sabato 19 novembre 2011
Manu vs. San Francisco - pt.2
Dopo questa raffica di tentazioni, tutte evitate, mi sento come Gesu’ nel deserto. Ancora una volta. Girando l’angolo, dopo essermi svuotato alla toilette, mi accorgo di un telefono pubblico, anzi due. Mi viene in mente di chiamare il mio amico Russell, con cui programmiamo di trovarci in questi due giorni. E’ la prima volta che chiamo da un telefono pubblico americano, premetto. Avete presente quel film di Bud Spencer & Terence Hill (so che li guardo solo io.. ignoranti che non siete altro, che film che vi perdete!) in cui Terence chiama Bud dal telefono pubblico e simula la voce registrata? Ecco, se avete presente la scena, e’ quel che e’ capitato a me. Infatti, alla fine del fatto, mi son letteralmente messo a ridere nel bel mezzo della piazza, pensandoci. Ad ogni modo, leggo le istruzioni, compongo il numero, e ascolto la voce. Inserire 75cents. Io, sbadatamente, capisco per 15 minuti. Cavolo, economici questi telefoni, mi dico. Intanto, parlo al mio amico, ci intratteniamo un po’. Dopo soli 3 minuti, di nuovo la voce arpia: “Inserire altri 75cents per continuare la conversazione”. Dannazione, impreco. Impreparato per far fronte alla bisogna, cerco le monetine atte all’uopo aprendo freneticamente il portafoglio. Trovo 50cents, che inserisco mentre dico al mio amico di non prenderla male qualora non dovesse piu’ sentirmi dall’altro capo della cornetta. Cosa che puntualmente avviene pochi istanti dopo. Fregato. Tutto per 25cents. Cosi’, tra qualche malcelata risata, vado in un negozio a farmi cambiare 3$ in spicci, di modo da non farmi trovare impreparato la prossima volta. Poi, mi reco all’appuntamento con la coreana. Arrivo, preparo le mie cose, e aspetto. Aspetto. Aspetto. Si in realta’ non piu’ di tanto, solo 10 minuti, ma non sapendo che fare e con la pioggia che ha fatto la sua comparsa al di fuori, sembrano di piu’! Alla fine la vedo arrivare, con uno sgargiante abito giallo, ed esco dalla mia CuboCar. Prima che abbia il tempo di aprir bocca, smorza i miei entusiasmi (peraltro ora gia’ contenuti) dicendomi che ha ripensato alla sua stessa offerta, in quanto non mi conosce, non sa chi sono, se si puo’ fidare di me, e che dunque non vuole piu’ affittarmi la camera. Espongo una faccia a meta’ tra il “Mi stai prendendo per il culo?” e il “Che grandissima testa di minchia che sei!”. Poi, ripresomi dalla news, le pianto su un discorso. In sostanza le dico che capisco la sua reazione – e difatti mi ero domandato come mai avesse avuto l’idea di propormi una stanza in casa sua – ma non capisco invece perche’ prima allora me l’avesse offerta e soltanto ora se ne fosse pentita. Le spiego che questo mi avrebbe messo parecchio in difficolta’. Lei pero’, non ne vuol sapere. Si scusa mille volte, e cerca di spiegarmi che prima era confusa, e che non puo’ fidarsi di uno sconosciuto. Mi saluta. Ma diavolo porco, ho capito tutto io, ma alle 5 e mezza me lo vieni a dire, e soprattutto, con la citta’ sotto assedio da imbecilli con loghi bianchi e rossi?! La mia pazienza sta raggiungendo un livello critico. Ora sento il sangue ribollermi nelle vene, e ricordo malvolentieri la gia’ citata puntata dei Simpson di Homer vs. NY. Le citta’ pare siano solite giocare tranelli del genere. La citta’, e i suoi abitanti. Stupidi come i posti dove vivono. Accecato dall’ira, cerco di calmarmi davanti ad una buona cenetta, ma si vede che non e’ giornata. In un posto che noi chiameremmo bar sport, nel senso che ci sono schermi ovunque che trasmettono qualsiasi sport e c’e’ cibo “da bar” – anche se da bar americano – prendo un ottimo ma risibile Philly Cheese Steak, pietanza che da un bel pezzo volevo togliermi lo sfizio di assaggiare. Il sandwich, fatto di carne tagliata a fettine sottili, formaggio fuso e cipolla, e’ molto buono ma appunto di dimensioni irrisorie, soprattutto se comparato ai miei standard degli ultimi dieci giorni. Per questo, mi viene ancor piu’ il nervoso, tant’e’ che lascio alla cameriera una mancia da miseria. Poveretta, paga lei per quei mentecatti che hanno deciso porzioni europee in un bar americano! Uscito dal locale, provo a vedere il lato positivo della questione: almeno mi sgorghero’ un po’. Ho una sensazione, da qualche giorno, di pienezza, affanno digestivo. Mi sento preso peggio di una pompa di Candeo Spurghi. Per questo, spero, lo spuntino di questa sera mi aiutera’ ad alleggerire il carico. Mi reco di fretta verso il centro informazioni turistiche dove ancora mi consigliano di andare a nord. Provo, usando la tattica “fatti compiangere”, a far si che chiamino qualche hotel in zona e prenotino una camera per me. Purtroppo, qui devo dirlo, spesso i TIC americani non sono cosi’ disponibili come quelli canadesi. Li chiamavano loro svariati motel, fino a trovare quello di gradimento del turista, e tutto senza costringere il cliente a pagare una qualsiasi somma. Incredibile. Quasi mi illusi, in Canada, che ovunque si usasse far cosi’. Mi sbagliavo, in modo grossolano (tanto per citare un esempio, in Scozia, VisitScotland.com – mi pare si chiami cosi’ l’ente che gestisce la maggior parte dei TIC – carica 4 pounds di spese qualora a seguito di una telefonata fatta dall’ufficio il turista decida di prenotare una camera. Son tanti eh!). Alla fine, purtroppo, nemmeno la mia tattica funziona, ed esco solo sapendo che in un hotel a sud di qui dovrebbe esserci la disponibilita’ di una singola. Prezzo? Ebbene, 150$. Zio africano. 150$ non li ho pagati nemmeno all’Hilton. E mi trovo a doverli pagare per una squallida notte in un (verosimilmente) squallido posto nell’altrettanto squallida bassa downtown di San Francisco. Dormirei su un letto di pigne in un bosco fangoso del Montana piuttosto. Invece, sentendomi male al solo pensiero di imboccare con l’oscurita’ gia’ scesa strade sconosciute, e dover nel frattempo cercare di motel in motel un posto dove poter dormire, decido di spendere questa valanga di soldi e di avviarmi, adirato, a quest’hotel. Prendo la macchina e vado, scendo per un miglio circa le famose, ondulate, ripidissime strade di San Francisco e arrivo alla via indicata. Trovare un parcheggio e’ impresa disperata qui come in centro a Padova la mattina di un qualsiasi giorno lavorativo, ma sembra che la mia un po’ impolverata fortuna stavolta mi fornisca un valido aiuto. Trovo un buco che in Italia sarebbe un parcheggio a tutti gli effetti, ma secondo il codice stradale non lo sarebbe affatto. Si tratta di 4 metri liberi prima di un incrocio. Che io sappia, si puo’ parcheggiare dopo almeno 5 metri, da un incrocio. Dunque, chiedo lumi ad un passante che mi dice qualcosa come “Ok, it wouldn’t be permitted but, you know.. you can get a chance!”, e se ne va via abbozzando un sorriso. In pratica, sai che parcheggi dove non potresti, ma alla fine si fa, sappi solo che potresti non ritrovarti piu’ la macchina se sei sfigato! Io voglio sentirmi fortunato, d’altronde non vedo cartelli che mi vietino esplicitamente il parcheggio, dunque sistemo li la mia vettura, estraggo i bagagli, e mi reco all’hotel. Sembra molto carino, di qui mi spiego anche l’illustre spesa. Purtroppo pero’, dopo svariate ricerche, vengo a sapere che non hanno alcuna prenotazione a mio nome. O merda, qui la cosa si sta facendo lunga. Pare abbia anche sbagliato hotel. Ammetto che, distrattamente, uscendo dal TIC non ho prestato particolare attenzione ad un piccolo particolare: il nome dell’hotel in cui ho prenotato! Ricordo chiaramente la via, ma ci saranno una ventina di hotel lungo la sua lunghezza! Gia’ mi vedo, abbattuto, demoralizzato, a passare le successive due ore ad ammazzare il tempo mangiando patate fritte e hamburgers, per poi accingermi a trascorrere la notte in macchina. Brrr. Mi viene in soccorso la nobile signora alla reception, che si offre di tenermi le valigie nell’arco di tempo in cui io avrei girato per chiedere agli hotel piu’ vicini. Accetto volentieri e, libero dal peso, volo di corsa a domandare all’hotel subito dopo, il maggior indiziato. Attraverso la strada, altri cento metri, e.. bingo! Eccolo qua, solo un block piu’ in la. L’hotel ha il nome e l’aspetto di un hotel francese della periferia esterna di Parigi. Un’altro meno da aggiungere alla lista gia’ lunga dei “meno” di giornata. Chiedo conferma, l’ottengo, e volo di nuovo fuori, sempre sotto una pioggia fine ma insistente, per riprendere i miei effetti presso l’altro hotel. Pongo finalmente la parola fine sulle mie peregrinazioni in citta’ per quest’oggi. Il signore alla reception, mentre mi accompagna alla stanza in ascensore, mi parla di Berlusconi e delle signorine che palpeggia. Volevo chiedergli se fossero amici intimi, giacche’ pareva sapere tutte queste cose per certe, ma mi limito ad una risata di circostanza e ad un cenno d’assenso. Entro in camera e mi lascio alle spalle tutto, tutti, per starmene con me stesso. A volte la solitudine e’ la miglior compagnia. Mentre sistemo il tavolino in bagno per poter comodamente scrivere le note di giornata mentre esplico gli altrettanto giornalieri bisogni corporei, rifletto su un paio di cose. La prima, e’ che sono veramente inviperito. Ho appena visto in tv che le previsioni meteo per domani non danno nulla di buono. Altra pioggia, cosa che manda all’aria i miei piani di girare la citta’ in bici. Mi domando come potro’ godere della tanto decantata citta’ di San Francisco. Spendendo uno stipendio in parcheggi? Perdendo ore nel traffico cittadino e nell’ingorgo di semafori e vie a senso unico? Girandola a piedi con uno zaino da 12 chili in spalla? Ah no, dai, che sciocco. Nelle cablecar, i world-famous “tram” elettrici tipici di SF dove la gente monta e si tiene aggrappata ai pali, piu’ in strada che dentro al mezzo. Si certo, prendero’ uno di quelli. Faro’ due blocks e poi smontero’. Si, perche’ la tratta non dura molto piu’ de due blocks. Gran fregatura, una cazzo di trappola per turisti, come le chiamo io. Sono veramente stanco, stanco di prendermela con qualsiasi cosa ci sia in citta’: i semafori, i parcheggi, gli spenna-turisti, le macchine, le cablecar, gli hotel costosi, i meeting di aziende inopportune. Realizzo che sono, assolutamente, nello stato d’animo di Homer quando si mette contro NY. Anzi, a difesa del mio in questo momento collega, di quando la citta’ di NY si mette contro Homer. Io non ho fatto nulla per essere contro la citta’: e’ lei che, appena io entro nel suo suolo, mi aggredisce cercando di mettere qualsiasi tipo di bastone fra le mie ruote! E qui, la mia seconda riflessione. La citta’ e’ un luogo dove il turista viene solitamente fregato. Con i prezzi alti, con il traffico, con i mezzi di trasporto, con il clima insalubre, con la gente che tenta di truffarti in qualsiasi modo. Bisogna sempre essere sul pezzo, in citta’. SOLO chi e’ organizzato se la gode. E con organizzazione, intendo organizzazione capillare. Mezzi, parcheggi, hotel, luoghi dove mangiare. Tutto. Mi vengono in mente due esempi: a Denver, quando dopo un ora in giro per strade sconosciute, mezzora a piedi dal parcheggio gratuito piu’ vicino al centro, e un ora per trovare un hotel (trovato poi ma malfamato di brutto), mi ritrovo amareggiato a mangiare da Arby’s. Morale: umore pessimo. Oppure, secondo esempio, a Las Vegas, dove arrivo al mio hotel, parcheggio, prendo la monorail e passeggio per le vie della citta’, per poi andare ad abbuffarmi nel posto prescelto, in una strada conosciuta. Umore: alle stelle. Purtroppo solo chi ha saputo organizzarsi bene riuscira’ a godersi la sua permanenza in una citta’ americana. E non solo in America, direi. La mia organizzazione a SF non e’ stata ottima, anche perche’ mi sarebbe stato difficile pianificare al meglio 2 giorni cosi’ lontani nel tempo e in una citta’ grande e a me sconosciuta. Questo sarebbe stato veramente troppo. Ma di qui a trovarmi annichilito dalla malignita’ cittadina, questo non l’avrei mai detto. O forse lo sapevo gia’, ma ho preferito provare a fugare questi timori. Sbagliando. Prima di coricarmi, sperando in una notte confortevole, giungo a questa conclusione, che vi invito ad annotare: amare od odiare una citta’ e’ all’80% una questione di organizzazione.
giovedì 17 novembre 2011
Manu vs. San Francisco - pt.1
Questa mattina lascio il parco di Yosemite. Con lui, lascio un cielo piuttosto sereno ma andante verso il nuvoloso. E, soprattutto, una sala buffet FAVOLOSA. La portero’ nel cuore, ho idea. Ne tessero’ le lodi. Stamane ad esempio, vi ho fatto la seguente colazione: un ottimo bicchierone di cocoa milk (ho scoperto che cocoa non e’ cocco come io pensavo, bensi’ l’abbreviazione di chocolate), uno di orange juice, poi un pancacke con maple syrup, 2 paste al cinnamon & cheese cream, frutta a volonta’, bacon stripes, 1 sausage patty con gravy, 2 french toast e un gustoso tacos con formaggio, bacon bites e sausage bites. Sono satollo. Ho passato due giorni a digiunare durante le ore dove il sole illumina la terra, e ad ingozzarmi durante le ore di oscurita’. Sono un ciccione. Piu’ che altro, nei buffet, la cosa che ti spinge a dare il massimo e’ il fatto che ormai hai pagato, dunque tanto vale mangiare quanto piu’ si riesce. Un po’ come se da Mediaworld ti dessero qualsiasi cosa con un fisso di 100 euro: voglio vedere se la gente non andrebbe li’ con i camion rimorchi a noleggio! Notizia positiva del giorno, inoltre, e’ l’aver sapientemente evitato i bocia. Sono arrivato mezzora prima del branco selvaggio, quindi ho potuto dedicarmi con cura alla scelta degli alimenti senza dover compiere atti criminosi a danno di minorenni. Ottimo. Prima di andarmene definitivamente, compio un atto caritatevole: separandomi dal mio fido sacco a pelo, entrato in mio possesso appena una dozzina di giorni fa, decido di donarlo al villaggio, di modo che nel caso qualche sprovveduto campeggiatore dovesse averne bisogno, qualcuno sapra’ fornirglielo. Ricevo molti ringraziamenti per il mio gesto, e me ne vado, contento come avessi aiutato una vecchietta ad attraversare la strada (cosa che accade solo nelle storie del Topolino). In macchina, le indicazioni che seguo sono quelle per San Francisco. Il mio viaggio volge alle ultime giornate, ed esse vedranno solo un susseguirsi di citta’, divertimento, movida, anziche’ boschi, deserti e animali come fatto finora. Metto una ventina di dollari nel serbatoio, in uno sperduto villaggetto al di fuori del parco (le pompe di benzina, stupende, sembrano un cimelio di inizio 20esimo secolo!) e mi lancio sulla strada. Impiego circa 4 ore e mezza per giungere a SF. Passo il ponte sulla Oakland Bay – dove mi bombano 4$ per il passaggio (se ogni ponte bomba tutti sti soldi ad ogni macchina, devo prendere in considerazione l’idea di costruirmi un ponte e fare il gestore di ponte come lavoro. Diventerei milionario!) – e stranamente, cartina alla mano nel groviglio di intersezioni della downtown, arrivo subito alla meta che desideravo: il Fisherman’s Wharf. Il Wharf e’ la zona portuale piu’ carina di SF, dove il turista puo’ trovare tutto cio’ che normalmente lo attira: cibo, negozi, tour guidati. Il Pier 39, la zona piu’ centrale del Wharf, e’ un ponte dove sono assiepati come cozze su uno scoglio decine di negozi e ristoranti, per soddisfare ogni esigenza. Il mio scopo per ora e’ quello di trovare un parcheggio e di dedicarmi ad un’esplorazione fancazzistica della zona. Diciamo per un paio d’ore. Poi, passero’ alla mission-accomodation. Aggirandomi nei dintorni del porto, noto un grosso parcheggio con scritto, in carattere ENORME, 2 hours free. Come un allocco, mi ci precipito dentro. Scopro ormai troppo tardi, quando ormai ho un paio di macchine in coda dietro di me, delle scritte in carattere MINUSCOLO che dicono, sotto le 2 hours free, che esse sono valide solo per un certo tipo di pass – pass che ovviamente io non possiedo. Impreco amaramente contro questi maledetti cortigiani e pago i 7$ del parcheggio. Ora, non e’ che abbia pagato 200$, ma le mie lamentele sono una cosa piu’ forte di me. Nel senso: e’ atavico in me il cercare di evitare il piu’ possibile di pagare soldi per parcheggiare. Mi sembra una cosa inconcepibile. Devo dare dei soldi a qualcuno per lasciare ferma una macchina in un suolo che e’ tanto mio quanto tuo?? Non sta al mondo! Ho evitato di pagare soldi per dei parcheggi in centri scozzesi, irlandesi, del colorado, south dakota, utah, italiani ovviamente, e non volevo certo arrendermi ai parcheggi di San Francisco, anche se le grandi citta’ hanno piu’ armi per fregarti. E stavolta, me tapino, hanno vinto loro ed io ho perso miseramente. “C’ho i pugni nelle mani”, direi citando il famoso Rocchio, per descrivere il mio stato d’animo surriscaldato. E mi viene in mente un altra puntata dei Simpson, fonte perenne di ispirazione. Il riferimento e’ all’episodio di Homer contro New York. Ricordate il caro vecchio Homer, irritato al sol sentir nominare la citta’? Memore di scippi, insulti, truffe varie? Bene, io sono su quell’umore li’. Mi sento in collera con le grandi citta’ di tutto il mondo, perche’ alla fine tutto il mondo e’ paese, e non e’ solo SF che mi causa questi attacchi di bile. Mi svago un po’ lungo il Pier 39 – che scopro essere l’unica attrazione non culinaria lungo il Wharf – per un’oretta, decidendo di non intrattenermi oltre per non peggiorare la mia situazione finanziaria versando soldi ai parcheggiatori. Il pier, scopro con stupore, molto piacevole. E’ una trappola per turisti, al solito, ma e’ cammuffata bene, sotto un’etichetta di raffinatezza e perbenaggine. Non e’ uno schifo tipo che so, Deadwood in South Dakota (dal punto di vista dei casino, casino, casino!) o John O’Groats in Scozia (che a parte il nome figo e melodioso – potrei chiamarci mio figlio cosi’ – non e’ affatto una bella citta’), quanto una cosetta ben fatta stile Las Vegas. Ci cammino volentieri, e scopro vari, allettanti negozi tipo un NFL shop immenso, anche se secondo me tarocco. Padroni orientali e assenza di loghi di marche sportive per me equivalgono a merce falsa! Poi, chiosci di cibo di ogni genere, dai corn dog (hot dog fritti dentro una spessa pastella di grano alta mezzo centimetro) alle frittelle, dalle crepes al pesce fritto. Tutta roba super genuina, noterete. Infine, meraviglia delle meraviglie, un negozio di cioccolata che si autocelebra il piu’ grande (o vecchio) del mondo, non ricordo bene. So che si autocelebrano in qualche modo. Non so a che punto siano i rivali, se siano messi meglio o peggio, so solo che entrare in quel negozio fa venire il sangue da naso. Uccide la fauna batterica intestinale. Entri e ti ritrovi immerso in quintali di cioccolato di ogni forma, colore e gradazione. Ogni creazione e’ fatta sia con cioccolato al latte che fondente. C’e’ cioccolato in scatola, a pezzi, sotto forma di gustosi cioccolatini, c’e’ fudge di ogni sorta, e poi altri orpelli e gingilli tutti di cioccolato. Vorrei dire che anche il registratore di cassa e’ di cioccolato, fondente al 99% forse. L’unica cosa che mi trattiene – Thank you Lord – dall’accendere un mutuo per acquistare tutta la merce del negozio e’ che mi sembra essere un po’ costosetto. Non posso farlo, devo resistere, e cosi’ faccio. Mi metto una mano sugli occhi e, a tentoni, cerco l’uscita. La guadagno non senza difficolta’, dopo aver buttato giu’ qualche colonna di cioccolato e aver toccato le zinne di qualche avvenente fanciulla (NB. descrizione iperbolica costruita dall’autore). Tornato all’aria aperta, piuttosto fresca, mi metto a pensare a quanti orientali ci siano da ste parti. In effetti, pensandoci bene, avendo una delle Chinatown piu’ grandi del mondo c’e’ poco di cui meravigliarsi. Ma entrare nei negozi del Pier 39, e vedere in ognuno di essi un muso giallo, dai gestori ai commessi, fa un certo che. Sembra una testa di ponte sulla citta’ di San Francisco! Intanto l’ora che mi sono concesso e’ agli sgoccioli, quindi vado a riprendere il mio mezzo e lo muovo nei dintorni, fiducioso di trovare un albergo a pochi soldi. Non so quello che mi aspetta. L’inizio pare positivo, in quanto trovo un albergo rassomigliante uno stile italiano (dettato da non so chi!) con un nome italiano ma dove nessuno dei gestori e’ italiano. Mah. Purtroppo, hanno una camera solo per domani notte. Non posso far altro che fermarla e continuare la mia ricerca. Non potro’ godere della tranquillita’ psicologica di poter disfare la valigia per una notte. Approfittando della grande scoperta – parcheggio gratis per 2 ore, alla faccia di quegli stolti sul Wharf – mi aggiro a piedi nei block vicini. Entro, credo, in 4 hotel e in ognuno di essi, dal piu’ miserabile al piu’ elegante, mi sento dire che non hanno una sola, schifosa camera in quanto in citta’ c’e’ un meeting di Oracle e tutte le strutture alberghiere sono al completo, specialmente in downtown. Parte la consueta sfilza di imprecazioni, che stavolta pero’ ha un destinatario preciso: Oracle. Stupida azienda del cazzo, non comprero’ MAI un loro prodotto. E spero di non avere loro tecnologie nei miei strumenti informatici altrimenti li getto giu’ dalla terrazza. Difatti era da un paio d’ore che vedevo svariate persone con tesserini rossi e bianchi aggirarsi per la citta’, e mi domandavo giusto il motivo di tutto cio’. Ora lo so, e mi fa incazzare. Deluso, arrabbiato, studio un piano di riserva mentre aspetto che il semaforo mi permetta di attraversare la strada. Decido che potrebbe valer la pena di guidare oltre il Golden Gate, nella parte nord di Fisco, dove pare le strutture dovrebbero essere molto meno affollate e i prezzi non assurdi. In piu’, domattina potro’ godermi l’alba – tempo permettendo – dalle colline sopra la citta’. Faccio per aprire le porte della macchina, ma prima decido di informarmi sulla distanza da percorrere presso una coreana sulla quarantina passata che sta portando a spasso il cane. Mi domanda subito da dove vengo, e alla mia risposta – Italia – si fa piu’ interessata. Inizia a dirmi di quando e’ stata dalle nostre parti, di quanto gli piace l’Italia, mi chiede della mia citta’. A me sinceramente non ne puo’ fregar di meno di intrattenere questa conversazione, sto solo pensando al come tirar fuori un posto dove dormire stanotte. E mi sa che il cappello magico oggi non ce l’ho. Invece – sorpresa – proprio la signora mi fornisce la soluzione. Dopo 5 minuti 5 da che avevamo iniziato a parlare, mi propone di dormire a casa sua per la notte, al costo di 60$. Io non so perche’ ma non ci penso due volte e accetto. Non penso che potrei finire sotto le grinfie di un’arrapata signora coreana in prossimita’ della menopausa, con una voglia matta di godersi gli ultimi atti di una vita sessuale attiva con un baldo giovanotto italiano. Non penso che potrei finire invece sotto le grinfie di un eventuale marito, certamente membro della peggior banda mafiosa coreana. Non penso proprio, a nulla, se non a dirle di ritrovarci tra un paio d’ore allo stesso posto per rincasare assieme, stavolta con i bagagli. La saluto. Appena mi giro, abbozzo un sorriso e gli occhi mi si velano di lacrime. Avete presente quell’umidiccio che si forma sugli occhi quando siete cosi’ contenti, ma cosi’ contenti che vi vien da piangere? Ecco, quello. Allargo le mani al cielo e mi dico “Se me ne servisse un’ennesima prova, Dio esiste”. La tipa sembra un po’ scraniata, ripete le cose cento volte, fa un effetto tipo “Mi son drogata 10 minuti fa”, ma non importa. Quel che importa e’ che stanotte paghero’ relativamente pochi soldi per dormire in un posto a 5 minuti a piedi dal Wharf. Fantastico! La notizia mi rende di ottimo umore, e dopo aver mandato a fare in culo un’altra volta Oracle e i suoi addetti, riprendo il mio giro turistico. Torno al Pier 39 dove avevo in precedenza abbandonato la serie infinita di negozi presenti. Ora, indugio con piu’ calma su ognuno di essi. Mentre cammino pero’, quello che potrei chiamare “Il grillo Ministro delle Finanze” della mia coscenza mi si para su una spalla e mi fa notare quanti miliardi non abbia gia’ speso in questa vacanza, soprattutto in cibo. Ah, e la multa di importo ancora sconosciuto. Per quanto mi riguarda, potrebbe ammontare anche all’importo di una finanziaria del Belize. Comunque, riconosco la saggezza del mio collaboratore, e decido di porre un freno alla mia vena spendereccia (alla faccia di chi mi conosce come taccagno: a voi dico, seguitemi in vacanza, poi vediamo chi e’ il taccagno! Dico io, che cazzo c’e’ di bello dove spendere i soldi a Padova?!). Nell’ordine, rinuncio a: nuovi apparel NFL, un corn dog, un frozen yogurt, un pezzo di cioccolato, una stupenda maglietta con due orsi che si inculano sopra la bandiera della California con la scritta “CALIFUCKINFORNIA” (stupenda, ma 19$ piu’ tasse per una maglia cosi’ mi sembrano un po’ tanti!).
martedì 15 novembre 2011
But for the grace of God - pt.2
Pochissima gente, conto una decina di persone in tutta la porzione di costa a me visibile, e un caldo che colpisce alla testa. Non c’e’ piu’ il vento di un quarto d’ora fa, anzi, cerco riparo dietro alle formazioni di tufa per occultarmi dal sole. Mentre mi giro per osservare cio’ che mi circonda, realizzo la spettacolarita’ del paesaggio. A nord-est, il lago con le sue frastagliate formazioni rocciose. A sud-ovest, un pianoro coperto di vegetazione stepposa. Ad ovest, inserite a meta’ fra il cielo infinitamente blu e la vegetazione giallastra, le torreggianti vette di Yosemite, gia’ innevate. E’ fantastico, e ovviamente scattano una masnada di foto. Sono fortunato perche’ in cielo pare non esserci una nuvola. E’ gradevolissimo ammirare tutto cio’ con questo clima, questa assenza di fastidiosi turisti e di bestie moleste. Apparte per le infinite mosche che infestano la battigia. Sono milioni! Appena muovi un piede sciamano per qualche secondo per poi riposarsi al suolo. Stupidi insetti inutili. Cosi’, tra una mosca e un tufo, un tufo e una mosca, spendo il mio tempo a Mono Lake. Girando gli angoli formati dalle rocce spero sempre di imbattermi in un sasquatch, speranza puntualmente delusa. Non e’ destino. Mi viene in mente pero’ uno dei pregi del West americano: il trovare un lago che diresti provenire da qualche altpiano desertico dell’Asia centrale, a una ventina di minuti da uno degli ecosistemi di montagna piu’ belli d’America, peraltro a non molta distanza dal deserto piu’ caldo degli Stati Uniti – la Death Valley – lascia a bocca aperta. C’e’ una varieta’, un’immensita’, un’abbondanza in questa parte del globo che e’ stupefacente. Meravigliosa. Giro lo sguardo alle vette di Yosemite, ancora casa mia per la sera, e le ritrovo ormai coperte da ampi banchi di nubi. Credo di essermi giocato le ultime ore di sole della giornata, nel parco. Torno un po’ sconsolato al suo interno, passando il Tioga Pass non senza rischi. Il vento e’ ancora piu’ forte, la temperatura e’ scesa e in cima la visibilita’ e’ piu’ scarsa in quanto una polvere sottile infesta l’aria. Ad un tratto, cadono alcuni grossi sassi sulla strada. Dopo una frenata preventiva, decido di accelerare per passare oltre il piu’ velocemente possibile. Mi domando come faccia il motociclista dietro di me ad essere cosi’ tranquillo! Superato il passo, mi fermo a Gaylor Lake. Anche su questa pista sono da solo, al solito, e come di consueto mi munisco di un paio di grosse pietre. Non si sa mai. La camminata e’ piu’ faticosa del previsto. Intendiamoci, non e’ obiettivamente lunga, o particolarmente ripida (anche se a tratti spacca sul serio) ma diversi giorni di camminate, gli ultimi poi parecchio intense, hanno sfibrato i miei piedi. Non e’ questione di fiato, quanto proprio di dolore ai piedi, ferite varie, ammaccature, e ultima, stanchezza muscolare. Arrivo al lago ansimante e scontento. Il vento mi obbliga a indossare il mio fido berretto, e lo spettacolo sperato si riduce ad uno schifoso lago con acque grige e increspate. Nei dintorni, montange semibrulle aumentano la tristezza. Mi sembra di esser stato catapultato in Irlanda cazzo. Fanculo, ne ho abbastanza, questi ricordi mi mettono di malumore e me ne torno imprecante verso la macchina. Penso che per oggi ne ho avuto abbastanza, e mi concentro sul pensiero di una bella doccia, uno shake magari, e un po’ di riposo, di relax. Sono le 2.30 PM e imbocco la strada verso lo Yosemite Village, dove arrivo circa un’ora dopo. Mi dedico anzitutto alla pulizia e al riassetto della mia macchina, un campo profughi ambulante. Ve la racconto, cercando di farla breve anche se sarebbe interessante vagliarne ogni aspetto. Porzione anteriore: sedile destro con almeno una ventina di carte e guide aperte in pagine a casaccio, biglietti elettronici dell’aereo e prenotazione della macchina. Poggiagomiti con al’interno due scatole vuote di chewingum, cuffie dell’ipod e ipod stesso, coltellino svizzero. Sotto la radio, 4-5 cartine di chewingum con gomme masticate all’interno, la mia pila da esploratore. Porzione posteriore: sacco a pelo gettato alla carlona sui sedili, n.2 felpe, n.2 magliette corte, n.1 pantaloncini corti, n.2 cappelli, n.2 paia di calzini usati e maleodoranti, varie bottiglie d’acqua semivuote, carte & cartacce, materiale da accampamento. Bagagliaio: non dico oltre le valigie, e’ meglio stendere un velo anche se pietoso. Queste le condizioni della macchina. Sembra uscire da una guerra. Capirete perche’ ci dedico del tempo. Sgomberata la scena del crimine, riordino i miei effetti al sicuro nella mia camera – anzi, nella mia tent cabin – e poi sono pronto per la doccia. Pare sia a un centinaio di metri da qui, ma ad ogni modo indosso infradito ed accappatoio per recarmici. La scena e’ di quelle da ricordare. Un emerito cretino esce da una tent cabin, nel bel mezzo delle High Sierra californiane, in ottobre, in completo da doccia con infradito e accappatoio blu, beauty alla mano. Sotto, solo le mutande. Passa, con questo apparel, nel bel mezzo di un branco di ragazzini delle scuole elementari arrivati qui in vagonate di pullman (probabilmente lasciandoli con seri problemi neurologici). Arriva finalmente alle docce in uno stato, seppur di galoppante felicita’, anche di soggezione non del tutto immeritata. Prova la stessa sensazione di una persona che, ad una festa in maschera, arriva in jeans e camicia. Un po’ fuori posto. Il cretino in questione sono io, ma sentendo solo il bisogno di una bella doccia, mando a fare in culo le mie pare mentali – tanto sono praticamente in campeggio! – e mi getto sotto l’acqua. Ficcati gli spicci dentro l’apposita, gia’ descritta macchinetta, posso finamente godere di un getto d’acqua detergente. Ed e’ un piacere uscire, ancor piu’ marittimo, e trovarsi in mezzo a gente con calzettoni da montagna, scarponi da montagna, abbigliamento semi pesante e zaini stracarichi. Io, e’ come stessi tornando da un bagno al mare! Non passa molto tempo – quello di una veloce asciugatura e di qualche faccenda domestica – che mi trovo, alle 17, nel “salotto” del villaggio. E’ una stanza, molto invernale anche questa, con un caminetto non funzionante, diversi divani e poltrone tutte molto comode (di quelle dove appena ti siedi sprofondi inghiottito dal cuscino) e alcuni tavoli muniti di sedie. Qui la gente si collega ad internet, gioca a carte, si legge un buon libro o, come un paio di signore di fronte a me, schiaccia un pisolino. Io opto per il libro. Ho un pc con me, ma non voglio usarlo. Non voglio connettermi, con il mondo. Una delle cose piu’ belle dell’essere in viaggio e’ quel carattere di “estraneita’ dal mondo”, che a me piace tantissimo. Sapere che magari nel tuo paese sta succedendo qualsiasi cosa (che magari il presidente del consiglio e’ saltato in aria, o e’ crollata Pompei, o l’Ikea ha chiuso dieci sedi, o addirittura e’ stata buttata giu’ la passerella a Cadoneghe) , come anche nei paesi dove viaggi, sta avvenendo qualcosa di eclatante (gli USA hanno dichiarato guerra alla Repubblica del Bananazib, o hanno deciso di espellere tutti gli irlandesi dal loro territorio), e tu non sai nulla di tutto cio’.. e’ una sensazione estremamente bella per me. Sara’ perche ogni dannato giorno, mentre sono a casa, sono avvolto da notizie. Ogni minuto. Da notizie sugli amici, alla politica, alla religione, al prezzo dei semi dei tulipani. Non se ne puo’ piu’. Non perche’ voglia essere disinformato, quanto per esasperazione, gia’ a casa cerco di fugare ogni tg, notiziario o trasmissione in cui si informa. Figuriamoci in vacanza, in viaggio. Dio me ne liberi! Sono cosi’ contento. E a volte mi sento un naufrago, che dopo mesi e mesi di deriva, rivede terra, e chiede della sua famiglia, dei suoi amici, della sua citta’, di cosa e’ accaduto nel mondo. “L’Italia non c’e’ piu’, e’ stata cancellata dalla faccia del mondo”, gli dicono. Lui, occhi sbarrati, non sa che dire. “SCHERZONEEE!”. Pagliaccio, ci avevi creduto anche?! Ad ogni modo, non mi sento proprio un naufrago, che’ sono via solo da una decina di giorni, ma il benessere che traggo dall’esser isolato da chi conosco e da cosa conosco e’ immenso, davvero. Per questa ragione – torno all’inizio del ragionamento – non voglio usare il pc e collegarmi a internet. Ho una vita davanti per stare in FB, figuriamoci se lo faccio allo Yosemite Village, parco di Yellowstone, California! Opto piuttosto per un bel libro. Leggo per quasi un ora, poi riporto qualche nota alla giornata. Sono piuttosto spazientito quando, affamato come un coyote, vedo la masnada di bambini visti prima che si apprestano ad entrare al buffet. E cosi’, a ondate, fino a quando non finiranno le scolaresche. Io ho un buco allo stomaco assurdo, e sono costretto ad aspettare, per evitare la coda infinita. Le mie parole originali: “E mi ritrovo alle 17, nel “salotto” del villaggio, tra gente che guarda le foto, gente che sonnecchia, che cerca un posto nel prossimo campeggio, a leggere un libro su Arches e a scrivere il diario, aspettando che quella masnada di bocia de ste merda de miedosento scoe che no so parche’ (casso) i porta i boce a Yosemite in sto periodo i vaga fora dal ristorante (e dai coioni) che go na fame becca. Se 10 ore che go messo in bocca soeo un casso de caucciu’. Zio can”. Faccio notare l’enfasi, l’incazzatura a crescere, che demarca lo scoramento nel vedere orde fameliche di bambini invadere la mia pappatoia, e vedere me triste ed affamato spettatore, costretto ad aspettare un tempo indefinito per saziare la mia fame. Tristezza. E rabbia. Ma alla fine, anch’io sono premiato, da due cose: la prima e’ una lauta cena che mi appresto a descrivere. La seconda, una visione: una fresca ASSURDA. Classica americana: capelli lunghi biondi, lisci, occhi castani, chiara di carnagione, e.. un culo che e’ un cerchio. Potrei usarlo come goniometro! Purtroppo devo lasciar perdere le lezioni di geometria, altrimenti rischierei una stecca sulle mani da parte del padre – un aria poco rassicurante. Mi concentro invece, come detto, sul cibo. La rabbia in corpo mi fa mangiare avidamente, e scopro che questa puo’ essere la tattica vincente per future mangiate (amici padovani, prendete nota: incazzatevi prima di venire dalla Moma o in posti similari!). Gradisco, nell’ordine: una bowl di chili con carne, mezzo piatto di BBQ brisket (stellare), un piatto di riso con sopra della meat sauce, patate al forno, un generoso tacos con carne, formaggio e refried beans, e per finire, un bel piatto di pasta con marinara sauce, formaggio e olive nere! Un banchetto faraonico, ornato da litri di lemonade e la classica fetta di dolce finale. Mi alzo da tavola con lo sguardo del conquistatore, un conquistatore un po’ appesantito. So che fronteggero’ un’altra notte di rollii a causa della dimensione sferica del mio ventre, ma non sono per nulla intimidito! Anzi, sono contento. Faccio due passi, torcia in testa, per l’oscura Yosemite. Altra notte orsesca in vista. Guardando il profilo tenebroso delle montagne che circondano la valle, e proseguendo oltre, su un cielo decisamente coperto ma a tratti di un blu vivido, ringrazio lassu’ per le esperienze fatte e le meraviglie viste in questa giornata. Sono cosciente della fortuna che ho, e non vedo perche’ non debba chiudere un bel giorno cosi’ con un pensiero verso chi ha reso possibile tutto cio’.
domenica 13 novembre 2011
But for the Grace of God - pt.1
Premessa che non ho mai fatto: I parchi nazionali americani devono essere un’ emerita merda durante la stagione estiva. E’ una riflessione che mi e’ capitato spesso di fare durante questi giorni e che, a dire il vero, avevo fatto anche lo scorso anno. Un pensiero del genere mi salta in mente quando cerco un parcheggio, di solito. Vedere Yellowstone il 5 settembre, o Arches il 18 settembre, o Yosemite il 2 ottobre, gremiti di gente che riempie ogni parcheggio con camper, moto o auto, mi da l’idea di che razza di macello debba esserci in questi angoli di paradiso in estate. Quano la gente e’ in vacanza, e decide di esplorare la natura dietro casa, sciami d’auto e RV infestano le strade dei parchi, rendendo gia’ solo la circolazione una specie di safari, e il trovare un parcheggio per fotografare un viewpoint o partire per una pista, una specie di lotta all’ultimo sangue. Ricordo appunto al parco di Arches, lo scorso anno, una scena del genere: trailhead per andare a vedere due o tre archi in sequenza, auto che riempiono il parcheggio principale, situato a meta’ di una strada ad anello, e altre auto parcheggiate lungo tutta la suddetta strada, persino in doppia fila! Scene da Napoli, Italia. Ma ero ad Arches, Utah. Pensare che un posto abitato da animali selvatici, piante rare, insomma ecosistemi tutto sommato fragili, vengano invasi da un esercito del genere.. mamma mia, mette i brividi. E a me personalmente mette anche un nervoso non indifferente, soprattutto quando cerco di smontare dalla macchina e non riesco a trovare un buco dove lasciarla. Per poi magari trovarlo, iniziare a camminare, e trovarmi dentro un flusso di gente che sembra essere in processione verso la reliquia di non so quale santo. Da imprecare tutta la giornata. In quei momenti pensi al piano B: backroads, backwoods e tutti gli altri posti che iniziano con back. Andare ad infognarsi in qualche posto piu’ tranquillo, isolato, magari meno bello ma piu’ intimo, rilassante. Magari. Purtroppo di Grand Canyon ve n’e’ uno solo e il turista che vi ci capita d’estate oltre al caldo insopportabile deve beccarsi anche orde fameliche di turisti come lui. Compiango la gente che e’ obbligata a vedere questi posti magnifici durante l’estate. Compiango soprattutto quelli che si recano nei parchi piu’ famosi, piu’ in. Alaska a parte, li gli spazi sono cosi’ grandi e i posti ancora cosi’ selvaggi che pare il fenomeno non sia cosi’ marcato, gli altri National Parks soffrono troppo questo problema. Credo che in alcuni posti, migrino anche le bestie d’estate. Prego solo affinche’ tutto cio’ non affligga anche le mie peregrinazioni nel mondo. Non vorrei perdere troppo tempo a mandare a cagare dei camper che mi occupano due posti auto, mentre sono in vacanza. Questa notte, tornando a me, ho dormito egregiamente. La tent cabin si e’ rivelata piuttosto comoda, il letto era ottimo ed ho goduto di un bel tepore con il mio sacco a pelo iper pesante. So che e’ stata la sua penultima notte in mia compagnia, perche’ domani dovro’ disfarmene causa incompatibilita’ con le dimensioni delle mie valigie, ma so anche che e’ stato un grande alleato e sono riconoscente nei suoi confronti. Intanto mi sveglio, intirizzito dopo il contatto con l’aria fredda e, soprattutto, le infradito gelide, e muovo i miei passi verso una colazione sicura. Fuori e’ ancora buio, e io arrivo alle 7 a fare colazione alla Yosemite Lodge, il primo posto disponibile al mattino dove mettere qualcosa sotto i denti. Non sono tutti cosi’ mattutini qui. La colazione e’ scarsa, prendo un cinnamon roll e un breakfast burrito che non sarebbe malaccio, non fosse semifreddo. Lascio il tavolo a pancia piena ma non ancora riscaldato a dovere. In macchina, imbocco la via verso Tuolumne Meadows. La strada mi prende piu’ tempo del previsto, anche se non mi fermo spesso. Si corre piano qui, e le tempistiche si diluiscono di conseguenza. Passo anche attraverso un incendio, che parecchie squadre di firefighters stanno cercando di combattere. Passando attraverso una strada colma di nubi fumose, auguro buona fortuna ai pompieri, sperando riescano a circoscrivere l’incendio quanto prima. Vanno distrutti troppi boschi ogni anno cosi’. Piu’ avanti, arrivo nella vallata, nel “prato” di Tuolumne. Ben diverso dalle immagini viste da casa – quelle verdi e colme di fiori, la mia vista piuttosto brulla e dominata da un color ocra – attira molto meno la mia attenzione. Mi attendevo ben altro, e maledico quella volta in cui spesi tempo ad osservare da internet i posti che sarei andato a vedere. A volte, possono illudere. D’altro canto, son cosciente del fatto che le stagioni cambiano, e portano con se’ cambiamenti cromatici. L’erba passa a gialla, le foglie dei non-sempreverdi a loro volta a giallo, marrone, arancione, rosso. E ho visto troppo spesso questi colori in questa nazione, per non rimpiangere un prato verde, dei fiori multicolori e perche’ no, qualche macchia di neve qua e la. Arrivo comunque a Lembert Dome, prima meta escursionistica del giorno, solo alle 8.50. Originariamente prevista per il tramonto, questa passeggiata e’ stata portata ad inizio giornata per un semplice motivo: l’esperienza di ieri. Non e’ un itinerario battuto da molte persone, e fare il sentiero quasi da soli, alle ultime luci del giorno, solo per avere una veduta dell’area al tramonto, non avrebbe senso. Dover tornare poi per un’ora al buio, un rischio inutile. Meglio compiere l’itinerario con il sole che illumina i miei passi. E cosi’ faccio. Mi accorgo poi che non e’ cosi’ semplice come pensavo. Il dome e’ alto, raggiungibile passando per un’intricata foresta e il sentiero non e’ granche’ segnalato. Occorrera’ pazienza e sangue freddo. Mi metto in marcia. Ricordo che in parcheggio vi erano 4 macchine. Sul sentiero, non incontro NESSUNO. A puttane le mie speranze di conoscere qualcuno lungo la pista e salire insieme, in compagnia. Sara’ destino. Il pensiero di essere in bear country, anche se con tutti i ma e i se del caso (sono sempre e solo orsi neri, ma pur sempre orsi cazzo!) mi mette in allerta. A questo punto uno, uno che ha un po’ di paura, a cui l’adrenalina e’ salita rapidamente, uno che semplicemente non vuol correre alcun rischio, se ne starebbe dov’e’ e continuerebbe il tour in macchina, camminando in posti con un po’ di gente almeno. Io no. Ho troppa voglia di raggiungere la cima del dome, immergermi in un altra vista panoramica sul parco, sudare un po’ e sconfiggere il freddo del primo mattino con un po’ di fatica. Vado avanti, circondato da una fitta foresta dove non si sente rumore alcuno se non i miei passi, i sassi che rotolano giu’, e qualche verso d’animale selvatico ogni tanto. A volte il posto e’ inquietante. La mente puo’ giocare brutti scherzi in momenti del genere, ed e’ facile immaginare un orso comparire sul sentiero da dietro un arbusto. E’ facile pensare ad un sasso che le tue scarpe hanno mosso come ad un sasso mosso invece da un animale in agguato, che ti si sta avvicinando. Il segreto e’ saper controllare la mente. Non e’ un’impresa di chissa’ qual portata, quella che sto facendo, si tratta solo di una camminata in un bosco. Ma si inizia sempre dalle cose facili! Controllare la mente per me vuol dire anche, piu’ facilmente, distrarla. Vado avanti parlando ad alta voce in dialetto con me’ stesso, battendo inoltre due pietre l’una contro l’altra per far rumore, come avessi a che fare con i grizzly (anche se, in realta’, e’ stato provato che un valido deterrente acustico contro i grizzly e’ un suono acuto, perforante, ad alta frequenza). Voi mi prenderete per il culo, e per un esterno che legge queste parole, puo’ essere plausibile. Il fatto e’ che, fidatevi di cio’ che vi dico, camminare in una foresta da soli – sottolineo COMPLETAMENTE SOLI – nel territorio degli orsi, dopo aver letto il libro “Bear Attacks – Causes and Avoidance” (Herrero), beh ci vuole un po’ di fegato. Al di la delle rassicurazioni dei ranger, ci vuole si un po’ di fegato. Con questa tecnica supero l’oscura foresta, e mi sento meglio, piu’ sicuro. Mi congratulo con me stesso per il coraggio profuso. Ora pero’ mi attende un altro ostacolo. Sono ai piedi del dome, ultima parte del percorso. Si dovrebbe arrivare sulla cima, ma non vedo sentieri. La superficie della roccia e’ liscia, quasi bianca, e ovviamente non ci sono solchi, segni lasciati dagli escursionisti. Provo a salire dalla parte impervia del dome, scalandolo. La cosa sarebbe anche fattibile in salita, pur con le difficolta’ connesse all’avere un grosso zaino in spalla. In discesa pero’, sarebbe da pazzi, completamente esposti e costretti a scendere senza visione di cio’ che si ha sotto i piedi. A questo punto mi viene in mente mia madre – mi arringherebbe sulla non necessarieta’ di mettersi in pericolo per cosi’ poco – e sto quasi per desistere, anche se sconsolato. Poi pero’, mi accorgo che il dome gira. Logico vero? Aggiro la parte impervia e scopro una liscia, comoda via che conduce in cima. Mi mando affanculo da solo e salgo lestamente la via. Arrivato sulla cima, da solo, senza nessuno nelle vicinanze, lancio un grido liberatorio alla Bear Grylls, braccia in alto in sengo di gioia. L’appagante sapere di essere il primo a conquistare la cima di Lembert Dome oggi, 3 Ottobre 2011. Faccio un po’ di storia. Sono soddisfatto di me stesso, ho visto che quando voglio, riesco. Mi siedo sulla nuda roccia e, tranquillo, ammiro il panorama di ampie foreste che si accomodano sui fianchi di sterminate catene montuose. Ovunque. Solo di fronte a me, per uno spazio comunque ristretto, Tuolumne Meadows interrompe lo scandirsi di montagne e domes. Questi panorami lasciano sempre un senso di pienezza, di compiacimento: energia pura per il ritorno. Scendo canticchiando il ripido percorso dall’altro lato della montagna, annoto anche un piccolo ruzzolone sul terreno infingardo e rientro al parcheggio. Avanti, sulla strada, decido di depennare Tenaya Lake dall’elenco delle camminate da fare: il lago non e’ cosi’ spettacolare e si trova proprio a bordo strada. Non ho idea di come si snodi il percorso di circa 4 chilometri che avevo in mente di fare. Proseguendo, passo Olmsted Point, dove avevo in mente quantomeno di scattare una foto. Rinuncio al progetto a causa della ventosita’ del posto. Vedo i berretti delle sparute persone presenti che oscillano come bandiere al vento, anche le giacche che sballano in continuazione. Meglio soprassedere. Cosi’, visto il tempo guadagnato e quello ancora a disposizione, mi dirigo subito verso Mono Lake, all’uscita est del parco. Questo posto, di per se’ nulla di inimmaginabile o fantastico, e neppur cosi’ tanto famoso, racchiude in realta’ un paio di perle. Bisogna seguire la strada che esce da Yosemite direzione est verso Lee Vining, un piccolo borgo sulle sponde del lago. Si passa il poco rassicurante Tioga Pass, dove tutte le strutture ricettive sono gia’ chiuse – anche a meta’ settembre – e il vento ulula paurosamente. Nonostante il sole, il vento soltanto puo’ causare pericoli, in quanto i pendii rocciosi sono maledettamente friabili e grossi pezzi di roccia e sassi possono cadere ripetutamente sulla strada. Mi fermo giusto per sentire la temperatura. Non si sta cosi’ male – anche se sono in felpa – ma il vento fa percepire almeno 6-7 gradi in meno. Meglio avanzare. Arrivato a Lee Vining – posto dove sinceramente non vivrei mai, tra un lago salato e aspre piane semidesertiche – viro a destra verso South Tufa, che secondo le mie mappe e’ uno dei posti piu’ belli dove ammirare cio’ che Mono Lake ha da offire. Il lago e’ rinomato per le formazioni alcaline chiaramente visibili lungo alcuni tratti della sua superficie. Queste “stalagmiti” alcaline sono dovute a millenni di evaporazione dell’acqua del bacino originario del lago, ed ora rimangono, con la loro forma strana, irregolare, ruvida, a testimoniare che il lago era decisamente piu’ grande in passato, e che ora chi decidesse di bere un sorso d’acqua a Mono Lake non passerebbe un bel quarto d’ora dopo! Dunque, la prima, caratteristica immagine del lago e’ appunto data dalle sue formazioni saline (Ps. La concentrazione salina del lago, mancando uno sbocco d’acqua dolce, e’ parecchio elevata, piu’ del doppio di quella normalmente misurata per l’acqua oceanica). La seconda, meno nota, e’ opinabile o meno a seconda dei credo della gente. Un famoso video – famoso e noto soprattutto a chi guarda i documentari di Sky oppure cose tipo Studio Aperto e trasmissioni del genere – documenta una coppia di turisti in vacanza a Mono Lake. Nel video, dopo una breve inquadratura ad una signora, l’operatore passa ad una panoramica del lago per imbattersi in una grossa figura scura, pelosa, che si aggira tra le formazioni alcaline sulla sponda del lago. Dura solo pochi secondi, ed ecco che poi la misteriosa figura marrone scompare dietro di esse. Era un Sasquatch, o Bigfoot, a seconda di come lo si voglia chiamare. Cosi’ dicono gli “esperti” (esperti di cosa?!), e molte persone che hanno visto il video o hanno visto il sasquatch in altre parti del Nord America. Pare che esistano molti testimoni oculari di avvistamenti di queste creature, dai dintorni di Mono Lake ai monti del nord della California, dallo stato di Washington all’isola di Vancouver in Canada. Le foreste soprattutto, pare siano la casa di queste bestie, dalla forma apparentemente umana ma mediamente piu’ alti, robusti, ricoperti di pelo e dall’aspetto quindi un po’ scimmiesco. Io un po’ ci credo, nel senso che trovo strano che una videocamera dei primi anni del 1990 si inventi una macchia marrone di forma umana per svariati secondi in un video, oppure che un idiota noleggi un costume da scimmia per fare il sasquatch in un video amatoriale. A che scopo? Mah. Voglio essere possibilista, anche perche’ non saprei spiegare in altro modo che della gente apparentemente seria investa la propria vita a studiare una creatura nemmeno esistente. Anzi, a studiare dei pagliacci vestiti da scimmia che girano video amatoriali. E poi, diciamocelo, e’ bello, affascinante, supporre che esista qualcosa di ancora ignoto, nel 21esimo secolo. Qualche animale sconosciuto, qualche bestia di cui non sappiamo nulla o che non abbiamo quasi mai visto. A me la prospettiva attira da pazzi! Lasciando stare queste immaginifiche speculazioni, parcheggio nello spazio adibito – quasi vuoto – mi levo la felpa e mi dedico all’esplorazione del luogo.
giovedì 10 novembre 2011
Oh Mountain Momma - pt.2
Guidando sul fondo della valle arrivi a lambire le trailhead per Bridalveil Falls – che sono molto carine per un solo fatto, come dice il nome (di nuovo l’originalita’ americana): essendo non troppo consistenti, appena spira il vento fanno si che l’acqua crei un effetto “velo da sposa”, che ondeggia a destra e sinistra a seconda di come la spinge il vento. Curioso. Le rocce che si tingono d’ocra quando toccate dal sole poi, incorniciano la scena in modo ancor piu’ pregiato. Avanti ancora, si segue il corso dello Yosemite Creek. Mi porta fino allo Yosemite Village. Qui e’ tutto Yosemite eh, sappiatelo. Se devi cagare cerca uno Yosemite cesso, mentre andrai a cena alla Pizzeria Yosemite. Non dimenticare lo Yosemite Postal Office se devi spedire una cartolina e, senza dubbio, anteponi la parola Yosemite a qualsiasi cosa tu stia cercando, mentre chiedi informazioni! Non sbaglierai mai! Al villaggio, un po’ difficile da esplorare a causa dei sensi unici e delle vie che, qualora scelte male, ti portano a girare per 10 minuti prima di tornare all’incrocio precedente, mi fermo subito alla reception per cercare una sistemazione per le 2 notti previste. Avevo gia’ deciso a Zion che non avrei piu’ dormito in tenda. In piu’, pare che qui il pericolo-orsi sia particolarmente sentito, soprattutto in questo periodo, quando i plantigradi sono attivissimi nel procacciarsi scorte di cibo prima dell’inverno. Trovo disponibilita’ di tent-cabins, e me ne aggiudico una. Altro non si tratta che di tende grosse, piu’ resistenti, con due letti, due sedie, un armadietto e una cassaforte automatizzata per i valori. Fra tutte le cose che si trovano solitamente in una camera da letto avrei preferito che so, una doccia, ma gli astuti progettatori l’hanno voluta cosi’. Mah, avra’ il suo perche’, mi liquido tra me e me. Non faccio a tempo a vederla (non sono nemmeno le tre, stanno ancora rassettando le camere) quindi torno piu’ giu’ nella valle e cammino un po’ il circondario. Ebbene, vagando nel mezzzo della valle, lungo il corso del torrente, tra erba alta, acqua, occasionali alberi alti e scuri, e montagne torreggianti ai lati, mi sento quasi in Alaska. E’ l’immagine che ho di una valle che sta per sboccare sul mare, con i grizzly che rovistano il terreno sabbioso alla ricerca di mitili e i salmoni che saltano qua e la nell’acqua. Peccato che qui non sono in Alaska, non solo per il terreno, per l’assenza di grizzly ma anche perche’, stranamente, e’ ottobre e me ne sto beatamente in maniche corte, contemplando l’idea di un tuffo nelle acque del torrente (cosa che escludo minuti dopo quando vedo un cartello che sottolinea “Vietato tuffarsi in acqua”). Beh ragazzi, mi sento un vecchiotto. Un pensionato. Cammino senza pressioni, senza fretta alcuna, con il solo spirito di uno che vuole farsi due passi tranquilli e assaporare il clima del parco. E’ uno di quei momenti in cui dici, ad alta voce, “si sta da Dio!”. Raggiungo le Yosemite Falls, che seppur notevolmente ridotte di portata – stanno quasi per prosciugarsi – sono pur sempre le piu’ alte cascate del Nord America, con i loro 739 metri d’altezza. Aggiungo un altro “piu’ grande del” nel mio viaggio! Le cascate, qui nel parco, sono uno dei tratti distintivi. Ve ne sono un sacco. Il fatto e’ che sono vere e proprie cascate solo in determinati periodi dell’anno, e ottobre e’ uno dei peggiori. Piove poco, la neve si e’ gia’ sciolta e dunque dai ghiacciai piu’ alti non scende nulla. Le cascate piu’ grandi riducono del 90% la loro portata, le piu’ piccole o meno alimentate, si prosciugano del tutto. Magro bottino quindi per chi, come me, si trova qui in questi giorni. Tornero’ anche qui, mi dico. Bisogna sempre, sempre cercare di non farsi abbattere, e vedere il bicchiere mezzo pieno. Do un occhio alle Falls che pero’ non si vedono granche’. Essendo divise in tre parti – Upper, Mid, Lower – riesco solo a vedere le Upper e parte delle Lower. E per oggi non ho la minima idea di partire e fare 6-8 km per raggiungere ciascuna delle tre parti. Rimando, forse, a domani. Tornando indietro seguo un sentiero a bordo strada, che e’ a tratti immerso nel bosco, dove mi imbatto all’improvviso in un deer, un cerbiatto, a pochi metri di distanza. Hehe. Un po’ di spavento per la fulmineita’ dell’incontro, tutto qua. Tornato alla macchina, pianifico la fine del pomeriggio: camminata a Nevada & Vernal Falls, doccia, cena, sonno. Very easy. E guidando verso la trailhead, un altro piccolo imprevisto animale: incontro un coyote a bordo strada, immobile su un piccolo spiazzo. Accosto, con l’ennesima manovra da italiano all’estero (maledetto DNA stradale), lasciando la macchina piu’ in corsia che fuori, per fotografare l’animale. Ne ho visti parecchi di coyote in giro per gli USA, ho un occhio particolarmente allenato nello scovarli e mi seguono spesso nei miei viaggi, devo esserci legato in qualche modo credo. Ho vissuto attimi in cui son stato virtualmente accerchiato da 3-4 coyote nel parco di Yellowstone, situazione che poteva diventare poco piacevole. Eppure, non avevo mai visto un coyote cosi’ temerario, cosi’leggero rispetto alla presenza umana – in macchina per giunta. Cosi’ apro leggermente il finestrino – non vorrei trovarmi un nemico a quattro zampe in macchina! – e scatto qualche foto al’animale, che giace fermo li’, immobile, occhi azzurri fissi su di me a mendicare del cibo. Il problema qui l’abbiamo creato noi: stupidi esseri umani che per il proprio divertimento ed intrattenimento sfamano bestie selvatiche potenzialmente pericolose. E cosi’, i cervi si avvicinano sempre piu’, gli orsi neri aspettano su due zampe come a ricevere l’elemosina, e i coyote non fuggono ma aspettano a bordo strada seguendo le macchine. E prima o poi, qualcuno rimane incornato da un cervo, sbranato da un orso, o morso da un coyote. Ah si, e spesso e volentieri morso da un “tenero, innocente” scoiattolo. Sto cazzo! Ma la cosa piu’ brutta, tenetelo a mente, e’ che molto piu’ spesso a pagarne le conseguenze sono loro, gli animali. Gli orsi abituati all’uomo vengono trasferiti o, meglio, uccisi. Possono diventare troppo confidenti dunque estremamente pericolosi. Dobbiamo rendercene conto, e imparare questa lezione: se DAVVERO vogliamo bene agli animali, dobbiamo star loro il piu’ distante possibile. Dobbiamo imparare a fidarci della natura, lasciare che essa faccia il suo corso, e solo cosi’ potremo continuare a vedere branchi di cervi indomiti al pascolo, orsi neri che cacciano nei boschi e cercano radici, e coyote che all’avvicinarsi di un essere umano, se la danno a gambe. Giusto, il coyote. Sono tutto intento a cercare di ottenere una foto decente quando sento il solito, ormai familiare clacson che suona in continuazione contro di me. Mi giro e vedo un paio di macchina che passano con i rispettivi conducenti che mi mandano al mio paese – dove in effetti sarebbe giusto che stessi, se continuo cosi’. Soprassiedo anche da quest’impresa e continuo il mio tour. Arrivo alla fine al parcheggio della pista che porta prima a Nevada Falls e poi a Vernal Falls. Ci sono ancora tre ore di luce, piu’ o meno, ed io, ricalcolando i tempi, immagino di poter fare l’intero anello nel giro di un ora e mezza o due ore. Parto speranzoso. In realta’ le mie speranze si smontano dopo pochi minuti. Vedo solo gente che torna, mentre io sono l’unico che sale. La cosa mi mette non solo in soggezione, ma mi preoccupa pure un po’. La zona infatti e’ quello che e’ in quanto a presenza di orsi, e sebbene credo di conoscere abbastanza su di essi, so anche che e’ meglio prevenire che curare! Inoltre, non vorrei mai dovermi ritrovare in condizioni di luce sempre inferiore, per non dire di oscurita’, di ritorno su questa pista. Vado avanti solo fino a quando trovo gente sul sentiero, sul ponte che marca il “quasi” arrivo a Nevada Falls. Lo spettacolo poi non e’ nemmeno cosi’ travolgente. Una cascata in lontananza, circondata dagli alberi e con delle montagne sullo sfondo. Ne ho visti di migliori, di posti. Un po’ deluso, molto piu’ invece preso dalla preoccupazione, decido di tornare. Non so, mi sento un imbecille in questi momenti. So che non ho troppo di cui temere, so che non sono in zone di guerra, che non ci sono grizzly o rapinatori armati fino ai denti. Eppure basta il sapere che esistono delle bestie che potrebbero ferirti o addirittura ucciderti, anche se non lo fanno sistematicamente, o sapere che la luce del giorno finira’ tra non molto, o sapere che non c’e’ tanta altra gente in giro, che sei piu’ solo di altri, che le mie sicurezze crollano. Credo sia normale, per carita’. Ma vorrei riuscire ad oltrepassare questo limite. Io lo vedo come un limite, mi previene dal fare molte cose che vorrei fare. Camminare in certi posti, a certe ore, anche quando sono solo. Tutto sommato pero’, credo sia una scelta spesso saggia, una scelta che magari, potrebbe aiutarmi a prevenire qualche fattaccio. Va bene cosi’, mi liquido ancora. Scendo ad un passo che per me e’ normale, ma che brucia gli altri turisti, tant’e’ che mi trovo a superare gente che avevo incontrato tempo fa a meta’ percorso, che stavnao gia’ scendendo. Che storie. Arrivo alla macchina e, tranquillizzato, decido che e’ giunto il momento di tornare al Village. Parcheggio la macchina vicino alla mia tent, di modo da non dover macinare miglia nei miei soliti viaggi da tenda a macchina per: “Ah, la valigia!”, “Cazzo, ho lasciato dentro il sacco a pelo!”, oppure “Va in culo, ho lo spazzolino nel bagagliaio!”. Sistematomi, mi riposo un po’ adagiandomi sul comodo letto, guardando qualche foto e leggendo un po’ il libro comprato ieri. Poi, pianifico il prossimo giorno. Domani, esplorero’ Tuolumne Meadows, un posto che per quanto ne so io, puo’ essere il piu’ bello del parco. Superero’ i 2500 metri di quota, girero’ in macchina posti magnifici, vallate mozzafiato, e sono speranzoso sul riuscire a fare tre camminate verso laghi, dome e qualche bel bosco. Spero anche di trovare qualcuno lungo il sentiero, non mi va l’idea di rimanere da solo ore in valli del genere. A little bit risky. Anche se a volte, tutto sommato, il pericolo e’ il mio mestiere! Per stasera invece mi accontento di una sostanziosa cenetta, ancora non so dove. Esco ad esplorare il villaggio by night e le opportunita’ mangerecce che esso offre. Di sicuro non andro’ alla Lodge, primo perche’ so gia’ i piatti che offrirebbe – sempre quelli e sempre costosi – secondo perche’ dovrei prendere la macchina e conseguentemente, perdere l’ottimo posto che invece ho trovato in parcheggio. Mi infilo la mia fida torcia da esploratore (o minatore) in tasca ed esco. Vedo gente che porta i suoi effetti in tenda, altra gente che torna da una camminata, altri ancora che, come me, si recano a mangiare. Io, dopo un veloce esame delle opzioni presenti, scarto il supermercato, la pizzeria, e il chiosco dei burgers e scelgo invece il buffet. E’ la prima volta che mangio a buffet negli USA, e sinceramente sono molto scettico sulla qualita’ di cio’ che mangero’. Non so perche’ ma ho in mente la mensa della scuola dei Simpson. Invece, pagati i 16$ di ammissione, mi si spalanca dinanzi uno splendido AYCA (all you can eat) che va dagli antipasti ai dolci, bibite incluse ovviamente. Non ci vedo piu’. Dopo essermi scelto il posto, mi munisco di piatti e inizio a balzare da questo a quel posto per prendere qualsiasi cosa sia di mio gradimento. Riempio 3 piatti di roba in men che non si dica, uno dei quali con una pasta di mia creazione. Prendo la pasta al naturale che i cuochi hanno preparato, la adagio sul piatto e la cospargo di una generosa dose di marinara sauce. Poi, afferro una mastodontica cucchiaiata di formaggio cheddar gia’ tagliuzzato e la getto sopra la salsa, di modo che si fonda piano piano. Il risultato e’ ottimo. Ero dubbioso anche sulla pasta NON cucinata da me negli USA, ma mi sono ricreduto. Anzi, sono veramente contento. Il fatto poi di potersi alzare a piacimento a prendere dolci, o passare dalla lemonade alla coca-cola, o a tutte e due insieme, quello mi rende felice come un bambino! Sembro una mosca che gira di merda in merda (paragone non lusinghiero ma, per dover di cronaca, da citare in quanto rende l’idea). Alla fine del lauto banchetto, scrivo qualche nota alla giornata ed esco dalla sala. Una sala peraltro bella, invernale, tutta fatta di legno, con un ampio caminetto a legna e le pareti ornate da cimeli d’altri tempi e da foto di nativi americani. L’ambiente e’ certo suggestivo. Fuori, la musica cambia. Mi accendo la torcia e la sistemo in testa. Fa freddino, e accelero il passo di modo da non dovermi bloccare la digestione per far due metri fino alla tenda. L’attivita’ della gente e’ volta ormai al prepararsi per la notte: si va al bagno, si portano via le ultime cose dalla macchina, si mettono al sicuro gli oggetti odorosi nei bear lockers. Ebbene, dopo essermi lavato i denti, faccio anch’io la stessa cosa. Prendo il mio beauty con dentifricio, sapone e deodorante, e i miei profumatissimi chewingum, li metto in una borsetta di plastica e li sistemo dentro il contenitore antiorso, una specie di cassonetto di un metro e mezzo x uno con un sistema di apertura che solo un essere umano puo’ sfruttare. Bisogna inserire le dita dentro una fessura e portare una leva verso l’interno, cosa che ovviamente un orso non riesce a fare. Almeno per ora. Chiudo il cassonetto con un potente calcio – forse troppo potente perche’ faccio un rumore che spacca i timpani – e mi rinchiudo in tenda. Chissa’ come sara’ la notte, se confortevole, se fredda, se in apprensione. Io ho sempre il mio coltellino svizzero aperto al mio fianco, non si puo’ mai sapere. E ripenso al problema degli orsi. In macchina non ho nulla, quindi almeno quella dovrebbe essere al sicuro. Non ho lasciato zaini o contenitori che rassomigliano fonti di cibo, quindi nessun plantigrado dovrebbe interessarsi alla mia vettura. Neppure in tenda ho lasciato nulla, ovviamente. Dovrei essere decisamente al sicuro. Ma mi addormento comunque con la speranza che qualche ignorante al campeggio abbia lasciato gli avanzi del suo BBQ davanti all’entrata della tenda. Cosi’ gli orsi non verranno a rompere le palle a me o alla mia macchina.
martedì 8 novembre 2011
Oh Mountain Momma - pt.1
Mountain Momma
Vediamo, dov’ero rimasto.. beh, non posso sbagliarmi! Ovviamente ero rimasto alla colazione! Ce l’ho in mente da un po’, l’ho addirittura programmata mentre ero a casa. Ho visto il posto in internet e non ho potuto fare a meno di includerlo nel viaggio. E’ questo il motivo per cui stamattina, tirandomi su dal letto, apro le tende e poso il mio sguardo su Fresno. Sono qui solo per addentare del cibo, nient’altro. Che meschino, direte. Non avete tutti i torti, ma, com’e’ che dicono.. allo stomaco non si comanda! Verissimo. Mi alzo bene oggi, riposato, contento della bella dormita. Sbrigo le operazioni di messa a punto dei bagagli e della mia persona in quattro e quattr’otto e sono giu’ dalle scale a rendere le chiavi alla reception. Mi metto in macchina alle 7.30, e’ domenica mattina, e mi dirigo verso il Batter Up Pancackes. L’idea mi venne mentre spulciavo in internet un sito contenente tutte le “eating challenges” d’America, divise per stati. Un posto dove puoi trovare locali che offrono hamburger da 2,5 libbre, burritos da 4, sandwich da 3 piedi o bistecche.. no il peso non lo dico, e’ un insulto al mondo bovino. Insomma, una vera miniera di sfide mangerecce pronte per i ciccioni o per i pazzi che desiderano infierire contro il proprio sistema digerente. Li’ mi sono imbattuto in questo locale, che propone un pancackes da 900 grammi circa, da condirsi con 4 ingredienti salati a scelta e da finirsi in 45 minuti. Ho cominciato a capire i miei limiti, quindi non mi sto dirigendo li’ con quest’obiettivo, sarebbe solo uno spreco di soldi (circa 35$ - un po’ troppi per una colazione). Mi sto comunque dirigendo li’ per assaggiare i loro famosi pancackes fatti al momento, con ingredienti scelti e un’ampia gamma di opzioni, che soddisfano tutti i gusti. L’unica volta che ho mangiato pancackes in un posto specializzato – la House of Pancacke – me la son goduta un sacco. Voglio replicare. All’entrata del locale vengo subito accolto da una gnoccona che mi fa accomodare con un sorriso stampato sulle labbra. In questi casi, se la gnoccona in oggetto mi domanda qualcosa, rispondo cose senza senso e con notevole ritardo. Rimango ammaliato dalla bellezza che osservo e le frasi escono dalla mia bocca sconnesse e senza tempismo. Dovro’ sembrar loro un pirla. Fortunatamente non mi domanda nulla se non se voglio del caffe’, al che mi e’ facile fare un cenno d’assenso con la testa. Mi salvo in calcio d’angolo, e dopo essermi ripreso dalla bambola temporanea, inizio a sfogliare il menu. Che potensa. Pancackes in ogni salsa, dolci, salati, dolci e salati, e poi omelettes, burritos, sandwiches. Un paradiso. Non mi faccio distrarre dalle altre creazioni, scelgo il mio cibo e mi reco alla cassa per ordinare (curioso). Il ragazzo, anch’egli giovane come la cameriera gnocca (sembra che qui tutti gli impiegati – cuochi a parte – vengano dal college. Non gli do piu’ di una ventina d’anni.) mi chiede cosa voglio. Io replico “A Sundae PancackeS”. Poi mi chiede se voglio singola o doppia razione di pancackes. Io, impavido, punto la doppia. Lui strabuzza gli occhi e mi chiede “Sei sicuro?”. Eh certo ragazzo, perche’ mai non dovrei esserlo? Mi spiega che e’ veramente tanta roba, e che lui nonn e’ riuscito a finirlo ad esempio, che ti uccide prima. Io lo ringrazio per il consiglio, gli dico che ne terro’ conto, ma che per ora continuo sulla mia strada. Pagando, gli do il via libera, ricevendo la sua stima. Mi accomodo al tavolo, un divanetto imbottito stile diners anni ’60, alla Fonzy, e sorseggiando il caffe’ leggo a proposito dello sciroppo d’acero, mentre aspetto. Vengo a sapere che esso e’ cosi’ costoso (diciamo tra i 6 e gli 8 dollari per 150-200ml circa) perche’ ci vuole la produzione annuale di succo di 4 alberi per ottenere un litro di sciroppo d’acero. Vuol dire che ogni milione di alberi d’acero produce 250mila litri di sciroppo all’anno. In America, secondo le mie stime, in un posto come questo, ogni giorno, vengono consumati dai 2 ai 4 litri di sciroppo. Fate un po’ voi il resto dei calcoli, se avete voglia, e ragionate sull’opportunita’ o meno di acquistare sciroppo d’acero diluito anziche’ puro. Mentre mi diverto a fare supposizioni del genere, arriva la bomba. Mi viene servita su un bel piattone e portata dalla gnoccona di prima. Stavolta non bado a lei pero’, ma al mio pancacke. Sono 4 strati, e sono ornati da una grossa palla di gelato alla vaniglia, da top all’amarena e da quelle caramelline minuscole tutte colorate che servono per decorare i dolci – che qui chiamano sprinkles. E’ una meraviglia, e devo farci una foto. Poi pero’, devo anche mangiarlo. Al primo morso, il giudizio e’ univoco: sublime, uno dei pancackes piu’ buoni che abbia mai mangiato. Se mi chiedete il giudizio sull’ultimo morso, ecco forse risponderei qualcosa come assassino. Ma andiamo avanti. Mentre mangio lanciato i primi bocconi, e assaporo ogni singolo gusto, passa un signore di mezz’eta’, robusto, che mi dice qualcosa tipo “Com’e’ mangiare una roba del genere?”. Da quelle parole capisco definitivamente che non devo aver scelto l’avversario piu’ facile, anzi. Mi sto misurando con un ottimo sfidante. Perche’ ogni pasto e’ una sfida, qui. E mangia e mangia, alla fine arrivo al livello in cui il cibo mi esce dalla bocca quando tento di ficcarlo dentro. Appendo la forchetta al chiodo, mi detergo le labbra e metto la parola fine su questo sporco, ma dolce, discorso. Avanzo un pezzo di pancackes di circa 6x9 cm (pensate a quanto fosse grande da intero!), e la cameriera, vedendolo, mi fa i complimenti per quanto fossi riuscito a mangiare. Incredibile. Avanzo cosi’ tanto e sono celebrato per l’impresa? Addirittura, che pochi arrivano fino a quel punto? Mah, stavolta pero’ non mi faccio troppi problemi e accetto i complimenti profusi. Eh, mi saro’ allenato a colpi di bacon & sausage per qualcosa no?! Faccio scattare dalla cameriera gnocca una foto celebrativa con me, il tipo alla cassa e un paio di altre cameriere – la gnocca e’ troppo gnocca per essere immortalata con la maglietta da lavoro, fuck. E non sa neanche fare una foto decente, tutta biancastra. Stendiamo un velo pietoso. Esco in volata verso la macchina, che ho gia’ perso troppo tempo con questa pantagruelica colazione. Dopo un pieno di benzene prendo la mia via verso l’ultimo parco nazionale della mia vacanza, il secondo piu’ atteso: Yosemite. La gente ne parla molto bene, ed anche se visitarlo in ottobre non e’ il massimo, offre comunque un sacco di spunti naturalistici. Sono ansioso di carpirne i segreti e gli aspetti piu’ belli. Guido tra le varie highway verso Nord, seguendo le indicazioni per il parco, e stando attento a non sforare i limiti. Di multe ne ho gia’ abbastanza. Il bello – anzi l’assurdo – e’ che se io rispetto i limiti, l’80% delle macchine mi supera. Da cui deduco che o io mio odometer e’ tarato con il culo, o l’80% della gente qui supera i limiti. E si becca multe? Non mi e’ dato a saperlo, anche se potrei pensare di documentarmi in merito. L’unica cosa che so e’ che l’unica volta in cui ho superato il limite di piu’ di 5 miglia orarie, mi son beccato una bella multa. Dannazione. Dopo un paio d’ore raggiungo il parco e mi immergo subito nelle foreste che lo caratterizzano. A sud, nel parco, si trova Wawona, con il Tunnel Tree e qualche altra peculiarita’, come il vecchio Wawona hotel che unisce un setting incantato a parecchi decenni di vita, che ne fanno un posto rustico ma raffinato dove trascorrere qualche giorno in montagna. Il Tunnel Tree e’ un’attrazione che mi sono segnato come “da visitare” prima di partire. Non ci sono ore da perderci, quanto piuttosto pochi minuti. Altro non e’ che una vecchia sequoia gigante che, come dice il nome, venne perforata alla base per rendere possibile il passaggio delle automobili. Questo avveniva nel lontano 1881, e porto’ fama ulteriore al parco di Yosemite (pronuncia YO-SE-MI-DI), attirando turisti smaniosi di provare la non comune esprienza di guidare un automobile attraverso un albero – e che albero! Purtroppo compiendo un’opera cosi’, l’albero designato va incontro alla morte. Prima o poi si indebolisce, anche se forse piu’ poi che prima. Nel caso del Tunnel Tree, o Wawona Tunnel Tree, la causa della caduta dell’albero fu non solo la sua morte, ma soprattutto un enorme cumulo di neve sulla sua enorme massa di rami e foglie. Si calcola che quasi due tonnellate di neve fecero cadere infine l’albero, nel 1969. Ora esso giace ancora immobile, nel parco, a testimoniare cosa comporta la stupidita’ umana. E ad attirare ancora tanti turisti che, come me, vogliono vedere l’enormita’ delle radici di una sequoia gigante. I miei piani pero’ vengono ancora scombussolati, perche’ improvvisamente realizzo che andare fin laggiu’ mi comporterebbe una perdita di tempo notevole, che preferirei impiegare piuttosto nell’esplorazione delle parti piu’ salienti del parco, o in qualche camminata. Dopo una consultazione con un ranger li a Wawona, che mi fornisce delucidazioni sui tempi di percorrenza delle strade del parco – cavolo, sembra poca la strada ma ci metti un sacco di tempo! – decido di partire subito per Glacier Road, la prossima meta. Abbandono definitivamente le sequoie in questo mio viaggio: non ci ho fatto magiche camminate solitarie, ispiranti, anche se ho percepito la spiritualita’ che questi boschi emanano. Non ho speso minuti ad “abbracciare” gli alberi, toccarli, vederli da piu’ vicino. No, non ho fatto quel che pensavo avrei fatto. Ma un giorno ci tornero’, e me la prendero’ con piu’ calma. Per il momento appunto, guido la Glacier Road, una deviazione verso l’interno del parco che, nell’arco di 45 minuti circa ti porta a Glacier Point. Da qui si gode di una fantastica vista sullo Yosemite Creek, oltre che sui monti circostanti. Pare ci sia anche, da qualche parte (io non lo vedo) uno spuntone di roccia che si staglia oltre l’orlo del precipizio, e dove parecchi pazzoidi ogni tanto – spesso anche nel passato – provano qualche numero, del tipo stare in equilibrio su 3 sedie instabili o qualcosa del genere. Insomma, rischiano la vita in un posto scenico in un parco nazionale bellissimo. Brividi! Non mi trattengo tanto a Glacier Point, anche perche’, dato il facile accesso, c’e’ parecchia gente. Preferisco piuttosto fermarmi, lungo il ritorno, alla pista che porta ad Olmsted Point. Una camminata di un paio d’ore che, come consuetudine, polverizzo in decisamente meno tempo. Arrivo in cime al dome e assaporo il panorama. Intanto, cos’e’ un dome? Non lo so, scientificamente. Credo sia sempre una montagna, quel che cambia e’ la sua forma ho idea. Non terminano con la classica punta aguzza dei monti. Piuttosto, finiscono per tondeggiare in cima, per poi spesso cadere bruscamente dall’altro lato. Sembra che sia una montagna che, come fosse fatta di fango, sia stata accarezzata con decisione quando il fango era ancora secco. L’effetto e’ questo: un declivo che scende regolarmente, non troppo aspramente da una parte, una cima tondeggiante e un ripidissimo precipizio dall’altra. Questo sembra essere un dome. E qui, a Yosemite, ci sono un sacco di dome. E’ la patria dei dome. E se ne vedono parecchi anche qui da Olmsted Point. Il piu’ spettacolare chiaramente, Half Dome. El Capitan, il piu’ ambito. Gli scalatori arrivano da ogni parte degli U.S.A. per conquistare queste montagne, che ad inizio secolo rappresentavano, con le loro pareti quasi perpendicolari e lisce, una sfida terribile mentre ora vengono scalate in un paio d’ore. Che progressi vero? Mentre giro su me’ stesso per ottenere il massimo da questo panorama a 360 gradi sul parco, e mi sento sul tetto d’America, butto l’occhio su un altro famoso albero di Yosemite. L’Olmsted tree, un vecchio tronco raggrinzito di un ex-albero, giace disteso sulla roccia bianca della vetta. Non e’ particolarmente bello, ne’ grande. Pare pero’ che sia uno degli alberi piu’ fotografati del mondo, l’ho letto da qualche parte. Sinceramente non riesco a darmi una plausibile spiegazione per tutto cio’, o forse individuo l’unica ragione nel fatto che il luogo sia molto battuto e molti scattino una foto al tronco d’albero. Crea un bel contrasto, fa da tramite fra il cielo blu e la nuda roccia, biancastra. Tutto qua. E dopo essermi aggiunto alla cerchia dei milioni che fotografano quell’albero, e ai milioni che si possono girare sui propri piedi e vedere, a 360 gradi, solo montagne, dome, cascate e foreste, dopo aver fatto tutto cio’, tiro un sospiro di soddisfazione, carico di soddisfazione, e mi avvio verso il parcheggio, corricchiando. Rischio di spezzarmi una caviglia mentre appoggio distrattamente un piede su una grossa radice, ma la dea bendata e’ dalla mia oggi e mi salvo fortunosamente. Ho ancora tante strade da camminare di fronte a me. In parcheggio odo un corvazzo (raven) emettere un suono stupido, buffo, diverso dal consueto gracchiare che si ode di solito. Lo imito schernendolo. E il pirla pare rispondermi, anche! Divertito, guido l’intera strada di Glacier Point all’indietro, per tornare sulla via principale che porta a Tunnel View e alla Yosemite Valley poi. Ho gia’ avuto un buon assaggio del parco, ma per quanto avevo letto gia’ a casa mi son fatto un’idea precisa: il meglio lo si ha piu’ a nord che si va (gran rima, peraltro). E il marker che definisce il vero, il definitivo ingresso nel parco di Yosemite lo scandisce indubbiamente Tunnel View. Il nome e’ scontato, come spessissimo capita con i nomi dati in territorio americano. Infatti, un paese che sorge a dieci miglia da una grossa cascata, si chiamera’ Big Falls. Uno che sorge ai piedi di una catena montuosa, si chiamera’ Foothills City. Uno locato in prossimita’ di una spiaggia con abbondanti palme, Palm Beach City. Ah, un lago frequentato da caribou ad esempio, ovviamente si chiama Caribou Lake. Di qui, provate a cercare Bear Lake negli USA. Ne troverete 2-3 per stato! E nemmeno i canadesi son poi cosi’ fantasiosi! Dicevo, Tunnel View. Il nome deriva dal fatto che per immergersi nella Yosemite Valley il turista deve guidare attraverso una galleria scavata nella montagna, alla cui uscita si trova di fronte anzitutto ad una ressa di turisti, pullman, auto e moto che raramente ha visto in vita sua in uno spazio cosi’ angusto. Poi, oltre alla marmaglia, alla vista “piu’ fotografata del mondo”. Cosi’ e’ descritto lo spettacolo che si apre di fronte agli occhi della gente, la Yosemite Valley in tutto il suo splendore, con lussureggianti foreste, Half Dome, El Capitan e Bridalveil Falls, tutti presenti a comporre uno dei quadri piu’ belli che Madre Natura abbia dipinto. Puoi rimanere ore ad ammirarlo. Ogni parte della giornata lo rende diverso. Il tramonto e’ scenico, l’alba quasi surreale, la neve aggiunge un pizzico di magico al tutto. Non fosse per la commercialita’ del posto – questi sono i pro ed i contro del massiccio turismo dei nostri tempi – sarebbe veramente unico, sublime. Mi accontento di uno sguardo, qualche foto, poi torno a cercare qualche sentiero dove isolarmi un po’. Non amo il turismo giappo-way.
Vediamo, dov’ero rimasto.. beh, non posso sbagliarmi! Ovviamente ero rimasto alla colazione! Ce l’ho in mente da un po’, l’ho addirittura programmata mentre ero a casa. Ho visto il posto in internet e non ho potuto fare a meno di includerlo nel viaggio. E’ questo il motivo per cui stamattina, tirandomi su dal letto, apro le tende e poso il mio sguardo su Fresno. Sono qui solo per addentare del cibo, nient’altro. Che meschino, direte. Non avete tutti i torti, ma, com’e’ che dicono.. allo stomaco non si comanda! Verissimo. Mi alzo bene oggi, riposato, contento della bella dormita. Sbrigo le operazioni di messa a punto dei bagagli e della mia persona in quattro e quattr’otto e sono giu’ dalle scale a rendere le chiavi alla reception. Mi metto in macchina alle 7.30, e’ domenica mattina, e mi dirigo verso il Batter Up Pancackes. L’idea mi venne mentre spulciavo in internet un sito contenente tutte le “eating challenges” d’America, divise per stati. Un posto dove puoi trovare locali che offrono hamburger da 2,5 libbre, burritos da 4, sandwich da 3 piedi o bistecche.. no il peso non lo dico, e’ un insulto al mondo bovino. Insomma, una vera miniera di sfide mangerecce pronte per i ciccioni o per i pazzi che desiderano infierire contro il proprio sistema digerente. Li’ mi sono imbattuto in questo locale, che propone un pancackes da 900 grammi circa, da condirsi con 4 ingredienti salati a scelta e da finirsi in 45 minuti. Ho cominciato a capire i miei limiti, quindi non mi sto dirigendo li’ con quest’obiettivo, sarebbe solo uno spreco di soldi (circa 35$ - un po’ troppi per una colazione). Mi sto comunque dirigendo li’ per assaggiare i loro famosi pancackes fatti al momento, con ingredienti scelti e un’ampia gamma di opzioni, che soddisfano tutti i gusti. L’unica volta che ho mangiato pancackes in un posto specializzato – la House of Pancacke – me la son goduta un sacco. Voglio replicare. All’entrata del locale vengo subito accolto da una gnoccona che mi fa accomodare con un sorriso stampato sulle labbra. In questi casi, se la gnoccona in oggetto mi domanda qualcosa, rispondo cose senza senso e con notevole ritardo. Rimango ammaliato dalla bellezza che osservo e le frasi escono dalla mia bocca sconnesse e senza tempismo. Dovro’ sembrar loro un pirla. Fortunatamente non mi domanda nulla se non se voglio del caffe’, al che mi e’ facile fare un cenno d’assenso con la testa. Mi salvo in calcio d’angolo, e dopo essermi ripreso dalla bambola temporanea, inizio a sfogliare il menu. Che potensa. Pancackes in ogni salsa, dolci, salati, dolci e salati, e poi omelettes, burritos, sandwiches. Un paradiso. Non mi faccio distrarre dalle altre creazioni, scelgo il mio cibo e mi reco alla cassa per ordinare (curioso). Il ragazzo, anch’egli giovane come la cameriera gnocca (sembra che qui tutti gli impiegati – cuochi a parte – vengano dal college. Non gli do piu’ di una ventina d’anni.) mi chiede cosa voglio. Io replico “A Sundae PancackeS”. Poi mi chiede se voglio singola o doppia razione di pancackes. Io, impavido, punto la doppia. Lui strabuzza gli occhi e mi chiede “Sei sicuro?”. Eh certo ragazzo, perche’ mai non dovrei esserlo? Mi spiega che e’ veramente tanta roba, e che lui nonn e’ riuscito a finirlo ad esempio, che ti uccide prima. Io lo ringrazio per il consiglio, gli dico che ne terro’ conto, ma che per ora continuo sulla mia strada. Pagando, gli do il via libera, ricevendo la sua stima. Mi accomodo al tavolo, un divanetto imbottito stile diners anni ’60, alla Fonzy, e sorseggiando il caffe’ leggo a proposito dello sciroppo d’acero, mentre aspetto. Vengo a sapere che esso e’ cosi’ costoso (diciamo tra i 6 e gli 8 dollari per 150-200ml circa) perche’ ci vuole la produzione annuale di succo di 4 alberi per ottenere un litro di sciroppo d’acero. Vuol dire che ogni milione di alberi d’acero produce 250mila litri di sciroppo all’anno. In America, secondo le mie stime, in un posto come questo, ogni giorno, vengono consumati dai 2 ai 4 litri di sciroppo. Fate un po’ voi il resto dei calcoli, se avete voglia, e ragionate sull’opportunita’ o meno di acquistare sciroppo d’acero diluito anziche’ puro. Mentre mi diverto a fare supposizioni del genere, arriva la bomba. Mi viene servita su un bel piattone e portata dalla gnoccona di prima. Stavolta non bado a lei pero’, ma al mio pancacke. Sono 4 strati, e sono ornati da una grossa palla di gelato alla vaniglia, da top all’amarena e da quelle caramelline minuscole tutte colorate che servono per decorare i dolci – che qui chiamano sprinkles. E’ una meraviglia, e devo farci una foto. Poi pero’, devo anche mangiarlo. Al primo morso, il giudizio e’ univoco: sublime, uno dei pancackes piu’ buoni che abbia mai mangiato. Se mi chiedete il giudizio sull’ultimo morso, ecco forse risponderei qualcosa come assassino. Ma andiamo avanti. Mentre mangio lanciato i primi bocconi, e assaporo ogni singolo gusto, passa un signore di mezz’eta’, robusto, che mi dice qualcosa tipo “Com’e’ mangiare una roba del genere?”. Da quelle parole capisco definitivamente che non devo aver scelto l’avversario piu’ facile, anzi. Mi sto misurando con un ottimo sfidante. Perche’ ogni pasto e’ una sfida, qui. E mangia e mangia, alla fine arrivo al livello in cui il cibo mi esce dalla bocca quando tento di ficcarlo dentro. Appendo la forchetta al chiodo, mi detergo le labbra e metto la parola fine su questo sporco, ma dolce, discorso. Avanzo un pezzo di pancackes di circa 6x9 cm (pensate a quanto fosse grande da intero!), e la cameriera, vedendolo, mi fa i complimenti per quanto fossi riuscito a mangiare. Incredibile. Avanzo cosi’ tanto e sono celebrato per l’impresa? Addirittura, che pochi arrivano fino a quel punto? Mah, stavolta pero’ non mi faccio troppi problemi e accetto i complimenti profusi. Eh, mi saro’ allenato a colpi di bacon & sausage per qualcosa no?! Faccio scattare dalla cameriera gnocca una foto celebrativa con me, il tipo alla cassa e un paio di altre cameriere – la gnocca e’ troppo gnocca per essere immortalata con la maglietta da lavoro, fuck. E non sa neanche fare una foto decente, tutta biancastra. Stendiamo un velo pietoso. Esco in volata verso la macchina, che ho gia’ perso troppo tempo con questa pantagruelica colazione. Dopo un pieno di benzene prendo la mia via verso l’ultimo parco nazionale della mia vacanza, il secondo piu’ atteso: Yosemite. La gente ne parla molto bene, ed anche se visitarlo in ottobre non e’ il massimo, offre comunque un sacco di spunti naturalistici. Sono ansioso di carpirne i segreti e gli aspetti piu’ belli. Guido tra le varie highway verso Nord, seguendo le indicazioni per il parco, e stando attento a non sforare i limiti. Di multe ne ho gia’ abbastanza. Il bello – anzi l’assurdo – e’ che se io rispetto i limiti, l’80% delle macchine mi supera. Da cui deduco che o io mio odometer e’ tarato con il culo, o l’80% della gente qui supera i limiti. E si becca multe? Non mi e’ dato a saperlo, anche se potrei pensare di documentarmi in merito. L’unica cosa che so e’ che l’unica volta in cui ho superato il limite di piu’ di 5 miglia orarie, mi son beccato una bella multa. Dannazione. Dopo un paio d’ore raggiungo il parco e mi immergo subito nelle foreste che lo caratterizzano. A sud, nel parco, si trova Wawona, con il Tunnel Tree e qualche altra peculiarita’, come il vecchio Wawona hotel che unisce un setting incantato a parecchi decenni di vita, che ne fanno un posto rustico ma raffinato dove trascorrere qualche giorno in montagna. Il Tunnel Tree e’ un’attrazione che mi sono segnato come “da visitare” prima di partire. Non ci sono ore da perderci, quanto piuttosto pochi minuti. Altro non e’ che una vecchia sequoia gigante che, come dice il nome, venne perforata alla base per rendere possibile il passaggio delle automobili. Questo avveniva nel lontano 1881, e porto’ fama ulteriore al parco di Yosemite (pronuncia YO-SE-MI-DI), attirando turisti smaniosi di provare la non comune esprienza di guidare un automobile attraverso un albero – e che albero! Purtroppo compiendo un’opera cosi’, l’albero designato va incontro alla morte. Prima o poi si indebolisce, anche se forse piu’ poi che prima. Nel caso del Tunnel Tree, o Wawona Tunnel Tree, la causa della caduta dell’albero fu non solo la sua morte, ma soprattutto un enorme cumulo di neve sulla sua enorme massa di rami e foglie. Si calcola che quasi due tonnellate di neve fecero cadere infine l’albero, nel 1969. Ora esso giace ancora immobile, nel parco, a testimoniare cosa comporta la stupidita’ umana. E ad attirare ancora tanti turisti che, come me, vogliono vedere l’enormita’ delle radici di una sequoia gigante. I miei piani pero’ vengono ancora scombussolati, perche’ improvvisamente realizzo che andare fin laggiu’ mi comporterebbe una perdita di tempo notevole, che preferirei impiegare piuttosto nell’esplorazione delle parti piu’ salienti del parco, o in qualche camminata. Dopo una consultazione con un ranger li a Wawona, che mi fornisce delucidazioni sui tempi di percorrenza delle strade del parco – cavolo, sembra poca la strada ma ci metti un sacco di tempo! – decido di partire subito per Glacier Road, la prossima meta. Abbandono definitivamente le sequoie in questo mio viaggio: non ci ho fatto magiche camminate solitarie, ispiranti, anche se ho percepito la spiritualita’ che questi boschi emanano. Non ho speso minuti ad “abbracciare” gli alberi, toccarli, vederli da piu’ vicino. No, non ho fatto quel che pensavo avrei fatto. Ma un giorno ci tornero’, e me la prendero’ con piu’ calma. Per il momento appunto, guido la Glacier Road, una deviazione verso l’interno del parco che, nell’arco di 45 minuti circa ti porta a Glacier Point. Da qui si gode di una fantastica vista sullo Yosemite Creek, oltre che sui monti circostanti. Pare ci sia anche, da qualche parte (io non lo vedo) uno spuntone di roccia che si staglia oltre l’orlo del precipizio, e dove parecchi pazzoidi ogni tanto – spesso anche nel passato – provano qualche numero, del tipo stare in equilibrio su 3 sedie instabili o qualcosa del genere. Insomma, rischiano la vita in un posto scenico in un parco nazionale bellissimo. Brividi! Non mi trattengo tanto a Glacier Point, anche perche’, dato il facile accesso, c’e’ parecchia gente. Preferisco piuttosto fermarmi, lungo il ritorno, alla pista che porta ad Olmsted Point. Una camminata di un paio d’ore che, come consuetudine, polverizzo in decisamente meno tempo. Arrivo in cime al dome e assaporo il panorama. Intanto, cos’e’ un dome? Non lo so, scientificamente. Credo sia sempre una montagna, quel che cambia e’ la sua forma ho idea. Non terminano con la classica punta aguzza dei monti. Piuttosto, finiscono per tondeggiare in cima, per poi spesso cadere bruscamente dall’altro lato. Sembra che sia una montagna che, come fosse fatta di fango, sia stata accarezzata con decisione quando il fango era ancora secco. L’effetto e’ questo: un declivo che scende regolarmente, non troppo aspramente da una parte, una cima tondeggiante e un ripidissimo precipizio dall’altra. Questo sembra essere un dome. E qui, a Yosemite, ci sono un sacco di dome. E’ la patria dei dome. E se ne vedono parecchi anche qui da Olmsted Point. Il piu’ spettacolare chiaramente, Half Dome. El Capitan, il piu’ ambito. Gli scalatori arrivano da ogni parte degli U.S.A. per conquistare queste montagne, che ad inizio secolo rappresentavano, con le loro pareti quasi perpendicolari e lisce, una sfida terribile mentre ora vengono scalate in un paio d’ore. Che progressi vero? Mentre giro su me’ stesso per ottenere il massimo da questo panorama a 360 gradi sul parco, e mi sento sul tetto d’America, butto l’occhio su un altro famoso albero di Yosemite. L’Olmsted tree, un vecchio tronco raggrinzito di un ex-albero, giace disteso sulla roccia bianca della vetta. Non e’ particolarmente bello, ne’ grande. Pare pero’ che sia uno degli alberi piu’ fotografati del mondo, l’ho letto da qualche parte. Sinceramente non riesco a darmi una plausibile spiegazione per tutto cio’, o forse individuo l’unica ragione nel fatto che il luogo sia molto battuto e molti scattino una foto al tronco d’albero. Crea un bel contrasto, fa da tramite fra il cielo blu e la nuda roccia, biancastra. Tutto qua. E dopo essermi aggiunto alla cerchia dei milioni che fotografano quell’albero, e ai milioni che si possono girare sui propri piedi e vedere, a 360 gradi, solo montagne, dome, cascate e foreste, dopo aver fatto tutto cio’, tiro un sospiro di soddisfazione, carico di soddisfazione, e mi avvio verso il parcheggio, corricchiando. Rischio di spezzarmi una caviglia mentre appoggio distrattamente un piede su una grossa radice, ma la dea bendata e’ dalla mia oggi e mi salvo fortunosamente. Ho ancora tante strade da camminare di fronte a me. In parcheggio odo un corvazzo (raven) emettere un suono stupido, buffo, diverso dal consueto gracchiare che si ode di solito. Lo imito schernendolo. E il pirla pare rispondermi, anche! Divertito, guido l’intera strada di Glacier Point all’indietro, per tornare sulla via principale che porta a Tunnel View e alla Yosemite Valley poi. Ho gia’ avuto un buon assaggio del parco, ma per quanto avevo letto gia’ a casa mi son fatto un’idea precisa: il meglio lo si ha piu’ a nord che si va (gran rima, peraltro). E il marker che definisce il vero, il definitivo ingresso nel parco di Yosemite lo scandisce indubbiamente Tunnel View. Il nome e’ scontato, come spessissimo capita con i nomi dati in territorio americano. Infatti, un paese che sorge a dieci miglia da una grossa cascata, si chiamera’ Big Falls. Uno che sorge ai piedi di una catena montuosa, si chiamera’ Foothills City. Uno locato in prossimita’ di una spiaggia con abbondanti palme, Palm Beach City. Ah, un lago frequentato da caribou ad esempio, ovviamente si chiama Caribou Lake. Di qui, provate a cercare Bear Lake negli USA. Ne troverete 2-3 per stato! E nemmeno i canadesi son poi cosi’ fantasiosi! Dicevo, Tunnel View. Il nome deriva dal fatto che per immergersi nella Yosemite Valley il turista deve guidare attraverso una galleria scavata nella montagna, alla cui uscita si trova di fronte anzitutto ad una ressa di turisti, pullman, auto e moto che raramente ha visto in vita sua in uno spazio cosi’ angusto. Poi, oltre alla marmaglia, alla vista “piu’ fotografata del mondo”. Cosi’ e’ descritto lo spettacolo che si apre di fronte agli occhi della gente, la Yosemite Valley in tutto il suo splendore, con lussureggianti foreste, Half Dome, El Capitan e Bridalveil Falls, tutti presenti a comporre uno dei quadri piu’ belli che Madre Natura abbia dipinto. Puoi rimanere ore ad ammirarlo. Ogni parte della giornata lo rende diverso. Il tramonto e’ scenico, l’alba quasi surreale, la neve aggiunge un pizzico di magico al tutto. Non fosse per la commercialita’ del posto – questi sono i pro ed i contro del massiccio turismo dei nostri tempi – sarebbe veramente unico, sublime. Mi accontento di uno sguardo, qualche foto, poi torno a cercare qualche sentiero dove isolarmi un po’. Non amo il turismo giappo-way.
domenica 6 novembre 2011
Tra orsi e sogni di pancackes - pt.2
Perche’ poi questo nome, General Highway? Ebbene, l’albero piu’ grosso del mondo, e il suo “fratellino”, sono stati rinominati ad eterna memoria di due celebri personaggi storici, entrambi generali dell’esercito nordista durante la Guerra di Secessione Americana. Gia’ eroi in vita, gia’ coronati con imperitura memoria, hanno avuto l’onore di esser associati agli alberi piu’ grossi del mondo. Si tratta di W.T.Sherman e P.H.Sheridan. A Sherman, colui che porto’ un colpo al cuore della Confederazione penetrando in Georgia e nelle Caroline, e’ stato dedicato il piu’ grande, il numero uno, the General Sherman tree. L’albero piu’ grosso del mondo, quello davanti al cui cartello, posato quasi sommessamente a terra, posano milioni di persone ogni anno. A Sheridan, il generale che fece terra bruciata della fertile valle dello Shenandoah, e’ andato il secondo. La strada che collega questi due maestosi alberi dunque, e’ detta General Highway. Scontato. Mi fermo al parcheggio per intraprendere la breve camminata allo Sherman. Guardingo, ma evidentemente rasserenato dalla presenza di tanti visitatori, guadagno il fondo valle e ammiro l’enormita’ dello spettacolo che mi si prospetta davanti. Questo e’ un albero, penso, che ha vissuto millenni. C’era quando i cavalieri medievali si sfidavano a singolar tenzone. C’era quando Gesu’ dettava i comandamenti. C’era quando gli egizi costruivano le prime piramidi. Pazzesco, quasi da non crederci. E chissa’ quanto ancora vivranno. In realta’, sentivo dire, alcuni di questi enormi alberi sono gia’ morti. Nel senso che non cresceranno ancora per molto, o non cresceranno proprio piu’. Solo che nemmeno cadranno per un bel pezzo. Ricordando un saggio modo di dire da patronato (Grette docet) “No gavemo vita da vivere!” (per vederli cadere). Mi aggiro col naso all’insu’ per qualche centinaio di metri. Se non ci fosse altra gente, credo mi sentirei o in paradiso o nell’aldila’ in genere. L’effetto creato dai pochi raggi di luce che penetrano gli spessi, alti strati di foglie, e’ veramente qualcosa di indescrivibile. Non so, come sbattere la testa su un muro, svenire, e.. questo e’ il posto dove potrei pensare di risvegliarmi. Senza parole, perche’ non ci sono parole per definire Madre Natura in questi casi (a volte un silenzio vale piu’ di mille parole, dicono) torno al parcheggio. Il fresco sulla pelle – sono ancora in maniche corte, uno dei pochi – mi fa rabbrividire. Contemporaneamente, ringrazio lassu’ per aver potuto vedere anche questo spettacolo. Gli alberi piu’ grossi al mondo. Credo di potermi ad ogni modo ritenere fortunato, e per questo sono profondamente grato. In parcheggio invece, prendo un’altra, triste decisione: saltare tutto il resto del parco. Purtroppo, dopo uno sguardo all’orologio, realizzo di essere in ritardo mannaro rispetto alla tabella di marcia, qualora volessi dormire a Fresno. E ci voglio dormire. Piu’ che altro anche perche’ prima non c’e’ granche’. Ah, e poi perche’ per domattina ho in programma un superevento culinario che non vorrei dover saltare! E’ la seconda difficile decisione della giornata, che mi dimostra quanto male avessi programmato questo giorno. Troppe cose da vedere, troppa strada. Quel che induce a commettere questo tipo di errori, almeno allo scrittore, e’ la filosofia del “Forse ci andrai una volta nella vita, perche’ perdersi posti tutto sommato vicini?”. Il fatto e’ che in America la parola “vicino” puo’ voler dire un centinaio di chilometri o piu’. Quindi, non minuti, ma ore di strada. E questo, ovviamente, scombussola i piani non di poco. Sono costretto a perdere il generale Sherman e tutti gli altri maestosi alberi che dimorano nei sequoia grooves piu’ remoti della foresta. Anche perche’, l’oscurita’ incalza. Sono circa le 5 del pomeriggio, e il sole calante, e la poca luminosita’ che raggiunge il suolo, contribuiscono a dare gia’ un’atmosfera serale al parco. Guido verso nord, per uscire dal parco, al trotto. Poi ad un certo punto, duecento metri davanti a me, nel bel mezzo di una curva a sinistra, vedo una macchina ferma sulla strada. Dal finestrino anteriore, lato passeggero, sbuca una donna con in mano una macchina fotografica, che scatta una foto e, forse allarmata dal mio incombere, rientra e ordina al conducente di partire. Mi attivo subito per cercare di capire cosa stessa fotografando. BUM. Vedo una macchia marrone decisamente grossa nell’immediato sottobosco, seguito a breve distanza da una piu’ piccola. Sono una madre e un cucciolo d’orso. Non ci vedo piu’. Inchiodo praticamente quasi in mezzo alla strada, aggiusto un attimo le ruote e, avendo cura di lasciar la macchina accesa, monto in tutta fretta il 300x sulla reflex ed apro la portiera. Esco. Ho le mani che tremano, tanta e’ l’emozione nel vedere per la prima volta, da cosi’ vicino – i plantigradi saranno a una dozzina di metri in linea d’aria – una madre orso e il suo cucciolo. Il loro pelo e’ marrone, tanto che l’occhio di uno sprovveduto nonche’ ignorante li scambierebbe per grizzly. Io SO che i grizzly in California non li vedono piu’ dalla fine del secolo scorso oramai (intendo il 1800) quindi mi sento piu’ al sicuro a stare ad una distanza cosi’ ravvicinata. E’ risaputo anche che spesse volte gli orsi neri, soprattutto da piccoli, mantengono una peluria marrone. Non so spiegarvi il motivo, possa io esser perdonato. Mando in Svizzera ogni discussione su peli e tonalita’ e penso a immortalare la scena. Piccolo particolare: non vedo piu’ la madre. Certo, la mia posizione non e’ facile: sono in mezzo alla strada, con la portiera semiaperta e una reflex da regolare. Cerco di fare alla svelta, non creandomi pare mentali comunque comprensibili. Setto un po’ a casaccio e scatto sul piccolo, foto che risulta piuttosto scura. Shit. Cambio di nuovo i settaggi per ottenere una foto piu’ luminosa, ma non e’ facile con l’oscurita’ del sottobosco, volendo evitare di ottenere solamente un soggetto mosso. Nel mentre, getto l’occhio davanti a me e ancora nessun segno della madre. Potrebbe essere dall’altra parte della macchina e io non me ne potrei accorgere, essendo posato con le braccia sul tettuccio per usarlo come “stabilizzatore”. Nel mentre in cui sto contemporaneamente spegnendo le mie quasi paure e accingendomi a scattare la seconda foto, sento un clacson che mi strombazza alle spalle. So di essere nel torto, e prima mimo un gesto di scuse, per subito dopo indicare l’evento prodigioso per cui ero fermo a creare quella situazione poco “stradalmente ortodossa”. Niente, lo stronzo non afferra e suona ancora, con insistenza. Allorche’, da buon italiano, mi giro gia’ col braccio alzato per mandarlo felicemente a fare in culo, quando realizzo con la coda dell’occhio che altro non e’ che un ranger. Puttana eva, ecco un’altra multa in arrivo. No, non puo’ andare cosi’. Fermo il mio braccio pernicioso e completo il gesto andando a far finta di aggiustarmi i capelli, e chiedo ancora scusa al ranger. Il quale pero’ non ne vuol sapere e, aperto il finestrino, mi dice in tono molto istituzionale: “Sir, this is a federal highway. There’s no reason to stop on a federal highway. Even a bear with a cub is not a good reason to stop. Please move on”. Oh fanculo, tutte a me. Mio malgrado, con i lacrimoni agli occhi, ritorno mestamente in macchina e riordino il casino, pronto a ripartire. Non vedro’ piu’ orsi fino alla fine del viaggio. La mia unica occasione, vanificata dall’assenza di piazzole di sosta e da un ranger stronzo. Merda. I primi istanti guido in cerca di un possibile spiazzo dove lasciare la macchina, per poi tentare la missione suicida raggiungendo gli orsi a piedi, lungo la strada. Ma di spiazzi, anfratti, buchi nemmeno l’ombra. Quindi, guido per svariati minuti con lo sguardo nel vuoto, la mente che vagava tra il ricordo dell’immagine dei due plantigradi e le parole del ranger. “This is a federal highway”. “Puo’ essere anche il marciapiede della Casa Bianca ma io per un orso mi fermo anche li’”, avrei voluto dirgli. Cosi’, tristemente, un cosi’ fortunato incontro si e’ trasformato in una delusione spaziale, con una sola, scura foto scattata e un rimbrotto da un ranger. In piu’, la paura di dover lasciare un’altra, consistente parte dello stipendio in tasca al governo federale. Questa poi la evito piu’ che volentieri. Ora, tanto vale accelerare al massimo. Facendo sempre attenzione alle curve – non capita raramente che orsi vengano investiti e uccisi per eccesso di velocita’ nei parchi – guido veloce verso l’uscita, dove giungo attorno alle 6 di sera. I colori iniziano a sfumare, e il paesaggio torna di nuovo fosco. Ciononostante, le colline della zona, ai piedi delle Sierras, sono magnifiche. Dolci e tondeggianti monti si ergono sulle pianure coltivate della California interna, e mi riportano alla mente le belle Highlands scozzesi. I massicci montuosi formano, con qualche isolato albero e delle altrettanto isolate fattorie sparse qui e li’, uno scenario bucolico ammaliante, suggestivo, amplificato dalla maestria di Madre Natura che tinge il tutto di colori che vanno dal giallino all’arancione del cielo, e dal verde scuro al violaceo sulla terra. Mi devo fermare lungo una curva, per contemplare questo scorcio cosi’ sereno, cosi’ gradevole da ammirare. Sono quei momenti in cui anche se hai una bomba in mano che sta per esplodere, la lasci perdere, te la tieni in mano e, con un sospiro liberatorio, gli occhi tranquilli, la lasci esplodere. Ti senti a posto. Questo e’ lo stato d’animo, la sensazione che sento mentre guido da Pahrump, all’uscita del parco fino a Fresno. Non ci sono posti dove stare – ed e’ un peccato, perche’ una notte in campagna me la sarei proprio fatta volentieri. Ma conservo un ricordo estremamente positivo di quella piccola porzione di California, discreta, agricola, dolce come i frutti che produce. Quando arrivo a poche miglia da Fresno, il cielo e’ di un rosso fuoco che mette i brividi. Spingo sull’acceleratore per accorciare la sofferenza del guidare di notte senza conoscere i posti. Devo anche trovare 2 posti: uno dove mangiare e uno dove dormire. Bella sfida. Prendo un’uscita quasi a casaccio dalla highway, seguendo quel che ricordavo essere l’indirizzo del mio appuntamento culinario del giorno seguente. Salvo poi rendermi conto che, sul quella strada, non c’e’ nulla. E’ un fottuto quartiere residenziale dove non c’e’ nemmeno l’ombra di un motel. Guido avanti e indietro, nell’oscurita’, per un quarto d’ora, fino a quando non decido di chiedere informazioni a due ragazzetti quasi coetanei che bazzicano un benzinaio. Li’ i benzinai sono molto piu’ interessanti dei nostri. Anzi, a dire il vero i nostri NON sono posti interessanti, i lor si. Puoi trovarci giornali, riviste, cibo di ogni fattura, anche appena riscaldato, bibite, robaccia di vario genere. Sono dei piccoli supermercati, dei mini-market. Affascinanti. I due tipi in questione sono li’ per acquistare del junk food, e alla mia domanda rispondono – ormai ci sono avvezzo e ci conto! – tirando fuori l’Iphone e indicandomi su GoogleMaps come si arriva a destinazione. Le loro manacce sporche di smorcia di bici mi indicano la via. Ringrazio, premurandomi di non stringer loro la mano, e provo a ricordarmi le indicazioni. Arrivo a destinazione un altro quarto d’ora dopo. Ma dove? Arrivo al posto che visitero’ domani a colazione. Speravo di arrivar qui e trovare motel su motel nelle vicinanze, ma ho fatto un clamoroso buco nell’acqua. E comincio a perdere la pazienza. Sale lo sconforto, misto a rabbia. Decido di fermarmi a meditare davanti ad una buona cenetta, e siccome ho un certo languorino andante verso la pizza, mi fermo dal fido Pizza Hut. Era da un paio di sere fa, da quando ho preso quella semi deludente pizza a Springdale, che conservavo negli angoli remoti del mio stomaco una voglia di pizza seria. Per me, sapete, pizza serie in America equivale a Meat Lover’s di Pizza Hut, nothing else. Cosi’, parcheggio la mia Cubo Car e guadagno la via della cassa. Il momento e’ aulico. Chiedo, memore delle precedenti esperienze quasi mortali con le pizze medium size in America, una Meat Lover’s small, addirittura senza bordi riempiti di formaggio fuso (la Meat Lovers di per se’ annovera fra i condimenti: salamino, prosciutto, carne di manzo, bacon e salsiccia). Il cassiere mi dice: allo stesso prezzo (8$, ndr) posso darti una pizza uguale ma medium size. E io, cosa gli rispondo?! Mi sento in dovere morale di dirgli si. Suvvia, siamo in uno dei paesi al mondo in cui si spreca di piu’, vorrei dire IL PAESE in cui si spreca di piu’, soprattutto in quanto a cibo. Posso io esimermi? Posso io evitare di avanzare 3 fette di pizza e di sentirmi pieno come raramente prima? Posso io invece accontentarmi di una misera pizza small e finirla senza problemi??! No gente, niente di tutto cio’. Do l’ok al cassiere e vado per la medium. Paese che vai, usanze che trovi dicono. E io non mi astengo dal praticare le tradizioni di questa terra, anche se stavolta e’ la poco nobile tradizione dello spreco di cibo. Che poi in realta’ non e’ che gli americani sprechino cibo, anzi, son molto migliori di noi da questo punto di vista. E’ che col cibo che mangia un americano medio in un anno vivrebbero diec’anni due bambini africani! Fatta la difficile scelta mi accomodo al tavolo e mi gusto la pizza davanti ad una partita di college football in tv. E’ un peccato che debba vedere la partita in tv, perche’ qui a Fresno, cittadina universitaria e casa dei Fresno State Bulldogs di football, si sta giocando in questi momenti una partita fra l’appena citata squadra locale e Ole Miss, squadra della University of Mississippi. Fuori i giovani (e anche i grandi) passeggiano per le strade vicino allo stadio e sono dentro e fuori ad incitare la loro squadra, ed io sono qui dentro si a mangiare una buona pizza, ma anche a rodermi dentro per il motel, e non posso assaporare questo bel clima universitario. Tipico americano, quello da film. Shit. Almeno, vedo realizzarsi un piccolo miracolo anche oggi. Un gentile, nobile cameriere a cui chiedo informazioni su motel fantasma in zona, mi aiuta. Pensate, dicendomi che e’ in pausa quindi non lo disturbo affatto, prima cerca in internet dal suo telefono un paio di posti, i piu’ vicini, e poi mi fa chiamare sempre dal suo telefono per riservare la stanza! Io quasi non ci credo. Non credo lo farei io per un turista. Si e no che saprei dargli informazioni corrette. Lui invece, gli americani invece, sono cosi’. Nobili. Commosso, lo ringrazio di cuore e mi avvio verso il posto dove ho riservato la stanza, lo University Inn che, come suggerisce il nome, si trova giusto di fronte alla CSUF, California State University, Fresno. Bel nome. SI-ES-IU-EF. Melodico. Poco dopo sono sul posto, carico di valige e ciarpame vario come uno sherpa, a pagare la notte prenotata. Non troppo poi, anche se non delle piu’ economiche. Arrivo in camera distrutto, stanco piu’ psichicamente che fisicamente, e mi abbandono al calduccio delle coperte anche se fuori non si muore dal freddo, anzi si sta in infradito. Pochi minuti dopo sto gia’ sognando pancackes.
giovedì 3 novembre 2011
Tra orsi e sogni di pancackes - pt.1
Diciamo che tenere il culo attaccato al sedile della macchina per una giornata quasi intera non genera granche’ di interessante da scrivere. Questo pero’ e’ quel che prevede la mia agenda odierna: macinare chilometri su chilometri. Ma tanti anche. Il piano che avevo studiato a tavolino, a casa, nella remota Padova, prevedeva di guidare da Las Vegas, NV, a Fresno, CA o alla peggio nei dintorni nord del parco di Sequoia, sempre in California. Per di piu’, durante questo tragitto, avrei dovuto trovare il tempo per portare la mia macchina nel bel mezzo della Death Valley, a Furnace Creek, a Zabriskie Point, e magari a Dante’s View. Non prima di esser passati a dare un occhio all’immensa Hoover Dam. Poi, ovviamente, una rapida esplorazione del parco di Sequoia, condita da un paio di brevi hikes di una mezzoretta cadauna. Dove voglio arrivare? Avevo redatto un piano del cazzo. Tutto qua. Volevo fare qualcosa come 6-700 chilometri in strade in cui non si superano mediamente gli 80-85 orari e, per giunta, trovare il tempo di fermarmi a camminare un’oretta qui e una li, in uno dei posti piu’ caldi del pianeta e in uno dei boschi piu’ magnifici del pianeta. Un po’ azzardato. A Vegas mi sveglio tardi, mi concedo il meritato, prolungato riposo che andavo cercando da parecchi giorni – forse dall’arrivo frenetico di giovedi’ scorso. La notte e’ trascorsa molto piacevolmente, le coperte ricamate del mio lettone matrimoniale mi hanno coccolato per tutto il sonno, e ho recuperato preziose energie. Nonostante dormirei volentieri qualche altra ora – chi mi conosce bene sa che non mi sarebbe difficile – mi faccio coraggio e dopo essermi vestito, lascio la mia regale camera e mi avvio giu’ per il regale corridoio, alla regale reception e restituisco le chiavi, ponendo di fatto fine alla mia regale esperienza e divenendo ora un normale turista come gli altri e non piu’ un cliente dell’hotel. Decido di fare una colazione un po’ piu’ sana quest’oggi, complice il fatto di non aver in programma grossi dispendi energetici che implichino grossi carichi di cibo. Mi fermo al baretto – uno dei tanti – davanti alla reception, dentro l’hotel (mi piace questa comodita’ cavolo!). Prendo una grossa pasta/brioche con crema al formaggio, un barattolo di frutta fresca mista di boh, mezzo chilo, uno yogurt alla pesca e un cappuccino medio. Mi appollaio su quelle alte sedie a trespolo, e, sentendomi un pappagallo, mischio lo yogurt alla frutta e azzanno il cibo acquistato. Non pensavo sarei caduto cosi’ in basso, ma dopo spanzate di fritto, formaggio, proteine carnose, non riesco a finire appena MEZZO CHILO di frutta e yogurt e una pasta. Cioe’, finisco la pasta, ma non tutta la frutta, scoppio. Disonorato, privato anche dell’ultima traccia d’onore, getto gli avanzi nel trash can e me ne vado. Fanculo. Mi riapproprio della mia macchina/campo profughi ambulante (perche’ cosi’ e’, lo dico ogni viaggio, continuo sempre a farlo, e sempre continuero’ a riportarlo). Ieri sera l’avevo lasciata in fretta e furia sotto una notevole pioggia. Ora sono di nuovo alla guida, verso il deserto, verso l’aridita’ che circonda quest’oasi di gioco e luci. E il colpo d’occhio lascia a bocca aperta. Mano a mano che la strip termina, che i sobborghi terminano, che la civilta’ fatta di casino, hotel, viali ornati di palme e fontane d’acqua, il deserto prende corpo. La strada si incunea in una piana arida, priva di vegetazione, di edifici, di altre strade. Si guida in un’enorme pianura con ai lati solo deserto, tanto deserto, e sullo sfondo, alte montagne. Da una parte le alture della Death Valley, dall’altra sconosciuti picchi che creano un contrasto quasi surreale con il colore dorato della sabbia e della polvere. E’ stupefacente, nonche’ incredibilmente suggestivo, guidare in un posto cosi’. Ricorda un po’ quelle pubblicita’ delle macchine superfighe, che vengono spinte al top in deserti come questo. Sembra di essere in the middle of nowhere, non fosse avere Vegas a poche miglia dietro di se’. Ogni tanto, per spezzare le fantasie di chi guida immerso qui dentro, a pensarsi con la macchina in panne sorvolato dagli avvoltoi, ecco piccole oasi fatte di un, solo, enorme hotel con il solito, annesso, enorme casino. Sembrano addirittura piu’ enormi di quelli della strip. Chiaramente hanno piu’ spazio attorno a loro, e, penso, per far fermare un turista li in mezzo al nulla dovranno avere qualcosa di speciale. Probabilmente le dimensioni, probabilmente le chance di vincere ai casino, o probabilmente chissa’ che diavolo andra’ in scena all’interno di quelle strutture. Mah. Per il resto, panorama a parte – cosa che anch’essa dopo un po’ scompare a causa della conformazione della strada – la giornata si fa tediosa. Guidare tanto dopo giorni e giorni puo’ risultare difficile, conosco a memoria le canzoni e il loro ordine nel mio Ipod, e le stazioni radio americane sono note per non essere la fine del mondo. Mi avvio ad un lungo silenzio. Potrei parlarvi, per coprire un buco di qualche ora, delle targhe delle macchine, della vegetazione del deserto, di come ho pisciato sotto un ponte in una highway correndo il rischio di esser tratto in arresto. Si insomma, poca roba. Una cosa invece da registrare e’ un adesivo che ho letto, attaccato al rimorchio di un camion. “Senza i camion, l’America si ferma”, cosi’ recitava. E c’e’ un notevole fondo di verita’. Credo che il rapporto tra camion e macchine in America sia di 1:8-10. Qui sara’ di quanto, 1:20-25-30??! Son calcoli difficili e di cui peraltro non mi interessa una mazza sapere il risultato, lo dico solo per rendervi un’idea e per passarvi un concetto: in America il traffico su camion e’ davvero pesante, il camion e’ quasi un’istituzione ed effettivamente, se si fermassero, rovinerebbero il paese. Piu’ avanti lungo la strada, quando realizzo che non riusciro’ mai a realizzare il piano che mi ero preposto, prendo una triste ma necessaria decisione, una di quelle decisioni che stringono il cuore ma che solo i saggi e forti riescono a prendere: saltero’ la Death Valley. Mi prenderebbe almeno un ora in piu’ di guida, senza contare eventuali ma sicuri stop. Arriverei a destinazione con i lupi alle calcagna, e se non arrivassi a destinazione, perderei tempo prezioso per i giorni futuri. La scelta, per quanto dura, e’ da prendersi. Ma, realizzo sempre fra me e me, dev’essere stato un bel posto. Mi riprometto di tornarci – e lo faro’ – perche’ dall’assaggio che ne ho avuto mi e’ piaciuta. Alte vette, non obiettivamente ma solo a confronto con la piattezza del deserto circostante, fanno da contorno e da centro ad una steppa arida che fa registrare il punto geografico piu’ basso del Nord America, 67 metri SOTTO il livello del mare. Dante’s View poi, leggevo, pare sia stata denominata cosi’ perche’ molto rassomigliante alla visione che Dante dipinse del suo inferno. Beh, anche se non si tratta del Paradiso, non dev’essere un posto da perdere. Mi dico che l’ho mancato di poco stavolta, ma la prossima volta non sbagliero’, e’ una promessa. Miglio dopo miglio, il paesaggio si appiattisce sempre piu’. Si sa che guidare lungo una highway americana spesso e’ sinonimo di noia mortale. QUESTO e’ un tratto di strada che rispecchia questa credenza. Da Bakersfield a Three Rivers, entrambi in California ovviamente, i posti fanno vomitare. L’ho detto raramente in merito ai miei amati U.S., ma non posso esimermi stavolta, non sarei obiettivo. Vi sconsiglio di passare di qui in vacanza, di soggiornarci e tantomeno viverci. E’ un susseguirsi di postacci: latifondi a fragole o chissa’ cos’altro, qualche ruinasso o insieme di industrie. In piu’, un persistente e schifosissimo strato di foschia che non ti fa vedere piu’ di una ventina di chilometri all’orizzonte. Bah. Uno dei motivi per cui odiare la California. Gli unici spunti divertenti sono alcune fattorie che producono frutta. Fragole, ad esempio. Tramite i soliti millecinquecento cartelli per metro quadro, invitano la gente a fermarsi, spendere del tempo a raccogliere per conto proprio la frutta necessaria per poi pagare a peso il raccolto e tornare a casa non solo con i prodotti della madre terra, ma anche con una bella esperienza agricola alle spalle. Bea roba. Immagino, per turisti che o non sanno un cazzo di tutto cio’ che il resto del paese ha da offrire, o che sono in giro da anni e hanno ormai provato e visto tutto il possibile immaginabile. Un’ultima spiaggia. Tiro avanti deciso, deciso a superare questi obbrobri e questa maledetta foschia. La quale non mi lascia respiro e visibilita’ che a 5 miglia dal parco di Sequoia. Vedo le montagne solo quando ne imbocco le strade ai piedi, ormai deluso e disilluso sui panorami da ammirarsi nella giornata. Mi ero rassegnato a vedere foschia e declivi brulli fino al tramonto. Finalmente, quando sto per perdere la pazienza, entro nel parco. Foschi presagi mi avvertono – potrei rischiare di trovarmi in un traffic jam anche se e’ sabato, e so bene quanto un traffic jam possa tenerti fermo, in un parco nazionale – quindi inizio a percorrere la strada verso nord con un po’ di apprensione. Inoltre, mi metto in clima orso. Di qui all’uscita del parco di Yosemite, prossima meta, le Sierras sono l’habitat principale dell’orso bruno americano, orso nero per intenderci. Non e’ paragonabile al grizzly, da cui perde mediamente una ventina di centimetri al garrese (o all’orsese?) e anche un paio di centinaia di chili di peso. Non ha le stesse, potentissime zampe e mascelle. Non ha la stessa aggressivita’. Ma come tutti gli orsi, ha parecchie cose in comune con il cugino piu’ grande. Primo, una potenza comunque notevolissima. Un umano non puo’ resistere, se non armato. Secondo, un fiuto incredibile, che gli consente di scoprire una mela dentro uno zaino chiuso in una macchina, per esempio. Terzo, il fatto che, se decide che ha fame e che vuole mangiare carne, e punta un essere umano, beh, non vedo bei momenti per quella persona. Ci sono molte testimonianze di attacchi anche di orsi neri ad esseri umani. Essi vengono fatti, a differenza dei grizzly che spesso attaccano per proteggere i cuccioli, quindi per difesa, per pura predazione. Un orso nero non attacca per difesa, piuttosto e’ propenso a scappare, magari arrampicandosi su un albero. Quando attacca, sprattutto i grossi maschi, lo fa per uccidere, per fame, per necessita’. E cosi’, capita che qualcuno perda le stracce anche per causa di un orso nero. Non sono solo gli enormi grizzly, quelli d’Alaska, che per difendere i cuccioli sbranano qualcuno e poi lo lasciano li mezzo morto. Sono animali che, a seconda dell’abbondanza di altri pasti (cacciagione, ma soprattutto bacche e frutti) possono puntare anche spuntini un po’ meno usuali: gli esseri umani. Per questi motivi, e perche’ essi mi sono ricordati da ogni benedetto cartello presente nel parco, attivo la modalita’ orso che prevede il sotterramento dei miei profumatissimi chewingum e di dentifricio e deodorante sotto qualche quintale di vestiti, dentro la valigia. Poi, attenzione al massimo. Pisciare nel primo cesso disponibile nel parco, diventa una specie di missione ad alto rischio per il Manu bear-mode. Patetico. Rientrato in macchina e disposte le misure di sicurezza temporanee, comunque realmente necessarie per evitare possibili brutte sorprese, riparto alla volta del mio obiettivo: i boschi di sequoie. Guido per un paesaggio che non sembra poi cosi’ diverso da brulli declivi visti poco prima. Inizio a spazientirmi, perche’ non vedo sequoie. Anzi, vedo macchine ferme in coda. Damn it! Un semaforo grande come un frigorifero tiene ferme quelle che per ora sono una decina di macchine, cosa che mi suggerisce che la lagna e’ appena iniziata. Spengo subito il motore, apro la portiera e mi preparo ad un’attesa di molteplici, indefiniti minuti (un cartello sotto il frigorifero, della grandezza di un paio di microonde, mi avvisa che i ritardi possono essere anche di mezzora!). Esploro con sguardo attento i dintorni, concentrato nella ricerca di una grossa macchia nera che si muove furtiva nella vegetazione. Il massimo che riesco a localizzare pero’, e’ il solito squirrel. Vedro’ tempi migliori, e piu’ emozionanti. Dopo 10 minuti ricevo il via libera e riprendo a guidare, su strade sotto manutenzione ma perlomeno con una vegetazione che muta. Piano piano la foresta si infittisce, si scurisce, e il paesaggio assume un aspetto piu’ gradevole, seppur un po’ piu’ tetro, spettrale. Gli alberi sono piu’ alti, fanno filtrare meno luce, e quella che passa crea strani giochi di luci ed ombre che fanno sembrare la foresta, un luogo incantato, magico. E cosi’, magicamente, vedo la mia prima sequoia. Devo premettere che non capisco una ceppa di botanica, ne’ so riconoscere un pioppo da un faggio o un castagno. Ma e’ impossibile non riconoscere una sequoia. Anzi, una sequoia gigante! Quelli che ho davanti sono gli alberi piu’ grossi del mondo – e uso la parola grossi non a caso. Non sono i piu’ alti, quelli si trovano nel parco di Redwood, sempre (guarda un po’) negli Stati Uniti e sempre in California, qualche centinaio di miglia a nord-ovest, sulla costa. Questi invece sono gli alberi che hanno la mole – tronco, rami, foglie – piu’ grossa del pianeta. Il parco, istituito nel 1890 (il primo parco, Yellowstone, veniva fondato grazie a Dio nel 1872) raccoglie tante enormi sequoie giganti del Nord America, i cui tronchi rossi, larghissimi, che sembrano quasi di plastica, sono inconfondibili anche per un caprone in quanto a botanica come lo scrivente. Inizialmente vedo solo qualche albero, uno dei quali in mezzo alla strada, bello, prorompente, a dividere le due corsie di marcia. Bell’idea! Poi, mano a mano che ci si inoltra nel fitto della foresta, percorrendo la General Highway, si arriva al clou.
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