sabato 15 ottobre 2011

Una meraviglia della natura

La notte e' passata piu' o meno tranquilla. Tranquilla, se escludo il freddo assassino che e' progressivamente calato su noi campeggiatori di quota (2133 metri per esser precisi), e il suolo gibboso ed accidentato che ha malandato le mie povere ossa. Il freddo, per dare una descrizione particolareggiata, ha fatto si che gradualmente indossassi calzini, pantaloni lunghi, maglione, berretto in aggiunta al layer con cui ero partito, ovvero maglia termica Kipsta e pantaloncini corti. All'inizio dentro al nuovo sacco a pelo comprato si stava benissimo! Col senno di poi, era un tepore momentaneo. Il freddo sarebbe stato cosi' intenso da costringermi a svariate serie di flessioni appena alzato, per non farmi battere i denti! (L'acqua comunque non si era ghiacciata, quindi posso ipotizzare una temperatura tra i 2 ed i 4 gradi) Il suolo invece, pessimo. Avevo una pigna a destra ed un sasso a sinistra, ogni volta che mi giravo - ed io lo faccio spesso - erano bestemmie ed ero costretto a dormire in una striscia di terra d far pieta' ad una sardina. Mi alzo alle 5.20 con le ossa ammaccate, infreddolito, e al buio. L'unica cosa che mi spinge a muovermi e' la fame e la voglia di vedere il primo sunrise a Grand Canyon. Con la mia grandiosa pila da campeggio, o meglio, da minatore - cioe' quelle che si mettono in testa - mi avvio verso la macchina e, una volta lasciato il mezzo alla partenza della Hermits Road, mi avvio intanto a piedi. Il South Rim del Grand Canyon e' sostanzialmente diviso in due parti: a sinistra (ovest) c'e' la Hermits Road, una strada di circa una dozzina di miglia che puo' pero' essere percorsa solo usufruendo del servizio navetta del parco, l'altra e' la Desert View Drive, che corre verso est per circa 25 miglia e si puo' percorrere anche con mezzi propri. Le navette dei parchi nazionali sono molto efficienti, si trovano dalle 7 alle 22 circa e ogni 15 minuti. Ovviamente gratuite, consentono spostamenti piuttosto rapidi, senza inquinare troppo l'ambiente e senza causare ingorghi in strade e parcheggi. Un'idea fenomenale, per quanto mi riguarda. La mia deve ancora arrivare, aspettavo la prima del giorno, quindi marcio verso il primo viewpoint, Trailview Overlook. Ammiro l'alba da li' e vedo il sole che piano piano fa illumina le creste di meta' canyon, e poi fa capolino dalle dorsali ad est. Che spettacolo, ammirato in silenzio, con solo un paio di persone affianco. Scalda il corpo e l'anima. Rinfrancato dalla visione, cammino nel sole sorgente per altri 3 viewpoint seguendo la trail che costeggiando la strada arriva fino alla fine della Hermits. Poi, prendo la navetta. Sono le 7, ho una fame assurda, e non posso sprecare troppe energie a stomaco vuoto. Mi fermo a Mojave Point e Pima Point (curioso come gli americani nominino un sacco di popolazioni indiane in macchine, parchi, vie, citta'. Prima li massacrano, poi li idolatrano in qualche modo. Un po' perverso forse come modo di chiedere scusa. Solo a Grand Canyon: Lipan Pt, Pima Pt, Havapai Pt) ed ammiro la grandezza del paesaggio e finalmente, solo, sento il rumore del possente Colorado che scorre circa 1600 metri piu' in basso, la profondita' media a cui scorre il fiume rispetto all'orlo del canyon. Quest'ultimo invece, ha una larghezza spettacolare nel suo punto massimo: 26 km, anche se tende ad esser largo 16 - che son comunque un sacco di spazio! Forse non riusciamo a rendercene conto, una volta al suo cospetto. Mentre rifletto su cio' che leggo nei vari cartelli esplicativi, mi imbatto in un simpatico scoiattolo, uno "squirry" come li chiamo io, che mi segue per un po'. Prima lo vedo meditare sull'orlo del precipizio, poi a forma birillica al lato del sentiero. E dopo qualche ovvia foto, salto in navetta diretto "eastbounds", che per mme stavolta vuol dire solo COLAZIONE. Essa prende luogo alla Bright Angel Lodge, dove mangio una fantastica omelette con bacon, salsiccia, patate e formaggio cheddar con 3 white toast di contorno. Sono le 8 e mezza, e dopo aver gironzolato un po' per il centro "residenziale" del parco, tra lodge, restaurants e maneggi, decido di fare la Desert View Drive, anche se il sole e' ormai alto ed il caldo non perdona. Tra una sudata e un punto panoramico, un punto panoramico e una sudata, arrivo a Desert View, la punta piu' orientale, e contemplo la magificenza del paesaggio. Sembra monotona la cosa, sempre un contemplare, ma oh, non si puo' far altro. Ogni viewpoint e' diverso, un colore, una cresta, il fiume che c'e' e non c'e', nulla ti sembra uguale al resto e tu non sei mai sazio di cio' che hai visto. Continui a correre verso i panorami per vedere cosa c'e' al di la' del salto. Questa volta trovo una torre di pietra, costruita parecchi lustri fa come osservatorio ed ora sotto ristrutturazione. All'interno c'e' l'immancabile gift shop. Io indosso il mio cappello di paglia - che credetemi, e' indumento essenziale da ste parti - e mi dedico alla fotografia dell'avifauna che qui tra condor, avvoltoi, aquile e falchi e' veramente abbondante. Becco un paio d'aquile e un ottimo red-tailed hawk e contento, torno in macchina. Ho un'ora per tornare indietro per seguire il mio programma pomeridiano, ovvero una danza Navajo messa in atto da membri di una tribu' locale e un "ranger talk" sui condor della California. La danza di per se' mi delude un po'. Convinto di trovare una decina di danzatori e vari musicisti, mi imbatto in un narratore/flautista e un solo danzatore, entrambi bravissimi eh, ma numericamente deludenti. Loro raccontano le storie della loro gente, danzano, si fanno fotografare, la gente li applaude. Le solite cose, anche se i due tipi sono un po' meno indiani turistici e un po' piu' indiani saggi, che preferiscono sensibilizzare ed educare, invece di tirar su qualche dollaro. Mi sposto poi al luogo di ritrovo della ranger talk. Ci aspetta una giovane donna ranger, simpatica ed estroversa, che ci erudisce su questi grossi pennuti fino a poco tempo fa sull'orlo dell'estinzione. Un condor della California, pensate, Ha un'apertura alare di 9 piedi - ovvero quasi 3 metri! - e arriva a pesare fino a 12 kg! Insomma, un vero e proprio uccellazzo. Dice la ranger, a volte la gente che cammina sul fondo del canyon e ne vede uno, lo scambia per un piccolo aerovolante! (Io non ci credo!) Mentre la ranger continua la sua talk, io, all'ombra, recupero le mie energie. Decido dunque che e' giunto il momento per detergere la mia epidermide con dell'acqua corrente e del liquido detergente. Mi reco verso le docce del campeggio, che ovviamente non sono li aperte a cani e porci, ma chiuse e date ai porci e cani possessori di almeno 2$. Io sono tra quei cani - o meglio porci, visto il mio stato attuale - e dopo essermi spogliato alla carlona in parcheggio, esposto agli sguardi golosi di qualche milfazza di passaggio, mi reco in infradito ed accappatoio verso le docce. Mi sento un po' a Sottomarina, anche se in realta' sono a 2300 metri a fine Settembre. Not bad. Mi faccio dare un po' di "quarters", di quarti di dollaro, puscio la moneta nel pallottoliere della doccia e magicamente acqua fu. Mi godo quella doccia con un tappeto di pelazzi chilometrici al suolo come un barbone si gode una lattina mezza piena di coca-cola estratta da un cestino - e cioe' un sacco. Pelazzi a parte, avevo proprio bisogno di una rinfrescata! Esco tonificato e di buon'umore, e torno esposto agli sguardi altrui mentre passo dallo stato just-mutande ad uno di escursionista subalpino. In questo stato riparto, nel mio moto perenne, e guido nelle vicinanze del South Kaibab Trailhead, dove rimango seduto su uno sperone roccioso sull'orlo del canyon a fissare prima un nutrito gruppo di condor che con un volo fatto di ampi cerchi rientrano nei loro giacigli notturni (degli alberi situati in profondita' nelle gole) e poi lo spettacolo del tramonto. Se vogliamo in questo punto, l'atmosfera e' ancor piu' bella. A parte un trio di un paio di fresche e un tipo fortunatissimo, che schiamazzano allegramente ma poi se ne vanno, non ho nessuno stavolta a rovinare i miei piani. Posso assaporare ogni secondo a mio piacere. E vedere il North Rim che da biancastro diventa rosso fuoco, e' una scena toccante. Le foto si sprecano e il tramonto e' glorioso. Vengono i brividi. Sono quei momenti in cui una persona puo' essere distrutta psicologicamente, puo' essere sotto di migliaia di euro in banca, puo' non avere un tetto per la notte, ma in quell'attimo.. beh in quell'attimo dimentica tutto, contempla la magia del posto e con gli occhi lucidi, tira fuori un sorriso. Assolutamente. Reso felice dall'atmosfera che raramente (so) assaporero' ancora, mi avvio verso la macchina e faccio anche a tempo a fare un tete-a-tete con un mule deer (una specie di cervo), che guardo e fotografo da non piu' di 3 metri! Foto peraltro molto bella, con il cervo illuminato dal sole calante alle sue spalle. Unica cosa che mi lascia un pizzico di apprensione: svariati fronti nuvolosi scaricano pioggia all'orizzonte. Uno di essi proprio in direzione del campeggio, ad ovest. Potrebbero esserci major chances di sentir la pioggia battere sulla mia tenda stanotte. Ma intanto, sceso il buio, sale invece la fame. Stasera non commetto l'errore del giorno prima, e mi reco a sud per aggreppiarmi in qualche locale piu' dignitoso. Arrivo nell'unico posto a sud che potevo intendere, la gia' menzionata cittadina di Tusayan, con l'idea di farmi una bella MeatLovers da Pizza Hut. L'idea di ingozzarmi di bacon canadese, salsiccia, carne di manzo, salamino e prosciutto, il tutto su una pizza, mi piace troppo! La MeatLovers e' imprescindibile da un viaggio in USA! Peccato che, arrivato nella modesta Tusayan, vedo che in realta' mi offre ben piu' che il solito Pizza Hut. Attraverso la strada e vengo irresistibilmente attratto da un messicano. Passo la serata li. Il locale ha un'illuminazione un po' fioca, ci si addormente facilmente, non fosse per la gente presente e per la cameriera adescante che bazzica il mio tavolo. Finisco per prendere una lemonade (mia classica e preferita bevanda in America, buonissima) e un trio di enchiladas: una con pollo e formaggio, una con manzo e formaggio, e una con formaggio e ancora formaggio. Sembra seria la cosa. E lo e', il cibo non difetta anche se qualitativamente non dice chissa' cosa, ma la limonata in compenso e' da premio. Ne finisco anche altri 2 refill. Discretamente sazio, faccio 2 passi - e son proprio due, perche' con la bava che tira non mi azzardo a camminar piu' di quanto necessario per riattraversare la strada - e guadagno la via del campeggio. Il vento urla tra i rami degli alberi. La temperatura scende sensibilmente, e la notte si preannuncia lunga. Potrei pentirmi nel giro di minuti, anche se per ora non piova ancora, di non aver messo un tarp sotto la tenda (e soprattutto, uno sopra!). Entro in tenda, dopo essermi lavato i denti al cesso vicino. Mi accovaccio nel mio francescano giaciglio e dopo 5 minuti, ecco: da rain comes. Spaventato da alcune recensioni poco favorevoli all'impermeabilita' della mia vecchia Wenzy (la tenda, una Wenzel) - che ricorda la vecchia Betsy, la balestra dell'avvoltoio di Robin Hood - riparo in macchina con sacco a pelo al seguito, e provo ad aggiustarmi il sedile di modo da raggiungere un livello di comfort umano. Missione fallita miseramente. Dormire a pancia in giu' e' possibile solo se si vuole cambiare la conformazione del proprio corpo, e stare a pancia in su non facilita di certo il sonno. Mi dico caparbiamente "Meglio l'acqua che una notte insonne". E cosi' torno nella vecchia Wenzy e mi appresto, tutto fuorche' dello spirito giusto, ad una notte incerta.

giovedì 13 ottobre 2011

Wake up and go!

Needles non e' esattamente un posto dove vorrei avere la seconda casa. Ovviamente, nemmeno la prima. E' una cittadina di quasi 5 mila abitanti al confine tra la California e l'Arizona, sulla rotta di chi, dal primo dei due stati, si sta dirigendo a Grand Canyon, ovvero proprio quel che sto facendo io. Da casa ho programmato tutto il dannato itinerario, quasi miglio per miglio, ma come il saggio Napoleone ebbe modo di osservare, "Ogni piano e' fatto per esser distrutto" - o qualcosa del genere - e cio' che rovina i miei piani e' il fatto che son stato maledettamente dimentico di quanto le distanze in USA siano grandi. Una piccole linea sulla cartina geografica inchioda il tuo sedere al sedile della macchina di merda che ti hanno noleggiato per diverse ore. Nella fattispecie, la meta di giornata e' appunto Grand Canyon. Ma questa mattina, dopo un lungo, tonificante sonno al DaysInn, ho anche altro in programma: collezionare i miei ordini fatti su Amazon e fare la prima, strabordante, colazione americana. Giuro che riguardo l'ultima, non vedevo l'ora. La colazione in USA e' uno dei momenti piu' belli che si possano vivere durante un viaggio ragazzi, ve l'assicuro, arrivi a tavola affamato come un coyote e ti alzi tondo come una ruota, sazio come negli anni di abbondanza e felice come un bambino! La sveglia arriva alle 8.00, tardi ma solo per stavolta, e dopo aver realizzato che sono finalmente in vacanza, mi butto qualcosa addosso e mi catapulto al vicino Denny's. Mi sento davvero finalmente a casa quando, appena entrato, la cameriera mi fa un sorriso da una quarantina di denti e mi fa accomodare al tavolo, chiedendomi subito se voglio del caffe'. Le dico di no, che voglio provare qualcosa di diverso stavolta: mi butto su un Flavored Cappuccino al gusto Vanilla (PS. In questo diario parlero' molto di cibo e ve ne narrero' dettagliatamente, perche' e' stato una parte integrante dell'avventura, e perche', come ben sapete, io ed il cibo americano andiamo di d'amore, di carne e d'accordo!). Viro poi sull'ampio menu' dei cibi, e scopro con piacere che quest'anno Denny's propone un menu' "Let's Cheez" se non ricordo male che ovviamente annovera creazioni contenenti formaggio in qualsiasi proporzione, ad un prezzo compreso tra i 2 e gli 8 dollari. Mi sento commosso, sono quasi pronto a salire sul tavolo e ad urlare "USA, USA!" quando la cameriera torna (tempo trascorso: 52 secondi) e mi chiede cosa prendo da mangiare. Colto all'improvvisto, prendo un paio di elementi: AYCA (All You Can Eat) Pancackes con burro, panna montata e sciroppo d'acero, e poi Biscuits with Gravy e hash browns. I pancackes sappiamo tutti cosa sono. I biscuits sono delle specie di panetti semimorbidi di indefinita salinita', comunque bassa, mentre il gravy e' una salsina biancastra che credo abbia salsiccia dentro che usano per condire le carni spesso e volentieri. Hash browns invece sta a patate arroste ma tagliate a julienne, piu' o meno. Insomma, parto gagliardissimo. Appena mi vedo recapitare i piatti, ordino il mio GRATUITO refill di Cappuccino (non una tazzina come le nostre ovviamente, ma un bicchiere da cocktail!) stavolta al gusto Caramel e inizio a strafogarmi. Dopo il combattimento, in cui tutti son periti sul piatto, mi alzo da tavola e vado alla reception dell'albergo. Colleziono i miei ordini, che annoverano: valigia nuova, finalizzata a contenere la masnada di acquisti che faro' o che ho gia' fatto. Filtro polarizzatore per la macchina fotografica (attesissimo). Laptop, finalmente anche lui, di cui iniziavo a sentire un forte bisogno. Coprilaptop, accessorio. Mi becco il quintale di pacchi, ed esco carico di scatolame diretto in camera, dove dopo aver messo via tutto faccio fagotto verso l'Arizona. Sono le 10 del mattino, e non vedo l'ora anche di lasciare Needles, che essendo un buco afoso nel deserto mi fa gia' sudare copiosamente. Il termometro qui non segna, in questa stagione, temperature stratosferiche, intendo dire, non arrivera' mai a 40 gradi, ma sta attorno ai 28-30-33. Il fatto e' che e' un caldo talmente diretto, secco, che sembra di sentirne 50. Sembra di essere in un forno a cuocere. Quindi, benzineggio e me la mocco. Dopo la foto al cartello "Arizona - The Grand Canyon State", contemplo il paesaggio. Una desolazione. Cioe' qui non regalerei una casa neanche ad un senzatetto. Si muore dal caldo, non c'e' nulla da vedere e poche anime coraggiose abitano questi posti inclementi. Le cose cambiano solo miglia e miglia piu' ad est, in un paesino chiamato Williams. Non e' ne' Cortina, ne' Whistler, ne' tantomeno Portofino, pero' e' un piccolo borgo turistico che vive della posizione geografica in cui si trova - ultima citta' cosi' nominabile prima del Grand Canyon, una quarantina di miglia piu' a nord - e che vive tutto sulla Main Street, fra groceries, motels, negozi di oufitting (abbigliamento/attrezzatura sportiva) e ovviamente posti dove riempire lo stomaco. Inoltre, e' circondata da foreste che a me ricordano molto le Black Hills del South Dakota, il che chiaramente mi riempie di bei ricordi. Apprezzo il posto. In linguaggio facebook, mi piace! Faccio benzene al distributore piu' vecchio della citta', dove un vecchio cowboy mi saluta e mi intrattiene con i racconti sul clima, di come sia caldo per la stagione, di come sia strano. Sara', ma i vecioti i se uguai in tutto el mondo. Tempo, stagioni, gioventu' sciatta e lavori stradali. Finia la'. La strada piu' avanti invece torna degradata. Pianure aride con vegetazione quasi assente, a parte la solita sage (un erba della prateria) e qualche arbusto, si stendono di li al bordo del canyon. Squallidi e sparuti insediamenti umani macchiano il suolo: una casa abbandonata, una roulotte, una trailer-home, un recinto semi distrutto. Qualcuno li ci vive, non so come, e' una domanda che mi porto dietro per diverse miglia. Mi domando come l'uomo riesca a concepire un'esistenza li in mezzo, tra Williams ed il Grand Canyon, a morire d caldo d'estate, di freddo d'inverno, e di solitudine sempre." Avranno fatto qualche sgarbo all'industria del caffe'". Accelero impaziente di tuffarmi simbolicamente nel canyon e finalmente la vegetazione s'infoltisce, cambia, e si entra nel parco. Uso per la prima volta il mio pass annuale "America the beautiful" - nome quantomai azzeccato - e Manu got it! Mi fermo al primo viewpoint che mi capita, il Mather Point, affianco a centro visitatori, ed eccolo. Enorme, unico, silenzioso come un gigante che dorme. La vista e', questa parola inglese la desfrive benissimo, breathtaking. Togli il respiro, nel senso che rimani stupito ad ammirare. Ne osservi i colori, dal bianco al rosso, ne osservi ogni spaccatura, ogni guglia, ogni torre, ne ascolti il rumore che in realta' non esiste. Il Colorado che scorre sul fondo si ode solo la notte, quando la gente dorme e non passa il tempo a schiamazzare nei viewpoint. La natura fa sentire la sua voce solo la notte, per chi vuol fare un piccolo sacrificio, sopportare freddo e oscurita' e giacere ammirato al suo cospetto. Di giorno, troppe voci. Troppa gente, anche se non e' alta stagione. Per quanto mi riguarda, i parchi nazionali d'estate sono invivibili. Spero di non aver mai la sfortuna di doverli visitare in quel periodo, perche' non sopporterei lo scempio a cui vanno incontro. Gia' istituirei un periodo di silenzio durante il giorno.. Rientrato nelle mie facolta' non dedite all'insulto dell'altro, faccio qualche foto e poi mi precipito al campground per la missione tenda, il task del giorno. Premetto che e' la prima volta che faccio campeggio da solo, la seconda in assoluto, e la prima volta in assoluto che monto una tenda che non sia una Quechua 2'' che si monta in realta' da sola. Quindi, preventivo DEL TEMPO per assolvere alla bisogna. Raggiungo la mia piazzola, un confortevole posto sulla via principale, vicino alle restrooms, e all'ombra di alti alberi abitati da numerevoli augelli, e inizio a montare. Sembra relativamente facile, anche se evado alcuni passaggi suggeriti dal costruttore a favore di un'interpretazione soggettiva. Il risultato tutto sommato e' decente. Sembra una tenda, e' ancorata al terreno, e non e' floscia. Mi piace la cosa. Entro e mi trovo quasi come a casa! Mi sento uno scoiattolo che ha appena costruito il suo riparo invernale sull'albero! In 30' soltanto, sono un genio! Colto da questa improvvisa autorealizzazione mi reco al Grand Canyon Village, altro che una piazza con servizi di lodging, dining e gifting per tutti i gusti. Scopriro' che li il dining lascia abbastanza a desiderare ma, a piu' avanti. Per ora scatto qualche foto a testimonianza di come funziona un villaggio di un grosso parco, amiro la segnaletica - qui ci sono cartelli per tutto, dai classici segnali stradali a "Attenzione attraversamento scoiattoli" oppure "Attento al caldo". In genere tutti i segnali vogliono che tu sia attento, che stranezza vero? Arriva l'ora del tramonto finalmente, momento attesissimo da tutti i fotografi e amanti della natura, perche' il tramonto a Grand Canyon si trasforma in un momento magico, da vivere abbracciati alla propria donna o, come nel mio caso e in quello di molti altri, seduti su un cucuzzzolo isolato a contemplare la magnificenza di madre natura. Ad Havapai Point, alle 6, e' gia' colmo di gente. Fatico a trovare un posto dove insdediarmi e godermi il sole che tramonta alle spalle del margine occidentale del canyon, lasciando la parte opposta in uno sfumare graduale di arancioni, rossi e rosacei che ti lascia senza fiato. Inizio a fare qualche foto e sento una voce, "Hey man". Mi giro, e ce l'hanno con me. Che cazzo ho fatto, penso. Ho fatto che mi son messo in un posto dove una signoa piu' in alto, con il suo grandangolo, prendeva anche me nelle sue foto. Come cazzo faccio a saperlo io! Mi scuso per l'inconveniente e, come un leone sconfitto per il dominio sul suo territorio, vago errabondo in cerca di un vicino spot. Penso solo a godermi l'atmosfera magica che c'e'. E' veramente bellissimo. Con l'oscurita' sale anche il fresco, e dopo aver salutato la tipa del grandangolo e guardato almeno qualche sua foto, vado a cenare, poca cosa, e a dormire. (Nota: nei miei appunti non ho nemmeno riportato cos'ho mangiato, da quanto rimasi deluso. Lo ricordo, era un chili burger mezzo schifoso. Non cattivo, ma in confronto alla qualita' americana di burgers, da bocciare.) Spero che la notte sia confortevole (vana speranza) e che non abbia da soffrire il freddo (come inciso precedente). Porto in tenda questa considerazione. Mi ha colpito tutta quella gente affollata come pinguini su un iceberg per assistere al tramonto da uno dei punti piu' scenici. Come fosse una cosa unica. Penso che si, effettivamente, forse ogni giorno li' va in scena uno spettacolo unico. E io sono stato uno dei fortunati li presenti.

martedì 11 ottobre 2011

Burgers & Cops

(Commento alla stesura: per rendere il resoconto un po' piu' attivo, di modo che il lettore possa essere piu' coinvolto, d'ora in avanti cerchero' di seguire uno stile formulato in prima persona. Vogliate perdonare eventuali errori, se no ve piase cambie' posto e no rompi' i coioni. La'.)

La mia storia inizia a Los Angeles, d'ora in avanti LA, alle 13.30 circa di un assolato giovedi' pomeriggio sulla costa pacifica. A dire il vero - e questo sta bene per molte cose nella vita - la storia era iniziata un po' prima, con una sveglia alle 3 della notte, tanto sonno, e un volo interminabile per quanto mi concerne. Si, 11 ore e mezza per me son davvero tante, dovessi andare in Australia almeno! La compagnia che mi offre il volo e' AirFrance, sulla quale non mi esprimo perche' non ho nulla da demarcare non fosse per le bustine di zucchero, le quali pensano contengano 15 granuli di materia cadauna. Credo li contino accuratamente prima di imbustarli, di modo che il fruitore beva il suo caffe' amaro come gli e' stato servito. Non mi esprimo nemmeno sulla compagnia che mi noleggia la macchina, Dollar, che mi tende un tranello che io preferirei chiamare con un termine caro al consumatore, "truffa". Infatti, mesi prima, davanti al pc di casa, procedevo a prenotare il noleggio della macchina sotto promessa sottolineata nel sito e ribadita via email, che qualora non vedessi alcuna "underage charge" disponibile nel menu' a tendina, non sarei stato addebitato anche per quella tassa. Contento come non mai, prenotavo esultante, un risparmio di 27$ al giorno non e' da sottovalutare, per 17 giorni! Al banco Dollar pero', come spesso i sogni di ciascuno di noi s'infrangono, stavolta si infrange il mio porcellino-salvadanaio. Mi viene detto che la legge e' legge e non son loro che decidono. Che decidono no, ma che rispondono ai consumatori si. Ad ogni modo, il coltello dalla parte del manico lo tengono loro, e, gentilmente, il commesso mi dice: "La vuole la macchina o disdico la prenotazione?". Fucked, detta come la direbbe un americano. Accetto, esborso, maledico, e volo in macchina, gia' in cospicuo ritardo, data anche la terribile lentezza dell'aeroporto LAX della citta' (qualcosa tipo 45 minuti per il controllo dell'Homeland Security, che sta diventando l'organizzazione che inizia a dovermi piu' tempo!). La macchina designata ad accompagnarmi per una masnada di miglia (scusate se uso il termine masnada di frequente, ma dovrebbe esser volgarmente inteso come sinonimo di "parecchie, tante", e mi suona particolarmente bene) e' un'esteticamente opinabile Kia Soul, che io prontamente, come ogni volta, ho ribattezzato "CuboCar". Infatti, sembra un cubetto con 4 ruote e una protuberanza sul davanti. Ci sgroppo in cima, carico i bagagli e parto, direzione Rialto, un paese alla periferia est di LA dove devo fermarmi a ritirare tenda, sacco a pelo e tarps (teloni da giardinaggio in pratica) che ho ordinato al WalMart. Ci arrivo miracolosamente senza sbagliare strada nel traffico cittadino. E qui parto con la prima serie di eresie. Io non vivro' mai in una citta' con piu' di 300.000 abitanti. Lo giuro. LA e' un posto spaventoso, il traffico ti ingloba, non puoi sfuggire, le strade piu' grandi, parlo di mostri fino a 8 corsie, sono le piu' trafficate ed anche li si va a passo d'uomo, il giovedi' a ora di pranzo come il sabato pomeriggio. E' una cosa incredibile. So che e' la seconda citta' d'America, e da qualche parte ho letto che, periferia compresa, puoi guidare per 50 chilometri ed essere ancora dentro LA. Ok, provate a guidare ad una media di 15mph, con ingorghi e semafori, e ditemi dopo quanto ne verrete fuori. Risposta, una vita. Ci metto 2h 15' per guidare da LAX a Rialto, se tutto va bene 15 miglia di strada. Entro al WalMart gia' sudato come un gorilla, imprecante per il ritardo e con un plico di carte che non so nemmeno che cazzo siano. Vado al bancone per gli ordini, e li faccio su in men che non si dica. Il problema e' alla cassa, dove arrivo con un carrello di roba che non so nemmeno far stare in piedi e non ho la minima idea di come portar fuori, da solo. (scomodita' di viaggiar da soli!) In qualche modo ce la faccio pero', e mi metto in macchina stavolta puntando l'ultima destinazione del giorno, che e' un paesino sperduto nel deserto del Mojave tra la California e l'Arizona, di nome Needles. Mentre guido assaporo gia' le meraviglie a venire mentre vedo le San Bernardino Mountains tingersi di giallo, arancione e infine rosso acceso al tramonto. Il deserto, al tramonto, e' uno dei posti piu' belli in cui si possa essere ragazzi, davvero. Il traffico scorre fluido ma grazie ai cartelli mi rendo conto che sono parecchio in ritardo. Inevitabilmente, premo sull'acceleratore, la prospettiva di arrivare al motel alle 10 non mi alletta piu' di tanto. Sono in piedi da circa 26 ore e la stanchezza si fa sentire. Altre 2 ore di guida davanti a me, nella notte del Mojave. Accendo un po' di musica per tenermi sveglio, ma realizzo che ogni tanto gli occhi mi si chiudono da se', e la cosa si fa pericolosa. Accosto sul bordo della highway e faccio un paio di mini riposi di 10 minuti, inefficaci. Devo continuare a guidare. L'errore pero' e' dietro l'angolo. Colto dalla fretta e dalla voglia di arrivare finalmente a letto, premo troppo l'acceleratore e all'improvviso, nel buio, dall'altra parte della strada, due luci lampeggianti rosse e blu si accendono e virano verso di me. Oh cazzo, this is da police bro! Fortunatamente mentre ero in USA lo scorso anno ho seguito abbastanza puntate di COPS per sapere cosa fare in un caso del genere, dunque accosto, gradatamente, abbasso il finestrino e tengo le mani sul volante. Il poliziotto si affianca, mi punta una pila che o perche' ero assonnatissimo o perche' era realmente cosi' mi e' sembrata di 28mila watt, e mi chiede perche' andavo cosi' veloce e a quanto pensavo di andare. Gli rispondo che sono un fottuto turista italiano che per colpa dell'aeroporto di LA e del suo traffico e' stanco morto ed in ritardissimo per arrivare al motel e che tutto sommato non penso di aver ecceduto di piu' di 8-9 mph il limite, fissato a 75. Lui mi replica che in realta' correvo a 91 mph. Uao, non male ragazzo. Chiaramente non provo ad elemosinare una cancellazione della sicurissima sanzione perche' so che le cose qui non vanno come nel Bel Paese, "dai amico non lo faccio piu', ero di fretta, ti prometto che faccio il brabo" e poi fanculo da sotto il finestrino.. quindi, rispondo alle domande, fornisco i documenti, e il cop mi dice che mi arrivera' la multa a casa, che lui non sa dirmi a quanto ammontera', e che gentilmente ha messo che correvo solo ad 80mph. "This way my boss will know I'm doing my job" chiarisce. Grazie fratello, sei un amico (si, de sto cazzo). Pensando a quanto culo dovro' vendere per pagare la multa mi rimetto in strada. In effetti, anche adesso che, mentre scrivo, non ho ancora idea di quanto dovro' esborsare, credo sara' un flagello. Nelle strade d'America campeggiano ovunque cartelloni pubblicitari di rampanti avvocatelli o veterani navigati dalla faccia dura - di quelle dell'avvocato cattivo dei film - che offrono i loro servigi all'automobilista (a onor del vero, piu' spesso camionista) che ha preso un "traffic ticket", una multa. Allora mi dico: se un americano e' disposto a pagare un avvocato per aver revocata una multa, ne deduco che la multa costi piu' dell'avvocato. E anche se il mercato legale in america non e' cosi' costoso, quanto mai potra' valere? Non credo un avvocato si accontenti di 200 dollari per smazzarsi contro il governo.. quindi, addolorato, volgo il mio sguardo alla strada e cerco di non pensare al futuro salasso ( altrimenti fino all'arrivo e' solo un boiasso, mi vien da dire). Non abbiamo iniziato col piede giusto, proprio no, ma siamo ben in tempo per recuperare. Intanto recupero almeno il mio motel, un DaysInn situato giusto all'uscita della highway e che scopro con piacere essere appena a 100 metri da un Denny's. Mi si accendono gli occhi. Per chi non sapesse di cosa parlo, Denny's e' una catena di diner americani che offre cibo fast nel senso che e' abbastanza veloce, ma non cibo junk come McDonald o Subway. Aperto 24h al giorno, offre tutti e 3 i principali pasti e passa dalle patatine con formaggio fuso e bacon, ai pancackes all you can eat, alla country fried steak con gravy, ai diversi burgers, combo plates o dessert. Fidatevi, per chi vuole mangiare bene, spendere modestamente e fare in fretta - magari anche riempirsi lo stomaco per bene - ecco, Denny's e' il posto che cercate in America. Stanco morto barcollo al motel, prendo le chiavi, mi metto le infradito e vado al diner. Non ho proprio cosi' tanta fame, ma vedo bene di iniziare ad abituare lo stomaco ai pantagruelici banchetti a cui lo sottoporro' 2 volte al giorno per le prossime 2 settimane. Prendo, leggete bene il nome perche' e' fantastico, un Bacon Slamburger e un milkshake alla vaniglia (piu' americnao di cosi'..). Il burger e' un hamburger che comprende: la carne, un uovo, bacon, prosciutto, formaggio, e ha hash browns (patate) come contorno. Lo mangio con avido deliziamento, e' una bomba. Mi sento felice, mi sento di nuovo a casa. Sazio e contento, torno in camera e crollo sfinito a letto, per una dormita quantomai necessaria. Vedete, a volte basta poco. Un buon hamburger ed un milkshake, stavolta.

lunedì 10 ottobre 2011

Stavolta sarà un diario serio!

Sono le 18.10, fuso della costa pacifica degli Stati Uniti. Mi trovo all'Aeroporto Internazionale di Los Angeles, California. Sono accompagnato da uno zaino stracolmo di robe, da una large coke presa da Burger King, dal mio nuovo fido cappello dei Saints e dal mio altrettanto nuovo pc, con cui sto scrivendo. Avendo il volo tra circa 3 ore, ho il tempo per iniziare a redigere intanto qualche conclusione relativa al viaggio appena affrontato. A proposito: una meraviglia. Dico davvero. 3163 miglia (l'equivalente di circa 5090 km) percorse in 16 fantastici giorni, uno piu' bello dell'altro, tra posti che la gente di solito vede solo nei film o nei propri sogni. Dai deserti del sud della California, ai parchi del sud dello Utah, alle verdi montagne della Sierra, all'oceano indomabile della costa pacifica. Grand Canyon, Bryce, Zion, Yosemite, Sequoia, Mojave, Big Sur sono solo i grandi nomi incontrati lungo un itinerario che non ha lasciato pause e in cui anche le localita' meno note e conosciute regalano al turista-sognatore spazio per i propri bisogni. E' stato un viaggio, anzi un'avventura perche' piu' di questo si e' trattato, fenomenale. Non solo per i posti visitati, ma anche per le persone incontrate, le storie ascoltate, le esperienze condivise e le nuove amicizie acquisite. Questa e' una cosa di cui vado particolarmente fiero. Spesso la gente storce il naso quando domanda "Con chi viaggi" e si sente rispondere "da solo". In realta', viaggiare da soli apre mille porte. Con tante scuse ai potenziali compagni di viaggio ma, mi spiace, viaggiare da soli veramente non ha prezzo. Anzi, un prezzo ce l'ha, ed e' la comodita'. Un po' scomodo, laborioso, faticoso talvolta. Ma la ricompensa, come spesso accade, e' n volte piu' grande. Ed io l'ho scoperto appieno solo stavolta. Il viaggio da solo e' un cammino attraverso se' stessi, tramite gli altri e tramite tutto cio' che ci circonda, la natura in primis. Si imparano a scoprire tante cose a cui, in compagnia di amici, non si presterebbe attenzione. Io ringrazio per l'opportunita' avuta, per le circostanze che si sono create, grazie a cui quest'anno sono partito da Padova da solo. Sono una persona diversa. Durante questi giorni ho sentito tante esperienze di diverse persone, da diverse parti del mondo, con diversi sogni e aspirazioni. Una in particolare, quella del mio nuovo amico Andy, mi ha colpito particolarmente. Mi sono sentito un po' nella sua situazione, e la scelta che lui ha deciso di fare mi ha lasciato qualcosa dentro. Per questa e per tante altre cose, questo viaggio e' stato quasi una rivoluzione. Ho usato un'organizzazione quasi capillare da casa. Ho comprato materiale informatico - per le fotografie realizzate e per il mezzo con cui sto scrivendo - ho comprato materiale da campeggio per dormire in tenda, cosa che non avevo mai fatto. Ho comprato abbigliamento e recapitato un po' a caso in motel, l'ho collezionato in un ufficio postale di una citta' in cui mettevo piede per la prima volta e attenzione, per tutte le cose fatte, e' andato tutto bene. Sono rimasto stupefatto, per la mia organizzazione, e per come funzionano bene queste cose negli Stati Uniti. Il campeggio, le camminate solitarie fatte al massimo, gli ordini on-line, le chiacchierate improvvisate dovunque, gli imprevisti stradali - maledetti loro e le citta' in cui essi accadono - tutti elementi importanti nel rendere quest'esperienza una cosa che non dimentichero' mai e che portero' sempre nel cuore. Ho deciso che, per l'importanza che essa ha avuto, scrivero' seriamente - non come lo scorso anno - un diario nel mio blog, che magari ravvivero' in qualche modo. Spero che tante persone possano condividerlo e leggere della mia avventura, di modo che magari, a loro volta, possano essere ispirati dalle mie parole, per quanto povere esse possano essere.
Voglio intanto condividere con voi alcune conclusioni che ho appreso da questo viaggio, molte poco serie, una in particolare invece, molto seria per davvero.

1.Se fossi nato in America, avrei bombato molto di piu'. Postilla: ci sono piu' chances che un'americana carina abbia un bel culo (teorema di Manu, pt.3.5)
2.Non lavarsi con una saponetta fornita da Motel6. Lascia sulla pelle una patina di viscido pulito che ti rende decisamente anguilloso. Postilla: lavandomi per la prima volta con una saponetta ho capito la storia dei carcerati e delle saponette.
3.Non avventurarsi in una metropoli senza aver gia' un tetto per la notte. Si rischia di commettere errori fatali. Postilla: buttare una bomba su Los Angeles. Che citta' di merda.
4.Mettere sempre qualcosa di soffice sotto la tenda. Un tarpaulin non basta. (Ho provato un rimedio Grylls, paglia sotto la tenda: effcacissimo)
5.Pagare un parcheggio sempre e prestare attenzione ai segnali posti lungo le vie di circolazione. E' meglio pagare 10$ o perdere 5 minuti in piu' piuttosto che dover pagarne 400 di $ e recuperare la macchina dall'altra parte della citta', nel parcheggio delle auto rimosse. Postilla: rispettare i limiti di velocita'. Nonostante i locali li passino puntualmente, la prima volta che li imiterai la Highway Patrol piombera' su di te come un falco su un agnello.

La conclusione seria invece, preparatevi, e' questa:
Forse ho capito che in fondo in fondo il mio desiderio non e' quello di vivere negli USA. Ho capito che anche li la vita ha i suoi pro ed i suoi contro. Non che prima non me ne fossi reso conto, ma l'ho capito veramente solo con quest'esperienza. Non finiro' mai di invidiare la bellezza dei luoghi che si trovano in questo immenso paese, e la fauna che li abbellisce, come non finiro' mai di apprezzare la semplicita' e la gentilezza della gente che li abita, soprattutto lontano dalle citta'. Per me il cittadino americano e' la persona ideale con cui passare il tempo. Questi sono i due aspetti piu' belli che io riesco a vedere della vita in America. Ma stavolta ho avuto modo di contemplare anche il lato meno bello della medaglia. Ho visto che contro tanta gente ricca, quella delle ville a Topanga Beach, California e a Springdale, Utah, c'e' tanta, tanta poverta'. Lo vedi dai troppi barboni, ex sognatori, poveri concreti, che affollano le strade delle grosse citta'. Gente che passa le giornate a dormire e a bere le lattine buttate nella spazzatura, non sta bene. Lo vedi dalle tante case malandate che affollano le periferie delle citta'. Si, con la parabolica e dieci macchine (devastate) in giardino, ma la casa di per se' ha di che competere con una favela. Lo vedi dagli indiani che abitano villaggi fantasma nel deserto, lo vedi dai tantissimi messicani che, speranzosi, passano i giorni a lavare piatti in ristoranti malfamati o a raccogliere le fragole nei campi dei piantatori californiani. Lo vedi dai senzatetto e dai poveri di oggi, che questo paese e' una terra che non perdona. Sa dare tanto, ma se sbagli, non perdona. E questo sinceramente, mi spaventa troppo per ora.
Forse ho capito cosa voglio sul serio, ora. Voglio solo viaggiare ancora per questa terra, il Nord America, voglio esplorarla con piu' calma, con la mente piu' libera, il cuore piu' aperto, e semplicemente con piu' tempo a disposizione. Credo che il mio futuro piu' a breve termine, appena ne trovero' modo e coraggio, si orientera' in questa direzione.

Ancora grazie a Dio che ha reso possibile tutto cio', alla gente che ha messo sulla mia strada, ai posti meravigliosi che ha creato. Per tutto questo, non finiro' mai di ringraziare.
Manu, the Cloud Rider

PS. Sottoscrivete via mail, link a dx in prima pagina, se non volete perdervi lo spettacolo! :)

martedì 15 marzo 2011

Londra 2011 - Tra corvi e panini (pt.1)

Ebbene si, anche un ragazzo abituato a sperdersi nelle lande più desolate dello Wyoming può recarsi a Londra ed, addirittura, apprezzarla. Non ci credevo nemmeno io, il ragazzo in questione! E' stato sorprendente vedere che la diffidenza, l'apatia, quasi la "paura" della grande città siano state vinte da una causa di forza maggiore: il fascino della City. Ora, non voglio dire che mi cago addosso quando entro o cammino in una città, sia chiaro. Voglio solo dire che mi sento più a mio agio tra i boschi, nelle strada secondarie che passano tra le campagne piuttosto che nell'arteria principale della più grande metropoli nordamericana piuttosto che europea. Si, perchè almeno se devo fermarmi per chiedere informazioni non vengo asfaltato all'istante da un nugolo di automobilisti inferociti, quanto piuttosto rischio al massimo che uno zotico al volante di un trattore mi saluti sputacchiando un pò di saliva mista a tabacco. Ecco tutto.
Londra è una città incredibilmente metropolita, un vero melting pot. Non credevo il fenomeno fosse così diffuso. Non credevo a molte cose prima di partire a dire il vero! Tra indiani, orientali da ogni paese, italiani, est-europei, tedeschi, spagnoli, africani.. è un vero crogiuolo etnico. Fa specie raccontarvi che la prima persona che incontrai in questo breve soggiorno fu una ragazza italiana, smascherata dall'accento. Alla fine della conversazione, dissi ad Andrea (il mio rodato compare di viaggio) "Che storie, la prima persona che incontriamo a Londra è italiana!". Lui mi rispose "Beh, a dire il vero non è poi così improbabile!". Verificai nei giorni la veridicità della sua affermazione. Mai parole furono più sagge. Tra le varie persone incontrate, di italiani ve n'erano un sacco. Il commesso di Starbucks vicino al British Museum è italiano, un 19 enne dei dintorni di Roma. Ti perseguitano quasi. Te ne vai per estraniarti un pò dai ritmi, dai costumi, dalla lingua del tuo paese.. e ti trovi in una sua piccola colonia all'estero. Ironia della sorte.
Londra ad ogni modo è una città molto carina. Carina ma invivibile. Non ci sono troppe macchine nel centro: si perchè in realtà vi si trovano più bus e taxi che altro. I taxi sono neri, e quando si accodano lungo il Mall sembra una processione funebre per la regina. Impressiona un pò! La città, sempre in movimento, si muove perlopiù su mezzi pubblici. Citando Andrea, sembra che metà della popolazione sia sotto terra - a prendere la metro (Mezzo di trasporto efficacissimo ma che presuppone la sfida a decine e decine di scale mobili e non e a raffiche di vento possenti, prima di portare a termine lo spostamento). Il trasporto efficiente però non rende la città tanto più vivibile. La gente è sempre in movimento, a qualsiasi ora, c'è gente in metro vestita in giacca e cravatta anche alle 23. Ci sono dei ritmi che la governano che mi sono sembrati così strani, così lontani, da farmi sentire un pesce fuor d'acqua (o ancor meglio uno che ha preso una testata pazzesca e che per qualche secondo vaga barcollando nel nulla). Poi, mettendola sul mero piano economico, costa un'infinità. Gli stipendi saranno si un pò più alti, ma solo per poter far fronte a tutte le spese. Tutto costa. Gli affitti sono - a mio parere - astronomici - e anche per poter disporre di una misera abitazione in centro bisogna sobbarcarsi un affitto salato. Questa città, seppure affascinante, non è di certo il posto dove vivrei, e nemmeno dove farei il turista per più di 4-5 giorni!
Un punto a favore delle "to see things" lo guadagna subito, senza indugio, mr Big Ben. It's amazing! Uscendo dalla fermata della metro di Westminster, lo spettacolo che si para davanti al turista è grandioso: il famosissimo campanile - quello di Peter Pan, no? - si staglia alto e possente nel cielo londinese, illuminato di notte o sfumato dai colori dettati dal meteo durante il giorno. Rimani quasi immobile con il naso all'insù per un minuto. Poi, se sei come il sottoscritto, esclami " Cazzo che figata!!". Ne seguono, ovviamente, foto da ogni angolatura, con ogni sfumatura, da ogni distanza, ad ogni ora del giorno. Fino a quando, alla ventisettesima foto allo stesso soggetto, dici anche tu "Adesso basta", onde evitare di risultare monotono nel mostrare le foto del viaggio ai tuoi genitori. Quando alla fine, col torcicollo e senza più batteria per la reflex - troppe foto al Big Ben - riporti il naso a livello del terreno, noti invariabilmente una cosa: il pessimo gusto estetico dell'inglese medio. Sebrano esser stati vestiti da Lapo Elkann quand'è sotto effetto di stupefacenti - il che è tutto dire, visto che si veste da culo anche quando sano.
Credo di poter affermare che, presi singolarmente, i capi d'abbigliamento siano anche decenti. Quel che fa definitivamente schifo è il modo con cui vengono abbinati. Scarpe da golf bianche e marroni seguite da calze nere e gonna sportiva verde chiaro. Uomini in giacca e cravatta (camicia rigorosamente bianca e cravatta rigorosissimamente rossa - con qualche piccola variazione ammessa) con - attenzione - il calzino rosa shocking. Calzini rosa?? Io perdo il posto di lavoro se faccio una cosa così becera! Chiamatela come volete - liberismo indumentale o gusto da procione - ma la mia idea in merito va decisamente sul gusto da procione!

mercoledì 22 dicembre 2010

Macchine & cowboy gay

Correndo verso casa però, noto che si accende qualcosa sulla plancia elettronica della macchina, sopra il volante. E’ un poco rassicurante segnale che ci invita a provvedere un cambio di olio del motore al più presto. Non essendo pratico di tali questioni meccaniche, per quanto mi riguarda potevo anche rischiare di rimanere a piedi nel giro di dieci minuti. Usando il raziocinio però, pensai che nessun ingegnere così imbecille avrebbe potuto progettare una macchina che ti lascia a piedi senza olio motore nel giro di sì breve tempo, quindi ripresi morale ed arrivai alla prima stazione di servizio utile, poco oltre Fishing Bridge. Lì proviamo a contattare telefonicamente la compagnia di noleggio auto, impresa che si rivela impossibile anche per un’ottima conoscitrice della lingua inglese come la mia compagna di viaggio, che fa fatica a selezionare l’opzione giusta del disco registrato e conclude alla fine in un nulla di fatto, persa tra i meandri dell’opzione 1.2.2.3.1.1,5 e la 1.2.2.3.1.1,7. Mi avvio deciso all’interno dell’officina dove vengo ricevuto dal meccanico, il quale mi dice che per quel lavoro avrei dovuto aspettare 45 minuti – giusto il tempo esecutivo – e sganciare altrettanti verdoni. Un po’ troppo per entrambe le cose giudicai, tempo in particolare, quindi decidemmo di guidare, speranzosi di arrivarci, fino al motel dove avevamo prenotato le successive due notti: lo Yellowstone Valley Inn di Cody. Non che il posto si trovasse esattamente in città, ma lo scoprimmo a posteriori. Era in realtà a venti miglia circa dalla pittoresca cittadina che deve il nome al famoso Buffalo Bill Cody, di cui parlerò in seguito. Noi non sapendolo, acceleriamo l’andatura, avendo perso tempo prezioso tra coyote e spaventi meccanici. Scendendo tra le ripide e tortuose curve che dal Sylvan Pass portano verso la valle dello Snake River, i freni lavorano duramente. Così duramente che, talvolta, la macchina sembra stia correndo sulle traversine della Union Pacific Railroad. Invece, sta solo frenando a manetta. Mentre penso alla mia macchina stile treno e mi immagino un po’ macchinista, vedo materializzarsi in mezzo alla strada un cipmunk. Corre fino a piantarsi nel bel mezzo della corsia in cui noi scendevamo veloci. Dentro di me penso “Bisogna evitarlo”, e muovo le ruote in modo tale da poter passare sopra l’inerme creatura senza ridurla in poltiglia. La suddetta creaturina però, deve aver pensato qualcosa, qualcosa di molto simile a ciò che ho pensato io. Quindi, riprende a correre verso destra, per uscire dalla strada. In questo modo, suo malgrado, va incontro a morte certa. Fu così che finì esattamente sotto la mia ruota anteriore destra, spiaccicato dalla mia Chevrolet Impala, facendomi diventare un assassino di wildlife già al mio terzo giorno di vacanza. Macchio di rosso la mia fedina penale. Rimango quasi scioccato, di fronte alla vita che ho interrotto. Una povera bestiola che pochi secondi fa mi guardava impaurita ora giaceva esanime e parte integrante dell’asfalto. Brutta storia. E con lo stato d’animo di un killer che si chiede il perché delle sue azioni, imbocco una strada che Roosevelt, non so con quanta cognizione di causa, definì con “le 52 miglia più panoramiche degli Stati Uniti”.
Ora, non che io abbia visto tutto il paese, ovvio. Non che io abbia una gran cognizione dunque, di ciò che può esser considerato il posto più panoramico degli USA. E altrettanto non pensavo che quelle steppe semiaride, assomiglianti un po’ alla mia idea di Arizona, con formazioni rocciose aguzze talvolta e arrotondate altre, che fungevano da pareti di un canyon al cui interno giaceva la strada, potessero essere un posto così degno di nota. Col passare delle miglia però, capii il perché. La terra lì, di un giallo scuro che contrasta alla perfezione con le ombre del tramonto, esala un fascino profondo, di pace, che il viaggiatore può assaporare miglio dopo miglio. Non è mai uno scenario uguale, cambia con l’avvicendarsi di ogni roccia, di ogni vetta. Ci sono degli alberi di un verde acceso che cambiano il giallore delle alture. Le nuvole scure, ma rade, maculano il cielo delle cinque e mezza di pomeriggio, che si appresta ad imbrunire, e rendono lo sguardo verso le rocce ancor più degno di interesse. Scattando una foto, ti rendi conto ancor più di quanto colore, quanta diversità, quanta splendida magnificenza porti con sé quel pezzo del paese. Questa vallata angusta poi, conduce verso la terra aperta, dove lo Snake River abbandona il suo letto coperto dalle rocce e si snoda sulla prateria. Le due catene montuose si allargano per lasciar spazio alla campagna, a qualche casa e qualche piccolo villaggio. Addirittura una scuola. Sembra di vivere, architettura degli edifici a parte, 150 anni indietro. Cullati dal sole che dolcemente si avvia dietro le montagna più alte e lontane, giungiamo al nostro motel, che è in realtà un complesso che sorge, indisturbato, nella valle. Al suo interno comprende una trentina di cabins, piccole unità abitative grandi poco più di una camera di motel, piazzole per camper contrassegnate da vere e proprie vie, una sauna, una piscina, e l’edificio più grande, al centro, che ospita la reception, il bar ed il ristorante. Avremmo potuto mangiare appena finita la doccia, uscendo in ciabatte e senza dover mettere il culo in macchina! Molto piacevole, mi attirava un sacco come idea. Stanchi, ma con spirito positivo, arriviamo alla reception dove ci accoglie, sorpresina, un cowboy gay. Qualcuno si metterà a ridere, qualcuno lo prenderà come uno scherzo, qualcuno non ci crederà, ma è così. Sebbene il cowboy non sia proprio il tipo di persona che solitamente si scopre essere omosessuale, così ci capitò. E fu piuttosto strano sentir spiegata la strada verso Cody con gesti piuttosto femminili ed una vocina suadente, che a Raffaella faceva un po’ ridere ma che a me, l’interlocutore, lasciava un po’ intimorito. Superato questo chiamiamolo imprevisto, prendiamo le chiavi di “casa” ed entriamo nella cabin. Abbiamo anche saputo, grazie alla gentilezza del gayboy, avremmo dovuto recarci all’aeroporto di Cody per sostituire la vettura con una nuova, con una fornita di olio. Bella merda. Danno auto ai turisti per un sacco di soldi, e per giunta senza olio. Il cambio olio si fa una volta ogni 4-5000 miglia, perché diavolo mi ritrovo senza dopo 1200 non lo so. Sapendo bene che mi sarei lamentato allo sportello debito, una volta giunto in aeroporto, mi metto in tasca la cosa e penso a farmi una doccia, anzi, prima di tutto, ad aprire la porta di casa. Quanta semplice felicità nel vedere le pareti di legno accoglienti, la stanza modesta ma comoda e funzionale, il bagno in condizioni più che accettabili a dispetto di ciò che uno potrebbe pensare. E quanta profonda gratitudine nel potersi gettare di slancio sul morbido lettone queen size che ti si prospetta di fronte. Una potenza!

domenica 12 dicembre 2010

11. Trasandati quanto fortunati

Lasciamo il luogo della zuffa, sperando di aver miglior fortuna ad Hayden Valley, il secondo posto più rinomato per l’avvistamento dei big del parco. Hayden, con Lamar e Pelican, forma il trio di “Valley” dove c’è maggior possibilità di incontrare lupi ed orsi. Non stavo nella pelle, personalmente. Forse sapevo che sarebbe accaduto qualcosa.
Hayden Valley può esser descritta così: provenendo da Nord, come stavamo facendo noi, ci si imbatte in un’ estuario stradale che ti porta ad avere a sinistra il fiume Yellowstone, che scorre placido con una trentina di metri di larghezza mediamente, su una fascia di terreno che, stringendosi ed allargandosi per la lunghezza della valle, circa un paio di chilometri, ha una larghezza media di 400 metri circa. Qualche albero cresce solitario vicino al fiume, permettendo all’osservatore di dare punti di riferimento in casi tipo “Vedi quell’albero carbonizzato vicino a quell’ansa del fiume? Ecco, 50 metri a sinistra puoi vedere il lupo!”. La valle, a sinistra, è dominata da un pianoro alto un centinaio di metri e ricoperto d’alberi dalla parte opposta alla strada, mentre, sulla parta adiacente la strada, è contrassegnato da un paio di colline, la prima all’imbocco della vallata, la seconda proprio alla fine della stessa. Sulla parte destra invece, il terreno è quasi tutto pianeggiante, si estende coperto di brughiera verde pallido per quasi un chilometro di lunghezza, fino a quando l’orizzonte è spezzato da piccoli rilievi collinari ornati da macchie di sporadici alberi. Lungo la strada, si possono trovare tre piazzole di sosta di dimensioni opportune, per le eventualità in cui, avvistando orsi o lupi, trenta – quaranta macchine possano fermarsi ad osservare creando non pochi rallentamenti al traffico in arrivo. Arriviamo in questo posto verso le 4 del pomeriggio. Il sole fatica a trovare spazio fra le nuvole. Decido che ci saremmo fermati in una piazzola, per scrutare la alture e il fiume in cerca di qualche animale. Mi avvio, cautamente, verso il territorio dei big. Il terreno nasconde piccoli avvallamenti dietro i quali potrebbe benissimo celarsi un orso o un paio di lupi. Anche nei documentari televisivi relativi a Yellowstone nominano questi posti, e ciò mi mette leggermente a disagio. E’ bello sapere di esser lì, ma ti mette anche in soggezione, perché sai di essere in una terra che non è il tuo regno. Sei nel loro regno. Con questo stato d’animo faccio qualche decina di metri verso il fiume, fino a quando qualcosa, dentro, mi dice di fermarmi. Guardo con l’aiuto del 300x della mia reflex verso l’orizzonte, ma pare non esserci alcun movimento. Poi, quasi per caso, butto lo sguardo a terra, faccio qualche passo, e noto un’impronta. E’ grossa, tanto grossa. Non è un bisonte, neanche un alce o un cervo. E’ di un’orso, impossibile sbagliare. È grande quanto la mia mano aperta, comprese le dita. Ci sono cinque protuberanze che segnano gli artigli. Lo sapevo, ma ne ebbi la conferma: era la loro zona. Torno correndo verso Raffaella, la informo del ritrovamento, e meditiamo sul da farsi, sul quanto possa essere incosciente avventurarsi lì in mezzo. Poco dopo non a caso, avremmo trovato ai piedi della collina finale, una serie di cartelli che invitava (anzi, obbligava) i turisti a non recarsi oltre quei punti in quanto era una “bear activity area”. Già solo l’ingresso di quelle piste era disseminato d’orme dei plantigradi. Impressionante. Provo però a recarmi sulla cima della collina iniziale, per scoprire se in mezzo a quella piccola radura potesse esserci qualcosa. Lascio la sicurezza della macchina e la mia fida compagna di viaggio sul bordo della strada, e corro verso la cima. Poi rallento, poi cammino, poi mi fermo. Percorsi circa duecento metri, mi accorgo che c’è qualcosa che si muove li sopra, tra i cespugli sotto gli alberi. E un coyote fa capolino tra la vegetazione. Istintivamente gli scatto qualche foto, ma lui scompare lesto come se n’era venuto, e lascia il posto ad un altro suo simile, che come il primo, si ferma a squadrarmi, e poi se ne va. La distanza tra me e gli animali era di quaranta metri circa. Non sono svelto come loro però, nel caso mi attaccassero. I coyote sono animali carnivori, anche se spesso preferiscono cibarsi di carogne. Spesso solitari e poco socievoli, hanno le dimensioni di un cane di media taglia. Non sembrano feroci, ma sanno esserlo. Possono incrociarsi con lupi e altri canidi generando ibridi più grandi, come a me è apparso di vedere. Sono anche simili in qualche fattezza alle volpi, altro animale che frequenta il parco. Possono esser portatori di rabbia, cosa che personalmente preferirei evitare di dover sperimentare su di me. Dopo aver visto i primi due coyote, pensavo lo spettacolo fosse finito, ma sbagliavo. Improvvisamente, un terzo animale fa una fugace apparizione, salvo inoltrarsi subito tra i cespugli. Inizio a sentirmi un po’ in pericolo. Sono distante dalla macchina, da solo e ci sono tre coyote a breve distanza. Mi volgo verso giù, e faccio un paio di passi indietro, ma lo sguardo si ferma subito alla mia sinistra, dove un quarto coyote sta compiendo un movimento alle mie spalle, su un arco, quasi per volermi accerchiare. Mi fermo per valutare la situazione: tre animali di fronte, ed uno che sta per tagliarmi la via verso la macchina. Non il massimo. Ma fortunatamente si ferma anche lui. Mi fissa, io gli scatto qualche foto, almeno se riesco a tornar giù integro avrò qualche ricordo, e poi, tutto finisce. Lui decide di raggiungere gli altri tra gli alberi, ed io posso tornare indietro, guardandomi sempre le spalle fino ad una distanza di sicurezza. Tornato giù, non faccio in tempo a raccontare la cosa a Raffaella che lei mi dice “Hai visto il coyote dietro di te?”. Io, un po’ emozionato, dico di si, le racconto ciò che ho visto, salvo poi scoprire che anche lei era riuscita a vedere tutto, e che aveva addirittura cercato di attirare la mia attenzione, chiamandomi, per segnalarmi il pericolo. Giuro che non l’avevo proprio sentita. Alla fine però, è stata una grande esperienza. Fossero stati lupi non sarei di certo qui a raccontarla in questi termini, oppure, non sarei affatto qui a raccontarla. Quegli attimi però, furono emozionanti.
L’emozione non mancò nemmeno poco tempo dopo, a Fishing Bridge. E’ il distretto sud-orientale del parco, si affaccia sul Lake Yellowstone e porta alla Eastern Entrance del parco, quella che proviene da Cody. Essendo quella la nostra meta finale di giornata, dovendo trascorrere la notte nei pressi della città, ci rechiamo a Fishing Bridge, dove, sulle sponde del lago, ci imbattiamo in un gruppetto di bisonti. Ci sono le solite macchine ferme affinchè la gente possa fotografarli, e qualche idiota che si avvicina a distanza di 4-5 metri pur di avere uno scatto migliore di quanto la sua macchinetta schifosa potrebbe fare da distanza maggiore. Noi però non ci perdiamo con gli ormai consueti buffalos. Guardiamo verso il cielo. Ed ecco, vuoi per il nostro altrettanto consueto culo, vuoi per un segno di madre natura, un aquila dalla testa bianca librarsi in volo, ed appollaiarsi gaia sulla cima di un albero morente. La sua figura imponente si staglia, bianca e marrone, sul blu intenso del cielo. Tutti puntano l’obiettivo a terra, io verso il cielo, unico ad avvedersi di quello spettacolo che la natura ci stava offrendo. L’aquila è il simbolo degli Stati Uniti, è un animale che affascina, è un uccello grosso, è un animale da cui si è attratti. E poterne vedere una in un ambiente in cui di certo non se ne contano a centinaia, è stato per me molto bello. Raccolto qualche scatto, ammiriamo l’aquila scacciare un hawk che svolazzava incolpevole nella sua zona, ed appollaiarsi di nuovo, vincente, su di un altro ramo. Il lago ci accompagna, felici, verso casa. O meglio, verso una delle nostre tante case. La macchina era già poco ammirabile per ordine e pulizia, e noi alla fin fine, ci sentiamo già un po’ profughi. E’ il bello del viaggio. Anche la persona ordinata, pulita e per bene diventa sciatta, disordinata e un po’ rozza. Mi piace questo modo di fare le cose, non c’è nessuno che ti dirà “metti in bagagliaio quella felpa, sistemati i calzini, pettinati i capelli”, nessuno ti romperò le palle. C’è un tacito assenso nel casino che giorno dopo giorno si forma. E’ un casino semovibile, temporaneo, ogni mattina si rassetta per raddoppiarsi a fine giornata, salvo poi scomparire parzialmente con la mattina successiva. E’ un casino però, che ti fa sentire davvero in vacanza. Non a caso, quando non lo vedi più, vuol dire che hai finito i giorni, devi riconsegnare la macchina, devi rientrare a casa. Quindi, per ora, ero più che contento di trovarmi già dopo due giorni immerso in felpe, t-shirts e qualche souvenir!

mercoledì 8 dicembre 2010

10. Ci sono un sacco di bestie qui!

Si dice che questo genere di plantigrado sia in realtà più pericoloso di quanto non sembri. A dispetto delle sue dimensioni ridotte (difficilmente supera il metro di altezza) e del suo aspetto bonario, l’orso nero ha dalla sua la capacità di arrampicarsi sugli alberi, cosa che fa escludere questa via di fuga in caso di attacco, e soprattutto l’imprevedibilità. Può scappare alla presenza di esseri umani ma anche attaccare senza alcun preavviso o motivo. Per questo, dicono alcuni, sarebbe da temersi quasi più dei grizzly stessi. Non fu un problema per noi quel giorno. Personalmente, era il terzo orso nero che vedevo tra Canada e Us, e tutti e tre non mi avevano quasi neanche cagato. Buon per me, foto a buon mercato e senza rischi particolari. Anche se, quella volta in Canada fui un po’ incosciente, col senno di poi. Erano le 6 e mezza di mattina, le strade del parco di Jasper deserte, e Andrea vide l’orso sul fianco destro della strada, che camminava pacifico vicino al torrente, puntando l’asfalto. Io, alla guida, inchiodai e feci marcia indietro, salvo fermarmi ad un cento-centoventi metri dalla bestia per non spaventarla. Uscii da solo, digitale in mano, correndo piano verso l’animale. Lui stava per attraversare la strada. Mi avvicinai fino a circa trentacinque metri: se avesse deciso di attaccarmi c’erano almeno 70 metri tra me e la macchina, e correndo quasi tre volte la mia velocità, l’orso mi avrebbe preso con facilità. Col senno di poi, appunto, feci una cosa azzardata. Ma non ci pensai al momento, quando vedi una cosa del genere, almeno a me capita così, sei preso dall’istante, la vedi come una cosa irripetibile, sei attirato in modo magnetico dall’animale, e cerchi di coglierne il lato selvaggio da più vicino che puoi, anche rischiando qualcosa. Il risultato però, è decisamente appagante, credetemi!
Tornando a Yellowstone, posso dire che quell’incontro non fu parimenti eccitante. Ero più sicuro, più protetto, e con troppa gente attorno. Ma fu bello comunque. Partimmo verso nord-est carichi di eccitazione.
Stavamo puntando verso Lamar Valley, una vallata tra lo Slough Creek ed il Pebble Creek, risaputa patria di qualche branco di lupi: i più famosi, quello di Druid Peak e di Slough Creek. Il lupo è un animale che allo stesso tempo mette paura ed affascina. E’ grande, più di un normale cane domestico, veloce, di gruppo. Ha due occhi che, quando digrigna i denti, non fanno mai piacere a vedersi, sono carichi di fame e aggressività. Quando caccia in branco è impossibile scappargli. Il lupo è stato cacciato fino quasi all’estinzione, a Yellowstone. Cacciava il bestiame degli allevatori vicini, che decisero di sterminarli. Si dovette ricorrere alla reintroduzione di lupi grigi canadesi, tra gli anni 70 e 80 del ‘900, per risollevare la popolazione di lupi di Yellowstone. Ora, miracolosamente, la specie sta crescendo. Se ne contano circa trecento esemplari nel parco, che salgono a quattrocento contando l’intero Greater Yellowstone (termine con cui si identifica una regione più vasta, comprendente anche il parco di Teton e territori contigui in Montana, Idaho e restante parte del Wyoming), stanziati in diverse aree e divisi in branchi ben precisi. Ci stavamo dirigendo a Lamar nella speranza di vederne alcuni. Difficile, molto difficile, di giorno ed in mezzo alla strada, ma non del tutto impossibile. Abbrustoliti dal caldo, con le fette di cheddar che marciscono sul tappetino della macchina (aperte dal giorno prima senza mai sentire il freddo del frigorifero), raggiungiamo l’imbocco della valle. Ci scorre, al solito, lo Yellowstone, che si ramifica in fiumiciattoli e torrentelli che si perdono in pozze d’acqua dove, qua e la, si abbeverano bisonti solitari. Un branco di bisonti anzi, sbucando da una collina alla nostra sinistra, si piazza nel bel mezzo della strada. Questo animale imponente da il massimo quando è in branco. Si respira la potenza di questa bestia, si ha l’occasione di stargli a pochi metri, consci del fatto che, qualora lo volesse, potrebbe caricarti ed incornarti facilmente, o allo stesso modo danneggiarti seriamente la macchina (facendoti pagare un conto piuttosto salato al ritorno della macchina – le compagnie non fanno sconti per animali inferociti). Facendo qualche scatto, si può ammirare il dettaglio: l’occhio, la bocca, il “capello” un po’ leccato piuttosto che quello col ciuffo alla Elvis. Che tipi i bisonti! I buffalo, come li chiamano li. Ma perché diamine un bisonte si deve chiamare bufalo in america io non lo so.. pronunciarlo è più bello, sa più da west, ma buffalo è bufalo, e quello è un altro animale che vive altrove!!
Linguistica a parte, aspettiamo il dileguarsi di questa buffalo jam, l’ ingorgo, il traffico a causa dei di bisonti, e ripartiamo. Facciamo buona parte della valle, avanti e indietro, back and forth, ma di lupi neanche l’ombra. Sperammo un po’ troppo nella fortuna, quel giorno. Veniamo invece ricompensati parzialmente sulla via del ritorno, ad una decina di miglia, direzione est, rispetto a Tower Roosevelt. Troviamo sulla strada una fila infinita di macchine, da ambo i lati della carreggiata, cosa che ci fa palesemente dedurre che doveva esserci qualcosa di losco in corso. L’ulteriore conferma ci viene data dalla presenza di una macchina dei ranger. Andiamo, c’è qualcosa di grosso la fuori! Lasciamo la macchina in fondo alla fila, in pendenza circa del 20% - tant’è che la portiera della vettura si chiude da se, senza bisogno che io la spinga – e ci precipitiamo verso l’assembramento maggiore di gente. In due secondi il mistero è svelato: laggiù, sul letto del fiume, a circa trecento – trecentocinquanta metri da noi, ci sono un paio di coyote che si stanno spartendo la carcassa di un non identificato erbivoro. Tutt’attorno, decine di crow e raven (mentre i crow sono dei comunissimi corvi, i raven sono dei loro simili più grossi, diffusissimi in America del Nord ma anche in Nord Europa) che ammirano la scena, aspettando con pazienza il loro turno per sgraffignare qualche brandello di carne. Data la distanza per me enorme dai coyote, chiedo al ranger perché non ci si potesse avvicinare ulteriormente, dato che per quegli animali la distanza minima doveva essere di una trentina di metri, da regolamento. La risposta, che avrei potuto darmi anch’io, fu ovviamente “E’ una situazione potenzialmente pericolosa, meglio mantenere queste distanze”. Grazie tante. Praticamente, quando sono con cuccioli, quando sono in branco, quando sono in paese, e adesso anche quando mangiano, ecco in tutti questi casi gli animali sono potenzialmente pericolosi e devono esser fatti rispetto di maggiori distanze. Finirò col dover guardare gli elk col binocolo, un giorno! Che tempi! Ciò detto, restiamo per qualche minuto a contemplare la situazione, in attesa del colpo di scena, magari un branco di lupi che irrompe nella scena e scaccia i poveri coyote, ma così non è.

giovedì 2 dicembre 2010

9. Primi incontri con i plantigradi

Lasciammo la colazione, il negozio, ed i mille gadget esposti, alla volta di qualche piccola escursione. Era il giorno in cui avremmo dovuto girare tutto il parco e fermarsi nei posti più alla mano, più famosi, più camminabili. Come prima meta scegliemmo le Lower Falls. Sono delle cascate sul fiume Yellowstone che devono il loro nome al fatto di avere delle sorelle posizionate un po’ più a monte del fiume (Upper Falls, per l’appunto), ma a dispetto della posizione geografica e del nome diminutivo, sono più alte delle sorelle, che raggiungono circa 35 metri. Le Lower infatti, gettano l’acqua del fiume verso un salto di 92 metri! Ed essendo lo Yellowstone un fiume, più che un torrente, lo spettacolo è assicurato. Noi scendemmo per il percorso pedonabile che porta dal parcheggio alla bocca delle cascate, e ci trovammo di fronte ad uno scenario che sembrava dipinto: l’acqua azzurra dello Yellowstone che si getta a precipizio, diventando bianca, nella gola che il fiume stesso ha scavato con i millenni. Essa, a strapiombo tra due pareti di roccia giallo-oro che guadagnano una tinta arancione crescendo in altezza, corre tra le montagne e si insinua nel territorio del parco, percorrendolo verso oriente. Sulle cime dei fianchi infine, verdi alberi ricoprono le vette, protendendosi verso il grande, sconfinato cielo azzurro che noi italiani non siamo abituati a vedere. La reazione è quella di prendere una sedia, comoda, una tazza di tè, e accomodarsi lì per passare un paio d’ore in contemplazione di quello spettacolo magnifico della natura. Cosa purtroppo irrealizzabile, a patto di mandare all’aria i programmi futuri per la giornata. Lasciamo a malincuore il posto, per raggiungere invece la parte nord del parco. La meta era Tower Roosvelt, il distretto nord-orientale del parco. Lì, lasciamo la macchina e facciamo due passi fino alle Tower Falls (niente di che e piuttosto affollate – due deficienti combattono per chi fa la foto migliore con la macchinetta migliore, sfida alquanto stupida perché era come fotografare un merlo quando di fianco hai un’aquila). L’aquila in questione era il fiume Yellowstone che in quel punto da, secondo me, il meglio di sé. Scorre al solito impetuoso in una vallata più ampia, con rive larghe e parzialmente ricoperte da sassi bianchi e ocra, che non stonano comparati alle montagne circostanti. Che pace laggiù, con la copertura dei boschi alle spalle, il fiume e le vette di fronte, e l’acqua che tinge di un blu profondo la piatta colorazione chiara della terra. Solo i soliti giapponesi stramazzanti con i loro schiamazzi, le loro fotografie fatte malissimo e la loro foga turistica possono rovinare un simile idillio. Ma, anche il tempo è tiranno, ed in questo caso è lui il giapponese. Dobbiamo tornare su, al parcheggio, giusto in tempo per assistere a due eventi naturalistici. Il primo, notato acutamente da Raffaella, è una famigliola di cerbiatti che bruca erba nella boscaglia. Sono animali un po’ sempliciotti secondo me: infatti, cogliendo l’occasione al volo, mi ci avvicino, badando a non calpestare rami o far franare sassi, insomma, badando a non far rumore e a tenermi sottovento. Gli sono a due metri di distanza in un minuto. Ed ecco che ho, a questa distanza, due piccoli Bambi e, poco più indietro, la loro mamma. Mangiano l’erbetta a loro agio, fissando ogni tanto me e la mia reflex come stessero pensando “Farsi gli affaracci suoi no eh..”.
E’ emozionante. Alla fine, sono cose che ad un italiano non capitano spesso, eccetto quando si va allo zoo, ed anche li c’è la recinzione che ti separa dalla natura. Quella invece è WILDlife. Selvaggia, vive allo stato brado. E’ quello il bello. E’ come pescare un pesce in una vasca da bagno, o pescarlo in mare. Tutta un’altra cosa. Il secondo evento invece, è di quello che contraddistingue le giornate. Si trattava di un orso, finalmente.
Mentre aspetto Raffaella, recatasi ad espletare un piccolo bisognino, girovago nel parcheggio, e alla fine decido di eliminare uno degli strati dell’abbigliamento “a cipolla”. Parentesi. Ci si veste a cipolla a Yellowstone, ovvio. Come in montagna. Stai con maglietta, dolcevita e maglione fino almeno alle 10 di mattina. Poi, qualche volta, ti togli il maglione, o se fa freddo, ti tiri semplicemente su le maniche. Verso le 11 però inizia a far caldo, se splende il sole, e allora parte il primo layer. Quel giorno fu il caso del maglione. Spesso poi, si arriva a stare in maniche corte fino alle 7 di sera. Sempre posto che il sole sia alto nel cielo. Se il giorno è umido, piovoso, o peggio, nevoso, la cipolla rimane integra fino a fine giornata.
Stavo dicendo, mi tolgo il maglione, lo deposito in macchina, e mi godo qualche secondo di canottiera, prima di rinfilarmi il dolcevita. Si sta bene, il sole scalda e un po’ di contatto con l’aria frizzante di lassù è sempre piacevole. Poi però vedo un piccolo assembramento di gente sul bordo del parcheggio prospiciente al bosco. Indicano qualcosa giù, dove il terreno degrada con pendenza di circa il 35-40% verso il letto del fiume, trecento metri in basso. Inizialmente vedo solo erba alta, qualche albero, e nient’altro. Chiedo alle persone ed un francese, con un inglese molto storpiato dalla pronuncia della loro madre lingua, mi dice che il suo amico asserisce di aver visto un orso nero, al contrario di lui, che deve ancora avvistarlo. Rimaniamo lì, per qualche secondo, fino a quando le canne e le erbe più alte iniziano a muoversi di brutto, segno evidente della presenza di qualcosa. In pochi attimi, ecco materializzarsi una grossa macchia scura, passo pesante, deciso: era proprio un orso nero! Gli eravamo a circa una ventina-venticinque metri (per conoscenza, le regole dei parchi dicono che orsi e lupi dovrebbero essere rispettati di una distanza di almeno 90 metri), ma in posizione piuttosto sicura, protetti dalla pendenza del terreno, dal numero di persone accalcate, e dalla vicinanza di vetture e albergo. Guardiamo il bestione, anche se al cospetto di un grizzly sarebbe quasi un piccoletto, passeggiare parallelamente a noi, offrirci lo spettacolo naturale tra i più belli che lo Yellowstone possa offrire, e dirigersi infine verso il fiume. Verso la pista. Già, pensammo con Raffaella, proprio verso la pista che cinque minuti fa stavamo risalendo noi! Bel tempismo! Chissà quei poveracci che stavano rientrando allora: avrebbero potuto trovarsi faccia a faccia con l’orso.

lunedì 29 novembre 2010

8. Let's have a breakfast!

Lasciammo Mammoth alla volta di West Yellowstone, ma prima di giungervici, ci fermiamo per strada. Un bisonte, un grosso bisonte, cammina nel bel mezzo della corsia opposta alla nostra. Noi siamo da soli, non ci sono altre macchine. Ci fermiamo, io combatto una battaglia estrema contro gli obiettivi e la sacca dove tenevo la reflex per cercare di montare il 300 ed ottenere uno scatto super ravvicinato. Il bisonte però, si avvicina inesorabile. Scatto, malissimo, e poi decido di ammirare l’animale. E’ impressionante vedere una bestia di 7-800 chili, alta poco più di un cavallo al garrese (ma molto più possente), passarti a due metri di distanza, respirando in modo quasi affannoso, fissandoti con quei grossi occhi bovini ma al contempo fieri e potenti, e battendo gli zoccoli sul manto duro della strada. Non resisto, e appena mi sfila davanti, lo rincorro col 300 montato a dovere. Faccio 50 metri di corsa, Raffaella in macchina nel caso avessimo dovuto tagliare la corda a cannone, e all’improvviso il gigante si ferma, e si volta. Io mi inchiodo al terreno. Generalmente sono un tipo che disprezza distanze di sicurezza e buone abitudini nei confronti degli animali. Tendo ad avvicinarmi il più possibile. In quell’occasione.. non so, forse un senso di rispetto, di inferiorità verso di lui, mi sono fermato. Mi guardava, il collo girato in modo da potermi fissare con un occhio. Il tempo si ferma per una decina di secondi, è magico. Chissà, magari a poca distanza c’era anche un orso che stava passeggiando nella vegetazione adiacente alla strada! Poi, a rompere l’incantesimo, arriva un camper dalla nostra stessa direzione. Il bisonte gira la testa, e prosegue la sua marcia. Il camper non sembra più tanto grande al cospetto di mister Buffalo. Due pesi massimi a confronto. Una scena che puoi vedere in pochi posti al mondo, se non a Yellowstone. E’ magico.
Come il tramonto, un cielo sereno, freddo, l’aria tagliente, le stelle puntellate al blu profondo che fa da cornice alle nere montagne, stagliate in lontananza. Manca solo l’ululato di un lupo. Siamo a Yellowstone, ed è fantastico. Io, vado a letto pieno di felicità.
7 settembre. Sveglia alle 6. Temperatura meno 2 gradi. Voglia di alzarsi, 0. Basta numeri. Ci alziamo e stop, intorpiditi e rattrappiti. Combattiamo quel brusco contrasto che si prova nello smettere di sentire il caldo trasmesso dalle coperte e, anzi, provare il freddo del resto dell’ambiente. Ci si scalda presto facendo del movimento, agitando un po’ le braccia, e ovviamente infilandosi lestamente qualche maglia pesante. Le mie in realtà erano sempre quelle due, un dolcevita nero ed una felpa nemmeno troppo spessa. Se il freddo era acuto, il rimedio consisteva in una t-shirt sopra il dolcevita. Un po’ poco forse per il clima del nord Wyoming. Se avessi saputo che avrei incontrato un clima del genere, un maglione in più forse l’avrei messo. Ma, col senno di poi, a qualcosa è servito tutto ciò: mi ha dato una maggior resistenza al freddo, e non sto scherzando. Dopo un po’, ci fai l’abitudine, e a casa magari smetti di uscire col maglioncino sulle spalle nelle serate estive un po’ più ventilate. Bene così.
Dopo esserci messi in moto fisicamente e psicologicamente, anzi, più che messi in moto, direi scongelati, ci avviamo verso il compimento della nostra missione delle 6.45 del mattino, ovvero avvistare wildlife nel parco. E’ risaputo che le ore migliori per l’avvistamento degli animali in un qualsiasi ambiente naturale sono l’alba ed il tramonto. Con il favore dell’imbrunire, la fauna esce dalle foreste per cercare cibo dove durante il giorno sono in circolazione troppi esseri umani. Così, una strada che alle 12 è trafficata da decine di macchine al minuto, alle 6.30 o alle 19, anche se non troppo meno trafficata, viene invasa pacificamente da elk in cerca di buone pasture ai lati della carreggiata o viene percorsa da un orso che si dirige verso il ruscello adiacente. Questo era ciò che cercavamo, questo era ciò per cui la mattina si sfidava il freddo. Quel giorno però, a parte un’alba veramente incantevole, con un sole caldo e pienamente arancione che sorgeva dal terreno montuoso e cosparso di erba secca, non vedemmo molto. Solo un branco di wapiti che faceva singhiozzare il traffico lungo la strada, occupandola a tratti per attraversarla. Degli wapiti però, non valevano certo la perdita delle mani a causa del freddo, quindi decidemmo di puntare altrove. Tipo a Canyon Village, dove avremmo anche potuto trovare un posto dove aggreppiarci. Non trovando altro di particolarmente interessante lungo la strada, eccetto per tre guys (in questo caso bisonti) che camminavano solitari nel mezzo di una steppa dorata, andammo direttamente alla nostra mangiatoia. Mangiammo al centro visitatori, anzi, al locale adiacente ad esso, un posto richiamante una tipica tavola calda americana: sgabelli disposti lungo banconi sistemati a ferro di cavallo, dove per ognuno dei ferri (horseshoe, in lingua madre) servivano due camerieri, come sempre simpatici, svegli e gentili. Le cucine erano posizionate a breve distanza, cosa che ci permise di vedere le quantità industriali di patate e uova pronte ad esser trasformate in hash browns, scrambled eggs, o in guarnizioni per chissà quale tipo di toast. Un posto insomma, che non può mancare di farti venir fame. Il menù è, come in tutti i posti, adescante: colorato, lungo, dai prezzi modici e dalle tante offerte. Prendi due paghi uno, prendi questo e aggiungi gratis quell’altro, paghi tot e scegli 4 elementi tra quelli sotto elencati, free refill. Uno insomma, o è del posto, o ci mette all’incirca 5 minuti per tradurre tutto, 3 minuti per valutare le diverse offerte, 6 minuti per scegliere cos’è più allettante per i propri gusti, 3 minuti a mettere insieme tutto ciò che ha pensato, e due minuti per capire come esprimersi al meglio con il cameriere. Totale: 17 minuti. Tenendo conto che il cameriere americano medio è pronto a prendere le ordinazioni in circa 4-5 minuti alla peggio, ero completamente fuori tempo massimo. E come al solito in questi casi, finisci per non valutare bene le offerte, i tuoi bisogni e i tuoi desideri. Finisci col prendere la cosa che più ti attira al primo impatto. Quel giorno ad esempio, andai sul classico: doppio toast con bacon, hash browns, poached eggs e un pancake, naturalmente con maple syrup al seguito. Una colazione piuttosto standard. Misi le patate ed il bacon nel toast, insieme all’uovo (poached è il nostro uovo “in camicia”) e mangiai avidamente. Poi fu il turno del pancake. Infine, finii le patate. Quelle sono sempre il colpo di grazia. Te ne danno in quantità indescrivibile, sembra se ne vogliano liberare. Se dai un’occhiata ai forni, vedrai credo un qualche paio di chili di patate affettate a julienne a cuocere sulle piastre, girate ogni tanto dagli addetti alla cottura, di modo che le parti direttamente a contatto con la piastra facciano una sottile crosticina marrone. Poi, inforcata una spatola che ricorda una normale cazzuola ma di dimensioni doppie, il cuoco la inserisce nel cumulo di patate, la riempie, e ne trasla il contenuto sul tuo piatto. Mentre lo guardi pensi sempre “Quel signore deve aver ordinato solo un piatto pieno di patate, è chiaro!”, salvo poi ricrederti puntualmente quando il cameriere, sorridente, ti dice “buon appetito” e ti serve questo container di tuberi cotti che ricordano come mole un piatto da tre etti di spaghetti. Purtroppo, riesci anche a sentirti in dovere di finirle, e così ti senti pieno fino alle 4 del pomeriggio, ed inizi a sentire fame solo attorno alle 5 e mezza. Così ho spiegato, e neanche tanto nel dettaglio, come un turista in america può saltare tranquillamente il pranzo.

sabato 27 novembre 2010

7. Ore felici a Pietra Gialla

Ero tornato in compagnia loro, ed ero felice. Felice come un bambino, uno che va allo zoo, perché Yellowstone alla fine, è un grande zoo a cielo aperto – senza recinzioni soprattutto. Così, partimmo per la nostra giornata. Andiamo subito a Firehole Falls. Vogliamo fare il bagno (Dowell vuole fare il bagno) ma gli viene detto che l’acqua è troppo fredda. Peccato, un tiro da matto ci sta sempre in vacanza. Ripieghiamo inizialmente verso Lower Geyser Basin. E’ un posto, come suggerisce il nome, pieno di Geyser. Yellowstone è pieno di geyser: ne detiene la maggior concentrazione al mondo. E quando entri in una zona del genere, è come entrare in un posto dove qualcuno ha lasciato marcire qualche decina di migliaia di uova. Fa impressione. Anche perché, il rumore prodotto dall’eruzione del vapore dal terreno – le fumarole sono disseminate ovunque, piccole o grandi che siano – fa da sottofondo musicale alle tue passeggiate. Si sente il continuo “sssssssssssss” del vapore che esce da terra ed inonda l’aria di un che di zolfo – giusto un che eh. Il turista qui, non deve far altro che seguire le passerelle, comode per chi ad esempio viaggia aimè in sedia a rotelle, ma che toglie quel po’ di “wild” che ci si aspetta, e snodare il suo passo nei meandri di un’ampia zona di geyser, fumarole e “pots” (pozze) d’acqua bollente. Manco a dirlo, è un posto molto rilassante, pacifico, dai colori a tratti monotoni, una scala di grigi, a tratti una tavolozza di verdi, blu e arancioni che lascia a bocca aperta. Quando il sole poi fa capolino dalle nuvole spesso compagne di viaggio lassù, il paesaggio si trasforma ed ha un’aria più allegra - meno tranquilla, ma più allegra. La gente che cammina, in lontananza, non si sente nemmeno. Le loro voci si perdono nella vastità dello spazio, e nel solito “sssssss” dei geyser, che da buoni compagni cancellano con le loro voci quelle meno opportune della massa di turisti. A malincuore, abbandoniamo il posto, non prima che io, sventuratamente, inizi con l’acquistare il primo di una lunga serie di libri. Un libro sugli attacchi degli orsi: “Bear attacks: their causes and avoidance”. Non proprio il genere di libro che una persona normale comprerebbe al suo primo giorno in terra di grizzly e orsi neri, ma ne avevo sentito parlare e non volevo farmelo scappare. Pagai 17 dollari e lo misi in macchina, deciso a non iniziare a leggerlo durante il viaggio. Scaramanzia. Ciò detto, fu il primo di una serie di libri che si sarebbe conclusa a Denver: 10 titoli. Non serve che stia qui a dirlo, il comune lettore può arrivarci da solo, fu una sfida epica farli stare tra valigia e zaino.
Per proseguire la giornata invece, decidemmo di optare per una camminata partendo da Sheepeater Cliffs, dove seguimmo lo snodarsi di un fiume fino ad un’altura dove scattammo qualche foto e ammirammo il paesaggio. Ci sono cipmunk ovunque, ghiandaie sui rami degli alberi, ed ogni tanto si scorge un rapace – hawk, sparrow od osprey che sia – che sosta sulla cima di un pino. Per strada invece, muovendoci da un punto all’altro del parco, vediamo un altro coyote, ci passa davanti alla macchina. Buon segno. Senza contare gli innumerevoli bisonti ed elk (da noi, wapiti), animali piuttosto comuni qui, arriviamo a Mammoth Hot Springs. Qual è l’attrazione di questo distretto del parco? Dei mucchi di materiale calcareo bianco ovviamente che stona parecchio con il restante colore del paesaggio: il rosso, l’arancione, il verde ed il blu. Oppure, non stona, ma macchia ancor di più la tavolozza di colori esistente, facendo sembrare il posto un costume da arlecchino di proporzioni gigantesche. Il cielo blu, il bosco verde, i tronchi marroni degli alberi morti, il bianco del calcare, il rosso che sfuma in arancione e oro dei materiali sedimentari depositati sul terreno coperto da acqua bollente. Che spettacolo cromatico! Il tutto coronato da una specie di organo fallico dell’altezza di 5-6 metri, ovviamente di calcare. Anche le tavolette del bagno lo sono, tra un po’. Simboli fallici a parte, il posto è molto affascinante. Ed è pieno di cartelli che invitano a far attenzione agli elk. Questi animali, non l’ho detto, sono delle specie di cervi. Detti wapiti, la miglior traduzione in italiano, sono un po’ più tozzi dei cervi europei ed hanno corna leggermente più grandi. Infine, sul deretano hanno una macchia di pelle bianca, a mò di mutande, che li contraddistingue. Sono animali tendenzialmente pacifici ma, come dicono ranger (e cartelli): DO NOT APPROACH ELK! – STAY AWAY FROM ELK – ELK CAN CHARGE YOU, HURT YOU AND DAMAGE YOUR CAR! Come a dire, sembrano solo carne da hamburger di classe in movimento, ma possono far male, se gli gira.
Noi stiamo relativamente a debita distanza. A parte un momento in cui, preso dalla mia solita smania di vicinanza al regno animale, cerco di acquattarmi per raggiungere un grosso elk maschio, comodamente adagiato sul giardino di una signora del posto. La gente è li che lo guarda dalla macchina, io, from Italy, che mi avvicino ala bestia con fare degno del compianto Steve Irwin di Missione Natura. Fino a che un tipo mi suona il clacson, ed io mi giro.
Lui mi dice “Stop! Don’t get closer!”
Io penso al perché di quest’esclamazione: cazzo, non è un ranger, non ho di fronte un orso, perché diavolo dovrei fermarmi a venti metri dall’animale? La risposta fu qualcosa del tipo “E’ la stagione degli amori, i maschi sono incazzosi nonché pieni di ormoni fino alle orecchie, e se ti avvicini ancora di caricherà! Quindi fermati se vuoi salvare la pellaccia!” Guardo Dowell un po’ perplesso, pensando che il tipo fosse un po’ troppo premuroso, e trovo Dowell che se la ride allegramente. Dopodichè, la signora che stava sulla parte posteriore della macchina mi dice:
“Ooh don’t care, he’s from Montana!”
Signora, la ringrazio molto per il suo sorriso e per avermi in qualche modo confortato, non facendomi sentire l’unico avventuriero pirla di Mammoth Hot Springs, ma cosa voleva suggerirmi?? Che quelli dal Montana sono particolarmente premurosi – e magari un po’ fifoni – o che sono semplicemente gente macina palle che non sa farsi i cazzi propri?
Alla fine, con la sera, arriva anche l’ora di cena. Mangiamo nel ristorante più in della città – e guarda caso quella sera dovevo offrire io.. – ed abbiamo subito un assaggio delle prelibatezze che ci avrebbero deliziato il palato per i giorni a venire. Prendo una bistecca di bisonte, con contorno di fries e pane all’aglio. E’ una carne sublime. Altro che la nostra solita, vecchia, a volte stopposa mucca del cacchio. Quella è carne! E’ morbida al punto giusto, non si rompe con un grissino ma nemmeno fabbisogna di una motosega per essere tagliata, e soprattutto, ha un gusto migliore. Non so descriverlo, mi mancano i fondamentali da chef che me lo consentirebbero, ma posso dire che è migliore! Provare per credere. (Un biglietto per New York lo si trova anche per 350 euro. Il bisonte lo trovate anche li) Il conto rispecchia la qualità del cibo, del servizio – eccellente – ed anche la pienezza del mio portafoglio. Era il primo giorno, ed avevo ancora biglietti verdi “da vendere”. Anzi, da spendere. Il conto, per cinque persone, fu di 82 dollari, la cena più costosa che un poveretto come me abbia mai offerto di tasca propria, ma ci stava. Così, con gli stomaci pieni, e la pellaccia salva, ci accingemmo a salutare Dowell, Becky e Mikayla. Fu un momento per me commovente. Sapevo che, forse, poteva essere stata l’ultima volta in cui li vedevo su questo mondo. E’ una cosa triste, che mi capita spesso di pensare, con persone che magari non vedo molto di frequente. “E se fosse l’ultima volta che lo vedo? Cosa vorrei dirle? Magari non avrò mai più occasione, che ne so, di giocare a carte con lui!”. Al di la degli esempi banali, è un argomento che mi lascia un po’ interdetto sul da farsi. Mi spiacerebbe un mondo vedere per l’ultima volta una persona e lasciarla dicendole “Ciao! E occhio agli elk eh!” – brutto deficiente – penserei redarguendomi, col senno di poi. Ma quel giorno andò meglio. Diedi loro un piccolo presente, che apprezzarono molto ed ebbero occasione di usare nel viaggio di ritorno (erano due sciarpe, ed in Montana fece freddo mi dissero), e mi profusi in abbracci e frasi di commiato. Mi dispiaceva molto lasciarli, gli sono molto legato. Ma così volle il destino, ed in cuor mio, nonostante so benissimo sarà molto difficile, spero di rivederli, lì in South Dakota o qui in Italia. Nel frattempo, mi mancheranno.

domenica 21 novembre 2010

Me ne andrei volentieri, perchè mi piace il football

E’ difficile svegliarsi un giorno e sentirsi imprigionato nella propria esistenza.
E’ difficile perché hai passato 23 anni della tua vita in questa parte del mondo, con questa gente, con questi amici, abituato a trascorrere il tempo in un certo modo, ad uscire in certi posti, a spendere in determinati modi i pochi soldi che ti passano per le mani. Hai vissuto per 23 anni della tua vita seguendo certi esempi, mirando a certi risultati, aspettandoti determinate cose dalla tua crescita, educazione e formazione. Hai studiato fino all’università, magari mantenuto dai tuoi genitori, ti sei vestito sempre alla moda, hai frequentato pub e discoteche, hai agognato i 18 anni per avere uno straccio di macchina – anzi, una Mini – e per portare con essa i tuoi amici in montagna per una settimana bianca, prima dell’inizio delle lezioni di marzo. Poi, se sei stato bravo e ti sei laureato in fretta, hai trovato un lavoro, magari non il massimo, magari non ciò che sognavi da piccolo, ma hai 23 anni e tanta voglia di fare, sarai in tempo a cambiarne quanti ne vuoi, pensi. Insomma, hai vissuto felicemente e spensieratamente la tua giovane esistenza, ti sei istruito in tempi rapidi, e sei diventato parte del mondo lavorativo senza dover elemosinare un lavoro da pezzenti pur di essere un minimo indipendente dalla tua famiglia. Non devi ripiegare le camice che i clienti spiegano e provano nei centri commerciali, non devi pulire il pavimento dello Spizzico, non devi tantomeno pulire cessi per guadagnare due soldi e spenderli il sabato sera con gli amici, rompendo loro le palle per uscire perché quello è l’unico momento della settimana in cui puoi.
Hai tutto, o quasi. Amici, lavoro, e, fino a quando i tuoi ti accetteranno in casa, anche un tetto.
Ma, come detto, un giorno ti svegli e ti senti imprigionato in un’esistenza che non senti più tua, che non ti soddisfa più, in cui ogni giorno è solo un lungo, stancante, arrancare verso quello successivo, in vista di un traguardo che chissà, forse non vedrai mai, un po’ come un uomo, nel deserto, cerca invano una pozza in cui abbeverarsi, trovando solo miraggi e mai la vera fonte.
Un po’ come indossare per tanto, tanto tempo un abito, e provarlo un bel giorno rendendosi conto che non va più bene. Ma come? Dopo così tante avventure insieme, dal giorno alla notte, non va più? Sono sicuro che forse, sotto sotto, anche prima non fosse proprio così.. così fit?
E’ quello che mi sono chiesto anch’io, perché quello che ho detto finora rispecchia il mio stato d’animo.
Non sono, in realtà, completamente sicuro che questa prigionia sia una cosa recente. E’ più probabile sia radicata in eventi passati, in realtà già vissute, in momenti che solo dolci e amari ricordi possono riportare alla luce. Credo di sapere quale sia la causa del mio malessere, e che momenti andare a ricercare per vederne gli inizi. Non avrei dovuto andare in America. Lì mi sono ammalato, ammalato di America.
Dicono che chi ci vada, magari non per un viaggio di una settimana, ma per un tempo sufficiente ad entrare nella sua logica, nel suo modo di essere, finisca per amarla o per odiarla, non ci sono vie di mezzo. Io devo aver finito per amarla, perché non riesco più a starne senza. Senza pensarla, senza parlarne, senza immaginarla, senza nominarla, senza agognarla. Come una fidanzata - quella che mi ha fatto smettere di aver la voglia di cercare. La vedo nelle foto dei viaggi, nei notiziari in tv, nelle scritte in inglese (il bad English, non quello colto e raffinato d’oltremanica), nelle insegne dei MacDonald. Ogni giorno ho modo di sentire la mia prigionia italiana attuale come immancabilmente legata alla mia voglia di libertà statunitense. Ma perché?
Ecco, io non so se tutto ciò, questa overdose di America che mi è stata iniettata nel sangue da quello stesso paese, sia dovuta solamente al modo in cui – da turista – vivo le mie vacanze negli USA. Non so se la mia prigionia sia semplicemente dettata, chi lo sa, da un lavoro poco coinvolgente o poco soddisfacente dal punto di vista umano e professionale, o da un vuoto interiore che, chissà quando e come, potrebbe colmarsi. Non so se la mia sia l’ultima di una serie infinita di noie, paranoie, invaghimenti e affini che hanno tormentato - e continueranno a farlo - la mia esistenza. In poche parole, so ancora poco del male interiore che mi affligge. Una cosa che so è che voglio curarlo, ed in fretta, perché vivere così, senza una cosa che possa rendermi felice – a parte il pensare che, presto, rivedrò quel paese a me tanto caro – è abbastanza deprimente. Mi domando se ora che gli amici, il lavoro, gli svaghi di sempre, i luoghi di sempre, ecco se tutte queste cose non sanno più rendermi felice della mia esistenza, non sia veramente il caso di darci un taglio e buonanotte. D’altronde, ho 23 anni e sono ancora giovane, al mondo c’è stata gente che ha sputato in faccia a fortune maggiori della mia e che ha sopportato sacrifici maggiori di quanti (pochi) ne abbia fatti io, dunque non vedo il motivo per cui anch’io, con un minimo di coraggio, possa mollare tutto e costruirmi una nuova vita in un posto diverso, lontano da qui.
Mi ero posto, poco fa, una domanda semplice quanto terrificante, sorprendente, immobilizzante: perché? Perché tutto questo? Cosa c’è di tanto bello, di attraente, in quel paese?
Ci sono tante cose, tante quante, credo, lo siano quelle brutte. Ci sono tanti motivi per amare l’America quanti sono quelli per odiarla.
Posso dire di aver vissuto un po’ laggiù, non nella vera America, ma in un surrogato che vorrebbe, un po’ alla volta, assomigliarle. Ma l’ho girata - ancora poco, purtroppo - abbastanza per capirne l’essenza ed immaginarne il resto.
Il mio vestito, ora, non è più fit perché non ha città enormi dove puoi perderti per ore in mezzo al traffico senza capire che stai girando lo stesso isolato. Non ha gente che consuma litri su litri di benzina venduta a 50 cent al litro giusto per muovere un fuoristrada da 5000 di cilindrata per portare il bambino a football, al campo distante appena 500 metri da casa. Non ha la musica country. Non ha praterie infinite di erba che d’autunno brilla di un colore dorato, agli ultimi raggi del sole, e in primavera risplende di un verde che rende felice l’occhio di chi lo osserva. Non ha catene di fast food che riempiono intere strade. Non ha il cibo grasso e unto (ma goloso) che si usa consumare sia a colazione che a cena. Non ha gli stadi da football, i giocatori di football, il football, e la civilissima gente che assiste alle partite di football. Non ha un sistema di parchi nazionali così possente. Non ha gelaterie dove puoi scegliere di mettere Mars, confetti di cioccolato, scaglie di cocco e orsetti gommosi sui gelati. Non ha un esercito così grosso, potente e straordinariamente orgoglioso di sé. Non è così vasto. Non è così variegato. Non è così normale nella sua stravaganza. Non ha gente che si permette di andare via vestita da straccione senza beccarsi commenti di altra gente che pensa “Guarda che straccione quello la!”. Non è così patriottico. Non ha un barbecue in giardino per ogni casa, perché non è affatto scontato che ogni casa abbia il giardino. Non ha siti storici dove sono “sacralizzati” i campi di battaglia e dove si rievocano ogni anno battaglie appartenenti alla storia di 200 anni fa. Non ha deserti asfissianti, montagne altissime, fiumi immensi, praterie senza fine, laghi che sembrano mari, colline dolci, canyon vertiginosi, e animali d’ogni tipo. Il mio vestito, il mio paese, non è l’America. E io amo l’America.
Voglio esser libero di scorrazzare per 50 miglia senza vedere anima viva, eccetto per forme di pubblicità su cartelloni che mi indicano la presenza di un WalMart a Cooperville, 80 miglia più a Est. Voglio poter, in un giorno solo, passare alla Casa Bianca per dire “Good morning Mister President!”, entrare nel cimitero di Arlington per porgere omaggio al Generale Lee, osservare l’oceano Atlantico da un porto qualsiasi in Virginia, ed infine godermi il tramonto e la quiete di campagna nelle sue colline più occidentali. Voglio guidare con una specie di enorme bicchiere di coca cola infilato nel poggia-bibite della macchina. Voglio mangiare pollo fritto alla salsa barbecue mentre assisto, in mezzo alla folla, alla partita di football tra i Chicago Bears ed i Minnesota Vickings. Voglio avere una casa in un quartiere dove mio figlio può correre libero dagli amici, senza aver paura di essere investito da qualche pazzo mentre io sono a lavoro – perché li rispettano la segnaletica e, soprattutto, hanno un po’ di etica stradale. Voglio potermi vestire da boscaiolo, da skater, da pezzente, senza che la gente per strada pensi “Guarda che straccione quello la!”. Voglio, anzi, andare a lavoro in pantaloni beige, camicia azzurra e cravatta rossa e bianca senza che i colleghi pensano “Come si è svegliato quello stamattina?”, perché anche loro sono vestiti o come me o, usando un eufemismo, in modo ben più stravagante. Voglio vivere in un paese più gentile, più ospitale, più educato di quello in cui vivo adesso. Voglio guidare per il South Dakota, con un pick-up e un cane sul retro. Voglio parlare l’inglese e voglio che altrettanto facciano i miei figli. Voglio festeggiare il Thanksgiving Day, l’Indipendence Day ed assistere ai sondaggi ed ai polls dell’Election Day. Voglio aver la possibilità di essere a contatto con una natura grandiosa. Voglio tornare dal supermercato con borse strapiene di ogni genere alimentare – dalla pizza pollo e aglio, alle patate ripiene surgelate, alle costolette di maiale, alla rimpianta pasta Barilla. Voglio vivere in mezzo a gente cordiale, sorridente, che se ne frega degli schemi, che non è mai uguale, che non bada all’etichetta, che si comporta come meglio crede. L’America è la mia meta.
Non è tutta rose e fiori, ma o la si accetta, e la si ama, o la si diniega, e la si odia. Accetto che in un viaggio a Chicago di una settimana possa rimanere ammazzato da uno dei tanti rapinatori-killer sfornati della povertà dei bassifondi. Accetto che ogni mese di ogni fottutissimo anno, dovrò pagare (se potrò) fior di quattrini per assicurarmi l’assicurazione sanitaria. Accetto che dovrò lavorare come un mulo per guadagnare meno di quanto avrei qui. Accetto che la maggior parte delle spese del mio paese saranno volte alla guerra e all’Esercito, oppure alle lobby che ne controllano i meccanismi. Accetto che passerò dalla moneta che sta diventando quella di riferimento – l’euro – a quella che lo è stata per tanto tempo e che ora sta declinando – il dollaro. Accetto che i medicinali costeranno un sacco. Accetto che la polizia, se superi il limite di velocità, non mi manderà la multa a casa: ti arresta – perché ti vede – e ti fa anche pagare. Accetto che sarà difficile costruire una vita nuova, senza amici, senza “ponti”, senza certezza. Accetto che la mia futura casa potrebbe essere spazzata via da un tornado. Accetto che una nuova vita, in un paese potenzialmente d’oro quanto incredibilmente difficile, potrebbe essere umiliante. Accetto che l’istruzione dei miei figli sarà lacunosa quanto maledettamente costosa, se vorranno avere un curriculum degno di tal nome. Accetto tutto questo, sì, sono disposto ad accettarlo.
Sono innamorato dell’America.
E non venite a chiedermi perché io lo sia, perché io non sorrida più, perché sembra che tutto ciò che mi circonda faccia schifo. Sono disposto, previe le opportune procedure, a svegliarmi un giorno e dire “Fanculo Manu, partiamo e basta!”, ed il perché è scritto qui, è chiaro. Se volete comprenderlo meglio, vi consiglio solo questo: due settimane di ferie, una macchina, la radio accesa su una stazione country, del pollo fritto alla salsa barbecue, e tanta voglia di correre attraverso un posto fantastico e sconfinato come sono gli States. Forse ci rimarrete anche più di due settimane.
E forse dopo capirete perché il mio vestito non è più fit, perché io non sono più così felice, e perché mi è rimasta questa strana voglia di football.