qualcosa di estremamente magico, dolce ma anche duro, impressionante, toccante. Se penso a quanto imprechero' per i soldi spesi, so gia' con certezza che comunque non saranno mai cosi' tanti quanto grande e' la mia felicita' in momenti come questi. E' impagabile, e penso a tutta la gente che pur di non spendere i soldi rinuncia a cose del genere. Questa e' una cosa che basta volere, non e' una cosa che solo chi e' ricco puo' fare. Volere e' potere dicono, e io cazzo se lo voglio, cazzo se ci vado. E' in momenti come questi sono fiero delle scelte che faccio e di come investo il mio tempo. Carico di emozioni scendo dal mio trono di pietra e cammino verso il paninaro, perche' non voglio fare il signorotto con i signorotti e cenare all'affollata lodge. Mi dico "Sara' un'altra serata di cibo di merda", ma mi smentisco. Ordino un sandwich con BBQ chicken breast pensando di mangiare schifezze. Invece, mi gusto il panino piu' succulento da un bel pezzo a questa parte. Il pollo sfilacciato si sposa benissimo con la salsa bbq offerta, e si scioglie in bocca. Altri momenti in cui mi godo i soldi spesi hah, no doubts. Altri momenti in cui penso che se continuero' a pensarla cosi', diventero' un ciccione. Ah. Col cuore colmo di felicita' pennuta torno al campeggio, alla mia tenda, al mio lavarsi i denti vagando per il campeggio verso i bagni con lo spazzolino in bocca e le infradito ai piedi. Sembro ancora uno in vacanza a Isola Verde mentre gli altri son campeggiatori di montagna. Mi distinguo dalla folla. Rientro in tenda e prego per una notte piu' morbida, come sempre. Dio solo sa quanto rimpiangero' un materasso.
sabato 15 ottobre 2011
Una meraviglia della natura
La notte e' passata piu' o meno tranquilla. Tranquilla, se escludo il freddo assassino che e' progressivamente calato su noi campeggiatori di quota (2133 metri per esser precisi), e il suolo gibboso ed accidentato che ha malandato le mie povere ossa. Il freddo, per dare una descrizione particolareggiata, ha fatto si che gradualmente indossassi calzini, pantaloni lunghi, maglione, berretto in aggiunta al layer con cui ero partito, ovvero maglia termica Kipsta e pantaloncini corti. All'inizio dentro al nuovo sacco a pelo comprato si stava benissimo! Col senno di poi, era un tepore momentaneo. Il freddo sarebbe stato cosi' intenso da costringermi a svariate serie di flessioni appena alzato, per non farmi battere i denti! (L'acqua comunque non si era ghiacciata, quindi posso ipotizzare una temperatura tra i 2 ed i 4 gradi) Il suolo invece, pessimo. Avevo una pigna a destra ed un sasso a sinistra, ogni volta che mi giravo - ed io lo faccio spesso - erano bestemmie ed ero costretto a dormire in una striscia di terra d far pieta' ad una sardina. Mi alzo alle 5.20 con le ossa ammaccate, infreddolito, e al buio. L'unica cosa che mi spinge a muovermi e' la fame e la voglia di vedere il primo sunrise a Grand Canyon. Con la mia grandiosa pila da campeggio, o meglio, da minatore - cioe' quelle che si mettono in testa - mi avvio verso la macchina e, una volta lasciato il mezzo alla partenza della Hermits Road, mi avvio intanto a piedi. Il South Rim del Grand Canyon e' sostanzialmente diviso in due parti: a sinistra (ovest) c'e' la Hermits Road, una strada di circa una dozzina di miglia che puo' pero' essere percorsa solo usufruendo del servizio navetta del parco, l'altra e' la Desert View Drive, che corre verso est per circa 25 miglia e si puo' percorrere anche con mezzi propri. Le navette dei parchi nazionali sono molto efficienti, si trovano dalle 7 alle 22 circa e ogni 15 minuti. Ovviamente gratuite, consentono spostamenti piuttosto rapidi, senza inquinare troppo l'ambiente e senza causare ingorghi in strade e parcheggi. Un'idea fenomenale, per quanto mi riguarda. La mia deve ancora arrivare, aspettavo la prima del giorno, quindi marcio verso il primo viewpoint, Trailview Overlook. Ammiro l'alba da li' e vedo il sole che piano piano fa illumina le creste di meta' canyon, e poi fa capolino dalle dorsali ad est. Che spettacolo, ammirato in silenzio, con solo un paio di persone affianco. Scalda il corpo e l'anima. Rinfrancato dalla visione, cammino nel sole sorgente per altri 3 viewpoint seguendo la trail che costeggiando la strada arriva fino alla fine della Hermits. Poi, prendo la navetta. Sono le 7, ho una fame assurda, e non posso sprecare troppe energie a stomaco vuoto. Mi fermo a Mojave Point e Pima Point (curioso come gli americani nominino un sacco di popolazioni indiane in macchine, parchi, vie, citta'. Prima li massacrano, poi li idolatrano in qualche modo. Un po' perverso forse come modo di chiedere scusa. Solo a Grand Canyon: Lipan Pt, Pima Pt, Havapai Pt) ed ammiro la grandezza del paesaggio e finalmente, solo, sento il rumore del possente Colorado che scorre circa 1600 metri piu' in basso, la profondita' media a cui scorre il fiume rispetto all'orlo del canyon. Quest'ultimo invece, ha una larghezza spettacolare nel suo punto massimo: 26 km, anche se tende ad esser largo 16 - che son comunque un sacco di spazio! Forse non riusciamo a rendercene conto, una volta al suo cospetto. Mentre rifletto su cio' che leggo nei vari cartelli esplicativi, mi imbatto in un simpatico scoiattolo, uno "squirry" come li chiamo io, che mi segue per un po'. Prima lo vedo meditare sull'orlo del precipizio, poi a forma birillica al lato del sentiero. E dopo qualche ovvia foto, salto in navetta diretto "eastbounds", che per mme stavolta vuol dire solo COLAZIONE. Essa prende luogo alla Bright Angel Lodge, dove mangio una fantastica omelette con bacon, salsiccia, patate e formaggio cheddar con 3 white toast di contorno. Sono le 8 e mezza, e dopo aver gironzolato un po' per il centro "residenziale" del parco, tra lodge, restaurants e maneggi, decido di fare la Desert View Drive, anche se il sole e' ormai alto ed il caldo non perdona. Tra una sudata e un punto panoramico, un punto panoramico e una sudata, arrivo a Desert View, la punta piu' orientale, e contemplo la magificenza del paesaggio. Sembra monotona la cosa, sempre un contemplare, ma oh, non si puo' far altro. Ogni viewpoint e' diverso, un colore, una cresta, il fiume che c'e' e non c'e', nulla ti sembra uguale al resto e tu non sei mai sazio di cio' che hai visto. Continui a correre verso i panorami per vedere cosa c'e' al di la' del salto. Questa volta trovo una torre di pietra, costruita parecchi lustri fa come osservatorio ed ora sotto ristrutturazione. All'interno c'e' l'immancabile gift shop. Io indosso il mio cappello di paglia - che credetemi, e' indumento essenziale da ste parti - e mi dedico alla fotografia dell'avifauna che qui tra condor, avvoltoi, aquile e falchi e' veramente abbondante. Becco un paio d'aquile e un ottimo red-tailed hawk e contento, torno in macchina. Ho un'ora per tornare indietro per seguire il mio programma pomeridiano, ovvero una danza Navajo messa in atto da membri di una tribu' locale e un "ranger talk" sui condor della California. La danza di per se' mi delude un po'. Convinto di trovare una decina di danzatori e vari musicisti, mi imbatto in un narratore/flautista e un solo danzatore, entrambi bravissimi eh, ma numericamente deludenti. Loro raccontano le storie della loro gente, danzano, si fanno fotografare, la gente li applaude. Le solite cose, anche se i due tipi sono un po' meno indiani turistici e un po' piu' indiani saggi, che preferiscono sensibilizzare ed educare, invece di tirar su qualche dollaro. Mi sposto poi al luogo di ritrovo della ranger talk. Ci aspetta una giovane donna ranger, simpatica ed estroversa, che ci erudisce su questi grossi pennuti fino a poco tempo fa sull'orlo dell'estinzione. Un condor della California, pensate, Ha un'apertura alare di 9 piedi - ovvero quasi 3 metri! - e arriva a pesare fino a 12 kg! Insomma, un vero e proprio uccellazzo. Dice la ranger, a volte la gente che cammina sul fondo del canyon e ne vede uno, lo scambia per un piccolo aerovolante! (Io non ci credo!) Mentre la ranger continua la sua talk, io, all'ombra, recupero le mie energie. Decido dunque che e' giunto il momento per detergere la mia epidermide con dell'acqua corrente e del liquido detergente. Mi reco verso le docce del campeggio, che ovviamente non sono li aperte a cani e porci, ma chiuse e date ai porci e cani possessori di almeno 2$. Io sono tra quei cani - o meglio porci, visto il mio stato attuale - e dopo essermi spogliato alla carlona in parcheggio, esposto agli sguardi golosi di qualche milfazza di passaggio, mi reco in infradito ed accappatoio verso le docce. Mi sento un po' a Sottomarina, anche se in realta' sono a 2300 metri a fine Settembre. Not bad. Mi faccio dare un po' di "quarters", di quarti di dollaro, puscio la moneta nel pallottoliere della doccia e magicamente acqua fu. Mi godo quella doccia con un tappeto di pelazzi chilometrici al suolo come un barbone si gode una lattina mezza piena di coca-cola estratta da un cestino - e cioe' un sacco. Pelazzi a parte, avevo proprio bisogno di una rinfrescata! Esco tonificato e di buon'umore, e torno esposto agli sguardi altrui mentre passo dallo stato just-mutande ad uno di escursionista subalpino. In questo stato riparto, nel mio moto perenne, e guido nelle vicinanze del South Kaibab Trailhead, dove rimango seduto su uno sperone roccioso sull'orlo del canyon a fissare prima un nutrito gruppo di condor che con un volo fatto di ampi cerchi rientrano nei loro giacigli notturni (degli alberi situati in profondita' nelle gole) e poi lo spettacolo del tramonto. Se vogliamo in questo punto, l'atmosfera e' ancor piu' bella. A parte un trio di un paio di fresche e un tipo fortunatissimo, che schiamazzano allegramente ma poi se ne vanno, non ho nessuno stavolta a rovinare i miei piani. Posso assaporare ogni secondo a mio piacere. E vedere il North Rim che da biancastro diventa rosso fuoco, e' una scena toccante. Le foto si sprecano e il tramonto e' glorioso. Vengono i brividi. Sono quei momenti in cui una persona puo' essere distrutta psicologicamente, puo' essere sotto di migliaia di euro in banca, puo' non avere un tetto per la notte, ma in quell'attimo.. beh in quell'attimo dimentica tutto, contempla la magia del posto e con gli occhi lucidi, tira fuori un sorriso. Assolutamente. Reso felice dall'atmosfera che raramente (so) assaporero' ancora, mi avvio verso la macchina e faccio anche a tempo a fare un tete-a-tete con un mule deer (una specie di cervo), che guardo e fotografo da non piu' di 3 metri! Foto peraltro molto bella, con il cervo illuminato dal sole calante alle sue spalle. Unica cosa che mi lascia un pizzico di apprensione: svariati fronti nuvolosi scaricano pioggia all'orizzonte. Uno di essi proprio in direzione del campeggio, ad ovest. Potrebbero esserci major chances di sentir la pioggia battere sulla mia tenda stanotte. Ma intanto, sceso il buio, sale invece la fame. Stasera non commetto l'errore del giorno prima, e mi reco a sud per aggreppiarmi in qualche locale piu' dignitoso. Arrivo nell'unico posto a sud che potevo intendere, la gia' menzionata cittadina di Tusayan, con l'idea di farmi una bella MeatLovers da Pizza Hut. L'idea di ingozzarmi di bacon canadese, salsiccia, carne di manzo, salamino e prosciutto, il tutto su una pizza, mi piace troppo! La MeatLovers e' imprescindibile da un viaggio in USA! Peccato che, arrivato nella modesta Tusayan, vedo che in realta' mi offre ben piu' che il solito Pizza Hut. Attraverso la strada e vengo irresistibilmente attratto da un messicano. Passo la serata li. Il locale ha un'illuminazione un po' fioca, ci si addormente facilmente, non fosse per la gente presente e per la cameriera adescante che bazzica il mio tavolo. Finisco per prendere una lemonade (mia classica e preferita bevanda in America, buonissima) e un trio di enchiladas: una con pollo e formaggio, una con manzo e formaggio, e una con formaggio e ancora formaggio. Sembra seria la cosa. E lo e', il cibo non difetta anche se qualitativamente non dice chissa' cosa, ma la limonata in compenso e' da premio. Ne finisco anche altri 2 refill. Discretamente sazio, faccio 2 passi - e son proprio due, perche' con la bava che tira non mi azzardo a camminar piu' di quanto necessario per riattraversare la strada - e guadagno la via del campeggio. Il vento urla tra i rami degli alberi. La temperatura scende sensibilmente, e la notte si preannuncia lunga. Potrei pentirmi nel giro di minuti, anche se per ora non piova ancora, di non aver messo un tarp sotto la tenda (e soprattutto, uno sopra!). Entro in tenda, dopo essermi lavato i denti al cesso vicino. Mi accovaccio nel mio francescano giaciglio e dopo 5 minuti, ecco: da rain comes. Spaventato da alcune recensioni poco favorevoli all'impermeabilita' della mia vecchia Wenzy (la tenda, una Wenzel) - che ricorda la vecchia Betsy, la balestra dell'avvoltoio di Robin Hood - riparo in macchina con sacco a pelo al seguito, e provo ad aggiustarmi il sedile di modo da raggiungere un livello di comfort umano. Missione fallita miseramente. Dormire a pancia in giu' e' possibile solo se si vuole cambiare la conformazione del proprio corpo, e stare a pancia in su non facilita di certo il sonno. Mi dico caparbiamente "Meglio l'acqua che una notte insonne". E cosi' torno nella vecchia Wenzy e mi appresto, tutto fuorche' dello spirito giusto, ad una notte incerta.
giovedì 13 ottobre 2011
Wake up and go!
Needles non e' esattamente un posto dove vorrei avere la seconda casa. Ovviamente, nemmeno la prima. E' una cittadina di quasi 5 mila abitanti al confine tra la California e l'Arizona, sulla rotta di chi, dal primo dei due stati, si sta dirigendo a Grand Canyon, ovvero proprio quel che sto facendo io. Da casa ho programmato tutto il dannato itinerario, quasi miglio per miglio, ma come il saggio Napoleone ebbe modo di osservare, "Ogni piano e' fatto per esser distrutto" - o qualcosa del genere - e cio' che rovina i miei piani e' il fatto che son stato maledettamente dimentico di quanto le distanze in USA siano grandi. Una piccole linea sulla cartina geografica inchioda il tuo sedere al sedile della macchina di merda che ti hanno noleggiato per diverse ore. Nella fattispecie, la meta di giornata e' appunto Grand Canyon. Ma questa mattina, dopo un lungo, tonificante sonno al DaysInn, ho anche altro in programma: collezionare i miei ordini fatti su Amazon e fare la prima, strabordante, colazione americana. Giuro che riguardo l'ultima, non vedevo l'ora. La colazione in USA e' uno dei momenti piu' belli che si possano vivere durante un viaggio ragazzi, ve l'assicuro, arrivi a tavola affamato come un coyote e ti alzi tondo come una ruota, sazio come negli anni di abbondanza e felice come un bambino! La sveglia arriva alle 8.00, tardi ma solo per stavolta, e dopo aver realizzato che sono finalmente in vacanza, mi butto qualcosa addosso e mi catapulto al vicino Denny's. Mi sento davvero finalmente a casa quando, appena entrato, la cameriera mi fa un sorriso da una quarantina di denti e mi fa accomodare al tavolo, chiedendomi subito se voglio del caffe'. Le dico di no, che voglio provare qualcosa di diverso stavolta: mi butto su un Flavored Cappuccino al gusto Vanilla (PS. In questo diario parlero' molto di cibo e ve ne narrero' dettagliatamente, perche' e' stato una parte integrante dell'avventura, e perche', come ben sapete, io ed il cibo americano andiamo di d'amore, di carne e d'accordo!). Viro poi sull'ampio menu' dei cibi, e scopro con piacere che quest'anno Denny's propone un menu' "Let's Cheez" se non ricordo male che ovviamente annovera creazioni contenenti formaggio in qualsiasi proporzione, ad un prezzo compreso tra i 2 e gli 8 dollari. Mi sento commosso, sono quasi pronto a salire sul tavolo e ad urlare "USA, USA!" quando la cameriera torna (tempo trascorso: 52 secondi) e mi chiede cosa prendo da mangiare. Colto all'improvvisto, prendo un paio di elementi: AYCA (All You Can Eat) Pancackes con burro, panna montata e sciroppo d'acero, e poi Biscuits with Gravy e hash browns. I pancackes sappiamo tutti cosa sono. I biscuits sono delle specie di panetti semimorbidi di indefinita salinita', comunque bassa, mentre il gravy e' una salsina biancastra che credo abbia salsiccia dentro che usano per condire le carni spesso e volentieri. Hash browns invece sta a patate arroste ma tagliate a julienne, piu' o meno. Insomma, parto gagliardissimo. Appena mi vedo recapitare i piatti, ordino il mio GRATUITO refill di Cappuccino (non una tazzina come le nostre ovviamente, ma un bicchiere da cocktail!) stavolta al gusto Caramel e inizio a strafogarmi. Dopo il combattimento, in cui tutti son periti sul piatto, mi alzo da tavola e vado alla reception dell'albergo. Colleziono i miei ordini, che annoverano: valigia nuova, finalizzata a contenere la masnada di acquisti che faro' o che ho gia' fatto. Filtro polarizzatore per la macchina fotografica (attesissimo). Laptop, finalmente anche lui, di cui iniziavo a sentire un forte bisogno. Coprilaptop, accessorio. Mi becco il quintale di pacchi, ed esco carico di scatolame diretto in camera, dove dopo aver messo via tutto faccio fagotto verso l'Arizona. Sono le 10 del mattino, e non vedo l'ora anche di lasciare Needles, che essendo un buco afoso nel deserto mi fa gia' sudare copiosamente. Il termometro qui non segna, in questa stagione, temperature stratosferiche, intendo dire, non arrivera' mai a 40 gradi, ma sta attorno ai 28-30-33. Il fatto e' che e' un caldo talmente diretto, secco, che sembra di sentirne 50. Sembra di essere in un forno a cuocere. Quindi, benzineggio e me la mocco. Dopo la foto al cartello "Arizona - The Grand Canyon State", contemplo il paesaggio. Una desolazione. Cioe' qui non regalerei una casa neanche ad un senzatetto. Si muore dal caldo, non c'e' nulla da vedere e poche anime coraggiose abitano questi posti inclementi. Le cose cambiano solo miglia e miglia piu' ad est, in un paesino chiamato Williams. Non e' ne' Cortina, ne' Whistler, ne' tantomeno Portofino, pero' e' un piccolo borgo turistico che vive della posizione geografica in cui si trova - ultima citta' cosi' nominabile prima del Grand Canyon, una quarantina di miglia piu' a nord - e che vive tutto sulla Main Street, fra groceries, motels, negozi di oufitting (abbigliamento/attrezzatura sportiva) e ovviamente posti dove riempire lo stomaco. Inoltre, e' circondata da foreste che a me ricordano molto le Black Hills del South Dakota, il che chiaramente mi riempie di bei ricordi. Apprezzo il posto. In linguaggio facebook, mi piace! Faccio benzene al distributore piu' vecchio della citta', dove un vecchio cowboy mi saluta e mi intrattiene con i racconti sul clima, di come sia caldo per la stagione, di come sia strano. Sara', ma i vecioti i se uguai in tutto el mondo. Tempo, stagioni, gioventu' sciatta e lavori stradali. Finia la'. La strada piu' avanti invece torna degradata. Pianure aride con vegetazione quasi assente, a parte la solita sage (un erba della prateria) e qualche arbusto, si stendono di li al bordo del canyon. Squallidi e sparuti insediamenti umani macchiano il suolo: una casa abbandonata, una roulotte, una trailer-home, un recinto semi distrutto. Qualcuno li ci vive, non so come, e' una domanda che mi porto dietro per diverse miglia. Mi domando come l'uomo riesca a concepire un'esistenza li in mezzo, tra Williams ed il Grand Canyon, a morire d caldo d'estate, di freddo d'inverno, e di solitudine sempre." Avranno fatto qualche sgarbo all'industria del caffe'". Accelero impaziente di tuffarmi simbolicamente nel canyon e finalmente la vegetazione s'infoltisce, cambia, e si entra nel parco. Uso per la prima volta il mio pass annuale "America the beautiful" - nome quantomai azzeccato - e Manu got it! Mi fermo al primo viewpoint che mi capita, il Mather Point, affianco a centro visitatori, ed eccolo. Enorme, unico, silenzioso come un gigante che dorme. La vista e', questa parola inglese la desfrive benissimo, breathtaking. Togli il respiro, nel senso che rimani stupito ad ammirare. Ne osservi i colori, dal bianco al rosso, ne osservi ogni spaccatura, ogni guglia, ogni torre, ne ascolti il rumore che in realta' non esiste. Il Colorado che scorre sul fondo si ode solo la notte, quando la gente dorme e non passa il tempo a schiamazzare nei viewpoint. La natura fa sentire la sua voce solo la notte, per chi vuol fare un piccolo sacrificio, sopportare freddo e oscurita' e giacere ammirato al suo cospetto. Di giorno, troppe voci. Troppa gente, anche se non e' alta stagione. Per quanto mi riguarda, i parchi nazionali d'estate sono invivibili. Spero di non aver mai la sfortuna di doverli visitare in quel periodo, perche' non sopporterei lo scempio a cui vanno incontro. Gia' istituirei un periodo di silenzio durante il giorno.. Rientrato nelle mie facolta' non dedite all'insulto dell'altro, faccio qualche foto e poi mi precipito al campground per la missione tenda, il task del giorno. Premetto che e' la prima volta che faccio campeggio da solo, la seconda in assoluto, e la prima volta in assoluto che monto una tenda che non sia una Quechua 2'' che si monta in realta' da sola. Quindi, preventivo DEL TEMPO per assolvere alla bisogna. Raggiungo la mia piazzola, un confortevole posto sulla via principale, vicino alle restrooms, e all'ombra di alti alberi abitati da numerevoli augelli, e inizio a montare. Sembra relativamente facile, anche se evado alcuni passaggi suggeriti dal costruttore a favore di un'interpretazione soggettiva. Il risultato tutto sommato e' decente. Sembra una tenda, e' ancorata al terreno, e non e' floscia. Mi piace la cosa. Entro e mi trovo quasi come a casa! Mi sento uno scoiattolo che ha appena costruito il suo riparo invernale sull'albero! In 30' soltanto, sono un genio! Colto da questa improvvisa autorealizzazione mi reco al Grand Canyon Village, altro che una piazza con servizi di lodging, dining e gifting per tutti i gusti. Scopriro' che li il dining lascia abbastanza a desiderare ma, a piu' avanti. Per ora scatto qualche foto a testimonianza di come funziona un villaggio di un grosso parco, amiro la segnaletica - qui ci sono cartelli per tutto, dai classici segnali stradali a "Attenzione attraversamento scoiattoli" oppure "Attento al caldo". In genere tutti i segnali vogliono che tu sia attento, che stranezza vero? Arriva l'ora del tramonto finalmente, momento attesissimo da tutti i fotografi e amanti della natura, perche' il tramonto a Grand Canyon si trasforma in un momento magico, da vivere abbracciati alla propria donna o, come nel mio caso e in quello di molti altri, seduti su un cucuzzzolo isolato a contemplare la magnificenza di madre natura. Ad Havapai Point, alle 6, e' gia' colmo di gente. Fatico a trovare un posto dove insdediarmi e godermi il sole che tramonta alle spalle del margine occidentale del canyon, lasciando la parte opposta in uno sfumare graduale di arancioni, rossi e rosacei che ti lascia senza fiato. Inizio a fare qualche foto e sento una voce, "Hey man". Mi giro, e ce l'hanno con me. Che cazzo ho fatto, penso. Ho fatto che mi son messo in un posto dove una signoa piu' in alto, con il suo grandangolo, prendeva anche me nelle sue foto. Come cazzo faccio a saperlo io! Mi scuso per l'inconveniente e, come un leone sconfitto per il dominio sul suo territorio, vago errabondo in cerca di un vicino spot. Penso solo a godermi l'atmosfera magica che c'e'. E' veramente bellissimo. Con l'oscurita' sale anche il fresco, e dopo aver salutato la tipa del grandangolo e guardato almeno qualche sua foto, vado a cenare, poca cosa, e a dormire. (Nota: nei miei appunti non ho nemmeno riportato cos'ho mangiato, da quanto rimasi deluso. Lo ricordo, era un chili burger mezzo schifoso. Non cattivo, ma in confronto alla qualita' americana di burgers, da bocciare.) Spero che la notte sia confortevole (vana speranza) e che non abbia da soffrire il freddo (come inciso precedente). Porto in tenda questa considerazione. Mi ha colpito tutta quella gente affollata come pinguini su un iceberg per assistere al tramonto da uno dei punti piu' scenici. Come fosse una cosa unica. Penso che si, effettivamente, forse ogni giorno li' va in scena uno spettacolo unico. E io sono stato uno dei fortunati li presenti.
martedì 11 ottobre 2011
Burgers & Cops
(Commento alla stesura: per rendere il resoconto un po' piu' attivo, di modo che il lettore possa essere piu' coinvolto, d'ora in avanti cerchero' di seguire uno stile formulato in prima persona. Vogliate perdonare eventuali errori, se no ve piase cambie' posto e no rompi' i coioni. La'.)
La mia storia inizia a Los Angeles, d'ora in avanti LA, alle 13.30 circa di un assolato giovedi' pomeriggio sulla costa pacifica. A dire il vero - e questo sta bene per molte cose nella vita - la storia era iniziata un po' prima, con una sveglia alle 3 della notte, tanto sonno, e un volo interminabile per quanto mi concerne. Si, 11 ore e mezza per me son davvero tante, dovessi andare in Australia almeno! La compagnia che mi offre il volo e' AirFrance, sulla quale non mi esprimo perche' non ho nulla da demarcare non fosse per le bustine di zucchero, le quali pensano contengano 15 granuli di materia cadauna. Credo li contino accuratamente prima di imbustarli, di modo che il fruitore beva il suo caffe' amaro come gli e' stato servito. Non mi esprimo nemmeno sulla compagnia che mi noleggia la macchina, Dollar, che mi tende un tranello che io preferirei chiamare con un termine caro al consumatore, "truffa". Infatti, mesi prima, davanti al pc di casa, procedevo a prenotare il noleggio della macchina sotto promessa sottolineata nel sito e ribadita via email, che qualora non vedessi alcuna "underage charge" disponibile nel menu' a tendina, non sarei stato addebitato anche per quella tassa. Contento come non mai, prenotavo esultante, un risparmio di 27$ al giorno non e' da sottovalutare, per 17 giorni! Al banco Dollar pero', come spesso i sogni di ciascuno di noi s'infrangono, stavolta si infrange il mio porcellino-salvadanaio. Mi viene detto che la legge e' legge e non son loro che decidono. Che decidono no, ma che rispondono ai consumatori si. Ad ogni modo, il coltello dalla parte del manico lo tengono loro, e, gentilmente, il commesso mi dice: "La vuole la macchina o disdico la prenotazione?". Fucked, detta come la direbbe un americano. Accetto, esborso, maledico, e volo in macchina, gia' in cospicuo ritardo, data anche la terribile lentezza dell'aeroporto LAX della citta' (qualcosa tipo 45 minuti per il controllo dell'Homeland Security, che sta diventando l'organizzazione che inizia a dovermi piu' tempo!). La macchina designata ad accompagnarmi per una masnada di miglia (scusate se uso il termine masnada di frequente, ma dovrebbe esser volgarmente inteso come sinonimo di "parecchie, tante", e mi suona particolarmente bene) e' un'esteticamente opinabile Kia Soul, che io prontamente, come ogni volta, ho ribattezzato "CuboCar". Infatti, sembra un cubetto con 4 ruote e una protuberanza sul davanti. Ci sgroppo in cima, carico i bagagli e parto, direzione Rialto, un paese alla periferia est di LA dove devo fermarmi a ritirare tenda, sacco a pelo e tarps (teloni da giardinaggio in pratica) che ho ordinato al WalMart. Ci arrivo miracolosamente senza sbagliare strada nel traffico cittadino. E qui parto con la prima serie di eresie. Io non vivro' mai in una citta' con piu' di 300.000 abitanti. Lo giuro. LA e' un posto spaventoso, il traffico ti ingloba, non puoi sfuggire, le strade piu' grandi, parlo di mostri fino a 8 corsie, sono le piu' trafficate ed anche li si va a passo d'uomo, il giovedi' a ora di pranzo come il sabato pomeriggio. E' una cosa incredibile. So che e' la seconda citta' d'America, e da qualche parte ho letto che, periferia compresa, puoi guidare per 50 chilometri ed essere ancora dentro LA. Ok, provate a guidare ad una media di 15mph, con ingorghi e semafori, e ditemi dopo quanto ne verrete fuori. Risposta, una vita. Ci metto 2h 15' per guidare da LAX a Rialto, se tutto va bene 15 miglia di strada. Entro al WalMart gia' sudato come un gorilla, imprecante per il ritardo e con un plico di carte che non so nemmeno che cazzo siano. Vado al bancone per gli ordini, e li faccio su in men che non si dica. Il problema e' alla cassa, dove arrivo con un carrello di roba che non so nemmeno far stare in piedi e non ho la minima idea di come portar fuori, da solo. (scomodita' di viaggiar da soli!) In qualche modo ce la faccio pero', e mi metto in macchina stavolta puntando l'ultima destinazione del giorno, che e' un paesino sperduto nel deserto del Mojave tra la California e l'Arizona, di nome Needles. Mentre guido assaporo gia' le meraviglie a venire mentre vedo le San Bernardino Mountains tingersi di giallo, arancione e infine rosso acceso al tramonto. Il deserto, al tramonto, e' uno dei posti piu' belli in cui si possa essere ragazzi, davvero. Il traffico scorre fluido ma grazie ai cartelli mi rendo conto che sono parecchio in ritardo. Inevitabilmente, premo sull'acceleratore, la prospettiva di arrivare al motel alle 10 non mi alletta piu' di tanto. Sono in piedi da circa 26 ore e la stanchezza si fa sentire. Altre 2 ore di guida davanti a me, nella notte del Mojave. Accendo un po' di musica per tenermi sveglio, ma realizzo che ogni tanto gli occhi mi si chiudono da se', e la cosa si fa pericolosa. Accosto sul bordo della highway e faccio un paio di mini riposi di 10 minuti, inefficaci. Devo continuare a guidare. L'errore pero' e' dietro l'angolo. Colto dalla fretta e dalla voglia di arrivare finalmente a letto, premo troppo l'acceleratore e all'improvviso, nel buio, dall'altra parte della strada, due luci lampeggianti rosse e blu si accendono e virano verso di me. Oh cazzo, this is da police bro! Fortunatamente mentre ero in USA lo scorso anno ho seguito abbastanza puntate di COPS per sapere cosa fare in un caso del genere, dunque accosto, gradatamente, abbasso il finestrino e tengo le mani sul volante. Il poliziotto si affianca, mi punta una pila che o perche' ero assonnatissimo o perche' era realmente cosi' mi e' sembrata di 28mila watt, e mi chiede perche' andavo cosi' veloce e a quanto pensavo di andare. Gli rispondo che sono un fottuto turista italiano che per colpa dell'aeroporto di LA e del suo traffico e' stanco morto ed in ritardissimo per arrivare al motel e che tutto sommato non penso di aver ecceduto di piu' di 8-9 mph il limite, fissato a 75. Lui mi replica che in realta' correvo a 91 mph. Uao, non male ragazzo. Chiaramente non provo ad elemosinare una cancellazione della sicurissima sanzione perche' so che le cose qui non vanno come nel Bel Paese, "dai amico non lo faccio piu', ero di fretta, ti prometto che faccio il brabo" e poi fanculo da sotto il finestrino.. quindi, rispondo alle domande, fornisco i documenti, e il cop mi dice che mi arrivera' la multa a casa, che lui non sa dirmi a quanto ammontera', e che gentilmente ha messo che correvo solo ad 80mph. "This way my boss will know I'm doing my job" chiarisce. Grazie fratello, sei un amico (si, de sto cazzo). Pensando a quanto culo dovro' vendere per pagare la multa mi rimetto in strada. In effetti, anche adesso che, mentre scrivo, non ho ancora idea di quanto dovro' esborsare, credo sara' un flagello. Nelle strade d'America campeggiano ovunque cartelloni pubblicitari di rampanti avvocatelli o veterani navigati dalla faccia dura - di quelle dell'avvocato cattivo dei film - che offrono i loro servigi all'automobilista (a onor del vero, piu' spesso camionista) che ha preso un "traffic ticket", una multa. Allora mi dico: se un americano e' disposto a pagare un avvocato per aver revocata una multa, ne deduco che la multa costi piu' dell'avvocato. E anche se il mercato legale in america non e' cosi' costoso, quanto mai potra' valere? Non credo un avvocato si accontenti di 200 dollari per smazzarsi contro il governo.. quindi, addolorato, volgo il mio sguardo alla strada e cerco di non pensare al futuro salasso ( altrimenti fino all'arrivo e' solo un boiasso, mi vien da dire). Non abbiamo iniziato col piede giusto, proprio no, ma siamo ben in tempo per recuperare. Intanto recupero almeno il mio motel, un DaysInn situato giusto all'uscita della highway e che scopro con piacere essere appena a 100 metri da un Denny's. Mi si accendono gli occhi. Per chi non sapesse di cosa parlo, Denny's e' una catena di diner americani che offre cibo fast nel senso che e' abbastanza veloce, ma non cibo junk come McDonald o Subway. Aperto 24h al giorno, offre tutti e 3 i principali pasti e passa dalle patatine con formaggio fuso e bacon, ai pancackes all you can eat, alla country fried steak con gravy, ai diversi burgers, combo plates o dessert. Fidatevi, per chi vuole mangiare bene, spendere modestamente e fare in fretta - magari anche riempirsi lo stomaco per bene - ecco, Denny's e' il posto che cercate in America. Stanco morto barcollo al motel, prendo le chiavi, mi metto le infradito e vado al diner. Non ho proprio cosi' tanta fame, ma vedo bene di iniziare ad abituare lo stomaco ai pantagruelici banchetti a cui lo sottoporro' 2 volte al giorno per le prossime 2 settimane. Prendo, leggete bene il nome perche' e' fantastico, un Bacon Slamburger e un milkshake alla vaniglia (piu' americnao di cosi'..). Il burger e' un hamburger che comprende: la carne, un uovo, bacon, prosciutto, formaggio, e ha hash browns (patate) come contorno. Lo mangio con avido deliziamento, e' una bomba. Mi sento felice, mi sento di nuovo a casa. Sazio e contento, torno in camera e crollo sfinito a letto, per una dormita quantomai necessaria. Vedete, a volte basta poco. Un buon hamburger ed un milkshake, stavolta.
La mia storia inizia a Los Angeles, d'ora in avanti LA, alle 13.30 circa di un assolato giovedi' pomeriggio sulla costa pacifica. A dire il vero - e questo sta bene per molte cose nella vita - la storia era iniziata un po' prima, con una sveglia alle 3 della notte, tanto sonno, e un volo interminabile per quanto mi concerne. Si, 11 ore e mezza per me son davvero tante, dovessi andare in Australia almeno! La compagnia che mi offre il volo e' AirFrance, sulla quale non mi esprimo perche' non ho nulla da demarcare non fosse per le bustine di zucchero, le quali pensano contengano 15 granuli di materia cadauna. Credo li contino accuratamente prima di imbustarli, di modo che il fruitore beva il suo caffe' amaro come gli e' stato servito. Non mi esprimo nemmeno sulla compagnia che mi noleggia la macchina, Dollar, che mi tende un tranello che io preferirei chiamare con un termine caro al consumatore, "truffa". Infatti, mesi prima, davanti al pc di casa, procedevo a prenotare il noleggio della macchina sotto promessa sottolineata nel sito e ribadita via email, che qualora non vedessi alcuna "underage charge" disponibile nel menu' a tendina, non sarei stato addebitato anche per quella tassa. Contento come non mai, prenotavo esultante, un risparmio di 27$ al giorno non e' da sottovalutare, per 17 giorni! Al banco Dollar pero', come spesso i sogni di ciascuno di noi s'infrangono, stavolta si infrange il mio porcellino-salvadanaio. Mi viene detto che la legge e' legge e non son loro che decidono. Che decidono no, ma che rispondono ai consumatori si. Ad ogni modo, il coltello dalla parte del manico lo tengono loro, e, gentilmente, il commesso mi dice: "La vuole la macchina o disdico la prenotazione?". Fucked, detta come la direbbe un americano. Accetto, esborso, maledico, e volo in macchina, gia' in cospicuo ritardo, data anche la terribile lentezza dell'aeroporto LAX della citta' (qualcosa tipo 45 minuti per il controllo dell'Homeland Security, che sta diventando l'organizzazione che inizia a dovermi piu' tempo!). La macchina designata ad accompagnarmi per una masnada di miglia (scusate se uso il termine masnada di frequente, ma dovrebbe esser volgarmente inteso come sinonimo di "parecchie, tante", e mi suona particolarmente bene) e' un'esteticamente opinabile Kia Soul, che io prontamente, come ogni volta, ho ribattezzato "CuboCar". Infatti, sembra un cubetto con 4 ruote e una protuberanza sul davanti. Ci sgroppo in cima, carico i bagagli e parto, direzione Rialto, un paese alla periferia est di LA dove devo fermarmi a ritirare tenda, sacco a pelo e tarps (teloni da giardinaggio in pratica) che ho ordinato al WalMart. Ci arrivo miracolosamente senza sbagliare strada nel traffico cittadino. E qui parto con la prima serie di eresie. Io non vivro' mai in una citta' con piu' di 300.000 abitanti. Lo giuro. LA e' un posto spaventoso, il traffico ti ingloba, non puoi sfuggire, le strade piu' grandi, parlo di mostri fino a 8 corsie, sono le piu' trafficate ed anche li si va a passo d'uomo, il giovedi' a ora di pranzo come il sabato pomeriggio. E' una cosa incredibile. So che e' la seconda citta' d'America, e da qualche parte ho letto che, periferia compresa, puoi guidare per 50 chilometri ed essere ancora dentro LA. Ok, provate a guidare ad una media di 15mph, con ingorghi e semafori, e ditemi dopo quanto ne verrete fuori. Risposta, una vita. Ci metto 2h 15' per guidare da LAX a Rialto, se tutto va bene 15 miglia di strada. Entro al WalMart gia' sudato come un gorilla, imprecante per il ritardo e con un plico di carte che non so nemmeno che cazzo siano. Vado al bancone per gli ordini, e li faccio su in men che non si dica. Il problema e' alla cassa, dove arrivo con un carrello di roba che non so nemmeno far stare in piedi e non ho la minima idea di come portar fuori, da solo. (scomodita' di viaggiar da soli!) In qualche modo ce la faccio pero', e mi metto in macchina stavolta puntando l'ultima destinazione del giorno, che e' un paesino sperduto nel deserto del Mojave tra la California e l'Arizona, di nome Needles. Mentre guido assaporo gia' le meraviglie a venire mentre vedo le San Bernardino Mountains tingersi di giallo, arancione e infine rosso acceso al tramonto. Il deserto, al tramonto, e' uno dei posti piu' belli in cui si possa essere ragazzi, davvero. Il traffico scorre fluido ma grazie ai cartelli mi rendo conto che sono parecchio in ritardo. Inevitabilmente, premo sull'acceleratore, la prospettiva di arrivare al motel alle 10 non mi alletta piu' di tanto. Sono in piedi da circa 26 ore e la stanchezza si fa sentire. Altre 2 ore di guida davanti a me, nella notte del Mojave. Accendo un po' di musica per tenermi sveglio, ma realizzo che ogni tanto gli occhi mi si chiudono da se', e la cosa si fa pericolosa. Accosto sul bordo della highway e faccio un paio di mini riposi di 10 minuti, inefficaci. Devo continuare a guidare. L'errore pero' e' dietro l'angolo. Colto dalla fretta e dalla voglia di arrivare finalmente a letto, premo troppo l'acceleratore e all'improvviso, nel buio, dall'altra parte della strada, due luci lampeggianti rosse e blu si accendono e virano verso di me. Oh cazzo, this is da police bro! Fortunatamente mentre ero in USA lo scorso anno ho seguito abbastanza puntate di COPS per sapere cosa fare in un caso del genere, dunque accosto, gradatamente, abbasso il finestrino e tengo le mani sul volante. Il poliziotto si affianca, mi punta una pila che o perche' ero assonnatissimo o perche' era realmente cosi' mi e' sembrata di 28mila watt, e mi chiede perche' andavo cosi' veloce e a quanto pensavo di andare. Gli rispondo che sono un fottuto turista italiano che per colpa dell'aeroporto di LA e del suo traffico e' stanco morto ed in ritardissimo per arrivare al motel e che tutto sommato non penso di aver ecceduto di piu' di 8-9 mph il limite, fissato a 75. Lui mi replica che in realta' correvo a 91 mph. Uao, non male ragazzo. Chiaramente non provo ad elemosinare una cancellazione della sicurissima sanzione perche' so che le cose qui non vanno come nel Bel Paese, "dai amico non lo faccio piu', ero di fretta, ti prometto che faccio il brabo" e poi fanculo da sotto il finestrino.. quindi, rispondo alle domande, fornisco i documenti, e il cop mi dice che mi arrivera' la multa a casa, che lui non sa dirmi a quanto ammontera', e che gentilmente ha messo che correvo solo ad 80mph. "This way my boss will know I'm doing my job" chiarisce. Grazie fratello, sei un amico (si, de sto cazzo). Pensando a quanto culo dovro' vendere per pagare la multa mi rimetto in strada. In effetti, anche adesso che, mentre scrivo, non ho ancora idea di quanto dovro' esborsare, credo sara' un flagello. Nelle strade d'America campeggiano ovunque cartelloni pubblicitari di rampanti avvocatelli o veterani navigati dalla faccia dura - di quelle dell'avvocato cattivo dei film - che offrono i loro servigi all'automobilista (a onor del vero, piu' spesso camionista) che ha preso un "traffic ticket", una multa. Allora mi dico: se un americano e' disposto a pagare un avvocato per aver revocata una multa, ne deduco che la multa costi piu' dell'avvocato. E anche se il mercato legale in america non e' cosi' costoso, quanto mai potra' valere? Non credo un avvocato si accontenti di 200 dollari per smazzarsi contro il governo.. quindi, addolorato, volgo il mio sguardo alla strada e cerco di non pensare al futuro salasso ( altrimenti fino all'arrivo e' solo un boiasso, mi vien da dire). Non abbiamo iniziato col piede giusto, proprio no, ma siamo ben in tempo per recuperare. Intanto recupero almeno il mio motel, un DaysInn situato giusto all'uscita della highway e che scopro con piacere essere appena a 100 metri da un Denny's. Mi si accendono gli occhi. Per chi non sapesse di cosa parlo, Denny's e' una catena di diner americani che offre cibo fast nel senso che e' abbastanza veloce, ma non cibo junk come McDonald o Subway. Aperto 24h al giorno, offre tutti e 3 i principali pasti e passa dalle patatine con formaggio fuso e bacon, ai pancackes all you can eat, alla country fried steak con gravy, ai diversi burgers, combo plates o dessert. Fidatevi, per chi vuole mangiare bene, spendere modestamente e fare in fretta - magari anche riempirsi lo stomaco per bene - ecco, Denny's e' il posto che cercate in America. Stanco morto barcollo al motel, prendo le chiavi, mi metto le infradito e vado al diner. Non ho proprio cosi' tanta fame, ma vedo bene di iniziare ad abituare lo stomaco ai pantagruelici banchetti a cui lo sottoporro' 2 volte al giorno per le prossime 2 settimane. Prendo, leggete bene il nome perche' e' fantastico, un Bacon Slamburger e un milkshake alla vaniglia (piu' americnao di cosi'..). Il burger e' un hamburger che comprende: la carne, un uovo, bacon, prosciutto, formaggio, e ha hash browns (patate) come contorno. Lo mangio con avido deliziamento, e' una bomba. Mi sento felice, mi sento di nuovo a casa. Sazio e contento, torno in camera e crollo sfinito a letto, per una dormita quantomai necessaria. Vedete, a volte basta poco. Un buon hamburger ed un milkshake, stavolta.
lunedì 10 ottobre 2011
Stavolta sarà un diario serio!
Sono le 18.10, fuso della costa pacifica degli Stati Uniti. Mi trovo all'Aeroporto Internazionale di Los Angeles, California. Sono accompagnato da uno zaino stracolmo di robe, da una large coke presa da Burger King, dal mio nuovo fido cappello dei Saints e dal mio altrettanto nuovo pc, con cui sto scrivendo. Avendo il volo tra circa 3 ore, ho il tempo per iniziare a redigere intanto qualche conclusione relativa al viaggio appena affrontato. A proposito: una meraviglia. Dico davvero. 3163 miglia (l'equivalente di circa 5090 km) percorse in 16 fantastici giorni, uno piu' bello dell'altro, tra posti che la gente di solito vede solo nei film o nei propri sogni. Dai deserti del sud della California, ai parchi del sud dello Utah, alle verdi montagne della Sierra, all'oceano indomabile della costa pacifica. Grand Canyon, Bryce, Zion, Yosemite, Sequoia, Mojave, Big Sur sono solo i grandi nomi incontrati lungo un itinerario che non ha lasciato pause e in cui anche le localita' meno note e conosciute regalano al turista-sognatore spazio per i propri bisogni. E' stato un viaggio, anzi un'avventura perche' piu' di questo si e' trattato, fenomenale. Non solo per i posti visitati, ma anche per le persone incontrate, le storie ascoltate, le esperienze condivise e le nuove amicizie acquisite. Questa e' una cosa di cui vado particolarmente fiero. Spesso la gente storce il naso quando domanda "Con chi viaggi" e si sente rispondere "da solo". In realta', viaggiare da soli apre mille porte. Con tante scuse ai potenziali compagni di viaggio ma, mi spiace, viaggiare da soli veramente non ha prezzo. Anzi, un prezzo ce l'ha, ed e' la comodita'. Un po' scomodo, laborioso, faticoso talvolta. Ma la ricompensa, come spesso accade, e' n volte piu' grande. Ed io l'ho scoperto appieno solo stavolta. Il viaggio da solo e' un cammino attraverso se' stessi, tramite gli altri e tramite tutto cio' che ci circonda, la natura in primis. Si imparano a scoprire tante cose a cui, in compagnia di amici, non si presterebbe attenzione. Io ringrazio per l'opportunita' avuta, per le circostanze che si sono create, grazie a cui quest'anno sono partito da Padova da solo. Sono una persona diversa. Durante questi giorni ho sentito tante esperienze di diverse persone, da diverse parti del mondo, con diversi sogni e aspirazioni. Una in particolare, quella del mio nuovo amico Andy, mi ha colpito particolarmente. Mi sono sentito un po' nella sua situazione, e la scelta che lui ha deciso di fare mi ha lasciato qualcosa dentro. Per questa e per tante altre cose, questo viaggio e' stato quasi una rivoluzione. Ho usato un'organizzazione quasi capillare da casa. Ho comprato materiale informatico - per le fotografie realizzate e per il mezzo con cui sto scrivendo - ho comprato materiale da campeggio per dormire in tenda, cosa che non avevo mai fatto. Ho comprato abbigliamento e recapitato un po' a caso in motel, l'ho collezionato in un ufficio postale di una citta' in cui mettevo piede per la prima volta e attenzione, per tutte le cose fatte, e' andato tutto bene. Sono rimasto stupefatto, per la mia organizzazione, e per come funzionano bene queste cose negli Stati Uniti. Il campeggio, le camminate solitarie fatte al massimo, gli ordini on-line, le chiacchierate improvvisate dovunque, gli imprevisti stradali - maledetti loro e le citta' in cui essi accadono - tutti elementi importanti nel rendere quest'esperienza una cosa che non dimentichero' mai e che portero' sempre nel cuore. Ho deciso che, per l'importanza che essa ha avuto, scrivero' seriamente - non come lo scorso anno - un diario nel mio blog, che magari ravvivero' in qualche modo. Spero che tante persone possano condividerlo e leggere della mia avventura, di modo che magari, a loro volta, possano essere ispirati dalle mie parole, per quanto povere esse possano essere.
Voglio intanto condividere con voi alcune conclusioni che ho appreso da questo viaggio, molte poco serie, una in particolare invece, molto seria per davvero.
1.Se fossi nato in America, avrei bombato molto di piu'. Postilla: ci sono piu' chances che un'americana carina abbia un bel culo (teorema di Manu, pt.3.5)
2.Non lavarsi con una saponetta fornita da Motel6. Lascia sulla pelle una patina di viscido pulito che ti rende decisamente anguilloso. Postilla: lavandomi per la prima volta con una saponetta ho capito la storia dei carcerati e delle saponette.
3.Non avventurarsi in una metropoli senza aver gia' un tetto per la notte. Si rischia di commettere errori fatali. Postilla: buttare una bomba su Los Angeles. Che citta' di merda.
4.Mettere sempre qualcosa di soffice sotto la tenda. Un tarpaulin non basta. (Ho provato un rimedio Grylls, paglia sotto la tenda: effcacissimo)
5.Pagare un parcheggio sempre e prestare attenzione ai segnali posti lungo le vie di circolazione. E' meglio pagare 10$ o perdere 5 minuti in piu' piuttosto che dover pagarne 400 di $ e recuperare la macchina dall'altra parte della citta', nel parcheggio delle auto rimosse. Postilla: rispettare i limiti di velocita'. Nonostante i locali li passino puntualmente, la prima volta che li imiterai la Highway Patrol piombera' su di te come un falco su un agnello.
La conclusione seria invece, preparatevi, e' questa:
Forse ho capito che in fondo in fondo il mio desiderio non e' quello di vivere negli USA. Ho capito che anche li la vita ha i suoi pro ed i suoi contro. Non che prima non me ne fossi reso conto, ma l'ho capito veramente solo con quest'esperienza. Non finiro' mai di invidiare la bellezza dei luoghi che si trovano in questo immenso paese, e la fauna che li abbellisce, come non finiro' mai di apprezzare la semplicita' e la gentilezza della gente che li abita, soprattutto lontano dalle citta'. Per me il cittadino americano e' la persona ideale con cui passare il tempo. Questi sono i due aspetti piu' belli che io riesco a vedere della vita in America. Ma stavolta ho avuto modo di contemplare anche il lato meno bello della medaglia. Ho visto che contro tanta gente ricca, quella delle ville a Topanga Beach, California e a Springdale, Utah, c'e' tanta, tanta poverta'. Lo vedi dai troppi barboni, ex sognatori, poveri concreti, che affollano le strade delle grosse citta'. Gente che passa le giornate a dormire e a bere le lattine buttate nella spazzatura, non sta bene. Lo vedi dalle tante case malandate che affollano le periferie delle citta'. Si, con la parabolica e dieci macchine (devastate) in giardino, ma la casa di per se' ha di che competere con una favela. Lo vedi dagli indiani che abitano villaggi fantasma nel deserto, lo vedi dai tantissimi messicani che, speranzosi, passano i giorni a lavare piatti in ristoranti malfamati o a raccogliere le fragole nei campi dei piantatori californiani. Lo vedi dai senzatetto e dai poveri di oggi, che questo paese e' una terra che non perdona. Sa dare tanto, ma se sbagli, non perdona. E questo sinceramente, mi spaventa troppo per ora.
Forse ho capito cosa voglio sul serio, ora. Voglio solo viaggiare ancora per questa terra, il Nord America, voglio esplorarla con piu' calma, con la mente piu' libera, il cuore piu' aperto, e semplicemente con piu' tempo a disposizione. Credo che il mio futuro piu' a breve termine, appena ne trovero' modo e coraggio, si orientera' in questa direzione.
Ancora grazie a Dio che ha reso possibile tutto cio', alla gente che ha messo sulla mia strada, ai posti meravigliosi che ha creato. Per tutto questo, non finiro' mai di ringraziare.
Manu, the Cloud Rider
PS. Sottoscrivete via mail, link a dx in prima pagina, se non volete perdervi lo spettacolo! :)
Voglio intanto condividere con voi alcune conclusioni che ho appreso da questo viaggio, molte poco serie, una in particolare invece, molto seria per davvero.
1.Se fossi nato in America, avrei bombato molto di piu'. Postilla: ci sono piu' chances che un'americana carina abbia un bel culo (teorema di Manu, pt.3.5)
2.Non lavarsi con una saponetta fornita da Motel6. Lascia sulla pelle una patina di viscido pulito che ti rende decisamente anguilloso. Postilla: lavandomi per la prima volta con una saponetta ho capito la storia dei carcerati e delle saponette.
3.Non avventurarsi in una metropoli senza aver gia' un tetto per la notte. Si rischia di commettere errori fatali. Postilla: buttare una bomba su Los Angeles. Che citta' di merda.
4.Mettere sempre qualcosa di soffice sotto la tenda. Un tarpaulin non basta. (Ho provato un rimedio Grylls, paglia sotto la tenda: effcacissimo)
5.Pagare un parcheggio sempre e prestare attenzione ai segnali posti lungo le vie di circolazione. E' meglio pagare 10$ o perdere 5 minuti in piu' piuttosto che dover pagarne 400 di $ e recuperare la macchina dall'altra parte della citta', nel parcheggio delle auto rimosse. Postilla: rispettare i limiti di velocita'. Nonostante i locali li passino puntualmente, la prima volta che li imiterai la Highway Patrol piombera' su di te come un falco su un agnello.
La conclusione seria invece, preparatevi, e' questa:
Forse ho capito che in fondo in fondo il mio desiderio non e' quello di vivere negli USA. Ho capito che anche li la vita ha i suoi pro ed i suoi contro. Non che prima non me ne fossi reso conto, ma l'ho capito veramente solo con quest'esperienza. Non finiro' mai di invidiare la bellezza dei luoghi che si trovano in questo immenso paese, e la fauna che li abbellisce, come non finiro' mai di apprezzare la semplicita' e la gentilezza della gente che li abita, soprattutto lontano dalle citta'. Per me il cittadino americano e' la persona ideale con cui passare il tempo. Questi sono i due aspetti piu' belli che io riesco a vedere della vita in America. Ma stavolta ho avuto modo di contemplare anche il lato meno bello della medaglia. Ho visto che contro tanta gente ricca, quella delle ville a Topanga Beach, California e a Springdale, Utah, c'e' tanta, tanta poverta'. Lo vedi dai troppi barboni, ex sognatori, poveri concreti, che affollano le strade delle grosse citta'. Gente che passa le giornate a dormire e a bere le lattine buttate nella spazzatura, non sta bene. Lo vedi dalle tante case malandate che affollano le periferie delle citta'. Si, con la parabolica e dieci macchine (devastate) in giardino, ma la casa di per se' ha di che competere con una favela. Lo vedi dagli indiani che abitano villaggi fantasma nel deserto, lo vedi dai tantissimi messicani che, speranzosi, passano i giorni a lavare piatti in ristoranti malfamati o a raccogliere le fragole nei campi dei piantatori californiani. Lo vedi dai senzatetto e dai poveri di oggi, che questo paese e' una terra che non perdona. Sa dare tanto, ma se sbagli, non perdona. E questo sinceramente, mi spaventa troppo per ora.
Forse ho capito cosa voglio sul serio, ora. Voglio solo viaggiare ancora per questa terra, il Nord America, voglio esplorarla con piu' calma, con la mente piu' libera, il cuore piu' aperto, e semplicemente con piu' tempo a disposizione. Credo che il mio futuro piu' a breve termine, appena ne trovero' modo e coraggio, si orientera' in questa direzione.
Ancora grazie a Dio che ha reso possibile tutto cio', alla gente che ha messo sulla mia strada, ai posti meravigliosi che ha creato. Per tutto questo, non finiro' mai di ringraziare.
Manu, the Cloud Rider
PS. Sottoscrivete via mail, link a dx in prima pagina, se non volete perdervi lo spettacolo! :)
martedì 15 marzo 2011
Londra 2011 - Tra corvi e panini (pt.1)
Ebbene si, anche un ragazzo abituato a sperdersi nelle lande più desolate dello Wyoming può recarsi a Londra ed, addirittura, apprezzarla. Non ci credevo nemmeno io, il ragazzo in questione! E' stato sorprendente vedere che la diffidenza, l'apatia, quasi la "paura" della grande città siano state vinte da una causa di forza maggiore: il fascino della City. Ora, non voglio dire che mi cago addosso quando entro o cammino in una città, sia chiaro. Voglio solo dire che mi sento più a mio agio tra i boschi, nelle strada secondarie che passano tra le campagne piuttosto che nell'arteria principale della più grande metropoli nordamericana piuttosto che europea. Si, perchè almeno se devo fermarmi per chiedere informazioni non vengo asfaltato all'istante da un nugolo di automobilisti inferociti, quanto piuttosto rischio al massimo che uno zotico al volante di un trattore mi saluti sputacchiando un pò di saliva mista a tabacco. Ecco tutto.
Londra è una città incredibilmente metropolita, un vero melting pot. Non credevo il fenomeno fosse così diffuso. Non credevo a molte cose prima di partire a dire il vero! Tra indiani, orientali da ogni paese, italiani, est-europei, tedeschi, spagnoli, africani.. è un vero crogiuolo etnico. Fa specie raccontarvi che la prima persona che incontrai in questo breve soggiorno fu una ragazza italiana, smascherata dall'accento. Alla fine della conversazione, dissi ad Andrea (il mio rodato compare di viaggio) "Che storie, la prima persona che incontriamo a Londra è italiana!". Lui mi rispose "Beh, a dire il vero non è poi così improbabile!". Verificai nei giorni la veridicità della sua affermazione. Mai parole furono più sagge. Tra le varie persone incontrate, di italiani ve n'erano un sacco. Il commesso di Starbucks vicino al British Museum è italiano, un 19 enne dei dintorni di Roma. Ti perseguitano quasi. Te ne vai per estraniarti un pò dai ritmi, dai costumi, dalla lingua del tuo paese.. e ti trovi in una sua piccola colonia all'estero. Ironia della sorte.
Londra ad ogni modo è una città molto carina. Carina ma invivibile. Non ci sono troppe macchine nel centro: si perchè in realtà vi si trovano più bus e taxi che altro. I taxi sono neri, e quando si accodano lungo il Mall sembra una processione funebre per la regina. Impressiona un pò! La città, sempre in movimento, si muove perlopiù su mezzi pubblici. Citando Andrea, sembra che metà della popolazione sia sotto terra - a prendere la metro (Mezzo di trasporto efficacissimo ma che presuppone la sfida a decine e decine di scale mobili e non e a raffiche di vento possenti, prima di portare a termine lo spostamento). Il trasporto efficiente però non rende la città tanto più vivibile. La gente è sempre in movimento, a qualsiasi ora, c'è gente in metro vestita in giacca e cravatta anche alle 23. Ci sono dei ritmi che la governano che mi sono sembrati così strani, così lontani, da farmi sentire un pesce fuor d'acqua (o ancor meglio uno che ha preso una testata pazzesca e che per qualche secondo vaga barcollando nel nulla). Poi, mettendola sul mero piano economico, costa un'infinità. Gli stipendi saranno si un pò più alti, ma solo per poter far fronte a tutte le spese. Tutto costa. Gli affitti sono - a mio parere - astronomici - e anche per poter disporre di una misera abitazione in centro bisogna sobbarcarsi un affitto salato. Questa città, seppure affascinante, non è di certo il posto dove vivrei, e nemmeno dove farei il turista per più di 4-5 giorni!
Un punto a favore delle "to see things" lo guadagna subito, senza indugio, mr Big Ben. It's amazing! Uscendo dalla fermata della metro di Westminster, lo spettacolo che si para davanti al turista è grandioso: il famosissimo campanile - quello di Peter Pan, no? - si staglia alto e possente nel cielo londinese, illuminato di notte o sfumato dai colori dettati dal meteo durante il giorno. Rimani quasi immobile con il naso all'insù per un minuto. Poi, se sei come il sottoscritto, esclami " Cazzo che figata!!". Ne seguono, ovviamente, foto da ogni angolatura, con ogni sfumatura, da ogni distanza, ad ogni ora del giorno. Fino a quando, alla ventisettesima foto allo stesso soggetto, dici anche tu "Adesso basta", onde evitare di risultare monotono nel mostrare le foto del viaggio ai tuoi genitori. Quando alla fine, col torcicollo e senza più batteria per la reflex - troppe foto al Big Ben - riporti il naso a livello del terreno, noti invariabilmente una cosa: il pessimo gusto estetico dell'inglese medio. Sebrano esser stati vestiti da Lapo Elkann quand'è sotto effetto di stupefacenti - il che è tutto dire, visto che si veste da culo anche quando sano.
Credo di poter affermare che, presi singolarmente, i capi d'abbigliamento siano anche decenti. Quel che fa definitivamente schifo è il modo con cui vengono abbinati. Scarpe da golf bianche e marroni seguite da calze nere e gonna sportiva verde chiaro. Uomini in giacca e cravatta (camicia rigorosamente bianca e cravatta rigorosissimamente rossa - con qualche piccola variazione ammessa) con - attenzione - il calzino rosa shocking. Calzini rosa?? Io perdo il posto di lavoro se faccio una cosa così becera! Chiamatela come volete - liberismo indumentale o gusto da procione - ma la mia idea in merito va decisamente sul gusto da procione!
Londra è una città incredibilmente metropolita, un vero melting pot. Non credevo il fenomeno fosse così diffuso. Non credevo a molte cose prima di partire a dire il vero! Tra indiani, orientali da ogni paese, italiani, est-europei, tedeschi, spagnoli, africani.. è un vero crogiuolo etnico. Fa specie raccontarvi che la prima persona che incontrai in questo breve soggiorno fu una ragazza italiana, smascherata dall'accento. Alla fine della conversazione, dissi ad Andrea (il mio rodato compare di viaggio) "Che storie, la prima persona che incontriamo a Londra è italiana!". Lui mi rispose "Beh, a dire il vero non è poi così improbabile!". Verificai nei giorni la veridicità della sua affermazione. Mai parole furono più sagge. Tra le varie persone incontrate, di italiani ve n'erano un sacco. Il commesso di Starbucks vicino al British Museum è italiano, un 19 enne dei dintorni di Roma. Ti perseguitano quasi. Te ne vai per estraniarti un pò dai ritmi, dai costumi, dalla lingua del tuo paese.. e ti trovi in una sua piccola colonia all'estero. Ironia della sorte.
Londra ad ogni modo è una città molto carina. Carina ma invivibile. Non ci sono troppe macchine nel centro: si perchè in realtà vi si trovano più bus e taxi che altro. I taxi sono neri, e quando si accodano lungo il Mall sembra una processione funebre per la regina. Impressiona un pò! La città, sempre in movimento, si muove perlopiù su mezzi pubblici. Citando Andrea, sembra che metà della popolazione sia sotto terra - a prendere la metro (Mezzo di trasporto efficacissimo ma che presuppone la sfida a decine e decine di scale mobili e non e a raffiche di vento possenti, prima di portare a termine lo spostamento). Il trasporto efficiente però non rende la città tanto più vivibile. La gente è sempre in movimento, a qualsiasi ora, c'è gente in metro vestita in giacca e cravatta anche alle 23. Ci sono dei ritmi che la governano che mi sono sembrati così strani, così lontani, da farmi sentire un pesce fuor d'acqua (o ancor meglio uno che ha preso una testata pazzesca e che per qualche secondo vaga barcollando nel nulla). Poi, mettendola sul mero piano economico, costa un'infinità. Gli stipendi saranno si un pò più alti, ma solo per poter far fronte a tutte le spese. Tutto costa. Gli affitti sono - a mio parere - astronomici - e anche per poter disporre di una misera abitazione in centro bisogna sobbarcarsi un affitto salato. Questa città, seppure affascinante, non è di certo il posto dove vivrei, e nemmeno dove farei il turista per più di 4-5 giorni!
Un punto a favore delle "to see things" lo guadagna subito, senza indugio, mr Big Ben. It's amazing! Uscendo dalla fermata della metro di Westminster, lo spettacolo che si para davanti al turista è grandioso: il famosissimo campanile - quello di Peter Pan, no? - si staglia alto e possente nel cielo londinese, illuminato di notte o sfumato dai colori dettati dal meteo durante il giorno. Rimani quasi immobile con il naso all'insù per un minuto. Poi, se sei come il sottoscritto, esclami " Cazzo che figata!!". Ne seguono, ovviamente, foto da ogni angolatura, con ogni sfumatura, da ogni distanza, ad ogni ora del giorno. Fino a quando, alla ventisettesima foto allo stesso soggetto, dici anche tu "Adesso basta", onde evitare di risultare monotono nel mostrare le foto del viaggio ai tuoi genitori. Quando alla fine, col torcicollo e senza più batteria per la reflex - troppe foto al Big Ben - riporti il naso a livello del terreno, noti invariabilmente una cosa: il pessimo gusto estetico dell'inglese medio. Sebrano esser stati vestiti da Lapo Elkann quand'è sotto effetto di stupefacenti - il che è tutto dire, visto che si veste da culo anche quando sano.
Credo di poter affermare che, presi singolarmente, i capi d'abbigliamento siano anche decenti. Quel che fa definitivamente schifo è il modo con cui vengono abbinati. Scarpe da golf bianche e marroni seguite da calze nere e gonna sportiva verde chiaro. Uomini in giacca e cravatta (camicia rigorosamente bianca e cravatta rigorosissimamente rossa - con qualche piccola variazione ammessa) con - attenzione - il calzino rosa shocking. Calzini rosa?? Io perdo il posto di lavoro se faccio una cosa così becera! Chiamatela come volete - liberismo indumentale o gusto da procione - ma la mia idea in merito va decisamente sul gusto da procione!
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